TERRY DRISCOLL

(Edward Cuthbert Driscoll)

(giocatore)

Driscoll mostra i "badili" alla presentazione

nato a: Winthrop, Mass. (USA)

il: 28/08/1947

altezza: 204

ruolo: ala

numero di maglia: 12

Stagioni in Virtus: 1969/70 - 1975/76 - 1976/77 - 1977/78

statistiche individuali del sito di Legabasket

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto da giocatore

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DRISCOLL COSTA UN CAPITALE

Giganti del Basket - Giugno/luglio 1969

Questo è Terry Driscoll, il nuovo yankee della Virtus, certamente uno dei più forti stranieri del prossimo campionato. Le sue quotazioni negli USA erano veramente eccezionali: nell'ultima stagione è stato il quinto rimbalzista d'America (17,8 rimbalzi per partita) ed ha ottenuto una media di 23,3 punti, risultando uno dei migliori dilettanti dell'anno, tanto da venire designato come prima scelta dai Detroit Pistons. Dopo il modesto Skalecky finalmente torna alla Virtus uno yankee più che degno dell'eredità di Keith Swagerty. Certo le richieste di Terry, cui Porelli, suo malgrado, ha dovuto aderire per non lasciarsi sfuggire l'eccezionale preda, sono veramente da follia: si parla di quasi 100.000 dollari (60 milioni) per due anni. Ma probabilmente ne varrà la pena...

 

RAGA È "THE BEST"

Giganti del Basket - Marzo 1970

 

... Nello Paratore su Terry Driscoll (Virtus): "Bisogna distinguere. Prima dell'incidente di Milano meritava, "dicei", senz'altro. Poi inevitabile calo; non è più riuscito, anche dopo la guarigione della caviglia, a recuperare il miglior livello fisico-atletico. Non ha comunque ancora fatto vedere il meglio di sé. Voto 8".

Terry Driscoll sui giocatori italiani: "Difficile fare una classifica così su due piedi. Mi scusino i dimenticati. Dunque; Meneghin (rimbalsi), Iellini (regia), Masini (attacco), Bisson (bravo), Bergonzoni (diligente), Bufalini 8astuto), Ferello (trascinatore), Lombardi e Cosmelli (formidabili), Recalcati (esterno completo)". Terry Driscoll sugli stranieri in Italia: "Non ho dubbi: Manuel Raga. Il più... campione di tutti. Repertorio grandissimo, prestazioni favolose, impeccabili. The best".

 

 

IL PRIMO "ROUND" VA AL BARONE SCHULL

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - aprile 1970

 

La favola dell'ippogrifo alato di Boston prende l'avvio da un discorso che mi fa Gigi Porelli. Costui è stato negli USA, ha visionato un paio di filmini, ha chiesto referenze su un certo tipo di pivot che gioca divinamente la palla e i santoni che accompagnano Porelli (Carnesecca e Percudani) gli fanno notare che con quel tipo bisogna spicciarsi perché i "pro" premono e i Detroit Pistons hanno argomenti piuttosto validi. Porelli accosta la famiglia del ragazzo. Famiglia bostoniana, leggi impregnaata di perbenismo, puritanesimo eccetera. Pare che i Driscoll frequentino talvolta i Kennedy, e non so se mi spiego.

Comunque Porelli va a parlare di Bologna la dotta e la grassa, porta avanti il discorso sulle lasagne e dell'Ateneo secolare e ovviamente conclude in gloria buttandola sulla lira e sui risvolti del cambio in dollari. Torna in città l'avvocato ruggente e favoleggia di un mitico yankee che oscurerà la fama di chiunque l'abbia preceduto sui nostri parquets. Se Driscoll viene - fa Porelli - spacchiamo il mondo. Noi della stampa veniamo relazionati sulle immancabili statistiche: cose grosse, non c'è dubbio.

Succede che all'improvviso Terry cala in città. Con tanto di avvocato, s'intende. Subito alacri spose petroniane si mettono a confezionare lasagne al forno e intingoli vari. Madama Lombardi in questo senso impegna tutte le sue risorse e a fine pranzo Porelli le promette la pergamena dell'Ordine della leccornia somma.

Terry chiede tempo. Vola in Inghilterra per consultarsi con la fidanzata. Poi va a Riccione a vedere di che colore è il nostro mare. Infine promette che alla data del giorno X dirà di sì o di no. Porelli monta un baraccone mai visto. Convoca stampa e radiotelevisione, provoca una suspence che serve a ingigantire la bontà del prodotto. In realtà lunghe concioni notturne convincono il bostoniano. Tutti si impegnano a turno. Si chiacchiera in chiave allegra. Guai se Terry soffre di nostalgia. C'è la solenne promessa di chiamare papà Driscoll e fratellino al mare, per tener compagnia allo splendido ragazzone. Insomma Terry dice di sì e firma per la modica cifra di ventiquattro milioni di lire all'anno. Non solo: si conviene che se le due parti saranno d'accordo, Terry giocherà altri anni per la medesima somma.

Quella mattina poi Driscoll pronuncia il sì. C'è tutto il vecchio e nuovo staff della Virtus. Paratore sembra riscaldato dal sole del Nilo, Porelli gonfia i pettorali, il piccolo grande duce Peppino dice che questa Viruts spezzerà le reni al nemico.

BUONE PAROLE A SCATOLA CHIUSA...

Molti scribi prendono Porelli in parola e levano peana all'indirizzo del giocatore. Io stesso spendo buone parole a scatola chiusa. Terry arriva in città con dieci chili di troppo. Si esibisce a livello oratoriale, ma saranno i dieci chili, l'ambientamento difficile, chissà. Quelli dell'Eldorado cominciano a contestare, fanno osservare che i prodotti si giudicano e si gustano a scatola aperta, insomma dopo, non prima. Faccio notare che a quella certa volpe piace l'uva, ma vengo subito accusato di deviazionismo riprovevole.

Non mi interessa. Vogliamo vedere cosa diavolo sa fare questo Driscoll. Comincia bene, alla grande. Pare proprio un super. Poi si rompe una caviglia e qualche sciagurato lo convince a scendere in campo a dispetto di un'evidenza molto eloquente. In sostanza Terry si guasta e ci mette un mese a riprendere. Nel frattempo giunge da Boston la fidanzatina e a Terry vengono i capogiri. Mal d'amore, si dice. Mani nella mani sul divano di casa Porelli. L'avvocato sacrifica le poltrone di velluto sull'altare della ragion di squadra. Terry ama e viene riamato. Ma la Virtus perde e insomma il mal d'amore è una grossa rottura.

La condizione non torna più. Fra l'altro, Terry mostra di non avere proprio sangue di leone. Si muove da cineteca, sui fondamentali è forte da morire, ma sulle cifre gli danno dei punti in molti. E se la Virtus vuol vincere qualche straccio di partita deve ricorrere al vecchio repertorio dello yankee di Livorno, all'immarcescibile Lombardi, non certo al Driscoll d'oro zecchino.

Il tempo passa, Porelli si stufa parecchio, i tifosi restano interdetti. In casa Eldorado sogghignano. L'americano giusto ce l'hanno loro, altro che. Terry insegue le chimere. Va in campo nervoso, non riesce a far quadrare i conti. Va a intermittenza, un paio di lampi geniali e poi via le luci, il sole è spento e chi l'ha spento è lui, l'ex favoloso figlio del Massachussett.

E adesso? Terry si confida: "L'anno prssimo glie la farò vedere a tutti. Capisco che ho deluso, ma un anno dispari può capitare a tutti. Datemi tempo, abbiate fede, glie la farò vedere". Già, l'anno prossimo. Porelli è decisissimo. Ventiquattro milioni il signor Driscoll se li sogna. O ne accetta di dieci di meno o fa fagotto. Leggi di elementare finanza impongono una condotta del genere. Le favole sono belle cose se durano poco. La favola del bostoniano d'oro regge solo in quanto l'oro se lo becca una sola delle due parti. Per parte mia ricordo di aver scritto che forse Driscoll sarebbe stato il miglior americano approdato alle rive del basket di qui. Sospetto fortemente di essermi sbagliato.

 

 

IO TERRY DRISCOLL, SENTITAMENTE RINGRAZIO...

di Terry Driscoll - Stadio - Speciale scudetto 1976

 

Quando "Stadio" mi ha chiesto di scrivere un articolo da pubblicare, lo giuro amici, mi sono messo le mani nei capelli. Ho pensato a quale figuraccia stavo andando incontro. Io preferisco giocare a basket, prendere botte in campo, sentirmi fischiare se sbaglio un tiro, piuttosto di dover fare il giornalista. Non sono capace e mi scuso subito sperando che i tifosi capiscano il mio impaccio. Bene. Adesso è venuto per il momento di fare un sano esame di coscienza, un bilancio sulla mia carriera italiana. Cominciamo da cinque anni fa. Arrivai che ero quello che si dice un "bravo ragazzo", ma fu difficile ambientarmi qui.

Gente diversa, responsabilità sulle spalle, poi quel maledetto infortunio che mi affondò definitivamente anche il morale. Non che coi compagni mi trovassi male e nemmeno coi dirigenti. Tutti mi volevano bene e si facevano in quattro per mettere a proprio agio questo "giuggiulone" (si dice così?), nato nel Massachussetts. Insomma in parole povere durante quell'anno io feci (e qui voglio usare un termine che voi dite sempre e che non so sia italiano o meno) "boazza". Poi tornai in America. Cinque anni di professionisti, vi assicuro, è un'esperienza che ognuno dovrebbe provare. Lo confesso subito: in questi cinque anni non ho avuto tanto successo, ma non solo per colpa mia. Un anno per esempio non mi facevano giocare quasi mai perché dicevano: "Tu Driscoll sei pagato troppo, adesso fai panchina...". Poi evidentemente ci sono altre ragioni: infortuni e soprattutto in quanto c'era della gente migliore di me. Ma non crediate che voglia cercare delle attenuanti. Anzi dimenticate quello che ho detto sopra e pensate pure che anche in America io abbia fatto "boazza". Ma intanto sono maturato un sacco, sia come giocatore sia come uomo.

Ho sposato Susan, poi è arrivato Keith. Adesso voi penserete. Ecco che Driscoll appena si è sposato ha messo la testa a posto e non fa più il furbo con le ragazze. Non è vero niente. Sono sempre stato un tranquillo io nella vita. Andiamo avanti. In estate dunque di nuovo a Bologna. Ero contento davvero, perché volevo prendermi una rivincita e riscattare la "boazza" di cinque anni prima.

I dirigenti, soprattutto quelli vecchi che mi conoscevano bene, ma anche quelli nuovi venivano da me e con fare un po' sospettoso chiedevano: "Senti Terry ma come mai tu in America hai giocato così poco?". E io lo confesso ero un po' imbarazzato. Loro avevano ragione. E avevano ragione anche quando storcevano il naso dopo le mie prime esibizioni con la maglia della Sinudyne. Ma avevo solo bisogno di conoscere il basket italiano, di sapere tutto di tutti i giocatori, di sistemare la famiglia. Dopo ero sicuro che avrei migliorato.

Peterson, che è un grande psicologo, e i miei compagni mi hanno dato una mano a superare il momento critico. Ma attenzione! Non sono d'accordo con quelli che dicono che Terry Driscoll è stato determinante per questo scudetto della Sinudyne. Se Terry Driscoll è cresciuto e ha cominciato a giocare meglio, la ragione unica è che anche la squadra gradatamente è cresciuta e ha cominciato a credere in sé stessa. Io sono soltanto un anello della catena, perché la Sinudyne di quest'anno era una squadra in cui esisteva una grossa dote: quella della compensazione: un giorno non girava uno e quell'altro subito inventava un partitone; tutta la squadra insomma copriva le falle.

Un altro è stato il pubblico, che mi ha commosso per la continuità e la fiducia con cui ci ha seguito. Insomma tirando le somme credo di aver raccolto quest'anno sotto le Due Torri delle soddisfazioni che non posso spiegare con parole, tanto sono grandi. Sono arrivato e ho vinto lo scudetto. Non male come inizio non vi sembra? E poi sono convinto che la Sinudyne può migliorare ancora. Così come può migliorare ancora Terry Driscoll. Ma desso andiamo in vacanza. Dedico a Bologna tifosa e non tifosa questo terribile articolo. è fatto male, ma è fatto col cuore... (bello, come slogan!). Adesso resto qui fino a giugno, vado a vedere un po' di belle cose per l'Italia, gioco a tennis con gli amici, faccio un salto in America e verso la fine dell'estate sarò di nuovo qui per difendere con i denti questo benedetto scudetto. Datemi una mano anche voi... e forza Sinudyne!

Cosmelli e Driscoll, all'epoca della prima parentesi italiana

UNO YANKEE CON L'ACCENTO BOLOGNESE

di Giorgio Comaschi - Stadio - Speciale scudetto 1976

 

Un tipo come Terry Driscoll, giratela come volete, non è facile trovarlo. Cosa fa nella vita questo "bolognese" nato in America? Fa il giocatore di basket in una squadra che ha semplicemente vinto lo scudetto. E fin qui va bene. Rimandiamo un attimo il discorso tecnico. Poi? Poi Terry Driscoll è un ragazzone di una simpatia spicciola, quasi guasconesca, che lega con tutti nel giro di due secondi, che va al supermercato a fare la spesa, che va fuori a passeggio col suo "Smooky", un cagnone olandese color fumo di Londra, che in palestra quando un compagno arriva in ritardo invoca a gran voce una cena da Rodrigo, che ti chiede cosa fai in perfetto bolognese, che è innamorato cotto di Susan, la sua graziosa compagna, che va a letto a mezzanotte in punto, che ritaglia gli articoli di basket e li spedisce ai genitori in America e che programma la sua vita con la precisione di un orologio svizzero. In pratica Terry Driscoll non ha problemi. Una volta superato il gran salto dell'Oceano, una volta piantate le tende, una volta prese le misure sul basket italiano, si è costruito a poco a poco il suo ritmo di vita. All'inizio è stato forse un po' difficile. Il bambino, la casa da sistemare e mille altre cosette di contorno. Poi via liscio come l'olio. In più nel suo quartiere gravita un buon numero di studenti americani, per cui ogni tanto c'è pure una ventata di little America così, tanto per restare in tema.

E adesso parliamo di Driscoll in palestra, di Driscoll e la Sinudyne, di Driscoll in campo. Problemi di lingua? Nessuno, anche per via di quella stagione giocata da queste parti qualche annetto fa. Driscoll è arrivato alla corte di Porelli dopo essersi fatto un bagaglio di esperienza tecnica e psicologica nell'inferno die "pro". Là giocava poco e segnava poco. Primo perché nei pro è tutta un'altra cosa, secondo perché il ragazzo non è affatto uno che vuole fare il solista. Basta guardalo attentamente quando in campo non ha la palla in mano.

E questa tra parentesi è una cosa a cui tiene moltissimo. Dice: "Una partita di basket non è solo fatta di numeri da giocolieri, di canestri spettacolari. Quelli ci sono sempre. Bisognerebbe che il pubblico facesse attenzione anche come si svolge uno schema, come si prende un rimbalzo,come si taglia fuori l'avversario, come si "blocca" eccetera".

E in effetti questo bel tipo di americano va a rimbalzo in difesa con una grinta da "pro", cerca il tap-in in attacco con una determinazione e un senso della posizione eccezionali, studia con cura gli schemi delle squadre avversarie per non rimanerne irrimediabilmente invischiato, fa dei "blocchi" che sembrano il muro di Berlino. In più passa la palla benissimo, sa lanciare il contropiede come pochi e soprattutto sa come e quando mettere dentro il canestro che conta.

La gente diceva: "Ma McMillen però era più forte. Faceva canestro quando gli pareva e poi a Bologna ha fatto delle cose irripetibili". E qui sta il punto. McMillen era un solista coi fiocchi e controfiocchi, per giunta bolognese di spirito. L'inserimento di Terry nel dispositivo delle V nere ha semplicemente fatto esplodere le innate doti di quell'americano che è Gianni Bertolotti, ha ridato convinzione e mentalità giusta al gioco di Serafini, ha in pratica trasformato una squadra abituata a vivere all'ombra del fenomeno yankee, come tante altre, in una squadra che si è guardata dentro ed ha capito di valere un sacco di quanto a collettivo ed amalgama.

Che altro dire ci questo personaggio che ormai è entrato nel cuore della Bologna cestistica, se non che a ventinove anni si ritrova una faccia da eterno ragazzino, che ha due mani che sembrano due racchette da tennis, che porta il 52 di scarpe e che alla domanda: "Terry, ti consideri un uomo fedele?" risponde tutto serio: "Sì, anche perché con le 500 lire alla settimana che mi dà Susan, non vedo proprio come potrei fare a non esserlo...". E adesso provate a dire che Terry Driscoll non è un bel tipo di americano.

 

(foto fornita dalla collezione Luca e Lamberto Bertozzi)

TERRY DRISCOLL

"MOTORMAN" DELLA SINUDYNE

Premetto che sono entusiasta dell'Italia. Ho un contratto per due anni e mi fermerò finché mi vorranno dirigenti e tifosi...

di Enzo Tortora - Intrepido - 1976 numero 15

 

Questo campionato della pallacanestro è stato caratterizzato da grandi «ritorni»: Bob Morse alla MobilGirgi, Red Robbins alla Cinzano e Terry Driscoll alla Sinudyne. Terry era già stato a Bologna nel sessantanove e poi era tornato a casa, lasciando il ricordo di un professionista serio, preparato, e quando, quest'anno, l'avvocato Porelli, procuratore della squadra bolognese, è riuscito a riportarlo a Bologna, i tifosi della Sinudyne hanno esultato perché Driscoll ha una mentalità di gioco, un modo d'interpretare la pallacanestro che poteva, da sola,finalmente,  dare  quella spintarella  che  avrebbe permesso ai bolognesi di vincere, dopo tanti anni,uno scudetto.

Molti giocatori di basket si comportano come se la pallacanestro fosse un gioco individuale e non collettivo e (specialmente qualche americano) giocano da noi più per dimostrare «quanto sono bravi» che per far vincere la loro squadra. Questo con Driscoll non succede, lui non ama essere «divo», sa sacrificarsi ed al canestro probabile personale preferisce un passaggio sicuro al compagno smarcato. Così la Sinudyne con questo americano, e questa mentalità, è riuscita dove MobilGirgi e Forst, altre due compagini fortissime, quest'anno hanno fallito: è riuscita persino a sconfiggere la malasorte e due giocatori all'ospedale verso Natale non le hanno impedito i primi posti in classifica. «Lo so, hanno detto che questa formula del campionato con la "poule" finale non è sportiva, ma a me non sembra proprio, perché si sa che ci vogliono almeno dieci giocatori, e proprio da questi si deve trarre un gioco omogeneo, così se viene a mancare il singolo non viene scambiata tutta la struttura della squadra».

Hanno scritto, qualche mese fa, che Driscoll se ne andò dall'Italia perché i «pro» americani gli avevano offerto più soldi e adesso  sarebbe  tornato perché i «dilettanti» italiani gliene hanno dati ancora di più, come se il giocatore, che ha sempre confessato d'essere molto attaccato alla propria famiglia, se ne fosse venuto dall'America solo per un paio di zeri in più. «Mi fa molto male che credano questo di me anche perché io non l'ho mai detto. Sono tornato in Italia perché se avessi giocato con i professionisti in America sarei stato costretto a stare quasi sempre lontano da mia moglie e da mio figlio; da noi si fanno trasferte anche di due settimane, mentre invece in Italia sono più libero. Poi, ed è la cosa più importante, perché qui potrò giocare quaranta partite intere invece che cinque-sei minuti per incontro come mi sarebbe successo negli Stati Uniti».

Terry è tornato a Bologna gravato da una pesante responsabilità: sostituire quel McMillen che lo scorso campionato è stato considerato persino dai tecnici americani come il miglior giovane giocatore in senso assoluto. «Sono stato fortunato perché mi sono inserito in una squadra che andava già bene; abbiamo avuto buoni risultati e ci siamo capiti subito. Questo mi ha aiutato moltissimo per non sentire la responsabilità d'ereditare il posto di Tom McMillen. Poi non mi ero reso conto di quanto aveva fatto in Italia, perché quando giocava negli Stati Uniti lo avrò visto sì e no un paio di volte per televisione. Così, non conoscendo il suo gioco non sono stato per niente condizionato e questo è un bene perché io sono un giocatore, e Tom un altro, e io devo far bene le cose che so fare senza pensare ad altro».

In America, dove ogni anno, dalle università, escono in media cinquemila nuovi buoni giocatori di basket, Terry è considerato un «vecchio» con i suoi ventotto anni; da noi invece, dove manca tanta «dovizia», giocare fino a superare i trent'anni è un'abitudine, ormai. «Premetto che sono entusiasta dell'Italia. Ho un contratto per due anni e mi fermerò finché mi vorranno dirigenti e tifosi, e finché sarò utile alla squadra», ci ha confidato Driscoll. Ma l'avvocato Porelli, che vive esclusivamente per la Sinudyne, ha precisato: « Terry è forte, integro nel fisico, e per me può andare avanti a giocare benissimo ancora almeno sette anni, dando sempre un notevole apporto alla squadra».

Il giocatore a Bologna divide il suo tempo fra la famiglia e la pallacanestro, unici suoi svaghi, con l'aggiunta di un po' di tennis e di nuoto. «Poi, adoro andarmene in giro per questa città bellissima a "conoscere" la gente. Il calore, la simpatia degli italiani furono le cose che mi mancarono maggiormente quando me ne andai sei anni fa».

Driscoll è laureato in biologia, ma pensa, alla fine della sua carriera, di tornare  all'Università  e prendersi un'altra laurea. «Quando scelsi biologia volevo dedicarmi alla medicina, ma adesso che ho famiglia ho cambiato idea, perché questa professione mi terrebbe ancora lontano da casa. Così quando smetterò con il basket cercherò di laurearmi in legge. Per adesso la mia vita è fatta di pallacanestro, e solo di pallacanestro, perciò devo scegliere una professione che mi permetterà di stare a lungo con mia moglie e mio figlio».

E' bello sapere che un campione di ventotto anni, con il suo bel pezzo di carta già incorniciato e appeso alla parete del salotto buono, pensi addirittura di ritornare all'università. E' una cosa quasi da fantascienza per la nostra mentalità, perché da noi, solo con qualche eccezione e proprio nella pallacanestro, i protagonisti dello sport ci hanno abituato all'idea che discipline sportive a livello professionistico e studi non vadano assolutamente d'accordo, creando esempi pericolosissimi per i giovani. Ci si dedica ad uno sport e subito si smette di studiare; e così, visto che per uno che arriva mille si perdono per strada, si vengono a creare dei disadattati. «Questa è una cosa che avevo notato anche la prima volta che venni in Italia, e mi sembrò stranissima e anche molto pericolosa. Invece in America è stato dimostrato che sport e studi vanno d'accordissimo; da noi sono proprio le scuole che ti danno la possibilità di praticare uno sport, e questo non incide sul buon rendimento. In Italia poi, dove non c'è nemmeno come da noi l'obbligo di finire l'università in quattro o cinque anni, conciliare le due cose è davvero facilissimo».

E la pallacanestro in America è veramente lo «sport scolastico». Si gioca in ogni aula, si può dire, proprio in ogni aula anche perché per praticare il basket basta poco; è uno sport povero alla portata di tutti: un muro, due chiodi e un cesto da appendere, e proprio perché non occorrono infrastrutture o equipaggiamenti costosi è diventato tanto popolare. «Sono felice di fare pallacanestro perché so che quando un bambino viene a vedermi, può tornare a casa e mettersi a giocare, e con questa disciplina non si sentirà mai troppo povero, un escluso. Veramente la pallacanestro è alla portata di tutti: basta un pallone. Ed è uno sport completo che aiuta moltissimo a crescere bene e non solo nel fisico. Per esempio, è l'unico sport dove il giocatore che ha commesso un fallo si autoaccusa e questo aiuta ad acquisire un certo tipo di mentalità. Poi ti permette di fare amicizia con altri ragazzi. Devi giocare con tutti, dividere un risultato negativo o positivo con i compagni di squadra, anche con quelli che ti sono meno simpatici e anche questo aiuta un ragazzo, perché quando sarà uomo nel mondo del lavoro non troverà solo persone simpatiche».

La Sinudyne ha avuto un inizio di campionato un po' difficile, pochi all'inizio credevano in una sua stagione tanto brillante e il favore del pronostico andava ancora a Forst e Girgi. «All'inizio non andavamo molto bene. Ci siamo trovati di fronte a delle scelte precise: potevamo tirarci indietro o impegnarci a lottare facendo il possibile, e soprattutto l'impossibile, per uscire dalle situazioni difficili. Abbiamo optato per quest'ultima soluzione e siamo riusciti ad acquisire una buona sicurezza in noi, una mentalità vincente e questa concentrazione, specialmente per i giovani, è stata molto positiva».

Così, sia alla Forst che alla MobilGirgi è mancato qualcosa: quel qualcosa che invece i bolognesi hanno trovato. «Forse loro sono stati un po' logorati dalla responsabilità d'essere sempre la squadra da battere, e noi invece siamo stati aiutati dal fatto che davanti avevamo loro. Noi dovevamo sì vincere, ma loro non potevano assolutamente perdere; e a lungo andare questo è molto logorante. Quando siamo passati al comando della classifica, abbiamo poi continuato a giocare, partita dopo partita, come se ognuna facesse storia a sé, pur stando molto attenti a non commettere passi falsi».

Si dice che il gioco di Driscoll sia notevolmente cambiato da quando venne in Italia la prima volta, e sia cambiato in meglio, anche se adesso realizza meno punti per partita. «Non è vero che io abbia cambiato modo di giocare: è che questa volta ho trovato una squadra diversa, così anche il mio gioco sembra diverso. Allora da me si voleva che andassi soprattutto a canestro mentre adesso con vicino compagni come Serafini e Bertolotti posso fare più passaggi, pensare molto più al gioco di squadra; e questo è per la mia mentalità il modo migliore di giocare. In questo modo mi sento anche meno responsabilizzato, e rendo sempre su un buon livello».

Un vecchio orologio suona le quindici. E' domenica. E Driscoll deve andare a giocare, lo aspetta una partita di questo entusiasmante finale di campionato. Ci salutiamo, lui prende un autobus e se ne va: e io mi accorgo che la pallacanestro può darci anche questo: lo sport finalmente senza isterismi, divismo esasperato, lunghi ritiri, prigionie assurde. Uno sport da uomini forti. Da uomini semplici.

Enzo Tortora

 

Didascalie delle foto

Terry Driscoll, che già alcuni anni or sono aveva giocato a Bologna, è tornato nella stessa città indossando la maglia delle «V»nere. Terry, 29 anni, pivot di 2,03, è stato voluto dal« coach » Dan Peterson per dare alla squadra un «senso» di sicurezza e di spinta. Infatti nei momenti critici in cui ogni squadra può incappare durante una partita, Terry sa assumersi il compito di galvanizzare i compagni e, se sono necessari i due punti, dà l'anima per ottenerli.

Il bagaglio tecnico di Driscoll  tiro, uno contro uno, rimbalzista è di prim'ordine, tuttavia la dote che spicca maggiormente è la capacità di attirare su di sé diversi avversari per poi passare, al compagno smarcato, come appare evidente in questa foto: elusa una selva di broccia, Terry « serve » il compagno Piero Valenti

Un quadretto familiare: il giocatore con la moglie Susan e il vivacissimo figlioletto Keith. Terry, persona simpatica e di modi raffinati, si trova benissimo in Italia; al pari 'della consorte, dice di esserne innamorato


(Foto e articolo forniti dalla collezione Luca e Lamberto Bertozzi)

I "PRO" USA VOGLIONO I BABIES DELLA SINUDYNE

di Giuseppe Galassi - Il Resto del Carlino - 22/08/1975

 

La scelta di Terry Driscoll non poteva cadere più ad hoc. Far dimenticare il mostro Tom McMillen non è certamente cosa facile, ma l'avvocato Porelli, con il solito acume, ha ripescato dal cilindro il fuoriclasse che già vestì la maglia della gloriosa Virtus. Auerbach, già vincitore di numerosi titoli NBA alla guida dei Boston Celtics, ora assurto nel ruolo di presidente, ha liberato il cartellino di Terry con questa frase che probabilmente diverrà storica: "I don't want to hurt anybody". Che significa: "io non voglio fare del male a nessuno". E tutto questo perché Driscoll aveva già firmato il contratto per i Boston. Evidentemente le arti persuasive dell'avvocato Porelli hanno fatto pendere la bilancia dalla parte bolognese.

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Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

"Dopo aver girato parecchi stati dell'America, posso garantire che è difficile trovare della gente come quella bolognese" aveva dichiarato, prima della fine del campionato 1977/78, Terry Driscoll e Dan Peterson, non crediamo per prepararsi un delfino, aveva raccontato questo episodio: "Terry è un personaggio unico non solo perché lui effettivamente da una mano agli altri mettendo al loro servizio la sua esperienza, ma anche perché lui sa benissimo di essere la chioccia del gruppo e si comporta come un vero fratello maggiore" racconto il "nano ghiacciato" di Chattanooga. "Ricordo a questo proposito che l'anno in cui vincemmo lo scudetto, giocavamo a Siena una partita molto difficile, con il punteggio in perfetto equilibrio fino a pochi istanti dal termine. Ad un certo punto siamo costretti a mettere in campo Tommasini e subito Terry gli passa il pallone, per noi molto importante, che per fortuna Tommasini trasforma, dandoci il vantaggio decisivo. Alla fine chiesi a Driscoll perché mai avesse rischiato, dando la palla a Tommasini e lui mi disse: "Dovevo subito inserirlo nel clima della partita eppoi, anche se sbagliava, al rimbalzo ci pensavo io". Capito?".

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TERRY DRISCOLL

di Dan Peterson

 

Potrei scrivere 100 pezzi qui dentro su Terry Driscoll, tale è la mia stima per lui come uomo, atleta, campione. Un coach ricorda sempre quelli che gli fanno vincere le partite. Primo ricordo: partita per lo scudetto a Varese nel 1975-76. Nostro pivot per la Sinudyne Bologna, Gigi Serafini, esce con 5 falli. Terry Driscoll, il più duro di tutti, ma solo due metri scarsi, deve marcare nientemeno che Dino Meneghin, 2,05 e almeno 10 kg più di Terry. Con un cuore grande come una casa, Terry marca Dino e noi vinciamo la partita e lo scudetto. Mi emoziona pensare di questo ancora.

Secondo ricordo: lo stesso anno, 1975-76. Partiamo 1-5 in campionato, anche grazie ad uno 0-2 e una sconfitta in campo neutro. Dobbiamo andare a Roma, contro l'IBP del grande motivatore Valerio Bianchini e perdiamo la partita, in ogni probabilità, non ci alziamo più da terra, altroché vincere lo scudetto. Bene, Terry è monumentale e vinciamo, la prima di 9 vittorie in fila. Anche quell'anno, a Varna, in Coppa Korac, Charley Caglieris, ad un time-out, si lamenta che non prendiamo rimbalzi. Driscoll: "Ehi, piccolo! Pensaci tu a palleggiare, stare zitto e noi lunghi prenderemo i rimbalzi." Li ha preso tutti lui.

Terzo ricordo: è 1977-78 e abbiamo il focoso John Roche in squadra. Giochiamo contro Siena a Bologna. Piero Franceschini, un duro, sta picchiando Roche. John mi chiede di chiedere un time-out. Al time-out mi dice, "Se quel Numero 5 mi colpisce ancora, lo stendo." Non voglio questo. Driscoll: "John! Dan! Zitti tutti! Ci penso io." Il gioco riprende. Da ciel sereno, con noi in vantaggio, 3-1, in contropiede, un fischio. Come? Steso per terra, sanguinante, Piero Franceschini, 5 punti di sutura se non sbaglio. Terry, freddo killer, ha aspettato il momento, senza TV, a difendere il suo compagno.

Quarto ricordo: Lo stesso 1977-78, Terry fa una caduta terrificante in allenamento durante le semi-finali con Cantù. Mai visto sangue così tranne gli anni in Cile. Coagulava sul campo. Pensavo: "Terry morirà." Invece, 12 punti di sutura nella tempia, luogo vulnerabile. Gioca contro Cantù, vince Gara 2 e Gara 3, poi gioca la finale contro Varese, tre partite senza poter vedere benissimo per il gonfiore attorno all'occhio, senza mai tirarsi indietro, prendendo le botte per i rimbalzi importantissimi, trascinandoci in finale. Piango ancora per non avere avuto lui al 100% per la finale. Un vero campione.

L'anno successivo, è subentrato a me sulla panchina della Virtus. Ha vinto due scudetti in due anni, poi ha lavorato per l'NCAA e altre imprese. Oggi, è Direttore Sportivo a William & Mary University, nella bellissima città di Williamsburg, Virginia, e ha responsabilità per tutti gli sport dell'università, budget, ingaggi, licenziamenti, pubbliche relazioni, costruzioni, e via dicendo. Lo vedranno forse i suoi colleghi come loro capo. Chissà se sanno che il suo cuore è più grande del loro stadio di football e l'arena di basket messo insieme. Non importa. Lo so io. E non lo dimenticherò mai.

 

STILE UNDERDOG

di Terry Driscoll - V nere - 1990

 

Ho vissuto tre vite cestistiche, a Bologna. Della prima esperienza, sul finire degli anni Sessanta, non conservo particolari ricordi, se non quelli legati alla scoperta di un mondo nuovo. In campionato non resi al massimo, quindi preferisco rammentare soprattutto la grossa amicizia che mi legava a Massimo Costelli. Sei anni più tardi l’avvocato Porelli mi ripropose di tornare in Italia. Accettai con entusiasmo, un po’ perché mi ero stufato della vita fra i professionisti, un po’ perché credevo che Bologna avrebbe potuto regalarmi una soddisfazione inedita, quella della vittoria assoluta.

Di quel campionato favoloso i tifosi bianconeri ricorderanno tutti i particolari; anche le nuove generazioni ne avranno sentito parlare decine e decine di volte, perché si trattò del torneo di uno scudetto atteso 20 anni. La Virtus era considerata “underdog”: un termine che nello slang sportivo americano designa la squadra o il giocatore che godono di scarsa considerazione. Per di più l’incontro decisivo si giocava a Varese, in un palazzotto che aveva una fama sinistra, per gli avversari, perché si diceva che in esso Meneghin e compagni non avessero mai perso una gara importante.

La nostra vittoria smentì quella leggenda e cambiò il quadro del basket italiano, poiché la Virtus diventò una delle squadre pretendenti al titolo per un buon numero di anni consecutivi. Nei due campionati successivi, purtroppo, Varese ci superò sul filo di lana e anche quando toccò a me prendere il posto di Dan Peterson in panchina, pensavo che dovesse essere quella la squadra da battere. Come mio successore in campo “nominai” Kresimir Cosic; poi, dopo aver constatato che il mercato americano offriva molto poco nel settore delle guardie, decisi di affiancare a Caglieris un giocatore di stanza nel campionato olandese, Owen Wells. La mia nomina a capoallenatore fu accolta con molto scetticismo; insomma finii con il sentirmi anch'io un underdog.

Però vedevo che la squadra stava crescendo, che la classe (e l'amicizia) dei vari Villalta, Caglieris, Martini, Serafini poteva sopperire alla mia inesperienza. E così arrivammo in finale, per il quarto anno consecutivo. Ma, sorpresa, contro di noi non trovammo più Meneghin e soci, bensì la squadra di Milano, allenata da Dan Peterson. Dopo aver inflitto tredici punti di distacco al Billy, a Bologna, nel ritorno ci presentammo nell'immenso palazzone di San Siro. Ricordo che era una domenica di maggio e che a pochi metri da noi giocava anche la squadra di calcio del Bologna, impegnata nella lotta per non retrocedere.

I nostri "colleghi" pareggiarono (e si salvarono): noi, per non essere da meno, disputammo una prestazione magica. Dopo il primo tempo, concluso sotto di un punto, nello spogliatoio guardai i ragazzi negli occhi, dicendo: "Loro hanno già dato il massimo, adesso tocca a noi". Rientrammo in campo e con un travolgente avvio di ripresa ci assicurammo un vantaggio incolmabile. Fu la mia ultima partita con la Virtus.

Oggi sono il presidente della KSG, un'agenzia di vendite e rappresentanza per prodotti sportivi, con un mercato abbastanza ampio, in Europa e in Oriente. Spero sempre di tornare a Bologna, prima o poi. Allenare mi è piaciuto molto, ma non è che ne senta la mancanza; quindi verrei come turista. Se poi dovessi cambiare idea, beh, che dite: mi vorreste ancora fra voi?

Driscoll si libera della marcatura di Bob Morse grazie ad un blocco di Villalta

IL BOSTONIANO

di Gianfranco Civolani

 

E se con il reverendissimo Coccodrillo del Nilo dovesse mai arrivare anche il magico bostoniano? Gigi Porelli lancia nell'etere il messaggio e in effetti approda a Bologna l'ex Citì azzurro Nello Paratore e di seguito ecco anche la primissima scelta di Detroit, quel Driscoll che sceglie Bologna e comunque l'Europa prima di scozzonarsi con quelle rocce dei pro a casa sua. Terry è un bostoniano dalla testa ai piedi. Ha i genitori ricchi e molto alfabeti, ha una faccina da bimbaccione tirato su a omogeneizzati every day, si esprime con grande proprietà e ovviamente promette di fare sfracelli nel nostro pianetino. E invece il bimbaccione (che ha solo ventuno anni) è un po' troppo timidone e i suoi primi approcci sono troppo labili e così la Virtus con Paratore & Driscoll fa un campionato tremendamente anonimo, settimo posto ex aequo, e insomma meglio cambiare perchè Terry dopo una stagione in altalena (ventuno punti di media, ma qualche vacanza agonistica di troppo) se ne torna a casa e di questo bel giovanottone di squisite maniere resta soprattutto l'indelebile ricordo della sua manina fatata che frega in tromba e allo spasimo la Fortitudo nell'ennesimo derby al calor bianco. Ciao Terry e chissà mai se ci rivedremo più.

E invece ci rivediamo quasi subito e ci rivedremo sempre. Passa qualche anno, Terry gioca benino e anche benone nell'NBA e qui a Bologna furoreggia John Fultz detto Mitraglia. Ma nell'anno di grazia settantacinque c'è little Dan Peterson in plancia e a little Dan non par vero di affidarsi a un suo connazionale tanto referenziato. Terry ha fatto un po' cilecca sei anni prima? E va bene, ma adesso Terry ha già ventisette anni. E poi dicono che si è anche fatto parecchio cattivello, provare per credere. Terry dall'America fa sapere che gli piacerebbe riprovare da noi e magari prendersi una bella rivincita. Torna e vince subito. Scudetto con Gigione Serafini e Charly Caglieris, scudetto e magari si inaugura un ciclo, stiamo a vedere. Ma no, non si inaugura nessun ciclo e tre anni dopo succede che tutti capiamo che Little Dan deve cambiare aria e che il suo successore non potrà essere che il divino Terry. In particolare mi ricordo una sera nel Nordovest della Francia, a Caen per un match di Coppa. Little Dan va a letto prestissimo e io e qualche altro collega restiamo a chiacchierare con Terry. Lui ci spiega come dovrebbe e dovrà giocare la Virtus e immediatamente intuiamo che lui Terry di lì a poco sarà il nuovo nume della V nera.

E infatti. Due stagioni, due scudetti, record del mondo più o meno omologato. Dicono di Terry che sia soltanto un giocatore che sa tenere unito il gruppo e che sa motivare. Io posso dire che se ogni tanto qualcuno pensa di alzare la voce con l'ex mollaccione, beh, adesso è già grassa se l'ex bambinone e mollaccione non lo prende per i blacchi e non lo appende in doccia. Morale: la Virtus di Terry è davvero invincibile e siamo tutti curiosi di verificare se davvero anche per Terry valga la regola del non c'è due senza tre. Impossibile verificarlo. Accade che dopo i due scudettoni Terry e Porelli d'improvviso si separano. E qui ci sono due versioni, quella ufficiale e quella più ufficiosa. Quella ufficiale dice che Terry si presenta in sede per chiedere un po' di milioni in più e che il Dux gli risponde che pochino sì e un pocone no o altrimenti sgambillare. E Terry conseguentemente sgambilla e saluta. Ma c'è una versione ufficiosa che racconta di madama Driscoll (signora che conta assai) che suggerisce al maritone di chiedere un bel po' perché se il Dux ci sta evviva o altrimenti meglio così perché Madama ha una gran voglia di rientrare nel Massachussets. Come è e come non è, Terry questa volta saluta per sempre. Noi non possiamo sballare i nostri bilanci, tuona Porelli, ma resta il fatto che nel dopo Driscoll la Virtus langue e dovrà poi aspettare ben quattro anni per cucirsi un altro scudetto, quello della Stella.

E adesso che sono trascorsi più di quindici anni dall'ultima apparizione di Terry con le insegne della V nera, vi dico che l'ex bimbaccione è sempre più spesso a Bologna. L'ex bimbaccione è nel commercio, è ricco, è rimasto un personaggio dello sport e del business dalle sue parti. Lo incrocio puntualmente quando vado in America per una qualche manifestazione sportiva e lo incrocio anche a Bologna perché un po' per i suoi commerci e molto per nostalgia il divin Terry cala da noi e non manca mai la sacrale e pastorale visita al Palazzarita. Sono tornato, ho visto Andalò con il suo grembiule nero e ho capito che a Bologna non cambia proprio mai niente. Poi sono tornato dopo un anno anche per far vedere a mio figlio dove il papà suo era stato tanto bene. Al palasport Andalò non c'è più ma l'ho ritrovato a Casalecchio e insomma mi chiedo se dalla vostra città io mi sia mai veramente allontanato. L'ultima volta l'ho visto a Modena. Si portava appresso un perticone di vent'anni che è suo figlio e che - suppongo - giocherà a basket o a volley o a football perché non è pensabile che un Driscoll junior non cerchi di seguire in qualche modo le orme. Terry oggi ha cinquant'anni, ma non ha preso nemmeno un chilo, sembra sempre quel bimbaccione che venne, buscò, rivenne e fece buscare gli altri. E nel frattempo noi di Bologna facciamo sempre i gattopardoni e cioè diciamo di voler cambiare tutto per non cambiare mai un cavolo. Carissimo Terry, hai proprio ragione, noi siamo fatti così.

 

TERRY

di Gianfranco Civolani - "Il mito della V nera 2 - 1971/1994"

 

Possibile? Il fanciullo prodigio Terry Driscoll che viene in Europa e sceglie Bologna? "Gente di poca fede, possibilissimo - fa un giorno Porelli - perché mi sembra ovvio che un bostoniano abbia scelto Bologna la dotta".

E va bene, ecco a noi e a voi il grande Terry, stella delle università americane, fanciullone prodigio che decide di darsi una sgrullata nelle nostre terre. Com'è l'impatto? Oh, wonderful. Giovanotto di rara educazione e civiltà, giovanotto che all'approccio ti incanta, giovanotto che che subito fa sognare. Ma la realtà poi è una cosina un po' diversa. Sì il giovanotto ha grande tecnica di base, ma talvolta si disperde, si sfilaccia insomma non sembra particolarmente tagliato per le nostre arene e per le nostre ruvidezze. E così Terry sta con noi il breve volgere di una stagione e poi se ne torna a casa sua e noi che avremmo voluto chissà cosa ci limitiamo a seguirlo nelle sue evoluzioni fra i pro e pensare a quello che poteva essere e non fu. Poi passano gli anni e apprendiamo che la Virtus ricicla il fanciullone. Adesso ha l'età giusta - sentenziano in Virtus - e adesso sì che sarà un'altra musica. In effetti lui torna e sembra un'altra persona. Ha i colleones, non lo sposti nemmeno con un bazooka e la sua innata e fisiologica gentilezza si trasforma in campo in dure mazzolate al mondo intero e fuori dal campo in atteggiamenti che non sono più quelli del dandy cascato per caso in una festa di campagna.

A farla corta: con Terry e con Dan Peterson in plancia la Virtus vince nuovamente qualcosa, ma Terry è anche un po' al caffé, nel senso che accusa doloretti cari e poi ha già passato i trenta e dunque l'avevano avuto imberbe ragazzino e non andava bene e adesso ce l'abbiamo con due affari grandi così, ma se gli affari sono grandi la voce è roca e la schiena è a tocchi.

E una sera a Cane (la Francia di Nordovest) capisco che forse il buon Terry è destinato a diventare il coach di questa stessa Virtus che Dan sta per abbandonare. Si chiacchiera fra amici e stranamente Terry si fa una sosta a discettare di basket con tre o quattro di noi della stampa e dice cose da allenatore, lui che sta ancora spendendo il suo spicciolame nel parquet.

E dopo qualche mese io sto in Argentina per i mondiali di calcio e imparo che - guarda caso - Din-Don-Dan se ne è andato a Milano e- guarda caso - la sua panca è passata sotto il sederotto del bostoniano. Ecco, due stagioni da coach e due scudetti, record del mondo. E qui si spera di fare la tris, ma una mattina Driscoll si presenta da Porellone e gli fa: avvocato, gradirei un aumentino. E l'avvocato: "carissimo, neanche un alira. E allora - fa Boston - io me ne vado. E l'altro: la porta è sempre aperta. E così si concluse in questa maniera la breve e vincentissima carriera di Terry in panca. Poi nel tempo lui ha dimostrato di essere un grandissimo anche fuori dal basket e oggi spesso lo incontro quando vado negli Stati Uniti e so che lui è contitolare di un'importante azienda di articoli sportivi e ogni tanto lo incontro anche qui a Bologna perché lui ama portarci una volta ancora e di più la sua famiglia, massimamente quel lasagnone del figlio ventenne che fa sport e che un giorno, mah.

"Bologna è sempre quella,stupenda e inimitabile, con il mitico Andalò sempre in grembiule nero al Palasport", mi fece due anni fa Terry quando lo incrocia nell'Indiana. Mica vero, il mitico Andalò se neè andato da un'altra parte, ma noi di Bologna abbiamo sempre quella faccia e quell'espressione un po' così come quei liguri raccontati da Conte e cantati da Lauzi.

Com'era Terry da giocatore? Un arione che imparò a volare nel modo giusto un po' tardi. Com'era il coach? Due su due, record del mondo ineguagliato. E com'è oggi? Più o meno com'era ieri, alto, bello, buono, bravo e sempre splendente in una cipria di sole.