ACHILLE CANNA

(giocatore)

 

nato a: Gradisca

il: 24/07/1932

altezza: 190

ruolo:

numero di maglia: 10

Stagioni alla Virtus: 1953/54 - 1954/55 - 1955/56 - 1956/57 - 1957/58 - 1958/59 - 1959/60 - 1960/61 - 1961/62

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti

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Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Un personaggio che ha dedicato una vita alla Virtus, sia sul campo di gioco che dietro la scrivania. Innanzitutto Achille Canna è molto più bolognese di quanto non dica la sua carta d'identità che parla della nascita a Gradisca d'Isonzo. Iniziò a giocare, subito dopo la guerra e passò alla Virtus nel 1952. Da allora praticamente non si mosse più da Bologna, anche dopo che, neppure trentenne, decise di appendere le scarpe al chiodo. Un brutto incidente, capitatogli a Pesaro, sembrava avergli troncato definitivamente la carriera, ma un'incredibile forza di volontà gli consentì di riprendere, giusto in tempo per non fallire la convocazione per le Olimpiadi di Roma.

 

Tratto da www.ciao.it

 

Grande uomo di basket, Achille (classe '32, 1.90 di altezza) è stato, sempre nella sua Virtus Bologna che l'aveva prelevato dalla natia Gradisca nel '53, prima giocatore (per 9 anni, vincendo 2 scudetti, e per 70 volte anche caposaldo della nazionale), poi come allenatore (fu vice di Tracuzzi), come presidente (aggiudicandosi i 2 scudetti '79 e '80) ed infine come direttore sportivo, con la cui carica ha ottenuto tutti i successi virtussini degli anni '80/'90. Nonostante un palmares di tale prestigio, si dimentica spesso (colpevolmente) ciò per cui Canna è stato fondamentale per il basket moderno: fu proprio lui infatti ad importare nella pallacanestro italiana il tiro in sospensione, sino ad allora del tutto sconosciuto e visto da Achille dai militari statunitensi di stanza nella sua Gradisca. Ovvio come il suo avvento nel nostro basket comportò grandi novità, in cui l'Italia, proprio grazie a Canna, arrivò ben prima delle altre nazioni europee.

Canna sfrutta la sua proverbiale velocità per battere un avversario

Achille Canna, 42 anni, goriziano, sposato con tre figli, industriale, vicepresidente della Virtus Sinudyne dalla stagione '72-'73. è stato uno dei più forti giocatori italiani. Centro presenze in azzurro, due scudetti (i due purtroppo ormai lontanissimi della sua Virtus, '55 e '56), un'Olimpiade, tante, tante altre manifestazioni internazionali. è molto più bolognese - attenzione - di quanto non dica la sua carta d'identità, che lo indica nato a Gradisca d'Isonzo, nel 1932. Iniziò a giocare subito dopo la guerra (una guerra molto dura per le popolazioni di confine come la sua). Si mise subito in luce fra i giocatori più promettenti. Ben presto dall'Italia Gradisca, fucina di tantissimi più o meno celebrati campioni, passò alla Virtus. Era il 1952. Da allora, praticamente, da Bologna non si mosse mai più. Smise di giocare abbastanza giovane, neppure trentenne, subito dopo quelle Olimpiadi che lo avevano visto fra i protagonisti, starting-man fisso del quintetto azzurro.

Un'Olimpiade che, per Canna, costituì una prova d'orgoglio e di coraggio quali oggi è assai raro ammirare. Due campionati prima, giocando a Pesaro, si era rotto una gamba, a causa di un colpevole intervento di un avversario. La Virtus dovette a lui per tutto il campionato e finì col perdere, a favore del Simmenthal, quello che scudetto che sembrava già vinto. Per Canna la carriera sembrava finita. Ma tanta fu la sua voglia di riprendere e tanta fu la fiducia che Paratore ebbe in lui che riuscì ad arrivare, ed in forma smagliante, ai Giochi. Disputò ancora un campionato con la Virtus, poi qualche partita col Gira. Uscì per qualche anno dall'ambiente, pur restando sempre fedelmente virtussino. Quattro anni fa Tracuzzi lo invitò a fare il suo assistant. Non si fece pregare. Pensava che quello rimanesse un episodio isolato quando, dopo due anni, ritornò alla sua Virtus e come vicepresidente.

 

QUELLO DEL TRIO GALLIERA

di Achille Canna - Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

In poco tempo diventammo il “trio Galliera”. Mario Alesini, Nino Calebotta e il sottoscritto. Ci chiamarono così perché la Virtus ci sistemò in una foresteria in fondo a via Galliera, quasi all’angolo con via dei Mille. Arrivavamo tutti da fuori ed eravamo scapoli. Con noi c’era anche Borghi, che poi finì a Varese. Lui lavorava a Imola, andava e tornava tutti i giorni e allora anche arrivare fin lè era quasi un viaggio. Quando arrivò Chaloub, finì anche lui in quell’appartamento. Tra me, Mario e Nino si creò un rapporto davvero unico, speciale. Eravamo sempre insieme, come fratelli inseparabili, e la gente ormai aveva imparato a conoscerci. Se uno del “trio” mancava, i negozianti chiedevano subito cosa mai gli fosse accaduto di così importante da lasciare la compagnia degli altri due. Calebotta è nella storia della V nera, ne è stato un protagonista. Lui e Lesini hanno dato una spinta enorme alla squadra, facendola tornare ai vertici. Qualcuno dice che eravamo un bel trio anche in campo: beh, io facevo la mia parte, certo che avere loro due accanto aiutava parecchio. Era un’altra pallacanestro, naturalmente. Il professionismo era lontano, se la società ti trovava un lavoro eri già al settimo cielo. Ci si allenava tre volte a settimana, e poi ci si sentiva una bella famiglia per tutti gli altri giorni. Ma qualcosa stava cambiando proprio in quegli anni. Fin lì, la fortuna era trovare una rivista specializzata, meglio se americana, per studiarci sopra cose come l’uncino o la sospensione. Eravamo autodidatti. Poi arrivò Tracuzzi, uno che si interessava a tutto e aveva la mania dei fondamentali. Vittorio fu il primo grande innovatore del nostro basket. La sua zona era aggressiva, antesignana del pressing, e lui aveva instaurato un rapporto speciale coi giocatori più giovani: lui credeva in loro, loro lo capivano al volo. Forse perché era così giovane, esplosivo, esuberante il suo basket.

Quei cambiamenti veri, sostanziali, arrivarono sul finire dell’era della Sala Borsa. Un posto incredibile per giocarci a pallacanestro. Ti sentivi immerso in una bomboniera, ma per gli avversari entrarci era un’angoscia, con quel baccano micidiale. Chi non era abituato a quel rumore si perdeva. E poi c’era il pavimento, con quelle famose piastrelle in mezzo alle quali noi avevamo trovato i nostri punti di riferimento. Le righe non risaltavano, era facile smarrissi per chi non c’era abituato. Noi, invece, facevamo l’occhio a tutto: una colonna, una scritta sul muro. Mentre spendevamo interi pomeriggi pieni di partite (noi, il Gira, la Cestistica, le squadre delle serie minori), verso porta Lame stava nascendo il grande sogno. Sì, perché la Sala Borsa è il primo ricordo, dunque il più forte: a me ricorda gli anni di crescita, di maturazione, quelli in cui ho iniziato a convivere con una città che poi non ho più lasciato. Ma ogni tanto si faceva un salto al cantiere del Palasport, a vedere come veniva su. E quando lo finirono ci sembrò meraviglioso, era un orgoglio giocare a Bologna e giocarci dentro. Strutture così non ne esistevano, e per un giocatore averne una a disposizione è il massimo. In quel momento, preso com’ero dalla mia vita d’atleta, mi sembrò di passare da una palestrina al Madison Square Garden. Ma quella piccola sala così piena di calore, poi, mi è tornata alla mente mille volte. E mi è rimasta nel cuore per sempre.

 

GIGANTI DEL BASKET: ACHILLE CANNA

di Dan Peterson - www.basketnet.it - 03/10/2008

 

Quando si usa il termine 'bandiera', ecco l'esempio clasico, tenuto per ultimo in questa settimana dedicata alle 'vecchie glorie' della Virtus degli scudetti del 1955 e 1956. Achille Canna, nato a Gradisca, classe 1932, ha fatto tre anni in Serie A proprio con l'Itala Gradisca. Poi, il passaggio alla Virtus nel 1953, dov'è rimasto per 9 anni, con la Gira in Serie B nel 1962-63 e poi la Fides in Serie A nel 1963-64. Poi, per anni, è stato dirigente della Virtus, simbolo della squadra e della società, pilastro inamovibile.

Nei suoi 9 anni nella Virtus, le Vu Nere hanno fatto grandi cose. Già menzionati gli scudetti del 1955 e del 1956, ma poi 5 secondi posti in fila dopo quei due titoli. Aggiungiamo anche due terzi posti e vediamo che la Virtus, con Achille Canna in squadra, ha sempre vinto una 'medaglia' (cioè 1°, 2° o 3° posto). Poi, sia chiaro, il leader della squadra era spesso Achille Canna, capitano nel 1961-62 e non per anzianità. Era anche un go-to-guy, 2° realizzatore della squadra nel 1954; 2° nel 1955 ; 3° nel 1956; 2° nel 1957; 4° nel 1958; 4° nel 1959 (non facile con Fletcher Johnson, Nino Calebotta e Dado Lombardi in squadra!).

Mentre Achille Canna mi ha dato dei 'profili' dei compagni, era troppo modesto per farlo per sé stesso! Quindi gli ho dovuto fare le... domande. Che giocatore eri? Canna: "Alto 189 cm e giocavo sia ala che guardia". Punti forti? Canna: "Oh, difesa". Eri il Bonamico dei tempi? "Con meno fisico!". Avevi tiro? Canna: "Discreto, non di più. Diciamo dalla media distanza, fino a 4 metri. Oltre no". Altro? Canna: "Mi piaceva andare via in contropiede e noi eravamo una delle poche squadre a farlo, insieme al Simmenthal, perché avevamo un grande allenatore in Vittorio Tracuzzi".

Ho chiesto ad Achille Canna com'era giocare due contro gli USA nelle Olimpiadi del '60 a Roma. Canna: "Oggi tutti parlano del Drem Team degli USA  Barcellona nel 1992. Ma la squadra USA del 1960 era ugualmente forte se non di più. Avevano Jerry Lucas, Jerry West, Oscar Robertson. Era bello quanto affascinante stare in campo con loro. Ero un difensore e cercavo di marcarli ma loro erano di un altro livello, un altro pianeta. Mi ricordo i rimbalzi strappati da Lucas, il tiro perfetto di West e i passaggi fulminanti di Robertson. Avevano anche un gioco più bello, molto più bello, che il Dream Team del 1992".

Giocando in pochi eventi - prima dei playoffs, Coppa Italia e altre coppe europee - Canna ha poche 'medaglie'. Ma non deve farsi ingannare nessuno dalle sue 9 medaglie e 136 punti con medaglie. Avesse giocato oggi, avrebbe vinto almeno 20 medaglie e avrebbe totalizzato almeno 250 punti. In ogni caso, è stato un grande vincente in campo, uno che voleva la palla che scottava, un guerriero a detta di tutti, un duro in difesa e per le palle vaganti. Non per niente è stato in quintetto base della nazionale a Roma nel 1960. Poi, è sempre la 'bandiera' della Virtus, con sangue 'nero' nelle vene.

Canna contro Paoletti nel derby vinto in trasferta contro il Gira il 27 gennaio 1957

(foto tratta dall'Archivio SEF Virtus)

ACHILLE CANNA DALLA HALL OF FAME AL TRIO GALLIERA

tratto da www.virtus.it - 03/02/2016

 

Entra nella Hall of Fame del basket italiano Achille Canna, grande cuore bianconero. Insieme a Ivan Bisson, Bianca Rossi, Bogdan Tanjevic e la Pallacanestro Varese, l’ex giocatore e dirigente virtussino riceve l’ambitissima onoreficenza “Una vita per il Basket” dell’Italia Basket Hall of Fame 2015.

Achille, arrivato a Bologna da Gradisca d’Isonzo, classe 1932, è rimasto in Virtus dal 1953 al 1962, ben nove stagioni nelle quali collezionò 188 presenze e 1873 punti, vincendo due scudetti, nel 1955 e 1956, in quell’originalissimo luogo adibito alla pallacanestro che era la Sala Borsa.
Dopo gli anni vissuti in campo, della Virtus è stato dirigente a partire dagli anni di Porelli, ricoprendo tra gli altri gli incarichi di presidente, direttore sportivo, direttore generale.

Colonna della Nazionale, nella quale ha collezionato 70 presenze, è stato tra i protagonisti azzurri all'Olimpiade di Roma nel 1960.

 

QUELLI DEL TRIO GALLIERA

Di seguito, un ricordo di quegli anni e del leggendario Trio Galliera (Alesini, Calebotta, Canna), attraverso le parole dello stesso Achille, dal libro “La voce del campione” edito da Minerva.

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 03/02/2016

 

Le storie d'amore, quelle vere, durano nel tempo. E allora come vogliamo definirla, quella tra Achille Canna e Bologna, nata in un giorno d'estate del '53 e viva e accesa oggi come allora?

“Te lo dico io, come. Bologna, e la Virtus naturalmente, mi hanno cambiato la vita. Qui mi sono formato, sono diventato adulto, ho trovato un lavoro e una famiglia. Da qui non mi sono più spostato. Ti basta?".

Amore, appunto. Nove stagioni alla corte della V nera. E due scudetti storici, nel '55 e nel '56. Ma ripartiamo da quella prima volta in città.

"A notarmi fu Marinelli, dirigente di quella Virtus dei primi anni Cinquanta. Io giocavo nell'Itala Gradisca, venni a sfidare la Virtus in Sala Borsa, posto da paura per un avversario, e lui si appuntò il mio nome. Allora l'ambizione di tutti era quella di trovare un posto di lavoro che permettesse di dedicarsi allo sport con tranquillità, più in là non si andava. E qui a Bologna mi misi a fare l'elettricista nei cantieri edili. Mi alzavo alle sette, smettevo di lavorare alle sette e mezza di sera e poi andavo ad allenarmi".

Anni duri, tutto un altro basket.

"Ma anni bellissimi, anche. Per uno come me venire a giocare alla Virtus era un sogno, perché allora le squadre di vertice erano a Bologna e a Milano. Qui il basket era ad altissimo livello, proprio come adesso. Solo che le situazioni economiche erano completamente diverse. Ma per l'epoca chi faceva basket a certi livelli era comunque un privilegiato: io prendevo due stipendi, ero spesato di tutto. Ma è chiaro che era tutta un'altra cosa, i guadagni ti aiutavano ma dovevi lavorare, puntare al posto sicuro. Quando a sponsorizzare la Virtus arrivò la Minganti trovai lavoro lì, e ci rimasi per circa cinque anni".

Il ragazzo di Gradisca si innamora della città, della sua gente. E in squadra trova subito amicizie vere, di quelle che vanno oltre il campo di gioco e riempiono la vita.

"Abitavo in un pensionato in via Galliera, insieme a quelli che venivano da fuori, come Alesini, Borghi, Calebotta. Io, Nino e Mario legammo subito, eravamo sempre insieme e i compagni ci affibbiarono il soprannome di Trio Galliera, che non ci levammo più di dosso. E' stata un'amicizia intensa, importante. Giocavamo insieme anche in Nazionale, in campo ci conoscevamo a memoria, al di là degli schemi. Voglio dire che sapevamo leggere l'uno dentro l'altro: se uno di noi era sottotono, gli altri lo capivano al volo e cercavano di dargli una mano. Stare insieme ci dava fiducia. Avevamo ruoli diversi, e tra di noi c'era grande rispetto. Così cementammo la nostra amicizia, che diventò qualcosa di unico anche nella vita di tutti i giorni".

Bandiere al vento, per la Virtus di quegli anni.

"Non so se si può dire così. Di sicuro io, come Alesini e Calebotta, qualcosa alla Virtus abbiamo dato. In campo scendevamo sempre per vincere, e spendevamo tutta l'energia che avevamo in corpo".

Così, arrivarono quei due titoli italiani, e poi sarebbero passati vent'anni per riprendere l'abitudine.

"Era bella l'atmosfera che si creò in città dopo quelle vittorie. La gente ti riconosceva, si fermava a parlarti. Erano chiacchierate tranquille, direi familiari. Quando perdevi, ti davano forza. Dài, che andrà meglio la prossima, e tu annuivi e sentivi che sarebbe stato così. Oggi i giocatori sentono sulle spalle pressioni molto maggiori, a volte cercano di sfuggire ad abbracci che rischiano di soffocarli. Arrivare secondi spesso sembra un insuccesso e invece richiede, adesso come allora, sforzi enormi, gli stessi che affronta chi ha vinto".

Arrivare secondi, ieri, in fondo non era un dramma.

"C'era rivalità in campo e poi si andava tutti a mangiare insieme, noi e gli avversari, e ci si sfotteva in allegria. C'era uno spirito goliardico, e in questo Bologna ti aiutava: il Pavaglione era il salotto dove discutevamo aspettando i giornali, Lamma era il nido caldo in cui intavolavamo discussioni interminabili, tra una portata e l'altra. C'era una frenesia del vivere contagiosa".

E c'era quell'icona del basket che oggi è rinata nel suo splendore, ma ha bisogno di uno come Achille Canna, uno che ci ha vissuto dentro, per raccontarla. C'era la Sala Borsa.

"Per chi veniva da fuori, da avversario, un autentico inferno. Lo so, questa sensazione l'ho vissuta giocando con l'Itala. Dalle tribune sopra le nostre teste arrivava un baccano infernale, la gente batteva ritmicamente i tabelloni pubblicitari in ferro. E poi c'era quel pavimento in mattonelle, guarda caso bianche e nere, che ti infastidiva, ti faceva perdere il senso della posizione se non restavi concentrato. Poi sono arrivato in Virtus e la storia è cambiata all'improvviso: quel baccano era diventato uno stimolo eccezionale, e quel pavimento, a forza di allenarcisi sopra, non aveva più segreti. Armi in più. Il bello, comunque, è che finita la partita finiva tutto: niente risse, niente problemi. C'erano le partite infuocate contro Pesaro, già allora cariche di significati, o i derby con Gira e Moto Morini. Grandi sfide, la Sala Borsa che sembrava esplodere, e alla fine solo discussioni, dibattiti animati ma pacifici".

Achille Canna ha chiuso con la Virtus nel '61. Da giocatore. Dal basket non si è mai allontanato.

"Il basket di oggi lo vivo bene. In mezzo ai giovani, ed è la cosa più importante. Certo, ci sono cose che fatico a capire, ma mi rendo conto che è un altro mondo, professionismo vero. Noi vecchi ci dobbiamo adattare, ci sono regole che puoi condividere o meno ma che devi accettare. Il passato non può essere un metro di paragone. E' bello da rivedere, magari da sfogliare come un album di ricordi buoni, ma senza troppa nostalgia. Io ricordo la mia epoca, sono felice di quello che ho fatto e guardo al futuro".

Il segreto di Achille, quello del Trio Galliera. Quello che ha scritto un bel capitolo della storia della Virtus, del basket italiano. Uno che del basket è ancora innamorato.

 

SABATO ACHILLE CANNA ENTRA NELLA HALL OF FAME DEL BASKET ITALIANO

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 23/06/2016

 

Sabato 25 giugno, alle 11.30, un pezzo di storia della Virtus entra ufficialmente nella Italia Hall of Fame della pallacanestro italiana. Achille Canna sarà inserito dalla Federazione Italiana Pallacanestro tra i benemeriti che hanno vissuto “Una vita per il Basket”. Scelta quanto mai azzeccata per un uomo che nella Virtus è stato giocatore dal 1953 al 1962, ben nove stagioni nelle quali ha collezionato 188 presenze e 1873 punti in maglia bianconera, vinto due scudetti, nel 1955 e 1956, giocato da capitano traghettando la V nera dalla leggendaria Sala Borsa al Palasport di piazza Azzarita.
Dopo le stagioni sul parquet, ha ricoperto in diverse fasi della storia bianconera l’incarico di dirigente, fin dai tempi dell’avvocato Porelli. Della Virtus è stato presidente dal 1979 al 1983, e in diversi periodi ha ricoperto anche i ruoli di direttore generale e direttore sportivo.

E’ un magnifico segno del destino il fatto che l’approdo, meritatissimo, alla Hall of Fame azzurra accada proprio a Bologna, nella sua Bologna. La città in cui arrivò appena ventunenne, con la certezza di poter giocare in una delle grandi realtà della pallacanestro italiana e quella di assicurarsi un lavoro, “perché allora funzionava così, l’ingaggio che allettava era rappresentato dalla possibilità di avere uno sbocco nella vita quotidiana, oltre che nello sport. Mi trovarono un posto da elettricista nei cantieri edili, sveglia alle sette del mattino e lavorare fino alle sette e mezza di sera. Dopo, prendevo la strada della palestra per andare ad allenarmi…”.
La città che, a fin carriera, non ha mai pensato di lasciare. Qui, a Bologna, Achille ha costruito la sua vita, il suo futuro: “Bologna, e la Virtus naturalmente, mi hanno cambiato la vita. Qui mi sono formato, sono diventato adulto, ho trovato un lavoro e una famiglia. Da qui non mi sono più spostato”. Un gesto d’amore, forse d’altri tempi, che hanno reso bolognese come pochi questo figlio di Gradisca d’Isonzo, e lo hanno fatto entrare nel cuore dei virtussini. “Fu Marinelli a notarmi, quando giocavo nell’Itala Gradisca e venni a sfidare la Virtus in Sala Borsa. Faceva paura quel posto, agli avversari, era un autentico inferno. Dalle tribune sopra le nostre teste arrivava un baccano infernale, la gente batteva ritmicamente i tabelloni pubblicitari in ferro. E poi c’era quel pavimento in mattonelle, a losanghe bianche e nere, che ti infastidiva, ti faceva perdere il senso della posizione se non restavi concentrato. Poi sono arrivato in Virtus e la storia è cambiata all’improvviso: quel baccano era diventato uno stimolo eccezionale, e quel pavimento, a forza di allenarcisi sopra, non aveva più segreti”.

Qui divenne Achille del Trio Galliera. In quella via, c’era il pensionato per i giocatori che arrivavano da furi. Canna legò con Mario Alesini e Nino Calebotta, nomi che a raccontarli viene fuori tutta la gloria della V nera di quei tempi. “Sempre insieme, ci vedevano passare e diventammo il Trio. Un legame nato sul campo, dove imparammo a conoscerci a memoria, ad aiutarci l’un l’altro quando c’erano delle difficoltà. Sfociato in un’amicizia intensa, importantissima anche fuori dai parquet”.

Ha lasciato il segno anche nella pallacanestro oltre Bologna, Achille Canna. Vestendo settanta volte la canotta della Nazionale, anche in quel trionfo dello sport azzurro che fu l’Olimpiade di Roma del 1960. Per tutto questo, sabato in Cappella Farnese, il luogo più rappresentativo del Comune di Bologna, alle 11.30 del mattino entrerà nella eletta schiera di quelli che sul nostro basket hanno lasciato il segno, insieme a Ivan Bisson, Bianca Rossi, Bogdan Tanjevic e la Pallacanestro Varese 1970-79. Un altro grande personaggio che ha vissuto il mondo della V nera e che trova un posto di diritto nella Hall of Fame, insieme a Gigi Porelli, anche lui inserito tra i benemeriti, a Vittorio Tracuzzi, premiato ala memoria nel 2009, ad Alberto Bucci (oggi presidente della Virtus), Ettore Messina, Dan Peterson e Sandro Gamba tra i tecnici, Dado Lombardi, Charlie Caglieris e Renato Villalta tra i giocatori.

Tocca ad Achille, adesso. Un campione in campo, un gentiluomo nella vita, un virtussino dentro. Per sempre.

 

Achille Canna premiato in Sala Farnese da Gamba e Messina, per la sua entrata nella Hall of Fame

(Foto di Roberto Serra tratta da www.virtus.it)

ACHILLE CANNA NELLA HALL OF FAME, IL COMMENTO DI ALBERTO BUCCI

tratto da bolognabasket.it - 24/06/2016

 

“Sono felice per questo riconoscimento che premia tutto l’amore e la dedizione che Achille Canna ha donato, nel corso della sua vita, alla pallacanestro”. Sono le parole di Alberto Bucci, presidente di Virtus Pallacanestro, alla vigilia dell’inserimento di Achille Canna nella Italia Hall of Fame della FIP, alla voce “Una vita per il Basket”.

“Achille è una persona meravigliosa”, continua Bucci. “Ho avuto la fortuna e il piacere di frequentarlo per sei lunghi anni, quando lui era dirigente e io allenatore della Virtus. Ho un ricordo bellissimo di quando insieme vincemmo lo scudetto della Stella, il decimo della storia della V nera: io ero capo allenatore e lui direttore sportivo. E’ una persona vera, generosa, unica. A Bologna c’è un detto: da uomini così bisognerebbe ricavare un unguento, per spalmarlo su tutti gli altri e renderli migliori. Beh, magari Achille non è d’accordo e non lo faremo di sicuro, ma a parte gli scherzi so che almeno sulla carta sarebbe un farmaco perfetto per far diventare più buoni gli altri…”

“Domani non potrò essere presente a questa festa”, conclude Bucci, “non sto benissimo e voglio recuperare in fretta la miglior condizione. Ma Achille sa che gli sarò accanto col cuore, e fin d’ora gli dico: amico mio, avrò presto occasione di abbracciarti forte e farti i miei complimenti per questo premio che meriti come pochi altri”.

 

tratto da bolognabasket.it - 26/06/2016

Il primo premiato è stato Achille Canna (Una vita per il Basket), introdotto dallo stesso Gamba: “Abbiamo la stessa età, ricordo ancora i nostri duelli. Io a Milano, lui a Bologna, un contropiede dietro l’altro. Achille poi ha fatto il general manager e il presidente, in tutto ha visto sei scudetti ed è stato un riferimento per tutti noi”. Anche Ettore Messina è intervenuto per raccontare la grandezza di Canna: “Sono arrivato a Bologna a 24 anni, con Alberto Bucci head coach e Porelli presidente. Achille in pratica mi ha adottato, seguito e preso per mano nei momenti di difficoltà. Lui e Sandro Gamba sono stati centrali nella mia formazione di allenatore, se mi sono innamorato di questo lavoro e ho iniziato a sognare le Olimpiade è grazie a loro”.