PAOLO MORETTI

Paolo Moretti in difesa contro Sigalas

nato a: Arezzo

il: 30/06/1970

altezza: 200

ruolo: guardia/ala

numero di maglia: 9

Stagioni alla Virtus: 1992/93 - 1993/94 - 1994/95 - 1995/96

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti, 1 SuperCoppa

 

INTERVISTA A PAOLO MORETTI

di Roberto Cornacchia - V Magazine - Febbraio 2012

 

Ci sono giocatori ai quali perdoneresti tutto. Quelli che se anche sbagliano una partita te ne dispiaci ma sai che la prossima volta non ti deluderanno, quelli che in campo ci stanno soprattutto grazie a quello che hanno nella testa più che nei garretti, quelli che anche se hanno indossato la canotta dei tuoi rivali storici non riuscirai mai a percepire come un traditore, quelli che hanno dovuto affrontare prove ben più ardue di quelle proposte dal campo che li senti comunque vicini. Uno di questi è Paolino Moretti. Una carriera da giocatore costellata di grandi successi e altrettanto grandi sfortune, un giocatore, o per meglio dire una persona, che non può lasciare indifferenti.

Come sono stati i tuoi esordi?

Ho iniziato a giocare ad Arezzo, la mia città, ed è lì che mi sono fatto notare dalla Mens Sana Siena, una società che all’epoca era ben lungi dall’essere quello che è oggi e che dava molta importanza al settore giovanile, soprattutto nell’ottica di ricavarci qualche soldo, visto che all’epoca era proprio questi il maggiore problema per la società senese. Ne consegue che il settore giovanile era uno dei migliori in Italia: con me giocavano Roberto Guerrini (una discreta carriera fra Fabriano, Roma e Livorno), Vario Bagnoli (Siena e Sassari) e Gennaro Palmieri (centro visto anche a Caserta e dalla lunga carriera in serie B), e tra quelli di due anni più giovani di me c’era Alessandro Frosini. A 14 anni uscii di casa, andai a vivere nella foresteria e venivo spesso convocato nelle Nazionali giovanili.

Come fu il salto nel basket adulto?

Andò bene perché ebbi la fortuna di essere voluto dalla Glaxo Verona. Siena aveva bisogno di mettermi sul mercato per ricavare dei soldi visto che la società non navigava nell’oro e fra le varie pretendenti la società scaligera era non solo la più disposta a mettere mano al portafoglio, e quindi ambiziosa, ma anche quella dove pensavo che sarebbe stato meglio per me iniziare la carriera. Una società in Serie A2 ma che non si accontentava di coltivare il suo orticello, guardava avanti e sapeva che per costruire qualcosa c’era bisogno di un po’ di tempo, la stessa cosa che pensavo di me. Fu il giusto matrimonio.

Come furono quelle quattro stagioni?

Molto belle e anche ricche di soddisfazioni: la promozione in Serie A1 al primo tentativo nonché la vittoria della Coppa Italia, tutt’ora l’unica squadra a riuscirci partendo dalla Serie A2. Innanzitutto ebbi degli allenatori che mi diedero molto, dal vulcanico Dado Lombardi ad Alberto Bucci. Poi in squadra legai particolarmente con Ricky Morandotti, acquistato qualche anno dopo il mio arrivo quando in società cercarono di far fare un ulteriore salto di qualità ad un gruppo che comunque aveva già dimostrato di avere delle doti. Furono anni che mi diedero anche diverse soddisfazioni personali: oltre a vedere crescere il mio minutaggio e il mio apporto alla causa in termini di punteggio (sempre in doppia cifra dal secondo anno in poi, fino ad arrivare a 17 punti a gara nella sua ultima stagione in Veneto - nda), a partire dal ’91 entrai in pianta stabile nel giro della nazionale maggiore.

Venne poi il passaggio alla Virtus, in un momento in cui tra le due società pareva quasi esserci una specie di osmosi.

Fu una scelta perfetta. Avevo 22 anni e volevo giustamente alzare l’asticella dopo aver fatto sufficiente esperienza per ritenermi adeguato ad un contesto decisamente più ambizioso. Anche la Virtus era perfetta per me: aveva vinto la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe alcuni anni prima e quindi si era consolidata ad alto livello ma lo scudetto cominciava a mancare da troppo tempo ed era palese la volontà di tutto l’ambiente di interrompere questo prolungato digiuno. Entrai gradualmente nei meccanismi, ero un giocatore di complemento e facevo parte di una panchina importante che doveva sostenere un quintetto importante.

Beh, sarai anche stato un complemento, ma quel tiro allo scadere a Tel Aviv non era proprio da ultima ruota del carro.

Non posso negare di ricordare ancora con gioia quel momento, che mi è tornato in mente qualche tempo fa quando ho visto in partita Maccabi e Barcellona affrontarsi nello stesso palazzo di allora. I primi tre o quattro mesi mi servirono per capire quale fosse il mio ruolo e quello che potevo dare al massimo livello, e quel tiro, un tiro da due punti allo scadere preso dopo un blocco che spezzò la parità che c’era fino a quel momento e che ci fece violare il difficile campo israeliano, mi diede ulteriori certezze sul fatto che quello era un tavolo al quale potevo sedermi e dire la mia. è stato uno di quei momenti, e ne sono capitati altri per fortuna, in cui ti senti il fuoco dentro e capace di fare qualsiasi cosa. Quel campionato poi venne concluso con la vittoria dello scudetto, un giusto coronamento di una stagione disputata ad un grandissimo livello.

Fu il primo di un terzetto di scudetti, coinciso col tuo arrivo.

Eravamo una grande squadra. Danilovic giocava in maniera spettacolare ed era il leader tecnico ed emotivo ma anche noi altri, pur apparendo meno sotto i riflettori, davamo un contributo molto importante. Pure gli altri stranieri, che in quel periodo sono stati spesso cambiati da un anno all’altro e che all’opinione pubblica non parevano essere dei crack, in realtà erano molto adatti al contesto in cui dovevano evoluire. È inutile negare che Sasha fosse il leader, dentro e fuori dal campo, e mettergli a fianco delle personalità che sarebbero venute inevitabilmente in collisione con la sua sarebbe stato sbagliato. Ma non facciamo l’errore di pensare che gli altri vivessero unicamente di luce riflessa. Se penso alle facce di quelli che stavano in spogliatoio con me all’epoca non mi vengono certo in mente delle personalità di poco conto: Brunamonti, Morandotti, Coldebella, Carera, tutta gente che aveva cuore e testa per far sì che quella squadra dominasse per un triennio.

Nella tua terza stagione nacque il soprannome di Morettovic.

Successe dopo un derby in cui, essendo Danilovic assente per infortunio, dovetti prendermi delle responsabilità offensive che normalmente spettavano a lui. La Fortitudo stava inesorabilmente bruciando le tappe e ormai viaggiava da tempo nelle zone alte della classifica, noi non stavamo giocando al meglio ed eravamo privi della nostra prima punta: prima della partita ci ripromettemmo tutti di dare il massimo, cosa che facemmo, vincendo per 4 punti con un mio contributo personale di 26. Anche se a quella partita è legato uno dei miei ricordi più belli, non mi sentirei di definirla una mia vittoria personale ma quella di un gruppo solido, composto da giocatori di grande carattere all’interno del quale io avevo le mani per fare dei punti ma fu assolutamente una vittoria collettiva.

Erano gli anni in cui a Bologna c’era il club degli Orfani, una goliardata concepita da Jack Zatti che raggruppava molti fortitudini con te unico virtussino, una cosa che una parte del pubblico non apprezzò.

Mi rendo conto di aver suscitato delle polemiche e, a distanza di tempo, capisco che all’epoca qualcuno poteva avere problemi per questa cosa ma di sicuro non è mai stato un problema per me. Credo che nessuno possa dire che questo inficiasse il mio amore per la Virtus o la volontà di fare di tutto per batterli e direi che la partita che hai ricordato poc’anzi lo dimostra. Anzi, ti dirò che fra le partite che porto di più nel cuore, ci fu quel derby in cui rifilammo alla Fortitudo 41 punti di scarto, giocando come indemoniati spinti da Brunamonti che il -32 precedente l’aveva subito e voleva rifarsi per anni di sfottò. Quel club era un gruppo di amici che amavano il basket come me, questo era alla base di tutto, ma per quel +41 li ho presi in giro per un bel pezzo.

All’epoca, poiché si sapeva da tempo che Danilovic sarebbe andato a giocare oltreoceano, si diceva anche potessi essere tu la bocca di fuoco che lo avrebbe sostituito alla sua partenza.

Sarebbe stata una sostituzione piuttosto difficile. Ero giovane, in crescita e poteva anche starci un accostamento tecnico per via delle comuni capacità balistiche ma non scherziamo, Sasha era insostituibile. Anche in una società dalla grande tradizione come la Virtus, dove di campioni se ne sono avvicendati a decine, Sasha rimane un unicum, un giocatore speciale, di quelli che segnano un’epoca. Difatti, con Komazec al suo posto, che quanto al saper fare canestro non gli era certo inferiore, non fu per niente la stessa cosa.

Ma anche con quel Danilovic in Europa si faceva fatica, spesso dai caldi campi greci si ritornava con le ossa rotta, storico un -43 rimediato al Pireo. Mancava qualcosa?

Direi proprio di sì, perché in Italia dominavamo e anche quando incontravamo Real Madrid e Barcellona, che giocavano un basket molto tecnico simile al nostro, giocavamo decisamente alla pari. Però contro le greche soffrivamo. Non che ci spazzassero via, ma era evidente che ci mancava qualcosa dal punto di vista della potenza e della fisicità per giocarci le nostre carte fino in fondo al livello più alto in Europa.

Terzo anno e terzo scudetto, ma non hai potuto festeggiarlo come avresti voluto, causa il grave infortunio al tendine d’Achille.

Stavamo giocando gara2 della serie scudetto. Dopo aver vinto nettamente gara1 a Bologna, a Treviso stavamo vincendo ed era palese che, se avessimo vinto, sarebbe stato quasi impossibile per la Benetton vincerne tre di fila per ribaltare le sorti della serie. A circa 9 minuti dal termine un dolore fortissimo e vengo portato fuori a braccia dai miei compagni. È stata la prima di una delle dure prove che ho dovuto affrontare e, anche se ho sempre sentito vicini i compagni e la società, specialmente quel grandissimo uomo che è stato il Prof. Grandi, non è stata una passeggiata venirne fuori. È stato un momento molto difficile: ho sempre pensato di essere una persona abbastanza forte, che trovasse dentro di sé le forze per superare le difficoltà ed era giunto il momento di dimostrarlo per primo a me stesso. Il recupero è stato lungo ma non ho mai smesso di lottare contro quella sentenza che mi voleva come un giocatore rovinato da quell’infortunio. Sono tornato a giocare ma, anche se nel mio subconscio ho sempre pensato che sarei tornato quello di prima, col senno di poi devo dire che no, questo non è successo: ogni tanto giocavo bene come una volta, altre volte mi rendevo conto che non riuscivo ad incidere come avrei voluto. Già non ero mai stato un giocatore che facesse particolare affidamento sulle proprie doti atletiche, ma quell’incidente ha oggettivamente condizionato la mia carriera.

Un rientro certo non facilitato da una stagione in cui tutta la squadra ebbe qualche problema.

Difatti, non riuscimmo mai ad esprimerci secondo il nostro potenziale. Danilovic era andato in Nba e venne sostituito da Komazec, e inoltre Milano e la Fortitudo stavano recuperando il gap che avevano nei nostri confronti. Nessuno ci faceva sconti visto che, da vincitori degli ultimi tre titoli, tutti davano il meglio contro di noi, anche le ultime in classifica. C’era un’atmosfera da fine di un ciclo, si respirava proprio nell’aria e difatti a fine stagione cambiò tutto: Brunamonti si ritirò, Coldebella andò in Grecia e anch’io, che sentivo di non riuscire a dare alla Virtus l’apporto che volevo, sentivo il bisogno di ricominciare altrove.

Come fu l’anno in Grecia?

Non fu una scelta banale, si erano appena aperte le frontiere causa la sentenza Bosman e non si sapeva esattamente a cosa si sarebbe andati incontro. Andai al Peristeri (e non al Panionios come si legge spesso su internet – nda) e dopo un periodo iniziale di assestamento la stagione si concluse in maniera piuttosto soddisfacente, venendo eliminati in semifinale ai playoffs dal Paok. Nonostante le difficoltà e qualche sacrificio fu una gran bella esperienza, che mi aiutò a maturare. Del resto, ero stato uno dei primissimi in Italia a fare questo tipo di scelta proprio per questo.

Si dice che Ettore Messina, allora allenatore della Nazionale, si sia annotato il nome di un giovanissimo Marko Jaric sul tuo taccuino quando venne a vederti giocare. Te lo sei mai fatto pagare un caffè per questo?

Devo essere sincero, non avrei mai pensato che Marko sarebbe diventato il giocatore che abbiamo conosciuto tutti, dominante in Europa e per anni protagonista in Nba. Evidentemente non avevo l’occhio di Messina per individuare il suo talento. Aveva una grandissima forza d’animo ma anche una personalità ingombrante, alternava lampi di genio a giocate incostanti ed irrazionali. Invece è stato bravo lui a smentirmi.

A proposito di Nazionale…

Un rapporto bellissimo e lunghissimo, visto che ho cominciato ad indossare la canotta azzurra fin dalla categoria cadetti. Nella maggiore esordii nel ’91: ho giocato oltre 80 partite, ho preso parte a 2 campionati Europei, un Under22 e i Goodwill Games. Il ricordo più bello ovviamente è legato alla medaglia d’argento conquistata nel ’97 in Spagna. Quella squadra aveva una gran chimica ed era allenata da un grande uomo.

Dopo quella bella esperienza in azzurro, il ritorno in Italia, ma sulla sponda cittadina opposta

Ero reduce da un buon campionato Europeo in cui Ettore mi aveva ritagliato un ruolo diverso da quello che avevo quando mi allenava, più da tiratore specializzato, in particolare contro la zona, che aveva dato i suoi frutti. Dopo l’anno in Grecia volevo rientrare nel basket europeo che contava e non nascondo di aver a lungo sperato che Messina mi rivolesse una volta rientrato sulla panchina bianconera. Ma questo non successe: fu una scelta comprensibile e quindi accettai l’offerta della Fortitudo, che mi prospettava proprio lo stesso ruolo che ebbi in Nazionale. Tentennai un po’, sapevo cosa avrebbe comportato a livello cittadino ma poi alla fine prevalse la voglia di tornare ad un basket di alto livello. Poi mi feci coraggio quando nella stessa estate Frosini fece lo stesso tipo di scelta, a maglie invertite.

Era uno squadrone quella Teamsystem, che apparentemente non aveva nulla da invidiare alla Virtus. Eppure le cose andarono diversamente.

Sicuramente il talento individuale era largamente distribuito, tra Myers, Wilkins, Rivers, Fucka e Galanda avevamo un arsenale mica da ridere benché la chimica fosse tutt’altro che perfetta. C’erano degli equilibri difficili da gestire e anche delle piccole cose da curare che non venivano curate perché si pensava che il talento sarebbe bastato. Per metà stagione giocammo al livello della Virtus ma nel momento topico vennero fuori i problemi. Una squadra vera sa come si fanno certe cose in certi momenti e non le sbaglia. Sono i dettagli che fanno la differenza e non sono cose che si improvvisano: se non hai cercato di capire come gestirle, quando capita il momento fatidico poi le sbagli. È una differenza sottile come un foglio di carta velina, ma è stata quella cosa che ha reso tanto difficile per la Fortitudo fare quello step in più che l’ha portata, dopo tanti anni di tentativi, a vincere lo scudetto.

L’anno seguente hai cambiato squadra a stagione iniziata.

In realtà appena finita gara5 con la sconfitta già sapevo che la mia esperienza in Fortitudo era giunta al capolinea. Difatti quell’estate seguì l’ennesima epurazione che seguiva le sconfitte: via Galanda che poi andò a vincere lo scudetto a Varese, via giocatori come Attruia e Vidili. Se non cominciai subito altrove fu unicamente perché avevo un contratto importante e quindi dovetti aspettare che si creassero le condizioni per la mia partenza. Approdai quindi a Siena e fu per me un ritorno nella mia terra, gradito anche per ovvi motivi logistici. Era comunque una Siena ancora molto diversa da quella attuale: era ancora una classica provinciale, non era ancora arrivato Ataman e con lui l’inversione di rotta a livello societario. Io arrivai che l’allenatore Luca Dalmonte era stato appena esonerato e l’ambiente non era dei più tranquilli visto che si era ultimi in classifica. Ma il mio arrivo, e poco dopo anche quello, molto importante, di Sandro Dell’Agnello, assieme alla solidità di Jimmy Oliver, furono importanti per riprendere il discorso del gioco e alla fine riuscimmo ad andare ai play offs.

Poi scendesti in Serie A2, dove viaggiavi a 20 punti di media e venisti eletto Miglior Giocatore del campionato.

Fu una grande annata. Ritrovai l’equilibrio interiore che da un po’ mi mancava, mi godevo il mio primo figlio e in più vivevo in un posto molto bello e tranquillo come Roseto. La squadra era stata allestita senza nessuna velleità, ma ciò nonostante ingranammo subito, io trovai la mia dimensione e finimmo col conquistare abbastanza inaspettatamente la Serie A1. Ricevetti anche un’offerta da Varese, che l’anno prima aveva vinto lo scudetto, che doveva sostituire Wucherer. Sarei potuto rientrare al livello più alto ma scelsi di rimanere a Roseto. Poi un altro infortunio pesante, che mi fece terminare anzitempo la stagione: stavolta la rottura dei legamenti crociati.

Di nuovo una sfortuna, ma quella peggiore doveva ancora capitarti.

Tornai a lavorare forte col Prof. Grandi e feci tutta la preparazione quando ad ottobre mi dissero della leucemia. Questa malattia mi fermò per quella stagione e non solo, più avanti si ripresentò in forma più complessa e dovetti curarmi in maniera adeguata.

Una serie di sfortune che avrebbero stroncato un toro. Al pensiero, provavi sentimenti di rancore verso il destino che si accaniva su di te o invece prevaleva l’approccio positivo?

Decisamente l’approccio positivo. Anche quando mi sono trovato di fronte al baratro o comunque in un tunnel buio e la luce la vedevo ancora lontanissima, non ho mai pensato che non avrei potuto uscirne. Ma soprattutto non ho mai pensato che potesse rappresentare la fine di tutto, bastava saper volgere lo sguardo altrove rispetto a dove l’avevo sempre indirizzato e potevo vedere che si aprivano delle porte che davano accesso ad altre situazioni, sicuramente sconosciute e da affrontare, ma non era la fine. La vicinanza dei miei cari è stata fondamentale nel sapere individuare quelle porte aperte.

Uscito dal basket giocato, come è stato rientrare con altri compiti?

A dire il vero non lo sapevo neanche io quello che volevo fare, se l’allenatore, il dirigente o qualcos’altro. Era uno di quei periodi in cui mi si era da poco chiusa una porta e ne stavo cercando un’altra aperta che mi desse lo stesso piacere che mi dava giocare. Ho iniziato ad allenare nel settore giovanile della Virtus Siena nel tentativo di trovare la mia strada e poi ho scoperto che quello mi piaceva di più era allenare una squadra adulta e quindi presi quella direzione.

Cosa ti ha aiutato di più del tuo passato di giocatore: l’essere stato allenato da grandi coach o l’essere stato un giocatore con una buona visione di gioco, al punto che nonostante la tua statura sei stato sperimentato anche come playmaker?

In realtà se ho giocato playmaker è stato solo per far fronte ad esigenze temporanee, quello è un ruolo che o nasci così o lo diventi dopo una vita, anche se è vero che avere avuto una buona tecnica e una buona visione di gioco sono cose che mi vengono utili anche adesso che sto seduto in panchina. Sicuramente aver avuto fiori di allenatori mi ha aiutato perché ho potuto imparare da alcuni fra i migliori dell’epoca in cui ho giocato.

Come definiresti la tua carriera da allenatore finora?

Equilibrata. Nel senso che non ho mai voluto fare il passo più lungo della gamba, ho sempre cercato e trovato situazioni in cui ero certo di poter dare qualcosa. Le importanti esperienze che ho potuto accumulare finora le ritengo adeguate alle mie capacità visto che mi ritengo ancora un allenatore in divenire, che non ha ancora completato la sua maturazione. Ogni allenatore deve fare un suo percorso, io mi ritengo abbastanza un autodidatta e la mia esperienza la sto facendo sul campo.

Il prossimo passo sarà allenare ad un livello più alto, chessò, alla Virtus per esempio…

È una cosa che vedo ancora piuttosto lontana. Il difficile viene quando si devono gestire situazioni, dentro e fuori dal campo, complesse e delicate: lì si vede quando un allenatore è veramente bravo. Però anche allenare in ambienti minori ha le sue difficoltà, con una quotidianità più complicata da far funzionare. Diciamo che i problemi ci sono ugualmente, solo che sono di tipo diverso, apparentemente più banali ma non per questo meno importante è la loro soluzione.

 

Moretti marcato stretto

PAOLO MORETTI

di Marco Tarozzi - Basket&Basket - Novembre 1994

 

Sarà difficile da dimenticarla, quella domenica. Sarà difficile anche per lui, che non è certo il tipo che vive di ricordi. Doveva essere un pomeriggio dannatamente complicato per la Buckler. Una corsa in salita, il derby numero quarantasei da giocare senza il signor Sasha Danilovic. Problemino da non dormirci la notte. Invece ci ha pensato lui, ci ha pensato Paolo Moretti da Arezzo, a trasformare ogni pallone, ogni giocata in oro puro. Tabellino alla mano: minuti giocati 35, punti segnati 26. Sei su nove nel tiro da due, 14 su 16 ai liberi. Un incubo per la difesa Fortitudo, caricata di falli e giustiziata dalla lunetta. Il Genio è tra noi, così semplice e tranquillo da sembrare quasi uno come gli altri.

"Mi sentivo bene, ecco tutto. Così, mi è sembrato naturale prendere qualche responsabilità". Tutto qui. Paolo usciva dagli spogliatoi, quella sera, e prendeva la strada di casa con passo di sempre. Non era una sera qualunque, e lui faceva di tutto perché lo diventasse. è passato un bel po' di tempo, ma non ripartiamo da lì. Dal giorno in cui Moretti giocò a fare Danilovic. Anzi. "Non è vero che Danilovic vale mezza Virtus. Vedete? Moretti oggi è stato più di Danilovic...". Parole del grande serbo, parole dette col cuore. Alla fine del derby numero quarantasei, il trentesimo conquistato dalla Virtus. Che resterà nel cuore di Paolo Moretti, potete giurarci. Anche se lui non ve lo verrà mai a ricordare.

"Sarei un bugiardo se non ammettessi di aver provato una sensazione meravigliosa. Lo so, noi diciamo sempre che il derby è una partita come le altre, ma poi è naturale che ci si senta tutti molto presi, molto coinvolti. Io ho fatto la mia parte, credo di essermi fatto trovare pronto, tutto qui. Però insisto, sbaglia chi dice che Buckler-Filodoro l'ha risolta Moretti. è stata una grande prova di squadra. In questi casi, conta la condizione, la concentrazione, la fortuna. Anche la fortuna, certo. Noi abbiamo trovato la combinazione giusta, e abbiamo vinto. Abbiamo reagito con grande orgoglio ad un primo tempo giocato in salita. E piano piano abbiamo dimenticato tutti i problemi: l'assenza di Sasha, i problemi fisici di Carera, tutto quanto. è vero, io mi sono trovato a fare cose decisive. Mi sono preso le mie responsabilità, tutto qui, e mi è andata bene".

Scusate tanto se parliamo ancora del derby. Ci serve per capire Paolo Moretti. Un uomo tranquillo, concreto. Che crede in quello che fa e cerca di farlo nel migliore dei modi. Senza parlarne troppo, comunque. Uno giusto.

Esempio. Si è parlato mille e mille volte della storia degli orfani. Uscita fuori puntuale alla vigilia del derby. "Ma sì, uscita perché faceva notizia. Ma come, uno che gioca nella Virtus è iscritto a un club di chiaro stampo fortitudino? Com'è possibile? Rispondo. è possibile, possibilissimo. Il club è un'idea di Giacomo Zatti, si chiama "degli Orfani" proprio perché lui un giorno fu costretto a lasciare la Fortitudo e gli sembrò di gettare una famiglia nello sconforto. Nel gruppo ci sono Pellacani, Aldi, Ragazzi, Attruia, Rossi, Albertazzi, Dallamora, solo per fare qualche nome. E c'è anche il sottoscritto perché io con questi ragazzi sto davvero bene. Siamo legatissimi, ci piace stare insieme, a mangiare, bere, parlare di basket. è un'amicizia vera, ci lega e ci unisce questo nostro magnifico mestiere e non mi importa se uno gioca per la Virtus, per la Fortitudo o chissà quale altra squadra... Sappiamo tutti qual è il nostro ruolo sul parquet, lì ci comportiamo da avversari. Ma fuori dal campo ci sono altri valori".

Dal derby, e dal campionato, escono occasioni di riflessioni. è cambiato il senso della sfida. Questa volta era uno scontro tra protagoniste. Perché mai come quest'anno Bologna sta nell'anima e nel cuore del campionato. Città regale, città padrona.

"Vero, la realtà è esattamente questa. Bologna è la regina del basket. Da una parte ci siamo noi, ovvero una squadra che da due anni vince e convince. Dall'altra c'è un gruppo che giorno dopo giorno cresce, acquista importanza, si carica di esperienza e di sicurezza. Buckler e Filodoro, insieme, fanno grande il basket italiano. E diventano un caso, in una nazione in cui tante società piene di storia sono costrette a ridimensionarsi, a indebolirsi. Bologna è in piena salute, va avanti per la sua strada e viaggia a gran velocità verso il futuro. In questo caso, c'è una bandiera unica. Perché qui ci sono due squadre che hanno gli stessi interessi, le stesse ambizioni e intorno a noi cresce l'interesse, la passione, l'amore della gente. Intorno a noi cresce e si sviluppa la pallacanestro, e questo è il risultato più importante, alla fine dei conti".

La Buckler che vince ha un anno di più. Il tricolore è sempre lì, cucito sulla canotta in alto a sinistra, all'altezza del cuore. Due scudetti di fila, è stata una bella impresa. Ma nessuno si sente appagato, in questo gruppo vincente. La corsa continua, guai a interrompere il ciclo. E poi, c'è da conquistare anche l'Europa...

"Cosa è cambiato? Poco o nulla, gli obiettivi sono quelli di sempre. Il gruppo è compatto, solido, proprio come un anno fa. è la nostra forza, il gruppo. Certo, abbiamo tutti un anno di basket in più sulle spalle, e ripetersi adesso è ancora più difficile. Siamo la squadra da battere, e allora ogni partita diventa una battaglia, e qualche volta può scapparci anche la prestazione sottotono. Ma non siamo noi a perdere colpi, sono gli altri che quando ci trovano sul loro cammino scendono in campo per fare la partita della vita. è sempre più dura, la salita, ma in fondo noi non siamo fatti per le cose semplice".

Un ragazzo tranquillo, Paolo Moretti. Nella vita, sul campo. Forse è per questo che gli riescono cose che ad altri non riuscirebbero, forse è tutto qui il segreto della sua lucidità, della sua concretezza. Innamorato della musica, dei grandi western, della auto veloci e del tennis. Una vita privata da difendere coi denti, amicizie giuste da coltivare. Da quella domenica di fine ottobre, per la gente è semplicemente l'uomo che ha risolto il derby. Qualcuno ha iniziato a chiamarlo "Morettovic". Paolo sorride, scuote la testa e sorride. Si è fatto trovare pronto, tutto qui. In fondo è il suo mestiere. Vallo a spiegare ai tifosi.

 

MORETTI, LA SERENITÀ DELLA VITTORIA

Come sta Paolo? "Tranquillo. I compagni vanno forte e io posso lavorare con calma"
di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 10/01/1995
 

Della salute ne riparleremo tra qualche giorno. Paolino Moretti, intanto è il ritratto della serenità. È fuori combattimento da un paio di settimane - la pubalgia l'ha messo definitivamente ko - non sa ancora quando potrà rientrare, e si allena con scrupolo, da solo o con il preparatore atletico bianconero, Renzo Colombini. Il giocatore della Buckler prova dolore negli spostamenti laterali, così sta affrontando un lavoro specifico, per non perdere il tono muscolare e farsi trovare pronto tra 15 giorni (?), perché Bucci lo attende a braccia aperte.

Scusi Moretti, ma adesso come si sente?

"La situazione è stazionaria (ieri è stata fatta una seconda risonanza magnetica ndr). Non mi lamento, anche se non so ancora quando potrò rientrare".

Dica la verità: è un po' abbattuto?

"No, assolutamente. Sono sereno, perché i miei compagni, con le loro vittorie, mi trasmettono proprio questa sensazione. Sarebbe molto peggio se fossimo incappati in qualche battuta d'arresto. In quel caso ci sarebbe la pressione, dei tifosi s'intende, per un mio ritorno. Invece posso lavorare con calma e la domenica godere dello spettacolo offerto dalla Virtus.

La Buckler che ha ripreso a guidare la classifica in perfetta solitudine.

"È vero, siamo primi, ma credetemi, i proclami non servono. Tutti in questo periodo hanno avuto dei problemi. Noi ne stiamo approfittando".

Anche voi, però, con i vostri acciacchi e infortuni non scherzate.

"Siamo stati bravi a stringere i denti, nonostante i tre passi falsi casalinghi, ma la stagione è talmente lunga che non possiamo cullare illusioni. Dobbiamo continuare a vivere alla giornata".

Qual è il segreto di questa Buckler?

"C'è ua costante nelle ultime vittorie. La capacità dei singoli e della squadra di reagire nei momenti peggiori. A turno, nonostante gli infortuni e i malanni, i miei compagni si sono sacrificati. È un elenco lunghissimo, Danilovic, Coldebella, Carera, Brunamonti, Abbio, Morandotti, Binelli, tutti hanno stretto i denti e adesso siamo in testa al campionato".

Ne ha dimenticato uno. Lei, che a più riprese è stato elogiato da Bucci, per lo spirito di sacrificio. Ma non era lei, si diceva in giro, ad estraniarsi nei momenti più infuocati?

"È una situazione normale, che fa parte del gioco e io l'accetto, anche se magari non sono d'accordo. Sono gli stereotipi e gli aggettivi che si creano intorno a una persona. Se dovessi indicare tutti i nomignoli che mi hanno affibbiato in sette anni di basket ad alto livello faremmo notte. Vado avanti per la mia strada, accettando le critiche di tutti, ma sapendo quello che valgo".

Come giudicherebbe Moretti?

"Uno che si mette a disposizione del gruppo, dei compagni. È una cosa che ho sperimentato sulla mia pelle, se giochi bene ma la tua squadra non vince non rimane assolutamente nulla. È proprio per questo che la Buckler punta sul  collettivo, sulla forza dei suoi elementi, che hanno dato vita a un gruppo solido e rodato".

Il suo ricordo più bello.

"Ce ne sono tanti. Ma scelgo l'ultima partita-scudetto contro la Scavolini. Dentro quella sfida c'erano tensioni, legate ai precedenti di Pesaro. Ma dentro avevamo una carica tale che ci ha permesso di vincere il titolo".

Il più brutto

"Giocavo a Verona, la nostra permanenza in A1 era legata al risultato di Fabriano a Trapani. Rimanemmo negli spogliatoi dieci minuti con le orecchie incollate alle radioline. Vinse Fabriano e noi retrocedemmo anche se avevo giocato bene. Capito il messaggio?".

 

PAOLO MORETTI, PROTAGONISTA SFORTUNATO SARA' DI NUOVO IN CAMPO SOLO A INIZIO '96

di Roberto Gotta - Superbasket 16/22 maggio 1995

 

Nella stagione degli infortuni, l'ultimo, grave, è capitato a Paolo Moretti. La guardia della Buckler si è accasciata sul parquet del Palaverde dopo 30'06'' di gara2: dopo gli accertamenti, è stata riscontrata la "disinserzione completa della giunzione miotendinea achillea". è stato operato dal Prof. Lelli, che ha descritto l'infortunio come "il peggiore che abbia mai visto". I tempi previsti sono, pare, 6-7 mesi, ma per precauzione bisogna allungarli di almeno 60 giorni vista la gravità dell'infortunio. Un incidente così, per un ragazzo di 25 anni, è un po', fatti i dovuti paragoni, come una bocciatura inattesa, un licenziamento, il decesso di un parente: arriva in tutta la sua freddezza, ti scortica delle tue sicurezze, ti scaraventa in un fossato dal quale si vede il cielo e non l'orizzonte, spazzate via le sciocchezze che per abitudine paiono cruciali.

È un brutto colpo - dice Paolo -. Certe cose si capiscono solo quando capitano, puoi anche andare a trovare i compagni che hanno avuto infortuni, ma non comprendi finché non lo provi su di te". E bisogna gettare il dolore nel setaccio, scuoterlo finché non scorre e ne restano solo elementi positivi. Moretti ci prova. "Sì, un po' per mia indole, un po' perché è necessario, cerco di trovare il lato positivo di quanto mi è successo. Per fare un paragone, Sandro Boni per una cosa così ha perso tutta la stagione, io al massimo qualche mese della prossima. E poi mi dà fiducia il fatto di essere giovane, di avere una struttura elastica. E quando sarà il momento di tornare, non starò certo a preoccuparmi per un mese o una settimana in più.

Scudetto visto da dentro, un attimo dopo da fuori: stessa festa?

I festeggiamenti durano giorni, ma la vera soddisfazione è vivere l'intera stagione, partecipare dell'atmosfera dello spogliatoio, delle trasferte. Dei tre titoli, questo è stato il più duro perché c'erano molte squadre che potevano vincere. La festa per me non è stata completa per via dell'infortunio, ma la gioia è più grande degli altri anni perché stavolta il mio ruolo è stato più evidente, ho avuto più responsabilità e sono stato più contento. Credo di avere giocato bene, sia Bucci sia Messina in Nazionale col tempo mi hanno dato maggior fiducia.

Confermano le cifre: 25 partenze in quintetto, 28' di gioco, 13 punti con il 51,4% da due e il 45,7% da tre, 2,4 rimbalzi, 1,3 assist. Ma nel successo Buckler non ci sono solo le cifre, senza anima. Bucci ha affermato che dopo il -43 di Atene la squadra era stata così vituperata da trovare la forza di reagire. Giusto?

La differenza sostanziale tra noi e la Benetton è stata che loro, dopo avere vinto due coppe, potevano trasformare la stagione da ottima a stellare, noi dovevamo renderla da sufficiente che era, ottima.

Domanda secca: perché avete vinto?

Perché abbiamo limitato al massimo la loro pericolosità sui giochi a due, specialità Benetton che ci preoccupava un po'. E in attacco, abbiamo saputo adattarci: in gara1 ho tirato solo sette volte, perché Binion stava facendo una grande partita.

E Danilovic, angelo e diavolo...

Non ricordo un giocatore che abbia avuto un impatto così nel campionato. Ogni volta che abbiamo avuto bisogno di un leader lui si è fatto avanti.

Certi atteggiamenti però, tipo il silenzio stampa, non lo hanno reso simpatico a tutti...

Probabilmente ha cercato di crearsi un'immagine di uomo perfetto, magari antipatico, ma sono cose che riguardano solo lui, perché il suo rendimento...

Questione palasport-Casalecchio: ha toccato anche voi giocatori?

Sì, abbiamo condiviso la decisione di rimanere in Piazza Azzarita, anche per cabala (?!, ndr), visto che a Casalecchio abbiamo sempre perso e la Benetton sempre vinto. Avremmo giocato due partite in trasferta e tre in campo neutro...

I suoi programmi a breve termine?

Torno ad Arezzo, starò là fino a metà giugno. Poi verrò a Bologna per togliere il gesso fino all'inguine che ho, e che permette al tendine di riformarsi, e sostituirlo con un gambaletto che mi farà muovere normalmente. Ci guadagna mia madre, che è strafelice perché da anni non riusciva ad avermi vicino il giorno del mio compleanno, il 30 giugno, visto che ero sempre via con qualche nazionale...

Moretti con The Chief (foto tratta da www.roseto.com)

PAOLO MORETTI CONTRO RICCARDO PITTIS

di Pietro Colnago - Giganti del Basket - Giugno 1995

 

Un grande conoscitore dell'umanità come Jack Kerouac ripeteva spesso che: "Un uomo vero si distingue da un uomo falso per il gusto che prova a prendersi in giro". Insomma, se uno sa quante vale veramente, sa anche che non ha bisogno di alcun attestato di stima o ammirazione che arriva dall'esterno: gli basta guardarsi allo specchio per capire chi è. Questa premessa per chiarire fin dall'inizio che i due protagonisti del nostro duello, quello che ha caratterizzato fin dalla prima partita la serie finale dello scudetto tra Buckler e Benetton, Paolo Moretti e Riccardo Pittis, sono "uomini veri". Veri perché, al di là del loro valore oggettivo, non hanno bisogno dei riflettori oppure delle prime pagine sui giornali per capire come e quanto sono utili alle loro squadre, veri perché hanno la grande qualità di sapersi adeguare alle situazioni esterne trovando sempre la maniera giusta per risolvere situazioni pericolose. Insomma, pur giocando in grandi squadre zeppe di grandi campioni, pur essendo loro stessi dei campioni, sia Moretti che Pittis non hanno problemi a vestire la tuta degli operai per dare un contributo molto spesso vincente ai rispettivi quintetti. Avversari in campionato, Moretti e Pittis si sono trovati, nel corso di questa serie finale, almeno fino a quando i due sono stati in campo, a coprire "buchi" che non erano propriamente riferiti al loro ruolo tattico: da playmaker a guardia, da ala a secondo lungo. Insomma, la duttilità dei personaggi in questione è stata comunque una sicurezza per i loro coach almeno fino a quando, a poco più di 9 minuti dalla fine di gara2 a Treviso, il tendine d'Achille di Paolo Moretti ha fatto crack facendolo urlare di dolore e consegnandolo direttamente alla sala operatoria, privandolo così anche della soddisfazione di vestire la maglia azzurra. Maglia azzurra che invece dovrebbe venire consegnata a Pittis.

ATTACCO. Le caratteristiche fisiche dei due sono diverse, così come, di solito sono diversi i ruoli in campo. Molto più guardia il Paolino della Buckler, molto più ala il Ricky della Benetton. Al primo va ascritta una miglior precisione dal tiro dalla lunga distanza (45,7% contro il 36,7% del trevigiano) e dalla linea del tiro libero (85,4% contro 71,6%) ma questo è dovuto soprattutto all'abitudine e alle diverse filosofie di gioco. Con Danilovic marcato stretto da tutte le difese, lo spazio per il tiro piazzato di Moretti (ma anche quello di Coldebella o Brunamonti) è sicuramente più ampio, mentre nella Benetton la continua serie di giochi a due serve soprattutto per mettere in condizione Rusconi di esprimere il suo potenziale vicino a canestro e a Naumoski di battere in uno contro uno il proprio avversario. Moretti è poi un abile "gestore del gioco", capace di giocare con il suo avversario diretto sul perimetro per poter poi scaricare il suo tiro in sospensione, Pittis invece è un frequentatore più assiduo delle aree dei tre secondi: la sua maggiore esplosività e la sua prestanza fisica (oltre a qualche centimetro in più) gli consentono di avvicinarsi al canestro e sfidare i tentacoli dei lunghi avversari. è anche per questo motivo che le sue percentuali da due punti sono migliori di quelle del "collega" (56,7% contro 51,4%). A campo aperto sono entrambi dei fuoriclasse: sanno prendere il ritmo all'avversario, sanno batterlo con entrambe le mani (Pittis è nato playmaker nelle giovanili di Milano) e sanno anche servire i compagni appostati in posizione migliore: poco conta se le conclusioni in contropiede di Pittis sono tutte delle potenti schiacciate e quelle di Moretti delle eleganti "hesitation": il risultato è lo stesso. Con la palla in mano forse Pittis ha più possibilità di conclusione ma, se da una parte gli assist (82 per Ricky, 41 per Paolo) danno ragione al trevigiano, dall'altra parte le palle perse (57 per il bianconero, 73 per il biancoverde) sono sinonimo di maggior controllo e sicurezza da parte del "jolly" di Bucci. Chi è meglio? Moretti.

DIFESA. A questa voce la differenza in favore di Pittis, è data dalla fisicità e dall'atleticità. Fin dagli inizi Riccardo è sempre stato abituato a sfruttare la sua maggiore altezza nei confronti dei suoi pari ruolo avvicinandosi al canestro e andando a rimbalzo, ed anche oggi questa differenza si nota, eccome: 153 palloni recuperati sotto da Pittis, 71 da Moretti, più abituato a correre in contropiede invece che avvicinarsi alla propria area. Anche nella zona centrale del campo le lunghe braccia di Pittis mettono in continua agitazione gli avversari diretti e non e la sua capacità di scattare sulla linea del passaggio gli consentono di recuperare parecchi palloni che poi vengono trasformati immancabilmente in altrettanti contropiedi, la difesa di Moretti invece è più statica e meno brillante, anche se il suo senso della posizione però lo aiuta molto in situazioni delicate (101 recuperi dal trevigiani, 38 per il bolognese). Con il tempo Moretti si è anche costruito un discreto fisico che gli consente (come del resto Pittis) di marcare i playmaker avversari come le guardie, le ali come i secondi lunghi. Chi è meglio? Pittis.

LEADERSHIP. La conclusione non può che essere una: sia Buckler che Benetton non possono fare a meno della presenza in campo dei nostri due personaggi quando la partita deve prendere una svolta. Non bastano i Danilovic e i Woolridge, non bastano i Coldebella e i Rusconi, la leadership di Moretti e Pittis è di quelle "silenziose", non appariscenti ma molto spesso decisive: l'esperienza dettata da mille partite importanti giocate, dei molti successi ottenuti, li porta automaticamente ad essere considerati dei punti di riferimento insostituibili, soprattutto quando la partita deve essere vinta e i compagni hanno i polsi che tremano. E questo sia D'Antoni che Bucci,i loro allenatori, lo sanno benissimo. Chi è meglio. Tutti e due.

 

L'ALTRA FACCIA DELLA LUNA

tratto da "3 volte Virtus" di Werther Pedrazzi

 

...

Scorreva il trentunesimo minuto della seconda partita di finale tra la Buckler e la Benetton, il 9 maggio 1995 a Treviso. Mancavano nove minuti al canto della sirena finale, ed in cuor suo cantava e ballava anche Paolo Moretti, vedendo avvicinarsi il terzo scudetto consecutivo. Tre anni, tre vittorie a Bologna. Chi più di lui era contento? Guai agli uomini troppo felici: attirano i fulmini degli dei invidiosi. Un lampo accecante che lo atterra. Un tendine è saltato. Paolo, chissà cos'ha pensato.

Un dolore impressionante mi occupava tutta la mente, il cervello ce lo avevo tra i denti, per non urlare. Soltanto il ghiaccio, congelando pian piano quel bruciore, ha incominciato a liberarmi anche la mente. Allora mi filava in testa tutto quello che potevo perdere. Io però lo riferivo a un breve tempo: perderò l'estate. Mi dicevo.

Invece era l'ingresso di un lungo tunnel del tormento, da cui è finalmente uscito, rimettendo piede sul campo, soltanto il 10 di novembre.

Due volte ho anche pianto. La prima nello spogliatoio, con tutti i compagni attorno che mi dedicavano la vittoria e qualche avversario a consolarmi, sono venuti Pittis, Rusconi, ragazzi e Iacopini: in quel  momento non ho retto all'emozione. La seconda volta ho pianto di paura. Dopo poche ore, alle nove di sera, ancora mezzo addormentato sul lettino della sala operatoria di Villa Verde dove ero stato immediatamente operato. Ho chiesto al professor Lelli: come è andata? Benissimo. Ha risposto. Dimmi dottore, per quanto dovrò penare? Per otto o dieci mesi. Fu la sua risposta. Quando vide spuntare le lacrime nei miei occhi ancora imbambolati per l'anestesia, il professor Lelli aggiunse al volo una battuta: sì, ma per schiacciare. Fuori dalla sala operatoria c'era Flavio ad aspettarmi e quando ha visto che le infermiere non ce la facevano a trasbordarmi dal lettino, ero anche tremendamente zavorrato da un enorme gambone ingessato, Carerone mi ha preso in braccio, lui, sollevandomi come niente fosse. Flavio è quello che mi è stato più vicino.

La sera dopo, a meno di 24 ore dall'intervento, Moretti entrava nel Palazzo poco prima che iniziasse l'ultima partita. Al comparire del suo volto terreo, quasi livido di sofferenza, prima si fermò il fiato della gente, poi esplose in un boato.

Ci volli andare ad ogni costo, forse solo per egoismo. Volevo esserci anch'io, quello scudetto era anche un poco mio.

Quelli peggiori sono sempre i giorni dell'incertezza.

Ad agosto la palestra Lodi era chiusa, eravamo in giro solo io e il professor Grandi come due disperati... Quanto mi ha aiutato il professore, avendo orecchie solo per il mio dolore... Il momento più brutto, però, venne a settembre. Avevo ripreso ad allenarmi coi cadetti ed ero disorientato: madonna, come ho disimparato! Contemporaneamente anche i miei compagni avevano ripreso a giocare, e questo era il vero dramma: fino a quando la squadra era ferma mi era sembrato di non perdere niente... Quando stavo bene, se l'allenamento era alle 16 mi bastava arrivare alle 15:58, adesso sono sempre lì minimo quaranta minuti prima.

 

Moretti infortunato al tendine d'Achille durante la serie scudetto 1994/95 contro Treviso

MORETTI, FELICE DI AVERE IL FIATONE

Paolo ha esordito a Imola: 21 punti e 4 bombe nelle due partite. "Sono stanchissimo, ma è stato fantastico correre, sentire Bucci, cercare di battere l'avversario"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 12/11/1995

 

È rimasto in campo per 30 minuti, lasciando ad avversari e tifosi il consueto biglietto da visita: 21 punti (11 nella prima, 10 nella seconda), con quattro bombe (o meglio missili, a giudicare dalla distanza dalla quale li scaglia) a bersaglio, Paolino Moretti è tornato e lo ha fatto nel migliore dei modi anche se dopo cinque minuti di gioco aveva già fatto il fiatone. Bucci, dopo il secondo posto conquistato al torneo di Imola, ha dato due giorni di riposo ai ragazzi. Paolo ne ha subito approfittato per raggiungere Arezzo, ritemprarsi nella campagna toscana e raccontare ai genitori che lui non è cambiato. È ancora un giocatore di basket, presto tornerà a essere tra i migliori.

Allora come è andata?

"Benissimo, ho giocato tanto senza accusare nessun tipo di problema. Nessun dolore alla schiena né tantomeno al ginocchio. Ma soprattutto nessun problema col tendine. Sono proprio contento, anche se...".

Anche se?

"Sono stanchissimo. Non ce la faccio più. Ma è normale, e poi ho giocato tanto".

Cosa ha provato quando ha indossato la casacca numero 9?

" È stato bello. Ho ripreso il mio posto, senza portar via niente a nessuno, sia chiaro. Una sensazione stranissima".

Cioè?

"Ho rivisto come in un film...".

La sua carriera?

"Non esageriamo. Una serie di flash mi hanno riportato con la mente a sei mesi prima. All'infortunio, a quel dolore lancinante e alla paura che fosse qualcosa di molto serio".

A Imola, invece, ha ritrovato i suoi compagni.

"Mi sono stati vicino, mi hanno dato soprattutto fiducia. Devo essere grato soprattutto a Bucci, perché mi ha messo subito nel quintetto di partenza".

In fondo quel posto era suo.

"Ma no, non credo che l'idea di Alberto sia stata quella, anche perché passerà altro tempo prima di ritrovare un posto in quintetto. Mi ha gettato subito nella mischia perché in questo modo non ho avuto tempo di avere paura. Mi sono immediatamente sentito coinvolto".

E poi?

"Giocavo e pensavo. È stato incredibile. Risentire la voce del coach durante i time out, correre su giù per il campo, con l'avversario di fianco che ti marca, che cerca di ostacolarti. Situazioni che ho vissuto migliaia di volte ma che, l'altra sera, avevano un fascino particolare. Mi pareva tutto nuovo".

Tutto nuovo, ma il vizietto di far canestro non l'ha mica perso in tutti questi mesi.

"Lascio ad altri il giudizio tecnico sulla mia partita. Ho fatto tantissimi errori. Ma sono sceso in campo per avere una certa risposta. Gli errori tecnici, le palle perse, i rimbalzi che non ho conquistato sono aspetti marginali. Il torneo di Imola doveva dare a me e alla Virtus altre indicazioni".

Quali?

"Adesso lo posso dire: sono ancora un giocatore di basket e con un po' di pazienza tornerò a essere quello di prima. Magari anche meglio".

SUBITO MORETTI DOPO LA SOFFERENZA

di Walter Fuochi – La Repubblica – 20/11/1995

 

Cinquemilasettecento volantini con il suo nome, il suo numero e la sua maglia, da sventolare insieme alla chiamata dello speaker, dai 5.700 sedili del ridipinto PalAzzarita, non saranno il ricordo più bello di Paolo Moretti, tornato ai canestri, cioè alla vita, 193 giorni dopo il crack di Treviso. Non è stato, il suo, un rientro romantico, da grande convalescente, tanto per agitare i fazzoletti: Moretti ha invece schiantato la partita, giocando da migliore della Buckler nei 5 minuti della peggior Buckler. La ‘bomba’del 71-67, quella del 77-71, esalata in un tuffo alla Di Biasi, sono stati l’antica abitudine rilucidata nel momento più adatto, e soprattutto il timbro sul match che Varese, anche sotto 40’ su 40’, non aveva mai mollato. E sono state un premio al coraggio di Bucci di trattarlo come un giocatore ‘normale’. Nel primo tempo infatti, quello dei dominii tranquilli, il rodaggio di Paolino aveva pure sopportato che Vescovi infierisse sulla sua desuetudine agonistica con 5 canestri filati. Ma nella ripresa, smarrita la sicurezza di Komazec e mai trovata quella di Woolridge, allentato il morso difensivo, la Virtus ha chiesto l’obolo a tutti. E Moretti, appunto, 8 punti in 13’, 2/4 al tiro pesante, 2/4 in lunetta, ha versato quello più ricco. Rafforzando, in fondo, la solita morale: quelli della Buckler sono tanti, e per sfilarli dal primo posto in classifica andranno abbattuti tutti. Da ieri, in più, c’è Moretti, "uno dei primi 5 giocatori italiani - ha detto Bucci in spogliatoio -, anche se, quand’era fermo, abbiamo preferito non citarlo mai, perché era giusto aspettarlo così". Bologna ha superato Varese con una partita a strappi, a momenti bella, a momenti fiacca, mai dilagante: anche per merito della Cagiva, che le ha opposto tenacia collettiva, la vena eccellente di Vescovi (9/16, non indigesto solo per Moretti), l’anima forte di Meneghin (5/11) e, purtroppo per lei, le giocate lunatiche di Petruska e Edwards: il ceco è finito fuori a 8’ dalla fine con un tecnico per proteste (peccato mortale, sul 68-65), l’altro s’è svegliato tardi e s’è rimesso a dormire nel finale (5/10). La Buckler è stata subito padrona della sua bomboniera, ritrovata dopo i 5 miliardi spesi dal Comune in restauri. Soffocava in difesa e, in attacco, le bastava far correre Komazec che, agli ex compagni, propinava un cocktail velenoso di tiri (9/12), ma anche di assist (6). Così, anche le sventatezze di Binelli, la regia affaticata di Coldebella e la discontinuità di Woolridge (8/12) venivano assorbite in una superiorità globale che valeva, per tutto il primo tempo, intorno ai 10 punti. Moretti entrava a 7’27’’, sbagliava due tiri, stava diligentemente nelle righe, subiva in difesa. Veniva tolto a 15’’dal the, per Abbio, che azzeccava la ‘bomba’del +7: e pareva potesse bastargli camminare così, sul suo rientro in campo. Nella ripresa, la Virtus si riduceva in attacco a Komazec: che prima infilava tre tiri, poi si dimenticava di aver quattro compagni e finiva in panchina, dopodiché ci tornava per i 4 falli. La Buckler s’affannava, buttando i liberi, Varese s’affiancava (59-59 a 12’) e più volte sprecava il sorpasso. A gara in bilico, picchiava Moretti: e il +12 del sipario abbassato era la massima distanza di due squadre molto più vicine.

"CON LA VIRTUS NON È ANCORA FINITA"

Paolo Moretti dalla Grecia senza rancore. "Io e Cazzola ci siamo chiariti, a fine stagione ci rivedremo. Forse a cena o forse per un contratto. L'unico rimpianto è non aver giocato nel match d'addio di Brunamonti"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 01/10/1996

 

Ha preso alloggio,con la fidanzata, in un appartamento nell'elegante quartiere Kifissia. E dopo due mesi gli hanno finalmente allacciato i fili del telefono - "mi dicono che da queste parti, puoi rimanere in lista d'attesa anche per due anni, non posso certo lamentarmi": è nata così un'interessante chiacchierata con Paolino Moretti.

Scusi ma il suo rapporto con Cazzola com'è?

"Buono. Ci siamo sentiti e chiariti, come possono fare due persone adulte e intelligenti. Mi ha confermato che a fine stagione ci risentiremo".

Quattro chiacchiere per..

"Chissà, magari andremo fuori a cena. Oppure si parlerà di contratto, chi può dirlo".

Un suo ritorno             alla Virtus sarebbe clamoroso, non trova?

"Non sta a me dirlo, e comunque nemmeno mi interessa. Sono in Grecia, ci sto bene. Voglio giocare, anche se magari mi mancano i tempi in cui lottavo per lo scudetto".

Obiettivi diversi con il suo Peristeri?

"Sì, siamo una formazione di medio livello. Domenica, per esempio, abbiamo affrontato l'Olympiakos: siamo rimasti in partita fino a quattro minuti dal termine, poi hanno finito per vincere di quindici punti"

E lei come ha giocato?

"Ho realizzato dieci punti, ma sono andato bene. Qua in Grecia, comunque l'ottica rispetto al campionato italiano è rovesciata"‘.

In che senso, scusi?

"Che in Italia si temono di più i confronti europei, qui invece..."

Lì?

"Aspettiamo la Korac per rilassarci. Qua, in campionato, picchiano duro: ogni partita è una guerra".

Ma allora è per questo che ha scelto la Grecia, per dimostrare qualcosa. Le malelingue sostengono che lei, dopo l'operazione del maggio '95, non abbia mai recuperato.

"Non voglio e non devo dimostrare niente a nessuno. Ho la possibilità di stare in campo 30-35 minuti a partita, così posso recuperare quella continuità che mi è mancata l'anno scorso".

Tutto a posto, insomma.

"Sarò sincero: arrivando in Grecia pensavo di essere sbarcato in una sorta di Terzo mondo. Invece il paesaggio èincantevole e la pallacanestro al centro di mille attenzioni"‘.

Cosa le manca dell'Italia?

"Gli amici. Come Carera, Morandotti e Brunamonti. Per fortuna li sento al telefono. Con Ricky ci siamo scambiati gli auguri proprio domenica. Io dovevo giocare con l'Olympiakos, lui era a letto con l'influenza".

A proposito di Riccardo: in questa Kinder non trova spazio. Potrebbe essere ceduto: chene pensa?

"Che la società ha fatto le sue scelte. Ha acquistato giocatori molto forti, con i quali può vincere tanto. Ma ha chiuso un ciclo di quattro anni, durante il quale non sono mancate le soddisfazioni".

PAOLO MORETTI

"Il chi è chi" 96/97, redazione Superbasket

 

Rientra dalla Grecia, dove, al Peristeri, ha chiuso la stagione con 8.0 punti (un record di 26), il 50,6% da due, 28,2% da tre, 82,1% ai liberi ...

Rispetto agli anni scorsi, presenta un girovita più abbondante, ma la causa non è il portafoglio gonfio ...

Medaglia d'argento agli Europei, nella Nazionale ha accettato il ruolo di specialista nel tiro da fuori, utilizzato di rado solo per battere le zone ...

Nella Teamsystem servirà probabilmente allo stesso scopo, forse con ancor meno minuti ...

Preferisce giocare da 2 che da 3 per sfruttare l'altezza ma è nato come ala piccola ...

Provato anche da play, con esito da dimenticare ...

Nel palmares ha tre scudetti con la Virtus Bologna e una Coppa Italia con Verona ...

 

ORA SMETTO COL BASKET. ERO AMMALATO TORNO A VIVERE

La Repubblica - 08/06/2001

 

A 31 anni, da fare il prossimo 30 giugno, Paolo Moretti lascia il basket giocato. L’ha annunciato ieri, a Roseto, dove aveva giocato le ultime partite. Era stato seriamente malato, ora il peggio è passato, ma la salute ritrovata gli farà vivere una vita serena, accanto a Mariolina e al piccolo Davide, mentre non gli basterà più per essere un atleta. Moretti aveva giocato, a Bologna, il derby su entrambe le sponde: i migliori anni in maglia Virtus, nella squadra con Danilovic che, dal '93 al '95, aveva vinto tre scudetti. Se n’era poi andato in Grecia, nell’estate '96, ed era tornato un anno dopo per far parte della Fortitudo di Wilkins e Rivers, che colse una Coppa Italia. Poi, Siena e Roseto, fino alla traumatica scoperta di una grave malattia. Se ne parlava, nei giri del basket, con discrezione: e solo da pochi mesi, gli amici più intimi avevano tirato un sospiro di sollievo, apprendendo che la battaglia volgeva al meglio. Moretti, anche medaglia d’argento in azzurro a Barcellona, con Messina, nell’Europeo '97, ci riproverà ora come allenatore o come dirigente. «Non posso riprendere l’attività agonistica ad un certo livello - ha spiegato ieri - , anche se dal 9 gennaio 2000 ho iniziato un calvario che pareva non volesse finire più». Moretti, dopo essersi infortunato al ginocchio nella gara di Ragusa ed aver subito un intervento ai legamenti, si era gravemente ammalato ed era stato ricoverato per 37 giorni al Policlinico dell’ospedale maggiore di Milano. Problemi seri riconducibili al midollo osseo e l’ingresso in un tunnel che sembrava infinito. Poi Moretti ce l’ha fatta e, grazie ai medici diretti dal prof. Cortelezzi, è clinicamente guarito, ma non si sente pronto per tornare a giocare. «Mi è stata restituita la vita - ha detto quasi piangendo -, al gioco posso rinunciare». Con Roseto è anche finita male e ieri non sono mancati attacchi al patron Michele Martinelli. «Sono stato portavoce di una battaglia per i diritti del lavoratore, ed invece a me hanno chiuso la porta in faccia quando non ero più in grado di giocare».