JIM McMILLIAN

(James M. McMillian)

Tecnica del tiro libero: seguire la palla con gli occhi. Il Duca Nero esegue alla perfezione (foto Giganti del Basket)

nato a: Raeford (USA)

il: 11/03/1948

altezza: 197

ruolo: guardia

numero di maglia: 14

Stagioni alla Virtus: 1979/80 - 1980/81

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto

 

IL DUCA NERO

di Valeria Vacchetti

 

Cominciai a frequentare il palazzo alla fine degli anni Settanta e la Virtus aveva appena conquistato il suo ottavo scudetto. Era la Virtus Sinudyne del Driscoll allenatore con i vari Cosic, Villalta, Caglieris e Bertolotti. Fu cambiato solo un giocatore: Jim McMillian al posto di Wells. Allora non sapevo nulla di McMillian, ma piano piano, partita dopo partita, nacque dentro di me una fortissima ammirazione che mi portava ad osservarlo continuamente per il campo. I miei occhi erano completamente rapiti dalla sua arte cestistica, e così il gioco della squadra scivolava in secondo piano e mi incantavo a seguire Jim nei movimenti senza palla, nei suoi smarcamenti dietro ai blocchi, nel suo morbido tiro rigorosamente con i piedi per terra oppure nel suo delicato sottomano. La sua difesa era impenetrabile: Jim riusciva a miscelare nella giusta dose tecnica e durezza fisica. Era sempre lui che annullava le ali avversarie più pericolose: nella semifinale per lo scudetto contro Varese gli chiesero di fermare un certo Bob Morse e lui - come dire - usò tutto il suo mestiere, voglio dire una «sistemata» così scientifica e provvidenziale. Ricordo il suo primo derby contro l'allora I&B Fortitudo, il palazzo era una vera bolgia e anche Jim sentiva particolarmente la gara, addirittura schiacciò in riscaldamento (cosa per lui rarissima). Al termine fece 40 punti. La mia predilezione si trasformò quasi in una ossessione, tanto che me ne andavo in via Lame 116, dove McMillian viveva con la famiglia, a guardare il suo campanello. Una volta chiesi a un mio compagno di scuola di accompagnarmi a casa sua: suonammo alla porta, ma nessuno ci rispose. Speravo sempre di incontrarlo per la strada in modo da vederlo ben bene nelle sue forme umane; in fondo per me proveniva da un altro pianeta. Era riservato, umile e schivo, lasciava trasparire pochissimo le sue emozioni. A Cantù però dopo la conquista dello scudetto manifestò tutta la sua grandissima gioia come un eroe così vitale e mortale. Immediatamente tutti lo battezzarono il Duca nero per la sua grazia e nobiltà. Non è mai stato spettacolare in senso specifico, era spettacolare però in tutta la sua semplicità di esecuzione. Arrivò in Italia piuttosto logorato fisicamente con qualche problema soprattutto alla schiena e a una caviglia; tra l'altro dovette rinunciare alla finale di Coppa dei Campioni a Strasburgo contro il Maccabi Tel Aviv. Azzardo pensare che se McMillian avesse giocato, forse la Virtus quella partita non la perdeva proprio. Dieci stagioni Nba e non da comprimario, ma da primo della classe. Jim proveniva da Brooklyn e giocava nella Columbia Universitv, fu prima scelta nel 1970 dei Los Angeles Lakers, con i quali due anni dopo vinse il titolo Nba. I suoi compagni erano Wilt Chamberlain, Elgin Baylor, Jerry West ed anche Pat Riley. Dopo qualche anno con i Buffalo Braves si trasferì nei New York Knickerbockers di Frazier e Monroe. Oh Jim, sei rimasto appena due anni, sempre lo scudetto sulla maglia, sempre i polsini bianconeri, e a dispetto di quel sederone così pieno e così basso, quanta classe riuscivi ad esprimere. Oh Jim, quanti sogni mi hai fatto fare e quanto maledetto freddo mi hai fatto prendere su e giù per via Lame per riuscire a vederti da lontano e poi andare via. Oh Jim, ma dove diavolo sei poi finito?

 

ARON MCMILLIAN

di Gianfranco Civolani

 

Aron Mc Millian abita in North Carolina. Misura due metri e otto, ha studiato e ha giocato a Greensboro e adesso è matricola nel college di Wake Forrest, quello stesso che ha consegnato all'NBA la prima scelta Tim Duncan. Bene, il promettentissimo Aron è il figliolone di Jim detto Jimmone, il mitico Duca Nero della storia virtussina. Jimmone aveva vinto l'anello a Los Angeles, ma era arrivato da noi con una cavigliona che lo faceva sempre soffrire ed in effetti dopo ogni allenamento Jimmone veniva puntualmente rifornito di bacinella con tanto ghiaccio dentro e così si compiva il rituale per consentire a Jimmone di tirare avanti benone un altro po'. Jimmone e Creso, che incomparabile coppia che mi sono visto negli anni in cui la Virtus di Peterson e poi di Driscoll spolverava la concorrenza. E la Virtus perse la finalissima di Coppa Campioni all'alba degli anni ottanta solo perché Jimmone si era appena operato e poi perse anche uno scudetto (a Cantù perché Jimmone era sempre fermo e si era pure fermato per un maledetto infortunio anche il brasiliano Marquinho). Jimmone era il basket, pardon il superbasket. E quando la condizione fisica glielo consentiva, dispensava tesori. Eppure procedeva a rilento con quell’immenso culone che si portava dietro, ma che intuizioni e che cerebralissima difesa e insomma che inimitabile classe purissima. Credo di aver visto ormai tutti i più grandi stranieri che hanno giocato a Bologna. Si, grandissimi: l'universale Cosic e il torrenziale Danilovic, ma proprio sul piano dello squisita abilità manuale posso paragonare a Jimmone soltanto quel mattocchio di Sugar Richardson e basta. Ho rivisto qualche anno fa Marquinho a San Paolo e rividi Cosic in America poco prima che il male lo aggredisse. E invece non ho più avuto il bene di rivedere Jimmone, atleta e uomo esemplare, sempre così pronto a offrirsi al prossimo con un sorrisone schietto e sincero. E dunque sono ben lieto di aver ritrovato il figliolone d'arte. Adesso so che Jimmone vive sempre in North Carolina e che si diverte o seguire il rampollone. E chissà che fra un paio d'anni Aron non faccia il gran salto fra i pro e magari io sarò là e mi rivedrò il Duca Nero e ricorderemo insieme quella Virtus da favola.

 

La compatta esecuzione del jump shot del Duca Nero

Tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Jim McMillian, il "Duca Nero", ha 31 anni, oltre 900 partite dei professionisti nelle gambe e viene accolto subito dai bolognese come una sorta di messia. C'è da non rimpiangere lo slavo (Dalipagic) che a tutti i costi si voleva mettere al fianco del "leader" Cosic. "Se Jim è a posto, se si adeguerà al nostro gioco, e al nostro basket, avremo una squadra ancora più competitiva di quella dell'anno passato" disse subito il coach Terry Driscoll "è chiaro che quando un giocatore proveniente dai "Pro" e per giunta di quel livello, decide di venire a giocare in Italia, bisogna adoperare quel pizzico di diffidenza necessaria per non prendere una cantonata. Ma a questi livelli, ripeto, il rischio è molto minore. E allora permettetmi, senza sognare, di fare un piccolo pensierino anche alla Coppa".

LA PESCA MIRACOLOSA

La pallacanestro italiana, e la Sinudyne in particolare, si fregerà di un "prof" americano in grado di insegnare molti segreti del gioco a tanti giovani nostrani. Si chiama Jim McMillian ed ha tutte le carte in regola per divertire pubblico e critica

di Aldo Giordani - Superbasket - 1979

 

Dopo Tom McMillen, un superasso che sei anni fa, conquistò gli appassionati di basket di tutta Italia, la Sinudyne si sta assicurando con Jim Mc Millian, un ...quasi omonimo capace di lanciarla verso i più alti vertici europei. Il suo più acceso estimatore è Terry Driscoll che se lo ricorda come avversario tra i "pro" in un quintetto che vinse  la bellezza di trentatré partite consecutive. L'atleta di colore, malgrado i suoi trentun anni, appare come l'uomo più adatto per risolvere i problemi della squadra bolognese e per darle quel "quid" in più in grado di condurla alla doppia affermazione rappresentata da scudetto e Coppa dei Campioni. McMillian non è certamente un ragazzino ma in Italia potrebbe trovare una seconda giovinezza per ripetere, sui nostri parquets, le imprese che lo hanno reso famoso nella patria del basket.

Dev'esser stato suo fratello Lloyd, che ha giocato molti anni in Francia, a parlar bene del basket italiano a Jim McMillian. Così il fuoriclasse USA non più di primo pelo, certo in parabola discendente ma in ogni caso validissimo, è giunto in approdo felsineo. Che la NBA lo avesse "tagliato", è soltanto una notizia di cronaca: come abbiamo detto mille volte, una cosa è il campionato dei professionisti americani, e una cosa del tutto diversa (e di livello tecnico infinitamente inferiore) è il campionato dei professionisti italiani. Un giocatore può benissimo non essere in grado di figurare in quello, ed essere invece un superasso in questo. Quindi la scelta virtussina è azzeccatissima. E Porelli dovrà inviare subito un commosso telegramma di ringraziamento al Partizan, che gli negò Dalipagic. Come volevasi dimostrare, la Sinudyne ha, infatti, potuto prender meglio pagando - per giunta - meno. Certo, McMillian non è oggi al vertice del suo rendimento: al McMillian del '72 e del '74, un Dalipagic non sarebbe neppur degno di portare la valigia. Tuttavia, anche nella sua forma attuale, si tratta di un "soggetto" capace di far vedere le scintille a tutti. Resteranno i problemi di convivenza tecnica con gli altri componenti della squadra, tutti di valore nettamente inferiore a lui. Ma questo è un problema che si pone quando si prende un giocatore di grossa personalità tecnica e di gran rendimento. Rispetto a Owen Wells, non si può neanche iniziare un paragone. Per grossa fortuna della Sinudyne, è stato possibile ai Campioni d'Italia, "abbassare" la statura del secondo americano, poiché sia Gabetti che Emerson hanno rinunciato alle due guardie-USA. E così, sul metro e novantasette, hanno trovato questo "satanasso" che, dato il minor livello del nostro campionato, potrebbe anche trovare la sua seconda giovinezza e dare alla Sinudyne quei successi internazionali che sono finora mancati. Driscoll non è certo l'allenatore che si spaventa di fronte al compito di trovare, per gli altri quattro elementi della formazione in campo, un accettabile linguaggio comune per assistere il "califfo", e per ricevere benefici dalla sua presenza. Così, grazie al benedetto rifiuto  del Partizan di concedere Dalipagic, è arrivato nella città del tricolore cestistico un "big" delle arene statunitensi, un protagonista delle contese al più alto livello assoluto del basket mondiale: è un bel colpo per Bologna, ed è un bel colpo per tutto il basket italiano. Che brutta robe, nevvero Porelli, il secondo straniero?

 

Vecchiato salta alla finta di Cosic mentre McMillian si prepara per un eventuale rimbalzo offensivo

"IL DUCA NERO"

di Mario Natucci - 04/1980

 

Che differenza c'è tra la conquista del famoso anello di campione del mondo (o campione NBA, che è lo stesso) e la conquista dello scudetto del campionato italiano? Che cosa si prova nei due casi? Quali emozioni? Fino a oggi era impossibile fare il paragone: trovare cioè un giocatore che avesse avuto esperienze dell'una e dell'altra cosa. Ma da mercoledì scorso ce n'è uno, c'è il "duca nero" McMillian, l'uomo che a 24 anni, poco più che "rookie" matricola fra i "pro", si laureò campione NBA, massimo onore che possa capitare a un giocatore di basket, a 32 anni campione italiano con la Sinudyne. Dopo averlo visto grondante sudore e champagne dopo la vittoriosa galoppata di Cantù, siamo andati a controllare nell'albo d'oro dei record NBA e abbiamo trovato i suoi pimpanti 42 punti e ulteriori dettagli: 16 su 24 nei tiri in azione, 10 su 14 nei tiri liberi, 18 rimbalzi e 6 assist, mica male davvero. Cambia la latitudine, cambiano i compagni di gioco, il livello tecnico, ma quando c'è la classe del "duca nero", i risultati d'eccellenza vengono sempre fuori.

Un elogio di sapore agrodolce (ma altamente lusinghiero) gli è stato rivolto da Valerio Bianchini: "A Cantù ha capito al volo che Duranti e Baldini non fischiavano i tre secondi in area, e ne ha subito approfittato con tempestività. Ecco che cosa significa aver giocato per anni nel campionato NBA d protagonista. Naturalmente dal suo punto di vista ha fatto benissimo. Ma per noi è stato un ostacolo insormontabile. Ho alternato su di lui parecchi marcatori (Marzorati, Riva, Gergati), ma è chiaro che non è possibile concedere tanto vantaggio a un tipo così...".

LA LEGGENDA DEL "DUCA NERO"

di Giorgio Gandolfi – Giganti del Basket - giugno 1980

 

L’11 marzo 1948, a Raerford, uno sperduto paesino della North Carolina, nasceva Jim McMillian, il “Duca nero”, l'uomo che ha guidato sul campo la Sinudyne alla conquista del titolo di campione d'Italia 1980. La sua vita, in questi 32 anni, è passata attraverso tutte le tappe più importanti e significative per un giocatore di basket: dal solitario apprendistato nei campi d'asfalto di New York alle rutilanti luci dei college e dell'NBA. Con i Los Angeles Lakers, di cui fu prima scelta quando terminò gli anni di studio alla Columbia University, ha vinto il titolo più prestigioso del mondo, quello della National Basketball Association, al fianco di giocatori che si chiamavano Jerry West, Elgin Baylor e Wilt Chamberlain. Come professionista ha disputato più di 700 partite, segnato oltre diecimila punti, catturato oltre tremila rimbalzi. Quest'anno, dopo esser stato “tagliato” nel febbraio del 1979 dai Portland Trail Blazers, ha accettato l'offerta della Sinudyne ed è venuto a giocare in Italia. Il nome è di quelli famosi, che hanno fatto la storia del basket americano - e quindi mondiale. Nessuno ne contesta il valore tecnico: però a tutti sorge il sospetto che a 32 anni anche i campioni più famosi abbiano il diritto di tirarsi un po’ indietro e di risentire di quelle famose settecento partite disputate in poco meno di nove anni. Il sospetto dura - come si dice - lo spazio d'un mattino, il tempo necessario per rendersi conto che quando l'impegno è impor tante McMillian è ancora insuperabile: e allora ecco le grandi partite contro il Bosna, contro il Real a Madrid, contro l'Emerson, via via fino ad arrivare al capolavoro conclusivo di Cantù. Nasce la leggenda del “Duca nero”, l'elegante maestro che in campo dà lezioni a tutti con la massima naturalezza e senza tradire la minima emozione, proprio da consumato professionista qual’è. Prima di fare ritorno negli Stati Uniti McMillian ha voluto ripercorrere con noi le tappe della sua incredibile carriera, che l'ha portato a diventare - da umile ragazzino del North Carolina - uno de più grandi interpreti del basket mondiale.

“Ho conosciuto molto tardi” racconta “l'esperienza dei playground, diciamo verso i 13 anni, quando con la mia famiglia mi sono trasferito dal North Carolina a New York. Fino a quel momento mi ero interessato soprattutto di football e baseball, gli sport più in voga nel North Carolina. Arrivare a New York e cominciare a giocar a basket è stato tutt'uno e nei playground ho coltivato a poco a poco la grinta e la determinazione, "il killer instinct", che contraddistinguono i giocatori americani da quelli del resto del mondo Quegli anni sono stati per me un’esperienza anche umana indimenticabile, con mille episodi che mi sono serviti anche negli anni successevi. Ricordo un giorno che, mentre stavo tutto solo in un angolo a tirare, arrivò la polizia e fece una grande retata, arrestando tutti i miei compagni che si trovavano attorno al campo a bere e giocare d'azzardo. L'unico a non essere arrestato fui io: ma da quel giorno mi ripromisi di stare molta attento alla gente che frequentavo e a quello che facevo, tanta fu la paura che provai”. “Il fatto però d'aver iniziato tardi giocare” prosegue McMillian “è stata però anche la mia fortuna, perché mi ha permesso di imparare tutte le cose più importanti sotto la guida di un vero allenatore, senza arrivare alla high school con molti difetti come accade spesso con coloro che hanno giocato per molti anni da soli nei playground: palleggi in mezzo alle gambe e dietro la schiena anche quando non servono, passaggi molto spettacolari ma spesso anche molto imprecisi. Io invece sono arrivato alla Thomas Jefferson High School di Brooklyn forse più 'in ritardo' rispetto a certi miei compagni ma ho avuto meno difficoltà nell'imparare le cose nel modo giusto. Forse è per questo che mi sono fatto la fama di giocatore di colore… 'bianco': in effetti sono più portato al gioco razionale e collettivo dei giocatori bianchi piuttosto che a quello tutto estro dei miei fratelli di colore”. Al termine delle scuole medie, si scatena la caccia da parte di decine di università che vogliono avere Jim McMillian nelle loro file: tra queste, atenei prestigiosi come UCLA, Marquette, St. John's. Alcune tentano di convincerlo con metodi legali, altre ricorrono a mezzi poco ortodossi pur di assicurarsi le sue prestazioni. “Mentre le regole dell'NCAA” ricorda McMillian “per mettevano ad ogni atleta-studente di ricevere per le piccole spese un massimo di quindici dollari al mese, un'università giunse al punto di offrirmene trecento alla settimana più l'uso di un'automobile perché, dissero. 'quello che a loro stava più a cuore era la mia serenità e la possibilità di andare a trovare la mia  famiglia a New York ogni volta che lo avessi voluto'. Alla fine scelsi la Columbia University perché era di New York, perché mi permetteva di rimanere a casa, perché aveva un alto livello accademico”. Non importa se la squadra di basket è scarsa e poco nota in tutta la nazione: a McMillian interessa soprattutto frequentare i corsi accademici di storia e sociologia, il basket viene in un secondo momento. Mentre per la maggior parte degli atleti nelle sue condizioni l'università è solo una parentesi prima di tentare la grande avventura tra i professionisti, per McMillian i quattro anni alla Columbia diventano l'occasione irripetibile per crearsi una cultura e gettare le basi di una solida professione una volta uscito dal college. “Penso” ammette “di essere stato una rarità. Non ho mai visto una partita dei professionisti né dal vivo né in TV durante quegli anni perché mi annoiavano e non mi interessavano. L'idea di giocare tra i pro proprio non l'avevo. Solo verso la fine dell'ultimo anno universitario cominciai a riflettere seriamente sull'opportunità di tentare un provino con i professionisti. Volevo solo vedere se la mia abilità tecnica poteva trovare spazio tra i giocatori migliori del mondo: era insomma una sfida con me stesso più che il desiderio reale d'intraprendere la carriera di giocatore di basket professionista. Se fossi stato scelto e fossi riuscito a giocare, bene; altrimenti non ne avrei fatto un problema, avrei proseguito con una specializzazione universitaria e mi sarei cercato un lavoro come tutti gli altri”. Ma i Los Angeles Lakers hanno già deciso che McMillian sarà la loro prima scelta. Un giocatore cresciuto a New York diventa la meta più ambita di una squadra dell'altra costa, direttamente in lotta con i New York Knicks per la supremazia nell'NBA. “Quando mi telefonò il general manager dei Lakers per dirmi che sarei stato la loro prima scelta e che in occasione del primo incontro dei Lakers con i Knicks sarebbe stato lieto di presentarmi al proprietario ed all'allenatore della squadra, rimasi veramente imbarazzato” ricorda oggi McMillian. “Non vi dico poi quando mi sedetti vicino alla panchina dei Lakers al Madison: sentivo puntati su di me gli occhi dei 19 mila spettatori di New York che mi guardavano come si guarda un amico pronto a partire per una terra lontana, nemica. Poi mi invitarono a seguire la squadra a Los Angeles e per la prima volta mi resi conto che l'anno successivo sarei stato anch'io uno di loro, avrei messo anch'io piede su quel campo, avrei fatto dei blocchi e dei passaggi per Jerry West, Elgin Baylor, il grande Chamberlain: mio Dio! La prima volta che scesi in campo con i Lakers fu in un'amichevole contro i Golden State Warriors. Mentre percorrevo il tunnel che ci portava direttamente dagli spogliatoi sul campo pregai più volte che mi venisse una storta alla caviglia o qualcosa del genere perché non mi sentivo assolutamente pronto per scendere in campo con quei campioni. Non mi ricordo il mio primo canestro ma dev'essere stato senza dubbio un tiro libero o un'entrata, perché la mano mi tremava troppo per tentare un tiro in sospensione…”. Del resto, l'essere stato una prima scelta non aveva evitato a Jim la trafila che deve subire la matricola al primo anno pro. “Se sei una prima scelta come lo ero io” ammette “gli anziani ti degnano di una certa attenzione perché si rendono conto che qualcosa devi pur valere. Però non li esenta dal farti capire che anche tu, come matricola, devi fare certe cose: portare le loro borse; lasciare la mancia ai cameriere se mangi al loro stesso tavolo; lasciare libera la camera quando loro hanno qualche incontro 'galante'. In allenamento le cose peggiorano perché cercano in tutti i modi di farti capire che sei l'ultimo arrivato e non puoi certo pensare di battere campioni già affermati. Ed allora ogni trucco è buono per fermarti. Ma con il tempo ci fai l'abitudine e se veramente vali qualcosa riesci ben presto a farteli amici e a farti rispettare”.

“Ma quello che mi impressionò maggiormente in quei primi mesi di vita tra i pro” continua McMillian “fu il capovolgimento di tutti i principi e di tutti i valori ai quali mi ero attenuto fino a quel momento. La scaramanzia diventa una legge di vita, anche i compagni più seri in vista di un incontro si abbandonano alle pratiche più strane, ai gesti più irrazionali. Gail Goodrich voleva essere sempre l'ultimo a tirare in allenamento, Baylor prima dei tiri liberi si faceva venire uno strano tic nervoso per cui girava di scatto la testa un paio di volte verso destra e nessuno - che non lo sapesse - capiva il perché. Il culmine era raggiunto però per quel che riguardava il rispetto di certe elementari norme di vita per uno sportivo. Durante gli anni d'università mi era stato inculcato a viva forza il terrore per il fumo e quello per i pasti abbondanti prima delle partite. Potete immaginarvi cosa provai quando, in una delle mie prime partite, vidi entrare nello spogliatoio Chamberlain con un mezzo pollo fritto in mano ed un'enorme bicchiere di aranciata mista a gazzosa… Il crollo di tutte le mie convinzioni avvenne però in un'altra occasione. Si era in una partita di precampionato e stavamo perdendo al termine dei primi due tempi di 15 punti. Al rientro negli spogliatoi Joe Mullaney (ex-allenatore della Mobiam, n.d.r.) allora coach dei Lakers è furente e sta per iniziare a parlare quando Baylor gli dice con tutta calma: “4Ehi, Joe, mi dai una sigaretta?”. Mullaney, senza scomporsi gli lancia tutto il pacchetto dal quale prende una sigaretta anche Chamberlain. L'allenatore non fa in tempo ad aprire bocca per parlare della partita che Baylor lo interrompe nuovamente: "Joe, ma… i fiammiferi?". "Oh scusa Elgin, tieni" e gli porse anche la scatola di fiammiferi. Rimasi senza parole per tutta la sera”. Il primo anno con i Lakers per McMillian è solo un anno di apprendistato, con tanti allenamenti e poche apparizioni in campo, salvo verso il finire di stagione quando - per una serie di infortuni che colpiscono prima West, poi Baylor - riesce a disputare qualche partita. Poi, nel secondo anno, la consacrazione definitiva. Nelle prime sette partite di campionato segna 30 punti per partita e cattura dieci rimbalzi. Molti giornalisti cominciano a suggerire il suo nome per il quintetto base, alludendo anche all'età ormai avanzata di Elgin Baylor. “Alla decima di campionato Baylor, annunciò il suo ritiro ed io divenni titolare fisso” dice McMillian “Da quel momento vincemmo 33 partite consecutive ed alla fine anche il titolo NBA. Fu una grande esperienze per me, ma avrei voluto che Baylor - che non aveva mai vinto un titolo nella sua eccezionale carriera - fosse anche lui coi noi in quel momento: mi sembrava quasi di avergli negato questa soddisfazione prendendo il suo posto in squadra. Ma devo dire che la gioia per il titolo fu superata dalla soddisfazione d'aver finalmente finito uno dei tour de force più massacranti che si possano immaginare. Alla fatica fisica si accompagnava quella psicologica creata dalla costante pressione di giornali, radio, televisione, pubblico. Prima delle partite di finale non riuscivo a dormire, non vedevo l'ora che tutto finisse. Alla fine, dunque, la gioia più grande non è stata quella di poter dire "Siamo i campioni", quanto “è tutto finito". Due anni dopo iniziano per McMillian le prime difficoltà, forse anche le prime delusioni. I Lakers perdevano Chamberlain, passato all'ABA, trovandosi quindi nella necessità di reperire un centro. Lo trovano a Buffalo: e Jim McMillian passa ai Buffalo Braves in cambio di Elmore Smith. “Il primo pensiero che ti viene in mente quando sei trasferito non è certamente quello che alla squadra serve un certo tipo di giocatore”, afferma “ma quanto quello che non sei più utile, che come giocatore non esisti più. E allora cominci a cercare dentro te stesso i motivi di questo cambiamento, cerchi di scoprire i perché e i percome, rivedi come in un film tutto il tuo campionato per vedere dove eventualmente hai sbagliato. Alla fine comunque mi trasferii a Buffalo e mi ambientai anche abbastanza in fretta. La squadra era giovane, io con i miei 25 anni ero praticamente un veterano, la situazione che avevo trovato io a Los Angeles adesso si era praticamente capovolta. Le uniche cose alle quali non mi abituai proprio mai furono la gente,  molto più chiusa e riservata che non a Los Angeles, ed il clima terribilmente freddo”. “Il mio trasferimento da Buffalo a New York” prosegue McMillian “fu molto più agevole e tranquillo. Per me significava tornare a casa, poter frequentare i vecchi amici, vivere nella città che mi aveva lanciato. In più c'era il fatto che i Knicks giocavano un basket proprio come piace a me: poco individualismo e tanto gioco di squadra. L'unico problema è che a New York nessuno ha la pazienza di aspettare il tempo necessario per costruire una grande squadra: tutti pensano che sia sufficiente acquistare qualche buon giocatore e poi il titolo è assicurato. Invece non è proprio così, tant’è vero che a New York, giocando con i Knicks, provai la prima vera delusione della mia vita di atleta. I giornali cominciarono subito a criticarmi perché non segnavo almeno venti punti per partita: ma io non potevo improvvisamente cambiare il mio modo di giocare, anche perché in squadra c'erano giocatori come Monroe, Haywood e McAdoo che provvedevano già da soli a far punti”. Quella che poteva essere l'esperienza più piacevole ed esaltante per McMillian, si conclude dunque nel peggiore dei modi, con un divorzio dalla squadra della sua città e il ritorno sulla costa opposta, quella del Pacifico. La meta questa volta è Portland, alla corte di quel Jack Ramsay che era già stato suo allenatore a Buffalo. “In squadra c'erano tre ali basse, ed io riuscii a partire titolare dopo alcune partite perché Larry Steel si era infortunato” racconta McMillian “Quando questi si riprese la squadra manifestò l'intenzione di cederlo, perché Ramsay si era dichiarato soddisfatto delle mie prestazioni, ma si trovò di fronte in pratica tutta la pubblica opinione di Portland, per la quale Steele era il simbolo di tutta la città. E così feci ritorno in panchina, proprio mentre mi sentivo nel pieno delle forze e perfettamente ambientato. Era una situazione frustrante, anche perché mi rendevo conto che non c'erano proprio possibilità per cercare di superarla. Allora, d'accordo con Ramsay, decisi di lasciare la squadra e tornarmene a New York: se fermo dovevo stare tanto valeva che rimanessi fermo a casa mia, nel la mia città, accanto alla mia fami glia: ho tre bambini che in tutti quegli anni mi avevano visto poco e quindi era abbastanza logico che stessi vicino a loro. Devo dire però che questa decisione non ha comportato per me traumi o delusioni particolari come avrebbe potuto essere per altri giocatori. Mi rendevo per conto di poter essere ancora utile a qualche squadra, qualcuna di quelle squadre che ancora basano il loro gioco su concetti di squadra e non sull'esasperato individualismo. La squadra ideale, insomma, sarebbero stati i San Diego Clippers, con Bill Walton in piena efficienza: penso che avremmo fatto qualcosa di buono assieme. Poi ho avuto notizia della Sinudyne, ero già stato in Italia anni fa per tenere un camp dove c'erano dei ragazzini che si chiamavano Valenti, Pedrotti, Bonamico e ho pensato che tutto sommato potesse essere un'esperienza interessante. Prima però ho voluto prendere informazioni sul tipo di gioco della squadra: non volevo correre lo stesso rischio di New York, con tutta la stampa che mi attaccava perché non segnavo venti punti per partita…”.

 

Una bella foto di McMillian, con dedica, del periodo in cui faceva parte della squadra più forte del mondo (foto fornita da G. Moro)

JIM MC MILLIAN, LA LEGGENDA CHE SOPRAVVIVERÀ ALLA SUA SCOMPARSA

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino 17/05/2016

 

Un colpo di fulmine, una folgorazione sulla via Emilia che ci portava al PalaDozza, quando ancora il Madison di piazza Azzarita non era stato intitolato al sindaco del dopoguerra. Jim McMillian, scomparso a 68 anni, apparteneva a una categoria speciale. Ai giocatori dei quali ti innamori, perché…
In realtà non ne conosco il motivo, perché non sempre ci sono spiegazioni logiche. A volte ci si innamora e basta. Dello sguardo di una donna, del suo sorriso. Oppure della sua voce flautata o ancora dal suo ancheggiare.
E McMillian? Beh, non ci si poteva che innamorare del Duca Nero perché lui era la pallacanestro. Era un concentrato, un clinic vivente, un gioiello splendente che, nell’autunno del 1979, decise di lasciare gli States per venire in Italia.
Aveva 31 anni, aveva già vinto un titolo Nba con i leggendari Los Angeles Lakers di Wilt Chamberlain e Jerry West e lo aveva vinto da protagonista. Poi altre esperienze negli States, nella Nba, fino alla scelta dell’Italia. La Virtus di Gianluigi Porelli e Terry Driscoll.
Aveva qualche chilo di troppo, Jimmone e un lato B che, visto la prima volta, non sembrava propriamente quello di un giocatore di pallacanestro.
Jimmone, subito ribattezzato il Duca Nero per il suo tratto nobile, non aveva solo un paio di chili in più. Aveva un’intelligenza fuori dal comune. Aveva, per di più, alcuni aspetti che lo rendevano unico, inimitabile.
Trentasette anni dopo averlo visto la prima volta e trentacinque dopo l’ultima, i ricordi si mescolano alle leggende. Le leggende alle favole. Difficile distinguere la realtà da una fantasia fin troppo spinta, perché Jim aveva alcuni aspetti che…
I polsini, per esempio, rigorosamente di spugna, rigorosamente bianchi. Gli coprivano interamente gli avambracci come, oggi, succede per chi ha i tatuaggi. Poi il suo sudare, copioso, fin dalla prima palla a due. Con i polsini usati più come asciugamani che per tenere protette le articolazioni. Poi i tiri. Jim infilava i primi tre dall’angolo, sempre. Poi ne sbagliava altri tre, quasi fosse un rituale e poi… Poi dava un saggio del suo talento, perché con quel suo incidere apparentemente flemmatico e quell’aria bonaria, riusciva comunque a trasformarsi nel più spietato dei marcatori. Con lui si divertivano poco tutti. Che si trattasse dell’ultimo dei panchinari o autentici assi dei canestri, da Morse a Dalipagic a Delibasic.
Jimmone era spietato: marcava tutti con la stessa intelligenza tattica. E, con l’ausilio della sua materia grigia, annientava l’avversario, cancellandolo dal campo.
I ricordi sono davvero tanti e pressanti. Come la richiesta di un amico, Luca Sancini. Amico e collega che, più di una volta, ha detto e ripetuto che, per coronare una rubrica che sul Carlino andava sotto il nome di “C’eravamo tanto amati”, avremmo dovuto chiudere il giro delle interviste con la storia di Jim.
Dopo Terry Driscoll e George Bucci, Mike Silvester e Carlos Mina, Carlos Raffaelli e Cuki Galilea, Kyle Macy e Massimo Antonelli, Gianni Bertolotti e Tom McMillen, avremmo dovuto scrivere la parola fine con lui. Con il Califfo. Con il Duca Nero. Con Jim McMillian.
Eppure, nonostante l’aiuto di chi ci aveva fornito dritte e suggerimenti per arrivare persino al senatore McMillen, non siamo mai riusciti nemmeno a sfiorare Jimmone. Non ce l’abbiamo fatta. Anche se, una chiacchierata con McMillian, come diceva l’amico Sancio, avrebbe avuto il valore di una medaglia conquistata sul campo.
Siamo arrivati tardi, Duca Nero, non siamo riusciti a raggiungerti. Da grande e straordinario maestro, anzi, professore della difesa sei riuscito a non farci segnare (perché intervistarti sarebbe stato un tiro da cinque o da sei, nemmeno da quattro).
La mancanza dell’intervista vanamente inseguita e mai realizzata, però, non cambia nulla. Perché il tuo gioco, la tua conoscenza del basket, hanno rapito per sempre chi, come chi sta scrivendo queste poche righe, si è sentito folgorato dal tuo esempio.
E in un periodo in cui gli americani (più di nome, che di fatto) lasciano raramente il segno e il ricordo, ripensare a quello che hai regalato a Bologna (e non solo) riempie il cuore. Perché Jim non era solo un giocatore di basket. Era il basket. Era il sogno divenuto realtà. Era il Duca Nero, Jimmone e il ricordo dei suoi polsini e del suo sorriso, dei suoi primi (tre) tiri dall’angolo e di quelle difese su Morse, Dalipagic e Delibasic, faranno parte per sempre della nostra storia. Del nostro amore per il basket. Perché se a 15 anni, ci si può innamorare dei canestri, questa passione, per chi è nato nel 1964, non può che trovare sfogo nella leggenda chiamata Jim McMillian. Per tutti, per sempre, il Duca Nero.

 

ADDIO A JIM MCMILLIAN, IL “DUCA NERO” DELLA VIRTUS

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 17/05/2016

 

Se ne è andato ad appena sessantotto anni, il Duca Nero. Che è stato sogno e delizia di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare, con la canotta della Virtus, capace pure a fine carriera di dispensare il suo basket illuminato, da stella Nba che doveva convivere con gli acciacchi ma aveva dentro uno spirito vincente, una lucidità di pensiero e una visione del gioco da sembrare, ai nostri occhi di appassionati, un eterno ragazzo.

Il popolo della V nera piange Jim McMillian, uno dei suoi più grandi protagonisti, che ieri ha lasciato un po’ più vuoto e smarrito il firmamento del basket. A Bologna era arrivato a trentun’anni compiuti, lui che era nato a Raeford, North Carolina, l’11 marzo 1948. Guardia di 197 centimetri, c’era arrivato dopo una lunga carriera nella Nba, iniziata da prima scelta dei Lakers all’uscita dalla Columbia University, nel 1970. Due anni dopo sotto la guida di Bill Sharman aveva già conquistato l’anello, il primo della franchigia da quando si era insediata a Los Angeles, in un gruppo da leggenda che comprendeva Wilt Chamberlain, Jerry West, un Elgin Baylor nella stagione del ritiro, ed anche Pat Riley. Da lì, nove anni tra le stelle del basket: tre stagioni a Los Angeles, poi altrettante ai Buffalo Braves, due ai New York Knicks e l’ultima ai Portland Trail Blazers, con una media in carriera di 13.8 punti e 5.3 assist (ma 15.3 punti di media nel triennio ai Lakers, e addirittura 16.4in quello ai Braves).

Fu proprio al termine dell’esperienza di Portland che Jim arrivò a Bologna, altro audace colpo dell’avvocato Porelli, dando ulteriore forza a una squadra che poteva contare su Creso Cosic, Renato Villalta, Charlie Caglieris, capitan Gianni Bertolotti Pietro Generali, e poi Martini, Valenti, Cantamessi, Govoni: la Virtus guidata da Terry Driscoll, campione d’Italia uscente, con l’arrivo del Duca Nero confermò la sua supremazia sulla pallacanestro italiana, battendo in finale di playoff Cantù con un secco 2-0. In quella finale, McMillian scrisse 38 nella partita decisiva.

Riservato, tranquillo, dai modi semplici, in campo McMillian diventava un difensore insormontabile, come ben comprese Bob Morse nella semifinale di quella corsa scudetto, vinta dalla Sinudyne contro Varese grazie al suo lavoro instancabile. Che era fatto di durezza fisica, mai oltre i limiti del lecito, ma anche di tecnica brillantissima. Modi ed eleganza nobilissimi. Da Duca Nero, appunto.

Se McMillian-Cosic era stata una coppia fantastica, splendida fu anche quella dell’anno successivo, stagione 1980-81, quando accanto al Duca di Raerford arrivò il brasiliano Marquinho. Meno baciata dalla buona sorte, però: dopo una marcia trionfale in Europa, con vittorie a Mosca, Madrid e Sarajevo, la corsa bianconera si inchiodò in quella maledetta finale di Strasburgo, contro il Maccabi vincitore per un solo punto, 80-79. In quell’ultimo atto che avrebbe regalato ai tifosi la triste memoria dell’arbitraggio di Van der Willige, Jim McMillian non potè apportare il suo contributo, che avrebbe potuto capovolgere gli equilibri e portare la Virtus sul trono. E anche lo scudetto scivolò via alla fine di quella stagione, in una finale contro Cantù in cui la truppa bianconera restò priva di entrambi i suoi stranieri: sempre out McMillian, fuori causa anche Marquinho.

Jim McMillian è stato, per chi lo ha visto all’opera, un’enciclopedia del basket, illuminatissimo anche quando la condizione veniva meno ed era costretto a rallentare i ritmi. E allora via di intuizioni geniali, di mestiere, di classe cristallina.

Oggi lo piangono i Lakers, per voce del presidente Jeanie Buss. “La sua perdita è un giorno triste per tutti noi, è stato un uomo-chiave nella conquista del nostro primo titolo Nba a Los Angeles”. Da questa parte del’oceano, la Virtus non è da meno, e si unisce al cordoglio della famiglia e degli amici del suo campione. Di Jim McMillian, del Duca Nero che è stato un racconto unico e irripetibile, su questi parquet. Un pezzo di storia della V nera.

McMillian in marcatura su Wayne Brabender

LA SCOMPARSA DI JIM MCMILLIAN, I RICORDI

www.bolognabasket.it - 18/05/2016

 

Dopo la scomparsa di Jim McMillian – morto lunedì all’ospedale di Winston-Salem per problemi cardiaci – il Duca Nero è stato ricordato da compagni e avversari delle due stagioni passate in maglia bianconera, dal 1979 al 1981. Ecco alcune testimonianze, raccolte da Alessandro Gallo sul Resto del Carlino.

Mario Martini: Si presentò in palestra in giacca e cravatta con l’avvocato. Noi stavamo facendo la preparazione a Bologna già da qualche giorno. Porelli ci disse di testarlo. Lo marcai io per tutto l’allenamento. Alla fine andai dall’avvocato e gli dissi che avrei pagato di tasca mia per vederlo giocare. Era un fenomeno.

Renato Villalta: Per me è stato il più forte di tutti. I suoi movimenti senza palla erano da manuale. Aveva una velocità di piedi straordinaria. E in difesa non ti faceva sconti: ti portava via il pallone quasi con la forza del pensiero. Anticipava i movimenti dell’attaccante, che fosse Morse o Antonello Riva, Dalipagic o Delibasic: aveva una tecnica sopraffina.

Gigi Serafini: L’ho vissuto da avversario. E devo dire che sono stato fortunato, perché per l’altezza non mi ha mai marcato. Diversamente non avrei visto palla. Era un’enciclopedia vivente del basket.

Charlie Caglieris: Se non si fosse fatto male a Brindisi avremmo rivinto lo scudetto e portato a casa la prima Coppa dei Campioni nel 1981. Jim era uno vero, che non si risparmiava mai. In allenamento era indistruttibile e non si tirava mai indietro. E in difesa non fingeva. L’avversario più forte toccava sempre a lui. E Jim lo annullava.

Gianni Bertolotti: In campo era un fenomeno. Fuori di più. Forse è stato il più grande. Come classe mi ricordava Larry Wright, con cui avrei vinto una Coppa dei Campioni a Roma.

Ettore Zuccheri: Una notizia che mi ha toccato. Con Cosic ha dato vita a una coppia straordinaria. Ricordo che Kreso passava per principio la palla a tutti. Poi, a seconda delle risposte del campo, decideva con chi continuare. Una volta a Belgrado cominciò a passare il pallone a Jim. I compagni erano liberi, ma lui voleva McMillian. Con quel gioco a due andò al riposo con 26 punti. Aveva articolazioni e tendini logori, che gli facevano male. Prima di giocare si faceva portare due bacinelle piene di ghiaccio, poi si faceva fasciare. Il rituale del ghiaccio si ripeteva a fine partita. Era così provato che tornava a casa zoppicando. Ma non ha mai saltato un allenamento o una partita. Come quella volta a Belgrado. Non sapevamo se avrebbe potuto giocare. Si fece fasciare stretto stretto, annullò Dalipagic e segnò 45 punti. Quando arrivò negli spogliatoi si fece liberare la caviglia. Sotto la fasciatura c’era un cocomero. Per lui era normale: il più grande.

Ed ecco anche le parole di Marco Bonamico, sentito da Luca Sancini su Repubblica: Era appena andato via dai Lakers e venne a fare un camp al palasport per le squadre giovanili. C’eravamo io, Piero Valenti, Marco Baraldi e altri. Ci stavano mostrando come si prende un rimbalzo d’attacco: McMillian, che non era due metri, andò su, prese il pallone, ricadde, saltò di nuovo e schiacciò. Come fosse la cosa più semplice, e noi a bocca aperta.
Adesso quasi non par vero, ma una volta i giocatori NBA li avevi visti in foto o in super8. Dopo l’assaggio al camp, anni dopo mi ritrovai Jim compagno di squadra e mi sembrava di sognare: io accanto a lui, che aveva giocato con Chamberlain e che in un libro appena scritto raccontava di aver avuto mille donne. Noi curiosi gli chiedevamo, lui sorrideva: era molto riservato. Anche nei campi più difficili Jim aveva la faccia di uno che passeggia sotto al Pavaglione, ci dava tranquillità, sempre il primo a incoraggiarti. E poi faceva canestro spesso 30 o 40 punti. E senza il tiro da tre. Senza il suo infortunio avremmo vinto a Strasburgo? Che dire. Sarebbe stata un’altra cosa con Jim, quelle erano le sue partite.