GERMANO GAMBINI

nato a: Bologna

il: 14/12/1931 - 28/12/2010

altezza:

ruolo: ala

numero di maglia: 12

Stagioni alla Virtus: 1951/52 - 1952/53 - 1953/54 - 1954/55 - 1955/56 - 1956/57 - 1957/58 - 1958/59 - 1959/60 - 1960/61

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti

 

IL RICORDO DI GIGI RAPINI

di Roberto Cornacchia

 

Era un bel marcantonio ma non era molto tecnico neanche lui. Si giovava del suo fisico perché essendo alto com’era incuteva paura a chi andava a tirare: una volta non era come adesso che c'è gente che tira e fa canestro con la mano del difensore sulla faccia. Appena il difensore di avvicinava l'attaccante non tirava più e quindi come difensore era valido. In attacco anche lui ha sempre fatto poco. Qualche entrata, ecco, qualche entrata la faceva.

 

Gambini in difesa (foto W. Breveglieri)

 

FORTITUDO, L'ADDIO A UN GRANDE: GERMANO GAMBINI

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 29/12/2010

 

Era uno dei simboli di BasketCity. Se n’è andato ieri, in punta di piedi, a 79 anni. Impossibile, per chi ama i canestri, non sapere chi fosse e cosa abbia fatto, in quasi mezzo secolo di basket, Germano Gambini. Due volte tricolore, da giocatore, con la Virtus di Vittorio Tracuzzi poi, a fine carriera, il passaggio in via San Felice, la scoperta di un mondo nuovo che, negli anni Ottanta, lo porta a essere il presidente della Fortitudo. Di una delle Fortitudo più belle e divertenti (prima dell’era firmata da Giorgio Seragnoli) di sempre.

Germano Gambini, nato a Bologna il 14 dicembre 1931, non può passare inosservato. Con i suoi 195 centimetri viene rapito dalla pallacanestro e a Bologna, a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta, la scelta è tra Virtus (la storia) e Gira (il nuovo che avanza). Germano gioca con una V nera sul petto ininterrottamente per dieci stagioni, dal 1951 al 1961. Per lui in totale 209 presenze e 1.176 punti. E soprattutto due scudetti con Tracuzzi come coach e compagni di squadra che rispondevano al nome di Achille Canna, Nino Calebotta, Mario Alesini.
Tecnicamente non è fortissimo, ma con quel fisico, in Sala Borsa (il palasport sarà inaugurato solo nel 1956) si fa sentire. «Un combattente nato», dice Achille Canna, che lo definisce uno degli emblemi di quella Virtus: non a caso dal 1958 al 1961 è pure il capitano di quella squadra.
A trent’anni, con quei 195 centimetri e quel fisico che sotto canestro sposta, cambia aria. Gioca per qualche stagione in Fortitudo. E alla Fortitudo, grazie all’amicizia con l’onorevole Giancarlo Tesini, resta legato. La Virtus comanda ma, proprio con Gambini alla guida - «c’erano lui, Armando Caselli e il direttore sportivo Angori», sottolinea con un pizzico di nostalgia Nino Pellacani - si arriva al sorpasso, alla fine degli anni Ottanta, in un playoff caratterizzato dal derby.
è una Fortitudo che punta sui giovani e che con i giovani diverte. è la stagione dei Pellacani, Zatti, Jacopini - un terzetto di ex ragazzi legati tuttora da una grande amicizia - ai quali si aggiungono Vicinelli e Bergonzoni.
Germano è uno che crede nei suoi giovani, li considera dei gioielli e, come tali, li coccola. Rifiuta per esempio 650 milioni di vecchie lire. Glieli vorrebbe dare il Banco Roma, per arrivare a Bergonzoni. Ma il no più clamoroso, circondato da un alone tra il magico e il misterioso, arriva per la cessione dei baby d’oro della palestra Furla, Andrea Dallamora e Andrea Sciarabba. A Gambini offrono 16 miliardi, sempre di vecchie lire, la risposta è sempre la stessa: «No».
Non solo giovani, però, perché a BasketCity, sponda Fortitudo, arriva una leggenda. Una di quelle grosse - ma davvero grosse - per chi è cresciuto sfogliando riviste patinate a colori (il vecchio «Giganti del Basket», per esempio) seguendo le prime telecronache Nba di Dan Peterson. A Bologna - dove Germano è proprietario di un celebre negozio di ottica - si materializzano i 217 centimetri di Artis Gilmore, subito ribattezzato l’Artiglio. Uno che dall’altra parte dell’oceano fa a sportellate, senza subire per giunta, con Kareem Abdul Jabbar. Sono tanti i giocatori che si succedono in quegli anni: tutti restano legati con il cuore alla «F». Non è la Fortitudo del Barone Schull, certo, ma come ripete Nino Pellacani è un’Aquila che non ha paura di nessuno. Anche se è una Fortitudo molto spesso costretta a fare l’ascensore tra A1 e A2.
Un grande come giocatore perché sapeva lottare sempre. «Un grande anche come dirigente avversario - dice Canna - perché il derby era l’occasione per prendersi in giro, ma poi ci si abbracciava, più legati di prima». Un grande dirigente, aggiunge uno dei suoi ragazzi di fine anni Ottanta, «perché Bologna era Virtus contro Fortitudo, erano l’avvocato Porelli contro Germano Gambini».
Piazza Azzarita piena, dirigenti che «sposavano» i loro atleti, che diventavano a loro volta bandiere e icone delle società per le quali giocavano. Un altro basket, una pallacanestro per appassionati nel senso più vero e più puro del termine. Ecco perché con la scomparsa di Gambini ci sentiamo tutti un po’ più poveri.
Ciao Germano, i derby, anche verbali, con l’Avvocato, ora potranno ricominciare.

Gambini contro Cappelletti in Virtus - Oransoda del 3 febbraio 1957

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)