CLAUDIO CRIPPA

Hugo Sconochini e Claudio Crippa con la Coppa dell'Euroleague

 

nato a: Desio (MI)

il: 16/07/1961

altezza: 182

ruolo: playmaker

numero di maglia: 6

Stagioni alla Virtus: 1997/98 - 1998/99

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto, 1 Coppa Italia, 1 Euroleague

 

INTERVISTA A CLAUDIO CRIPPA

di Roberto Cornacchia - VMagazine

 

Un fisico normale, come si direbbe oggi da “impiegato del catasto”, eppure detiene il record (non certificato) del maggior numero di partite giocate consecutivamente nel campionato italiano, oltre 400. Un po’ l’equivalente italiano del minuto ma inossidabile John Stockton. E, come il campione che giocava per gli Utah Jazz che contesero il titolo Nba a Michael Jordan, aveva soprattutto una testa cestistica come poche. Claudio Crippa, l’indimenticato Crippino che diede una mano non trascurabile nelle vittoriose cavalcate in terra europea e italica nella stagione 1997/98, il suo sapere cestistico lo sfrutta anche adesso, che ha appeso le scarpe al chiodo. E chi gli ha chiesto i suoi servigi? Solo le due migliori organizzazioni cestistiche d’Europa e della Nba. Robetta, insomma.

I tuoi inizi.

Sono nato e cresciuto in una zona d’Italia, la Brianza, dove si respirava basket a pieni polmoni: Milano, Varese, Cantù, Bergamo, Brescia. Non è che iniziai a giocare a basket con l’ambizione di diventare chissà chi, semplicemente a quei tempi ci si divertiva a praticare qualsiasi sport: oltre al basket negli oratori tutti giocavamo anche a calcio, a pallavolo, a ping pong. Ricordo ancora quando, all’età di 12 anni, andai a vedere il trofeo Lombardia dove giocavano quattro squadre di Serie A. Andai a Milano in treno, e già quello era una cosa eccezionale, quasi avventurosa. Non pensavo neanche lontanamente che un giorno avrei potuto essere uno di quegli atleti in campo.

Sei arrivato al basket d’elite un po’ in ritardo.

Assieme ai miei compagni del ’59 feci tutta la trafila delle giovanili col Varedo, che in quegli anni passò dalla serie D alla Serie B in pochi anni. Avevo già fatto alcune apparizioni in prima squadra ma poi la società chiuse i battenti e mi ritrovai con una gran voglia di giocare e il cartellino di mia proprietà. Chiesi allora a Desio, che era a circa 6 km da dove abitavo e che all’epoca giocava in Serie C, se erano interessati e lo erano. Iniziò una splendida cavalcata, interrotta solo da un anno perso per un infortunio ad un ginocchio, che ci portò dopo due anni di Serie C e tre di Serie B, alla Serie A2. Erano altri tempi, c’erano poche ambizioni, la stessa società non aveva in programma di fare una scalata del genere: ce la ritrovammo tra le mani e la città ci seguì. Giunsi nella serie maggiore a 24 anni, dopo essermi goduto tutta la trafila di quelle che oggi vengono chiamate le Minors.

Potrebbe essere stata proprio questa la tua fortuna come giocatore?

Dico sempre di aver avuto la grande fortuna di non aver fatto le giovanili in un club di Serie A. Ricordo che quando ero un ragazzo giocavamo contro le squadre giovanili dei club maggiori come la Cinzano ma non ricordo di aver più rivisto nessuno di loro in Serie A. Quando giunsi al piano di sopra ero abbastanza temprato per aver giocato per anni a fianco e contro gente di 30 anni tosta e dura, un’esperienza che mi aveva temprato. L’aspetto piacevole fu che scoprii che, cavolo, ti pagavano per giocare! Non l’avevo mai fatto con questa idea in mente ma ovviamente la cosa non poteva che farmi piacere. Poi sul campo l’impatto fu difficile, per la prima volta giocavo contro degli americani. Ricordo che la prima partita in casa contro la Yoga Bologna mi ritrovai di fronte John Douglas: era più grosso, andava veloce il doppio e saltava il triplo di me.

Come furono gli anni a Desio?

Ho degli stupendi ricordi. Dopo due anni di Serie A2 conquistammo la massima serie anche se poi la società venne acquisita da Aldo Celada e la prima cosa che fece, appena 48 ore dopo il suo arrivo, fu cedermi a Pistoia, non so se perché non mi voleva o perché ero uno dei pochi ad avere mercato. Ricordo l’emozione di giocare assieme a Renzo Bariviera, un campione che per anni avevo ammirato da spettatore o di passare la palla a fior di giocatori come Bruce Flowers o Mike Brown. Fu dagli americani che imparai l’inglese, cosa che mi sarebbe venuta molto utile in seguito. Erano anni favolosi: non c’erano traguardi e quindi nessun tipo di pressione, a me piaceva giocare e farlo al massimo livello, contro squadroni come Milano, Varese, Cantù, Bologna e Roma in palazzetti pieni di gente e col proprio nome che il giorno dopo appariva sulla Gazzetta, era davvero il massimo della vita.

Iniziasti quindi la tua lunga parentesi toscana.

Era la prima volta che mi allontanavo ma il basket mi piaceva troppo e quindi non ebbi esitazioni. Anche in questo caso fui fortunato: capitai in una società in ascesa che aveva alle spalle una sola stagione di Serie A2 e un territorio abbastanza vergine al basket di alto livello ma stava costruendo un palazzetto nuovo e vibrava di passione. Facemmo tre anni in A2 e poi salimmo al piano di sopra, dove rimanemmo per sei anni, andando spesso ai playoffs, impresa non semplice in campionati da 14 o 16 squadre di gran caratura. Ebbi la fortuna di giocare con compagni estremamente forti, tra questi Dan Gay, Ron Rowan, Joe Bryant, Leon Douglas, Joe Binion, Francesco Vescovi, Massimo Minto, Andrea Forti e Davide Ancilotto, di essere allenato da coach eccellenti e di giocare in un ambiente entusiasta, dove si respirava aria di basket nonostante la tradizione piuttosto recente.

Dopo Desio e Pistoia pensavi che la condizione ideale per il basket fosse la provincia piuttosto che le grandi città?

No, non l’ho mai pensato, anche perché ricordo benissimo che quando Milano sponsorizzata Tracer o Philips aveva uno squadrone, si avvertiva che una città intera la sentiva come un proprio simbolo. Erano altri tempi, c’erano ancora i cartellini e un senso di appartenenza diverso a quello odierno. I vari Mike D’Antoni, i gemelli Boselli e Vittorio Gallinari quel senso di far parte di una società lo trasmettevano. Quando ero a Pistoia fui cercato da altre società ma non me lo dissero nemmeno, lo venni a sapere solo a carriera ultimata. Oggi il giocatore è un professionista, si gestisce, non solo cambia società ma proprio paese. Non dico sia peggio o meglio, dico solo che è diverso da prima, poi in fin dei conti se uno si trova bene in un club, nemmeno oggi nulla gli vieta di rimanere. Sono scelte personali: molti cambiano squadra per 10mila dollari in più, altri invece perché sono curiosi di conoscere realtà diverse o di imparare altre lingue.

Poi le due stagioni alla Kinder.

Sono state sicuramente fra le più belle della mia carriera. Fui ingaggiato per sostituire il povero Chicco Ravaglia che si era da poco infortunato. Non ti nascondo che la speranza di giocare in un grande club ormai l’avevo accantonata. Avevo già 37 anni e pur avendo esordito in serie A relativamente tardi stavo disputando la mia tredicesima stagione nella massima serie. Non che fossi cotto, l’anno precedente avevo pur sempre giocato da titolare con una media di 33 minuti a gara ma a Pistoia quell’anno era arrivato Matteo Anchisi e quindi avevo già assimilato l’idea di giocare meno del solito. Ero comunque riuscito dapprima a conquistare la qualificazione alla Coppa Korac con Pistoia e successivamente a giocarmela ma arrivare a Bologna rappresentò la possibilità di realizzare il sogno di giocare in Eurolega: arrivare in una grande squadra come la Virtus di quegli anni fu, sotto molteplici aspetti,  un sogno che si tramutò in realtà. Credo che lo staff tecnico virtussino avesse qualche timore nei miei confronti al mio arrivo: avevo sì maturato una grande esperienza in così tanti campionati ma sempre in squadre di medio/bassa classifica e avvertivo di dover comunque superare un esame. Arrivai a novembre ’97, mentre giocatori come Alessandro Abbio, Alessandro Frosini e Antoine Rigaudeau erano impegnati con le rispettive rappresentative nazionali. Questo mi aiutò ad avere un impatto meno traumatico con l’alto livello degli allenamenti che Ettore Messina pretendeva (e otteneva). Prendemmo parte ad un torneo ad Imola dove, nonostante il poco tempo per abituarmi ai miei compagni, iniziai piuttosto bene. Quando i titolari dei vari ruoli rientrarono, ero già riuscito a legare con i nuovi compagni e devo dire che tutti furono fin da subito molto ben predisposti nei miei confronti. Ciò nonostante, il passaggio da una realtà, per quanto da me apprezzata, un po’ artigianale come quella toscana ad un’organizzazione perfetta come quella della Virtus rappresentò per me un piccolo shock. Tutto era superiore a quanto io avessi mai sperimentato in carriera: il coaching staff, l’intensità degli allenamenti, i campi di gioco perfetti, i tifosi sempre interessati ad ogni minimo particolare. Ogni partita era per me una nuova emozione, soprattutto quelle di Eurolega: giocare per la prima volta in campi storici che avevo visto solo in televisione come il Pionir di Belgrado, il Palau Sant Jordi di Barcellona o il campo del Maccabi mi metteva i brividi.

Come fu entrare in quel meccanismo?

Tutto andò benissimo. In realtà avevamo come obiettivo minimo quello di arrivare alle Final Four di Eurolega e ci riuscimmo. Poi quando ci trovammo in finale a Barcellona, vedendo il muro umano di 8000 virtussini giunti da Bologna, non potemmo esimerci dal fare quel piccolo sforzo in più…- sorride Claudio -. Poi ci furono i derby infiniti per lo scudetto, decisi all’ultima partita dal famoso tiro da 4 punti di Danilovic. Mi sembrava di vivere in un film…

Quale fu il segreto, ammesso che ce ne fosse uno, di quella squadra?

Grandi segreti non ce n’erano, ma se devo indicare qualcosa direi l’altissimo livello degli allenamenti. Non vorrei sembrare uno sbruffone ma gli allenamenti, se consideri che vi prendevano parte personaggi come Danilovic, Rigaudeau, Zoran Savic e Abbio che non consideravano l’eventualità di perdere nemmeno le partitelle, erano spesso più duri delle partite ufficiali. A volte mi capitava di giocare una gara di campionato, di vincerla abbastanza agevolmente e poi pensare: ma quanto ho fatto più fatica venerdì in allenamento a battere l’altro quintetto?

L’anno seguente?

Per me cominciò con una grandissima soddisfazione: la conferma. L’anno precedente ero arrivato quasi per caso, in seguito all’infortunio di un giocatore ma il fatto che l’anno seguente mi abbiano voluto di nuovo in casacca bianconera, nella squadra detentrice del titolo nazionale e continentale che poteva, praticamente, permettersi qualsiasi giocatore, mi riempì di orgoglio. Purtroppo non fu una stagione fortunata: nonostante i problemi sofferti da Zarko Paspalj che doveva essere uno dei nostri principali terminali offensivi, non mollammo mai la presa e a Monaco ci presentammo belli carichi per la semifinale contro la Fortitudo. Come capitava in quel periodo, fu l’ennesima fiera battaglia quella contro i rivali cittadini ma avevamo Sasha con le caviglie a pezzi. Vincemmo ugualmente e questo, che ai nostri occhi valeva come e più di una finale, ci scaricò in vista dell’assalto finale alla Coppa. E lo Zalgiris, giocando peraltro benissimo, ci negò il bis.

Poi un ultimo anno.

A Verona, nel quale ci qualificammo per i playoff e facemmo fuori, nonostante non avessimo il vantaggio del campo, prima Montecatini e poi Milano, perdendo in semifinale dalla Fortitudo che avrebbe poi vinto il suo primo scudetto. L’anno seguente disputai un campionato in Serie B e poi appesi le scarpe al chiodo.

Come mai hai preferito sederti dietro ad una scrivania piuttosto che su una panchina?

Mi rendo perfettamente conto che fare l’allenatore sia uno dei mestieri più belli del mondo, ma io non l’ho mai sentita una cosa adatta a me, nonostante per tutta la carriera mi abbiano sempre definito un ‘allenatore in campo’. Mi è sempre piaciuto di più l’aspetto della costruzione di una squadra rispetto a quello della costruzione del gioco. Dapprima ho ricoperto questo ruolo a Verona e poi Livorno, in un contesto di squadra dalle poche possibilità, un po’ come per gran parte della mia carriera di giocatore. Poi quando Ettore mi ha chiesto se volevo collaborare con lui nelle file del CSKA, ho provato un’altra grande soddisfazione: il fatto di godere della stima di un grandissimo allenatore come lui non è una cosa che capita a tutti.

Per di più in un ruolo che lo stesso Messina considera importantissimo: tempo fa sostenne che, nel basket odierno, è sempre più importante come viene costruita la squadra piuttosto che come viene allenata.

Non è vero niente! Anche se hai i soldi per comprare dei campioni come quelli che avevamo al CSKA, non è che con un allenatore che non sia Ettore ottieni gli stessi risultati!

Messina è considerato uno che partecipa in prima persona alla costruzione della squadra.

Visto che poi li deve allenare lui, mi pare anche giusto. Comunque non c’è una divisione dei ruoli così netta, fondamentalmente si collabora per un fine comune e poco importa chi ha notato per primo un giocatore. Entrambi cercavamo di fare delle scelte sui giocatori disponibili in base alle qualità tecniche ma anche alla loro disponibilità di mettersi al servizio della squadra, alla loro capacità di rendere sotto pressione oppure di migliorare il proprio rendimento nei momenti topici della stagione.

Dopo il CSKA gli Spurs.

Mi avevano approcciato quando ero ancora a Mosca e mi dissero che, qualora volessi, le loro porte erano sempre aperte per me. Quando uscii dal CSKA non potevo lasciarmi sfuggire un’occasione del genere e cominciai a collaborare con loro in qualità di consulente europeo. Dopo aver lavorato nel CSKA che, in quell’epoca, era probabilmente la miglior organizzazione europea, ora lavoro per quella che è considerata la miglior organizzazione dello sport professionistico americano degli ultimi 20 anni, per di più una franchigia che ha sempre prestato molta attenzione al basket europeo, come le scelte di Tony Parker e Manu Ginobili, fatte ben prima del mio arrivo, dimostrano in maniera inequivocabile. Non posso certo dire di essere capitato male, senza parlare che poi occuparmi di basket 24 ore su 24 non mi sembra nemmeno un lavoro.

Che differenze trovi tra la mentalità e il modo di lavorare del management Nba e quello europeo?

Le strutture societarie sono molto diverse: io riferisco ad un direttore dello scouting mondiale il quale a sua volte riferisce ad un assistente General Manager. Insomma, ben poco viene lasciato al caso e comunque la mentalità imperante è che la società sceglie la squadra e l’allenatore la allena, anche se ovviamente viene coinvolto nel processo decisionale sul tipo di giocatori. Poi non è che tutte le franchigie lavorino nella stessa maniera, dipende anche da quale allenatore hai sulla panchina: se è uno importante, con un in ingaggio elevato, solitamente ha anche una certa influenza sulle scelte dei giocatori. In linea di massima si preparano liste di giocatori e si cerca insieme di trovare il più adatto o quello più avvicinabile. Naturalmente quando si tratta di giocatori di alto livello non è che si scopre niente di nuovo, spesso sono giocatori già noti anche all’allenatore, ma uno scout ha modo di vederlo più spesso oppure di andare a vedere partite di leghe poco conosciute come quelle turche, israeliane o le coppe europee meno seguite che l’allenatore non ha proprio il tempo di seguire. Il management deve trovare i giocatori adatti.

I campi Nba ora sono pieni di europei, ma sulle panchine o dietro le scrivanie ce ne sono ben pochi.

Per un giocatore è relativamente più facile, il gioco più o meno è sempre quello, ma la struttura del business è talmente complicata che diventa difficile andare là e impararla in poco tempo. Non so quanti dirigenti Nba conoscano il nuovo contratto collettivo, la cui firma ha ritardato l’inizio della stagione scorsa, talmente pieno di sfaccettature che alcuni si rendono conto dei suoi effetti solo dopo anni. Vale anche il discorso inverso: un dirigente americano non riesce a comprendere i motivi per i quali in Italia non si possono fare più di un certo numero di tesseramenti, oppure che si possono prendere cinque americani ma che se ne prendi solo tre allora puoi aggiungerci quattro europei. È un ruolo che, per una diversa cultura, viene considerato in maniera opposta: oltreoceano è pieno di giovani di 35/40 anni, ambiziosi e pieni di idee, qua invece è un ruolo sempre meno considerato, quasi in via d’estinzione. Vi sono società dove non si investe in quest’area tecnica, si vive alla giornata e si pensa che leggere le statistiche di un giocatore sia un metodo sufficiente per capirne il valore. Poi quando arrivano si scopre che è uno più basso di quel che si pensava oppure che sa giocare solo in un modo diverso da quello che serve al coach.

Come sono i tuoi rapporti con i tuoi ex-compagni bianconeri?

Ottimi, forse proprio perché vivemmo insieme una stagione formidabile. Con Ettore ci ho lavorato per anni anche dopo, Sasha lo sento spesso per motivi professionali, quando andavo negli Stati Uniti quasi sempre mi vedevo con Rasho Nesterovic, pochi giorni fa ero ad un torneo giovanile a Roma e ho rivisto Giordano Consolini: appena ne ho la possibilità cerco di rivedermi con tutti. Le poche volte che capito a Bologna trovo sempre gente che mi saluta con affetto, anche se in fin dei conti sono rimasto lì solo per un anno e mezzo. La Virtus è qualcosa di più, qualsiasi cosa succeda la Virtus è sempre la Virtus. Anche adesso che viaggio molto, la Virtus è sempre un biglietto da visita di prima categoria, per tutti. È frutto del lavoro che è stato fatto per anni per rendere migliore il club. Questa è sempre stata una cosa importante, prerogativa dei grandi club, e ora che i giocatori cambiano maglia molto velocemente e i tifosi tendono ad affezionarsi sempre più alla maglia che a chi la indossa, lo è ancora di più. Un club deve saper trattenere i giocatori e il pubblico.

 

CLAUDIO CRIPPA

"Il chi è chi" 96/97, redazione Superbasket

 

Non molla mai, da quando c'è la serie A è presente più di Simona Ventura in tv ed è tutto dire. Ovvio che Crippa, al contrario della sopravvalutata ragazzotta, abbia talento e bravura (quanto a bellezza, siamo messi male in entrambi i casi ...) ...

Il playmaker per antonomasia, anche se non rifiuta mai il tiro da otto metri in momenti chiave e all'improvviso ...

Costante nel pompaggio di palla e nei cambi di direzione, soffre un po' di più in difesa non potendo "dettare" i movimenti ...

A 36 anni inizia a mettere il freno a mano, specialmente con l'arrivo di Anchisi ...

Diventato ormai una delle "bandiere" di Pistoia, dove è dal 1988 ...

 

CRIPPA IL CERVELLO, NON SI FERMA MAI

di Luca Chiabotti - La Gazzetta dello Sport - 12/11/1997

 

Una maledettissima influenza. Trentanove di febbre il venerdì sera, ancora trentotto e mezzo il sabato mattina.

Allora Virginio Bernardi decise di lasciarmi a casa e partì con la squadra per Pescara. Fosse accaduto oggi, avrei preso due aspirine e sarei salito sul pullman facendo finta di niente.

Claudio Crippa ricorda a malapena l'unica partita saltata in 12 anni, nell'ottobre del 1986. Ne sono poi arrivate 400 di fila che significano aver avuto una grande fortuna ma, anche, una tenacia e una voglia di esserci incredibile. Non per niente è un uomo-franchigia (da 10 stagioni è a Pistoia) un po' come un altro playmaker di ferro, John Stockton, appiedato quest'anno dopo 609 partite consecutive. Stavolta non c'è stato nulla da fare, la penultima (nel 1990) lo avevano bloccato nell'ascensore dell'ospedale dov'era ricoverato, mentre stava raggiungendo il palasport, dopo una fortissima intossicazione. Il paragone col miglior regista puro del mondo non è così irriverente. Ma non è stato sempre così.

Quando ho debuttato in serie A, ero un pazzo scatenato - ricorda -, un Pozzecco degli anni Ottanta: facevo dei gran contropiede, forzavo i tiri. Sarà perché sono cresciuto nelle serie minori, la B e la C, e non nei vivai delle grandi società, ma giocavo come al "campino" (i playground toscani...).

Poi, però, è accaduto qualcosa di straordinario se oggi quando parli di Crippa intendi il regista per antonomasia che fa girare le sue squadre come orologi.

In A cominci a capire tante cose: ad esempio, che ci sono gli stranieri e che se vuoi che si impegnino in difesa, devi servirli in attacco. Gli allenatori ti chiedono di "selezionare meglio" i tiri, ci sono i compagni da accontentare e, alla fine, sono queste le cose che poi ti fanno vincere anche se, personalmente, certe caratteristiche tecniche le ho perdute.

Ma oggi che è un grande vecchio, può permettersi di esprimere opinioni anche sgradevoli.

Sinceramente non amo troppo come si gioca oggi, tutti dicono di volere difesa e contropiede poi, appena aumenti il ritmo della partita, partono le occhiatacce. Secondo me, bisogna dare al pubblico qualcosa che resti impresso nella loro mente, che porti i bambini il giorno dopo a emulare quello che hanno visto la domenica. Difficile entusiasmarsi per uno che esce da un triplo blocco. E la gente non si diverte più come una volta, almeno quando in campo ci sono squadre di medio livello. Quando ho debuttato in serie A, la forza degli stranieri era impressionante, anche in A-2.

Per Crippa è venuto anche il momento, dopo anni in cui era inamovibile dal terreno di gioco, di giocare meno, partendo dalla panchina. La Mabo, proprio su consiglio di Claudio di cui è amico nonché vicino di casa, ha preso Matteo Anchisi, 10 anni più giovane, che sta disputando un grande campionato. Conoscendo Crippa, e la sua gioia di giocare, il suo fair play è sospetto.

È giusto così, mi rendo conto che alla mia età sia impossibile dare 30' a partita di grande intensità. Non mi scoccia che Matteo parta titolare ma un pochino il fatto che potremmo giocare molto di più assieme. Fossi un allenatore, riempirei la squadra di playmaker. Ma il campionato è lungo, verrà anche il mio turno. Come sono diventato diplomatico, sembro un giocatore di calcio...

L'unico dato positivo è in allenamento.

Nel quintetto delle riserve ho minori responsabilità e più libertà nel gioco. È quel po' di follia che mi mancava: ogni tanto penso che mi piacerebbe tornare in B per vedere se lì si gioca ancora come una volta. Ma poi è difficile lasciare la A-1 finché non ti cacciano.

Anche quest'anno è venuto il momento dei sogni: come quando si infortunò Gentile la scorsa stagione, il nome di Crippa è circolato stavolta per la Kinder Bologna, come play d'esperienza nel caso Ravaglia debba fermarsi per il ginocchio. La Mabo ha già detto che non se ne parla.

Pistoia ormai è la mia vita ma sarebbe un sogno provare l'ebbrezza di un grande club prima di chiudere la carriera. Non so cosa accadrà, come soddisfazione mi basta che si parli di me per delle squadre che pagavo per andare a vedere. La grande differenza è l'intensità di gioco: se guardo le partite d'Eurolega capisco che fisicamente io non c'entrerei niente.

Dicevano così anche di Stockton. Adesso passa per uno dei più cattivi, parola di Rodman.

"SONO CRIPPA, MI MANDA GAY"

Accordo raggiunto tra la Kinder e Pistoia. L'ex capitano della Mabo, 36 anni e tanto fosforo, ieri a Bologna per le visite.

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 26/11/1997

 

È arrivato con un biglietto da visita trasversale. Nel senso che Crippa Claudio da Desio è raccomandato da Dan Gay. L'ex capitano della Mabo Pistoia - trentasei primavere e tanto fosforo - ieri ha effettuato le consuete visite mediche al Maggiore, dopodiché ha raggiunto l'accordo con la Virtus. Un rapporto annuale, per Claudio, che Messina, intende già utilizzare questa sera, a Imola, nel quadrangolare che vedrà impegnata la Kinder con Fontanafredda e Scavolini (in campo alle 22) e Casetti.

Per la capolista, che affronterò i padroni di casa, una fase sperimentale, dal momento che mancheranno i due azzurri Abbio e Frosini, e i nazionali Rigaudeau e Danilovic. Considerando che l'altro play, Ravaglia, non ha ancora iniziato la rieducazione, per Crippa sarebbe il modo migliore per rompere il ghiaccio.

Una carriera, quella del play di Desio, costruita nella città natale (dalla C alla A), poi il grande salto a Pistoia, dove ha speso gli ultimi dieci anni di vita (e pure qualche capello...). Approdo alla Virtus, per il momento, per fare il vice Rigaudeau, ma Claudio potrebbe essere un'arma in più da spendere in una stagione che sarà inevitabilmente lunga.

Ma lui, il raccomandato, che ne pensa di questa nuova situazione? "Contento. Anzi, contentissimo - racconta -.  È come un sogno, perché arrivare in questo contesto significa poter lottare per lo scudetto. E giocare pure in Eurolega". Crippa potrà farlo da gennaio, dall'inizio cioè della seconda fase. Arriva a Bologna a 36 anni suonati (compiuti il 16 luglio), ma con l'entusiasmo di una ragazzino. "Posso giocare un minuto, dieci, quindici, oppure nessuno. Non importa. Sono qui perché Messina crede in quello che posso dare a questa squadra. E ho intenzione di ripagarlo subito per la fiducia concessa. Perché è comunque un titolo di merito finire nel mirino di una società come la Kinder". Potrebbe avere un minutaggio consistente, Claudio, perché Messina non ha nessuna intenzione di spremere Rigaudeau che, non dimentichiamolo, ha ripreso a giocare proprio in bianconero dopo un lungo periodo di inattività.

Ieri, dunque, l'annuncio di Crippa (il tredicesimo bianconero).

...

"PER FAVORE NON SVEGLIATEMI"

Una bomba, tre assist: continua in Europa il sogno del "debuttante" Crippa. E domani c'è Pistoia: "Dieci anni son impossibili da dimenticare. Sarà un'esperienza unica"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 24/01/1998

 

Diciannove minuti di Eurolega, una "bomba", tre assist, ma soprattutto gli elogi del suo coach, Ettore Messina: "C'era quando la squadra ha piazzato i due break che hanno deciso la partita a nostro favore".

...

Continua, insomma, il sogno di Claudio Crippa, che domani...

Già, Pistoia. Cosa ne pensa Crippa?

"Che magari non mi presento. È molto meglio così".

Emozionato?

"Non lo so. Penso che sia un'esperienza unica, ma non ho proprio idea di quel che avvertirò. Non so se sarò emozione, sentimento o qualcos'altro.

Proverò qualcosa: ma solo quando scenderò sul parquet mi renderò conto di quel che mi accadrà attorno".

Dieci anni non si dimenticano, vero?

"Impossibile scordare il passato. È lì, a pochi mesi di distanza da questo presente che si chiama Kinder".

Mabo che proprio in settimana ha esonerato Rusconi e presenterà un tecnico "nuovo".

"Già, Massimo Friso al posto di Rusconi. L'ho sentito prima del confronto di Eurolega con l'Alba Berlino. Gli ho fatto i complimenti, ma sono sicuro che fosse nascosto da qualche parte del palasport, per prendere appunti, per architettare qualche trappola per la Virtus".

Squadra radicalmente cambiata rispetto a quella che aveva iniziato la stagione, vero?

"La continuità è rappresentata da Minto. Io non ci sono più, Gay si è accasato alla Fortitudo, mentre a Pistoia sono arrivati Esposito e Blasi".

Quindi?

"Confronto indecifrabile. Non scherzo quando dico che la squadra è quasi nuova per me".

Qualche rivincita da prendere?

"NO, assolutamente. Ci tengo a portare a casa i due punti, ma è un discorso che può essere allargato a tutte le partite che affrontiamo. Non mi piace perdere e..."

E?
"Devo dire che questa Kinder è incredibile. È un gruppo che difficilmente viene messo in soggezione. Per questo continua a macinare gioco".

E avversari, com'è accaduto con l'Alba dopo un primo tempo con alti e bassi.

"Beh, in campo non ci va solo la Virtus, ma anche gli avversari. Non bisogna dimenticarlo".

Poi che è successo?

"Abbiamo attaccato la loro zona con maggiore raziocinio, riuscendo talvolta a innescare il nostro contropiede".

E Crippa in quel momento c'era.

"Non ero solo, c'erano altri quattro compagni di squadra. Si gioca in cinque, senza dimenticare chi sta in panchina pronto a dar manforte".

Però Messina ha speso parole di elogio per Frosini e soprattutto per lei.

"Mi fa piacere, ma gli elogi vanno suddivisi tra tutti i compagni".

La sua migliore partita in Eurolega?

"Non ne ho poi giocate tante. Dopo Parigi e Lubiana è stata la mia terza esperienza del genere".

Arrivò a Bologna dicendo di essere il protagonista di un sogno meraviglioso. E oggi?

"Il sogno continua. Anzi, devo chiedervi un favore".

Quale

"Non svegliatemi. Lasciatemi concentrare su questa avventura in una Virtus che continua a marciare con entusiasmo e determinazione".

 

Crippino in palleggio

 

VIRTUS, L'EUROPA IN TRE STORIE

di Luca Chiabotti - La Gazzetta dello Sport- 28/03/1998

 

"L'anno scorso sono andato a Roma a vederle, quest'anno spero di avere dei posti migliori": Claudio Crippa, a 36 anni, debuttante in Eurolega, ha avuto in mano il pallone che ha portato alle Final Four di Barcellona la Kinder Bologna, per la prima volta. "Quando è andato in lunetta per il libero decisivo - racconta Ettore Messina - ho pensato: "Uno lo segna perché se lo merita più di tutti". Se esiste il grande Totem del basket, non poteva non guardar giù". è la storia più bella di una vittoria per la quale sono stati mobilitati miliardi e grandi nomi, che ci riporta a un basket più umano. Non che Crippa non sia un grande giocatore: "Per noi piccoli, in questa Europa, sta diventando veramente troppo dura. Ma ho imparato una cosa: mai andare dove c'è l'area colorata, non torni più indietro". Tensioni particolari? "No, forse perché sono l'ultimo arrivato. Alla fine conta sempre la stessa cosa: non pensare. Se uno va in lunetta e pensa quanto vale quel tiro, sia sportivamente che economicamente e per il pubblico, è sicuro che sbaglia. Come tirare un rigore al 90° ai mondiali".

 

CLAUDIO CRIPPA

di Marco Tarozzi - tratto da "EuroVirtus"

 

Guai ad aver paura di chiamare le cose col loro nome. Se davanti hai una favola, da favola la devi trattare. E allora via, cori e musiche celestiali perché nell'Olimpo dei Canestri adesso è entrato anche lui, il signor Claudio Crippa di anni trentasei, una vita spesa sui parquet di provincia, una carriera dritta e precisa, più che mai lusinghiera ma mai premiata da un trofeo grande e vero, di quelli che brillano di luce propria. Ricordi, quelli sì. Tanti, belli e importanti. Claudio Crippa, fino a pochi mesi fa, era quello che in serie A era arrivato più tardi degli altri, a ventiquattro anni, ma poi non aveva più mollato un attimo. Una specie di Tronman dei canestri, sempre in campo a Desio, per tre stagioni, e a Pistoia, addirittura per nove. Siccome nove anni sono una vita, per uno che di mestiere fa il professionista del basket, Claudio Crippa in Toscana era diventato una bandiera, un simbolo. E forse anche lui si era appoggiato coi gomiti all'idea di chiudere lì la carriera.

Invece. La bella favola, appunto. La Kinder che all'improvviso si ritrova senza Chicco Ravaglia, il ragazzo di casa pieno di talento, Ettore Messina che pensa al sostituto e fa quel nome. L'esperto, il rigoroso, il serissimo Claudio Crippa. Una chance, si può gettare al vento una chance? A Pistoia hanno capito, a Bologna hanno accolto il campione di tante battaglie. E lui ci ha messo la solita grinta, la voglia di non tirarsi mai indietro, l'impegno. Ha giocato le sue partite d'Eurolega, ha contribuito. E ha tenuto in mano la squadra quando Rigaudeau è rimasto al palo, infortunato. Alla fine si è ritrovato a Barcellona, a saltare su un parquet accarezzando quel trofeo che non era nemmeno più nemmeno il sogno di una vita. Un anno fa, a Roma, Claudio si era comprato un biglietto per le Final Four. Non voleva perderselo, quello spettacolo. Credeva di essersi divertito, credeva. Non sapeva che razza di scherzo felice gli avrebbe giocato il destino.

 

DA PISTOIA PER STUPIRE

di Alessandro Gallo - Bianconero numero - Speciale giugno 1998

 

Si può scrivere - dopo che la Virtus ha centrato una storica doppietta - un articolo trasversale? Nel dubbio ci proviamo. Anche perché è praticamente inevitabile associare la figura di Claudio Crippa a quella del suo gemellino d'oltre sponda, Dan Gay.

Amici, quei due. Amici per la pelle. Non è un caso che il primo contatto con il piccolo grande play - e se fosse arrivato prima a una grande squadra? - sia stato meditato da Gay. Era il capitano di Pistoia, Crippino, ma un capitano non giocatore. Rusconi non lo vedeva e lui, un concentrato di fosforo, intelligenza, buon senso e buon umore, ammuffiva in panchina. Triste viale del tramonto per uno che, pur vivendo a Montecatini - scommettiamo che un giorno lo faranno sindaco della città termale? - aveva dato tutto sé stesso (compreso i capelli) per Pistoia. "La Virtus vuole Crippa", la voce più ricorrente a Basket City. Ma perché mai quel play piccolino se la Virtus ha già Rigaudeau e se Ravaglia, dopo un po' di riposo, tornerà in campo?  La realtà è che lo staff tecnico sapeva Chicco avrebbe faticato a rientrare (com'è poi successo) e cercava l'uomo giusto per dare il cambio al francese. Dal play più alto del campionato a quello - centimetro più, centimetro meno - più basso.

Ma torniamo per un attimo a Gay: è lui, dallo spogliatoio toscano, a fare da ponte con il piccolo grande play. Che non ha un telefonino (che avrebbe poi acquistato, suo malgrado, una volta scoperta Bologna). Ha un tono entusiasta, Crippa, ma non si sbilancia.

"Ma la Virtus che dice?", si limita rispondere facendo sfoggio di diplomazia. In via Milazzo tutto tace, però Crippino arriva all'ospedale Maggiore, per fare le visite, mentre su Bologna si scatena il diluvio. "Play bagnato, play fortunato", viene da dire. E sarà così.

Claudio piomba in città con la maglia e la sua valigia piena di speranza, e si sistema, in punta di piedi, nello spogliatoio. è l'ultimo arrivato e, nelle trasferte gli affidano subito il compagno di stanza ingombrante, Sasha Danilovic.

E già li si vede l'abilità del tessitore: Sasha è un "rompiscatole" per sua stessa ammissione, ma quel "bischero" di Crippa è troppo simpatico. Cuce fuori dal campo, cuce sul parquet, dove si mette in evidenza per i suoi assist e la sua abnegazione. Sì, ma è piccolo, è vecchio e subisce i play avversari, i commenti più taglienti. Attiva la Coppa Italia, per Claudio, ovviamente, è la prima volta, Rigaudeau c'è ma non si vede: Messina usa Claudio con il contagocce. "Non si fida", giurano i bene informati: il coach si sarebbe già pentito della sua scelta.

E Claudio che fa? Quello che ha sempre fatto in tanti anni di carriera. Non si smonta: è uno dei primi ad arrivare agli allenamenti, dà fiducia ai compagni, sgobba duro e dà vita a tanti uno contro uno contro il "Condor".

Si arriva all'Eurolega, al neuroderby. "Riga" è out per ematoma, per fortuna c'è Abbio. Sì, ma gara2 "Tiramolla"è squalificato. Ci passeranno sopra, giurano i pessimisti e poi lo vedete quel Crippa contro il miglior play d'Europa? "Soch" (perdonate l'esclamazione) se lo vediamo. Claudio tesse la tela e, alla fine, è proprio RIvers a rimanerci invischiato. Crippino recupera gli ultimi palloni decisivi e va in lunetta e segna i punti della tranquillità. Mica male per un pensionato, vero?

Ma non è finita, perché prima di Barcellona c'è la tegola Danilovic. è una domenica triste all'Arcoveggio: musi lunghi, facce scure. C'è quello stempiato, però, che conserva il sorriso dei giorni migliori? Che c'è da sorridere, Claudio? "Tranquilli - risponde Crippino - questo è un gruppo che sa sempre cosa fare. Tranquilli: quella coppa la portiamo a casa noi". Come sempre ha ragione lui: non sbaglia mai, Crippino, è troppo intelligente per fallire.

E le finali tricolori? Non si smonta nemmeno qui, Claudio, che agita l'asciugamano dalla panchina, contento. E gioca qualche minuto, senza tradire alcuna emozione. Lui, il solito debuttante, a 36anni e rotti. Ma come farà a essere sempre così' tranquillo?

Negli spogliatoi ride con l'amico Sconochini, e regala la canotta di Djoarkaeff al "bimbone" Nesterovic. Già: ha una passione per il calcio, Crippino, che è cresciuto nel COme e, come il suo fratellino Dan Gay, tifa Inter. Nella partitella in famiglia - quella giocata all'Arcoveggio, sotto lo sguardo attento del prof - Claudio stenta, fino a quando il tifoso che, due giorni prima, gli aveva promesso la maglia numero 33. Quella di Jabbar? Macché, è quella di Colonnese dell'Inter. Ma che volete: anche i piccoli grandi uomini hanno qualche difetto. Ma si può sopportare benissimo la presenza di un interista in una squadra, perché Claudio è una persona speciale. Uno che ha una testa e due palle (si puà scrivere?) grandi così.

Che fare, ora, Crippino? Tornerà a fumare il sigaro di nascosto? "È la giornata anti-fumo - diceva da Benso, la sera del tricolore - ma uno scudetto, il primo scudetto, non si può non festeggiarlo...".

Chissà cosa farà Crippino che, tra l'altro, ha più di 430 partite consecutive (alla faccia del Crippino, questo ha un fisico d'acciao) in serie A. Fossimo nei panni di Cazzola uno così lo terremmo stretto. Lo abbiamo già detto: uno con quella testa sta bene in campo (ora), ma pure in panchina, dietro una scrivania. è un jolly: perché lasciarselo scappare dopo che proprio Pistoia ha fatto un clamoroso harakiri? Claudio Crippa: numero 1...

 

CRIPPA SOGNA ANCORA: LA VIRTUS

A 36 anni ha vinto scudetto ed Eurolega. A 37 vorrebbe restare a Bologna. "Devono risolvere prima altri problemi poi penseranno a me. In attesa me ne vado in vacanza. L'esordio a Parigi un'emozione, I derby di finale un'impresa"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 25/06/1998

 

Un riconoscimento per i successi ottenuti in Italia e in Eurpa. Si parla sempre più spesso del vecchio continente - effetto Euro e affini - e il comune di Montecatini non s'è lasciato sfuggire quel concittadino illustre che risponde al nome di Claudio Crippa.

Che effetto fa, Crippa?

"Strano. Mi sembrava di essere ancora alla Virtus. A Montecatini c'è anche la nazionale giovanile e ho potuto riabbracciare Gonzo e Ress".

Il successo più bello di quest'anno: scudetto o Eurolega?

"Difficile dirlo...".

Perché?

"Mica sono esperto di queste cose, io. L'Eurolega ha un fascino tutto particolare. Però il campionato ti dà sensazioni strane. Sarà perché di partite, in Italia, ne ho giocate diverse. E poi...".

Poi?

"Partiamo da agosto. Ero a Pistoia: avevo una possibilità su un milione di vincere il titolo. E la Coppa dei Campioni nemmeno sapevo cosa fosse. Poi è arrivata la chiamata della Kinder".

Prima di quest'anno qual era stato il suo miglior piazzamento?

"Ottavo. O forse settimo. Francamente non lo so. Ho fatto un bel salto in avanti, vero?".

La partita che ricorda con maggiore emozione?

"Personalmente devo dire il debutto in Eurolega, a Parigi. Sensazioni e sapori diversi, a 36 anni. Subito dopo tutta la serie tricolore. Un'impresa: rimarrà a lungo nella storia di questo sport. E poi anche il quarto di finale di Eurolega, con la Teamsystem".

Già, quando lei, in gara due, annullò Rivers.

"Non diciamo bischerate".

Eppure lei, contro il miglior play d'Europa, avrebbe dovuto rappresentare l'anello debole della Virtus.

"Ricordo solo l'ambiente più caldo nel quale abbia mai giocato. La pressione era tutta sulle loro spalle".

Torniamo a Rivers.

"Ancora. Beh, in allenamento dovevo marcare Rigaudeau. Non è uno qualunque, anzi. E poi con i duelli personali si va poco lontano. Si può vincere sul piano individuale, ma perdere di squadra. Rivers ha fatto 8 su 8 nelle bombe, nella seconda gara di finale. Però alla fine ha vinto la Kinder".

Ora, riconoscimenti a parte, cosa sta facendo?

"Vivo a Montecatini, realtà termale. Ne approfitto per tenermi in forma: fanghi, idromassaggio, palestra, tiro, pesi, tennis e nuoto. Mi diverto, insomma".

E le vacanze?

"Dal 4 luglio, in Sardegna".

La Virtus.

"È sempre in cima ai miei sogni. Ci mancherebbe".

Prospettive di permanenza?

"Credo che prima di tutto debba risolvere la questione con Zoran, poi potranno occuparsi d'altro. Io aspetto qui, a Montecatini".

Lei, nato in Lombardia, ma toscano a tutti gli effetti.

"Vivo qua da parecchio. Ci sto bene. Mi considero un po' milanese, un po' toscano e pure  bolognese. La cadenza non è delle migliori, ma soch so dirlo pure io".

Ma Bologna?

"Città stupenda, ambiente bellissimo e tifosi super. Ci rimarrei volentieri".

Così parlò Claudio Crippa, 37 anni il prossimo 16 luglio che, nel suo "regno" di Montecatini ha ospitato Antoine Rigaudeau - "Sono contento quando i miei compagni mi vengono a trovare" - e, presto, farà altrettanto con Zoran Savic.

CLAUDIO CRIPPA: "PARTITO DA QUELLE SFIDE TERRIBILI, FELICE D'ESSER ARRIVATO A MOSCA"

di Marco Martelli - La Repubblica - 25/09/2006

 

Bologna, che favola. Arrivare nel posto giusto al momento giusto: 36 anni, una carriera cui chiedere più poco, e invece tanta roba, tutta insieme. Quell´Eurolega del '98 fece diventare tutti idoli. In più, se ci sono partite che segnano la storia d'un club, la gara 2 dell'Euroderby è una di queste. Pochi, rotti, nell'ambiente più caldo in cui abbia mai giocato, a 48 ore dalla rissa, mostrammo lo spirito Virtus. Stracontento di averla giocata.

E girò pure qualche chiave nella vita di Claudio Crippa, quella palla rubata nel finale a Rivers, quei liberi segnati, poco dopo, a suggellare il blitz nella casa nemica. Di derby così non se ne fanno più, e anche l´omino di ferro, oggi, a 45 anni, batte altre piazze. Mosca, Piazza Rossa, il Cska di Messina. Crippa, con quale ruolo?

Una figura di stampo Nba, tra il director of player personal e lo scout internazionale. Ettore m'ha chiesto di far parte dello staff tecnico: viaggio con loro, riorganizzo l'archivio dati, porto informazioni su giocatori che possono interessarci.

Una promozione, dopo due stagioni a Livorno. O un bel riconoscimento al lavoro fatto?

No, la strada è lunga. Ho avuto la fortuna di partire dall'alto e sto ancora facendo esperienza. Il Cska mi riporta verso l'aspetto tecnico, quello che preferisco. Spero e credo di conoscere la pallacanestro bene, meglio che dare suggerimenti in marketing o comunicazione. Qui poi sono nell'organizzazione migliore d'Europa, un mix di alta professionalità e d'accogliente clima familiare. È come andare all'università.

La voleva anche la Virtus. Per un giorno, il dubbio l'ha avuto.

Anche più d'uno, perché nella mia carriera la Virtus rimane il top. Non s'è fatta per questioni di timing. Mi spiego: a volte le decisioni vanno maturate, in altre è il club ad aver bisogno di tempo.

Eppure con Sabatini s'è incontrato più volte. Impressioni?

Uno che ama questo sport. E che probabilmente viaggia troppo forte rispetto all'odierna struttura della pallacanestro. Un rivoluzionario, di cui il movimento ha bisogno. Non so però se sia pronto a sostenerlo e recepirlo.

Perché l'Italbasket indietreggia, o va a pedali?

Mentalmente è troppo chiuso, preso da problematiche interne. È una zavorra che pesa da tempo, e non ha fatto cavalcare l'onda della nazionale né erigere palazzetti migliori per avvicinare gente. Esempio: a Livorno, nel piccolo, erano meno di 2500; in quello nuovo avevamo 6000 di media, perché l'ambiente è comodo, moderno. Quando giocavo, raramente l'ho fatto in palazzetto vuoti: ora succede troppo spesso. La passione c'è, gli industriali anche, però non si va d'accordo. E manca il ricambio generazionale.

Lei fa parte della nuova dirigenza.

Quando smisi, la Giba fece un corso di preparazione per dirigenti. C´erano Frates, Vecchiato, Gracis, a imparare le basi. Ora, una scuola così non c'è.

Ci sono ex giocatori che fanno gli agenti, altri gli allenatori, altri i dirigenti. Crippa cos'aveva in testa?

Dirigente, sempre. Già quando giocavo avrei voluto partecipare alle scelte. Visti stranieri presi solo per le cifre, mi dissi che bisognava vederli dal vivo. Allenare? È il mestiere più bello del mondo. L'ho fatto, per scherzo, in C2 con gli amici: vincemmo il campionato, dopo che ruppi una lavagnetta per spronarli. È affascinante, ti dà visibilità, ma è come un vestito: o te lo senti o no. A me garba la scrivania, non m'interessano i riflettori. Penso al club, che sia serio e abbia immagine. E come allenatore, che deve stare in cima, ho sempre voluto emergenti: Lardo, De Raffaele, Moretti. Gente che sentivo affine, pronta a cavalcare un'avventura, a mettersi in discussione.

Flashback. Novembre 1997, squilla il telefono. È la Virtus.

Sudavo. Sensazione strana. Un anno prima capitò uguale: Gentile s'era fatto male, Marcelletti mi voleva a Milano. Non avevo agente e Pistoia non mi disse nulla. Sì, poco corretto. Quando chiamò la Virtus dovevo prenderla. Mai stato in Nazionale, manco una sperimentale o un over 35. Potevo giocare in Eurolega. Esordii a Parigi: al primo taglio, rimbalzai a metà campo.

Di lì, l'asse di ferro è con Messina e Danilovic.

A Ettore non avevo nulla da chiedere, solo conquistarmi minuti in allenamento. E in partitelle così dure che, se vinte, davano più soddisfazione che la gara della domenica. Ah, averlo avuto a 25 anni, Messina... Con Sasha partivo bene: a Pistoia allenava Vujosevic, che gli parlò bene di me, e ci finii in camera. Mi disse: qui t'ho voluto io. Messaggio chiaro: la palla va a me.

Un altro feeling storico: Savic.

Da subito, un'amichevole a Imola. Messina chiamò un semplice pick'n'roll, io venivo dagli anni di Binion, me la cavavo. Iniziò la sintonia, poi l'amicizia, nostra e delle mogli.

La voleva in Fortitudo.

Sì. Ancora timing, direi. Non mio, perché ero pronto. C'erano anche altri, però.

Brunamonti, Crippa, Rigaudeau. Tre play, vincenti in Virtus, ora tutti alla scrivania. Un caso?

No, e ci vedo pure qualche affinità. E forse, a volte, pure la tentazione di invadere la sfera dell'allenatore. Ma fa bene anche al coach avere un dirigente che ha giocato, che ne capisce, a cui chiedere anche solo un punto di vista diverso. Ci sentiamo tutti, spesso. Alla fine, l'unico infiltrato, che play non era, e che rompe quella catena, è proprio Savic... Danilovic no. Lui è diventato direttamente presidente. Anni avanti, sempre.