VENZO VANNINI

(giocatore)

Venzo Vannini, recordman come capitano virtussino

nato a: Bologna

il: 17/10/1914 - 02/11/1998

Stagioni alla Virtus: 1931/32 - 1932/33 - 1933/34 - 1934/35 - 1935/36 - 1936/37 - 1937/38 - 1938/39 - 1939/40 - 1940/41 - 1941/42 - 1942/43 - 1943/44 - 1944/45 - 1945/46 - 1946/47 - 1947/48 - 1948/49 - 1949/50 - 1951/52

(in corsivo le stagioni in cui ha disputato solo amichevoli)

biografia su wikipedia

Recordman come stagioni da capitano: 18 (conteggiando anche la stagione 1931/32 in cui non si partecipò a nessun campionato, ma solo al torneo invernale di propaganda)

palmares individuale in Virtus: 4 scudetti

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TRE VOLTE, LA VIRTUS, CAMPIONE D'ITALIA

da un quotidiano del 1948

 

(...)

Trentaquattro anni, sposato, disegnatore tecnico presso un'azienda industriale metallurgica. Capitan Venzo guida la squadra da dieci anni, cioè dal suo esordio, cioè dall'inizio di quel bel sogno. Difesa destra leonina, di quelle che non si lasciano sbilanciare dalle finte perché controllano uomo e pallone. Quando la Virtus sembra perdere animo ecco le mascelle quadrate di Vannini serrarsi e scatenare la battaglia cruenta. Arbitro sospensione! Ecco Vannini radunare i suoi uomini, richiamarli, catechizzarli. Nazionale da diversi anni, ha avuto le partite migliori internazionali a Ginevra a quei campionati europei che videro l'Italia seconda.

 

I CAPITANI

tratto da "Il cammino verso la stella"

 

Anche lui da Castiglione, lui come Marinelli, Bersani, Rapini...

Venzo Vannini fa il gran passo nel '33, la Virtus in seonda divisione (sarebbe la terza serie di oggi, la B) prima con Marinelli, Rossetti e Jahié e poi con Girotti, Palmieri, Valvola e Pirazzoli detto King Kong.

Dai primordi della V nera al quarantanove: capitano di lunghissimo corso, diciassette anni più o meno ininterrotti (la guerra...) e quattro scudetti e campionati d'Europa e una selezione nel miglior quintetto europeo e altri due titoli tricolori negli anni cinquanta, quando Venzo sta in plancia e con Marinelli esercita una specie di consulenza tecnica per la Virtus Minganti di quei tempi.

Venzo era il collante dei ragazzuoli. Li teneva uniti, spesso rimbrottandoli aspramente e qualche rara volta carezzandoli per il verso giusto.

"Ero la classica 'difesa' - dice - e dalla mia parte era molto difficile che qualcuno facesse l'entrata. Fra te e il canestro ci sono io, ecco la mia filosofia di uomo che cerva sempre di prenderne uno in meno dell'avversario. Cosa ricordo di più bello? Quel primo scudetto perché ci eravamo stufati di arrivare sempre secondi. Ci allenammo per un mese e mezzo all'aperto e sotto il sole... si doveva giocare a Viareggio, sapevamo che avrebbe fatto caldo e arrivammo temprati come lupi di mare... E poi a Nizza nell'immediato dopoguerra, quando intonammo Rosamunda... La marcia reale non si cantava più, l'inno di Mameli non c'era ancora. Ci mettemmo tutti a cantare Rosamunda, quella sera l'Italia e la Virtus erano Rosamunda per tutti...".

Lo chiamavano "la zelester", la celeste, una lenza di quelle... voleva sempre vincere. giocava deciso ma sempre nei limiti del codice. Ha portato la V nera nel cuore per cinquant'anni. Ancor oggi fa parte dell'assemblea generale dei virtussini. Dice che alle partite non ci va più perché quelle poche volte che si perde gli viene un magone così grosso...

 

IL RICORDO DI GIGI RAPINI

di Roberto Cornacchia

 

Vannini era lo svizzero per eccellenza: se uno gli chiedeva che ore fossero te lo diceva sempre al minuto spaccato. Non segnava molti punti, anzi a volte non tirava nemmeno una volta, ma era un difensore eccezionale: quando si attaccava a qualcuno gli faceva sputare sangue. Aveva due gambe eccezionali, praticamente andava anche in Nazionale esclusivamente in virtù delle sue doti difensive. E poi era sempre quello più serio e responsabile di tutti, quello che prendeva sempre le decisioni giuste, quello che ti proteggeva se gli altri ti facevano angherie. È stato un personaggio notevole.

Ricordo una volta che eravamo al campo Valeriani, perché alla domenica mattina andavamo sempre alla Virtus e giocavamo a pallavolo. Giocavamo senza regole quando passò uno e mi ricordo che era il gerente o il proprietario del Caffè dei Cacciatori. Costui passò e attraversò il campo in un angolo. Marinelli gli urlò “ehi, amico. Tu devi girare fuori dal campo, eh”. Avrà tagliato il campo di due metri, facendo quattro passi al suo interno. Al tornare indietro passò ancora da lì. Come lo vide fare lo stesso taglio, Marinelli cacciò via la palla e gli si lanciò addosso dicendogli “ti avevo detto di non passare di lì” e gli cacciò una botta che lo stese. Io gli ero di dietro, lo presi e gli dico "Giancarlo ma cosa fai?” ma subito arrivò Venzo Vannini che mi tirò giù le braccia e mi disse “si tiene sempre stretto l’avversario, mai il tuo compagno”.

Questo per rendere l'idea di quale spirito animasse quei giocatori, che noi avevamo in parte preso, ma loro erano così naturalmente. Ricordo che nella partita in cui io debuttai, a Pavia, nel primo tempo feci 12 punti e nel secondo tempo subii un trattamento "particolare" da uno, un mezzo delinquente, che mi marcava dandomi dei calci. Quando mi lamentai della cosa, Vannini mi disse: "Adesso ci penso io a lui”. All'epoca era così: ognuno marcava il suo uomo in base alle caratteristiche fisiche e spesso ci si dava delle discrete botte. Però al ritorno gli altri si facevano sempre pari: quella era la regola, al ritorno chi giocava in casa pareggiava sempre il conto...

MIO PADRE, VENZO VANNINI

di Franco Vannini

 

A mio padre (classe 1914), il minore di una famiglia povera di 8 figli toccò un nome bizzarro probabilmente unico in città: Venzo. Crebbe in via Castiglione e fu l'unico che ebbe la possibilità di terminare gli studi alle vicine Aldini.
In via Castiglione nacque una generazione di ragazzi che si dedicarono alla palla al cesto con la Virtus, nei locali della chiesa sconsacrata di Santa Lucia ora adibita ad Aula Magna della Università. Il più serio di carattere tra costoro era lui e così lo fecero capitano, e tale rimase per 20 anni di storia. 
La maglia della Nazionale lo tenne lontano dalla guerra , ma il suo grande rammarico "sportivo" fu di non aver potuto partecipare alle Olimpiadi che non si svolsero nel 1940/45 per la 2° guerra mondiale, e, per l'età, a quelle del'36 e del '48.

Dopo la caduta del fascismo Il creativo Girotti chiese a mio padre, che era il capitano, l'autorizzazione a sostituire con un più bolognese "E par la mi bela bala/ un occ' am bala".
l'"Eia Eia Alalà" che il fascismo aveva imposto di cantare fino ad allora. Il Girotti era una miniera di idee esilaranti. Anche il termine "fare la melina", allora il regolamento  consentiva di tenere la palla senza limite di tempo, fu una sua idea.

La medaglia vinta da Venzo Vannini con la squadra del G.I.L. Bologna (composto prevalentemente da giocatori della Virtus) che si aggiudicò il campionato G.I.L. 1934 (foto fornita da Antonello Cobianchi del Museo Nazionale del Basket in tour)