LUIGI SERAFINI

Gigi Serafini strappa un rimbalzo al grande Alexander Belov (amichevole precampionato contro lo Spartak Leningrado)

 

nato a: Casinalbo (MO)

il: 17/06/1951

altezza: 210

ruolo: centro

numero di maglia: 13

Stagioni alla Virtus: 1967/68 - 1968/69 - 1969/70 - 1970/71 - 1971/72 - 1972/73 - 1973/74 - 1974/75 - 1975/76 - 1976/77

(in corsivo la stagione in cui ha disputato solo amichevoli)

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto, 1 Coppa Italia

 

INTERVISTA A GIGI SERAFINI

di Roberto Cornacchia - VMagazine - Ottobre 2011

 

C’è gente che pensa che gli stangoni siano tutti dei poveri cristi, immusoniti dalle proprie insicurezze e complessati dalla statura. Forse perché non hanno mai conosciuto Gigi Serafini, che in questo momento nasconde i suoi 210 centimetri di franchezza e spontaneità dietro alla scrivania della propria attività nel settore delle attrezzature sportive. È un ritratto vivente della cordiale gente emiliana, composta di persone concrete ma gioviali, pronte a darti la loro amicizia ma, se te lo meriti, anche un sonoro ceffone. “Quanto ci vorrà?” mi chiede per incastrare la mia richiesta nella giornata fitta di appuntamenti. “Un’oretta” pronostico io, ma il suo divertimento nel raccontarsi e il mio nell’ascoltarlo lo porterà a spostare un appuntamento.

Come racconta la leggenda, è vero che fosti scoperto dal mitico Calebotta, il lunghissimo centro virtussino degli anni ’50?

Sì, ma è un po’ meno romanzata di quello che ho letto in giro, dove si racconta che mi abbia incontrato in una tabaccheria. Molto più prosaicamente Calebotta, rappresentante di medicinali, andò dal mio medico a Casinalbo (Modena), il quale, parlandogli della sua statura ad un certo punto gli disse: “Anche noi qua ci difendiamo, ne abbiamo uno che è lungo come Lei”. Si riferiva a me, che ero 16enne e 2,05. Saputa la cosa, Calebotta disse al medico che dovevo assolutamente presentarmi ad un’amichevole Virtus-Italcuoghi Modena che si sarebbe tenuta al palasport a Modena. Così feci, completamente a digiuno di cosa fosse il basket, visto che all’epoca lavoravo in fabbrica. Mi alzavo alle 6:00, alle 7:00 prendevo l’autobus, mi portavo da casa il pranzo da scaldare nel pentolino e tornavo alle 19:00.

Come furono gli inizi?

Massacranti, anche se mi fornirono una buona scusa per saltare qualche lezione visto che, non potendo più andare a lavorare, ero tornato a studiare. Comunque erano una passeggiata in confronto col lavoro in fabbrica. Facevo sempre due allenamenti al giorno, a volte anche tre. Allenamento a mezzogiorno di pesi da Gigi Lodi e nel pomeriggio due allenamenti consecutivi, uno con i miei pari età e subito dopo quello con la prima squadra. Quante botte, prese e date, ma agli inizi soprattutto le ho prese. E poi quel maledetto di Giorgio Moro (preparatore atletico negli anni ’70 - nda), che mi ha fatto sputare l’anima nei vari allenamenti ai quali mi sottoponeva: secondo me non dormiva la notte per escogitare qualche nuova tortura per la volta seguente, come le salite ripetute su per San Luca. Poi venendo giù per Canaglia io e alcuni compagni, per non farci vedere, stavamo stesi sul cassone dei camion ai quali chiedevamo un passaggio. Bei tempi.

Praticamente sei passato dal non aver mai giocato alla prima squadra?

Per quanto possa sembrare assurdo, è stato proprio così. Del resto, l’unica maniera per farmi recuperare il tempo perduto era quella di una full immersion. Ma è stato meglio così, tutte quelle botte mi sono servite tantissimo, sia come atleta che come uomo. Di questa cosa debbo ringraziare l‘avvocato Porelli, il quale ha avuta fiducia in me anche se ero giovanissimo, cosa che non succede ora. Arrivai che c’era ancora lo slavo Sip alla guida della squadra composta da Lombardi, Cosmelli, Zuccheri, Giomo, Buzzavo. Lo straniero era il “Marine” Keith Swagerty. Non posso scordare uno dei primi allenamenti. Ero giovane, inesperto e desideroso di dimostrare che mi impegnavo: probabilmente avrò esagerato un po’ nella marcatura del colosso americano. Me ne resi conto quando mi ritrovai per terra, col volto sanguinante.

Quando esordisti in serie A?

L’anno seguente, durante una stagione poco fortunata che difatti vide il coach cecoslovacco esonerato a metà stagione per essere sostituito da Renzo Ranuzzi, anche se negli annali risulta Mario De Sisti che era giovanissimo ed aveva appena ottenuto il patentino da allenatore. Ranuzzi era abbastanza avanti per quei tempi, ricordo che ci faceva fare gli allenamenti con la musica, cosa che non ho più sperimentato con altri in seguito. Però furono proprio degli scampoli di partita, solo l’anno successivo cominciai a calcare il campo con maggiore frequenza. Era l’anno di Nello Paratore e degli acquisti dai quali ci si aspettava molto di Terry Driscoll e Danilo Nanni. Fu la stagione in cui giocammo senza sponsor, con una grande Vu nera sul petto. La stagione fu un mezzo disastro, Driscoll si infortunò e la coppia Lombardi-Cosmelli deluse al punto che Porelli li cedette entrambi.

Quale campo era il più ostico?

Ricordo che una volta vincemmo a Pesaro di un punto e Dado uscì facendo le corna al pubblico. Ci volle la Polizia per farci uscire indenni dalla città ed arrivare a Bologna. Del resto il pubblico lo sfotteva chiamandolo “Marisa” dal nome di una nota prostituta locale e certo Dado era uno che se poteva vendicarsi lo faceva. Sempre a Pesaro, più tardi saltò fuori un personaggio che, ogni volta che entravo in campo a fare il riscaldamento suonava con la tromba la musica del circo mentre un altro col megafono urlava: “Ecco Serafini e le sue foche!”. Inoltre c’era un signore distinto che ce l’aveva con me: per tutta la partita mi seguiva a bordo campo e mi infamava. Smesso di giocare e intrapreso la mia attuale attività di rappresentante di attrezzature sportive, mi venne incontro e mi disse: “Lo sa che io ero quello che la insultava sempre tutte le volte che veniva a Pesaro?”. Ormai gli davo uno schiaffone... Per non parlare di quando si giocava nel vecchio palasport: dal campo, per entrare negli spogliatoi, si doveva passare sotto le gradinate fatte con i tubi delle impalcature e i tifosi avversari arrivavano a spegnerti le sigarette sulle spalle o a prenderti ad ombrellate in testa.

Certo che anche il Dado era un bel caratterino…

Io non posso dire niente di male nei suoi confronti, anzi lo ringrazierò sempre. Quando tornò a Bologna come GM non ci siamo sentiti perché ormai i rapporti si erano allentati, ma quando eravamo compagni era un’altra cosa. Nonostante lui fosse un campione affermato e riconosciuto da tutti ed io un giovane di belle speranze e nulla più, ricordo che passammo un’estate insieme ad allenarci, senza che glie lo avesse chiesto nessuno. Mi insegnò tante cose, in particolare sul tiro, sul rimbalzo e sulla difesa (roba da non credere visto come difendeva lui che appena gli scappava l’uomo gridava “tuo!”) che mi hanno aiutato tantissimo nel prosieguo della mia carriera, cosa che dovrebbero fare tutti i giovani in estate anziché andare al mare perché è solo così che si migliora.

Erano altri tempi, non solo fuori dal campo.

Beh, il gioco ora è molto più fisico, atletico ma anche molto meno tecnico. Una volta facevamo i giochi, adesso uno prova a penetrare e se si trova la strada sbarrata la passa a quell’altro che tira da 3 punti, una semplificazione del gioco dovuta anche e soprattutto alla massiccia presenza di giocatori americani che giocano in quella maniera. Non a caso, gli europei che sono in Nba ci sono perché hanno una tecnica superiore, non certo perché sono fisicamente come gli americani.

Via Lombardi, ci fu l’anno della ricostruzione.

Un anno col brivido finale dello spareggio salvezza. Era tornato Tracuzzi, un allenatore davvero innovativo e ci eravamo parecchio ringiovaniti con Albonico e Bertolotti ma l’americano Douglas Cook era proprio tristo. E dire che non fu una scelta approssimativa, furono provinati diversi giocatori. Alla fine si scelse lui, soprattutto per via delle sue referenze. Meno male che almeno negli spareggi di Cantù giocò bene, come giocò bene anche Buzzavo. Ricordo che nella partita decisiva per rimanere in serie A contro il Livorno, su di lui misero Bartolome, un lungo di m. 2,18 che beccava immancabilmente alle sue finte.  Per 6 volte consecutive Buzzavo gli fece la finta e per 6 volte saltò, consentendogli di entrare in area. Erano gli anni in cui tirare i liberi era obbligatorio e Buzzavo era davvero un disastro, difatti tutti gli facevano fallo apposta per mandarlo in lunetta. Mi torna in mente una partita in cui Buzzavo fuggiva sulle tribune del palasport di Udine per evitare di andare sulla linea del tiro libero. Per fortuna sua e nostra ha smesso presto di giocare per diventare un grande manager, nel mondo del lavoro e dello sport ora alla Benetton.

Poi però si comincia un po’ a risalire la china.

Erano arrivati Tojo Ferracini, John Fultz e Pierangelo Gergati. Tracuzzi non concluse la stagione e arrivò Nico Messina che aveva vinto degli scudetti a Varese ma, in fin dei conti, era poco più di un preparatore atletico. A Varese aveva sicuramente beneficiato del lavoro proprio di Tracuzzi, che aveva sostituito a Varese come a Bologna, ma il fatto di trovarsi Meneghin, Ossola, Flaborea, Rusconi, Raga, Bisson e Vittori aveva reso tutto più facile. Ci assestammo nella parte nobile della classifica, e anche l’anno seguente ci mantenemmo, anche senza speranze di vittoria visto che lo scudetto era una questione privata tra Milano e Varese, a ridosso delle prime.

Nel 73/74 arriva Dan Peterson. Lo sai vero che ha detto che tu sei stato uno dei motivi per i quali ha accettato la proposta di Porelli?

Sì, me lo disse poi. Ma la prima volta che lo vedemmo ci mancò poco che non scoppiassimo a ridere a vedere questo nano, con i pantaloni a quadretti, il capello lungo e lo stivaletto col tacco. Ci chiedemmo: “Ma da dove viene questo qua?”. In realtà la prima scelta di Porelli era Rollie Massimino che poi restò in America ma questa fu la nostra fortuna. Non che Dan avesse portato chissà quali innovazioni dal punto tecnico, più che altro le portò sul modo di allenarsi. L’anno che vincemmo lo scudetto (1975/76), nell’ultimo mese noi ci allenavamo una volta al giorno per circa 40/50 minuti mentre dall’altra parte c’era Nikolic che faceva fare due allenamenti da 3 ore l’uno. Poi fu anche bravo nell’adattarsi. Noi giocatori italiani avevamo le nostre abitudini: prima di giocare mangiavamo spaghetti, riso o bistecca. Lui volle cambiare l’alimentazione imponendoci uova e dolci e togliendoci la pasta e la carne. Ma si dimostrò malleabile e dopo averne parlato ci lasciò alle nostre usanze. Purtroppo non fu altrettanto comprensivo su altri aspetti. Fu lui a portare il cosiddetto “suicidio”, da eseguire a fine allenamento in 30 secondi: era l’incubo di tutti e siccome nessuno lo voleva fare trovava sempre la maniera per imporcelo, in un modo o nell’altro. E poi aveva la collaborazione di quel disgraziato di John McMillen che, facendo da arbitro nelle partitelle, trovava sempre la maniera o di farmi perdere o di mettermi nella situazione di dover fare dei suicidi. Più di una volta gli sono corso dietro per suonargliele quando le faceva troppo sporche. Come se non bastasse, Dan aveva messo la regola che quando si perdeva in campionato, all’allenamento successivo ogni punto di passivo si trasformava in minuti di suicidio. Una volta in trasferta perdemmo di 32 punti… E non c’era modo di scamparla: Dan, McMillen e Zuccheri si mettevano nei vari angoli e controllavano che nessuno barasse. Perché se uno barava, tutti dovevano ricominciare da capo, tra gli sguardi pieni d’odio dei compagni. Inoltre Dan e l’avvocato Porelli erano due maniaci del controllo del peso e chi sgarrava, cosa che succedeva soprattutto a me e a Caglieris, doveva farsi diversi giri di corsa dell’ultimo anello del Palasport di Piazza Azzarita. Fintanto che un giorno io e il Nano non ci accordammo con il mitico Amato Andalò, il custode, per truccare la bilancia. E finalmente smettemmo di correre. Ne approfitto per ricordare quelle persone che lavoravano a palazzo e che mi hanno sempre aiutato. Andalò dal mitico grembiule nero, Tonino Menozzi, Gigi e Orsi: quattro persone a cui farei un monumento.

La stagione con Tom McMillen, per te una stagione speciale.

Personaggio incredibile, grazie al quale facemmo una stagione bellissima. Studiava ad Oxford e quindi ci raggiungeva praticamente solo per le partite: arriva di venerdì sera, un allenamento di sabato e partita la domenica. È stato l’unica persona che abbia visto in vita mia capace di dormire in aeroporto stando seduto su una 24 ore. Aveva una predilezione per me, forse originata dal fatto che poco dopo che era venuto da noi, dovette presentarsi ad Oxford e solo poco prima venne a sapere che doveva farlo in abito scuro. Gli prestai quello col quale mi ero sposato. Perdemmo un derby in casa contro la Fortitudo di Ron De Vries e lui in quella gara giocò davvero male: questo significava almeno due mesi di sfottò da parte dei cugini. Rendendosi conto di quanto mi rodeva, Tom mi invitò una sera a cena con Dan da Cesari e pagò per farsi perdonare per quella prestazione sotto tono. E durante la poule scudetto ci rifacemmo buttando fuori la Fortitudo. Un personaggio di grande cultura: aveva ottenuto un anno ad Oxford per meriti di studio ed aveva davanti a sé un futuro Nba. Dopo il basket si diede agli affari (importava le moto Guzzi in America, si comprò un’isola, fondò società nel settore della sicurezza) e alla politica (ottenne due mandati come senatore nel Congresso degli Stati Uniti). Alcuni anni fa mi telefonò John McMillen, che era suo cugino, e mi disse “ti passo Tom”. Stavo già mandandolo a quel paese quando mi accorsi che la voce alla cornetta era davvero la sua e che si ricordava ancora l’italiano che aveva appreso ai suoi tempi. Fu una bella rimpatriata.

Tom McMillen manifestava la sua amicizia nei tuoi confronti anche sul campo, a detta di Dan Peterson.

In effetti Tom mi metteva in partita fin dalle primissime azioni, coinvolgendomi nei giochi e passandomi la palla dopo aver attirato tutte le attenzioni della difesa che, ovviamente, per prima cosa pensava ad occuparsi di lui. Nelle prime sei/sette partite di campionato viaggiavo ad oltre 20 punti di media, poi gli avversari cominciarono a capire la cosa, fecero degli adeguamenti e la pacchia finì. Avevo i miei movimenti preferiti: il gancio, lo scivolamento sotto canestro, il tiro dall’angolo. Tom sapeva trovarmi sistematicamente e a mettermi nelle migliori condizioni per eseguirli.

Come mai vinceste la Coppa Italia l’anno precedente e lo scudetto l’anno successivo, ma con un asso del genere in squadra non si portò a casa nessun trofeo?

Mah, non vedo motivi particolari. Di sicuro Tom era un campione come non ne avevamo mai avuti prima e pochissimi anche dopo. E non è vero che con lui non abbiamo concluso niente: alle fine del campionato arrivammo quarti. Ricordo che in Coppa delle Coppe andammo a giocare a Tel Aviv contro il Maccabi. Prima della partita Moshe Dayan scese in campo a salutare i giocatori e, conseguentemente, tutti i giocatori del Maccabi e i tifosi, si videro come investiti del compito di rappresentare la propria nazione. In un contesto del genere era impossibile vincere e difatti perdemmo di 32 punti. Al ritorno, in un palazzetto pieno di polizia, visto il timore di attentati che c’era causa la situazione di Israele, misero in campo un provocatore che rifilò subito due cazzotti a Tom che reagì e dopo 5 minuti ci trovammo senza il nostro giocatore-faro. Ciò nonostante riuscimmo a vincemmo di 35 punti con un mio partitone e a proseguire il cammino.

Il tuo rapporto con Dan Peterson.

Dan è un grande, sotto tanti punti di vista. Ricordo che un sabato sera prima di una partita mi vide in Piazza Azzarita verso le due di notte e io pensai: “Adesso mi mangia la faccia…”. Invece si avvicinò e scambiammo quattro chiacchiere in perfetta tranquillità. Il giorno dopo, prima della partita non accennò al fatto. Io giocai bene, feci una ventina di punti o giù di lì, e lui zitto, non sollevò la cosa. Il martedì ad allenamento mi prese da parte e mi disse: “Io ti ho beccato sabato sera. Tu hai giocato bene e quindi io non ti ho detto niente. Ma se avessi giocato male, ti avrei massacrato”. Da quella volta in poi, almeno di sabato sera, mi sono sempre andato a letto presto. In pratica fungeva anche da general manager, se c’era bisogno di trovare giocatori americani lui aveva i suoi agganci e li usava. Ad un certo punto vi fu una famosa polemica, generata dalle schede tecniche che aveva fatto per le squadre Nba sugli americani che giocavano in Italia, come Steve Hawes e Chuck Jura, che vennero viste come una manovra per indebolire le altre contendenti.

La stagione seguente fu scudetto.

All’inizio non furono tutte rose e fiori. Iniziammo male il campionato con un filotto di partite perse e già la piazza rumoreggiava, voleva l’esonero di Dan ma l’avvocato Porelli fu inamovibile. Alla settima di campionato successe il miracolo: a Roma andammo ai supplementari e vincemmo con un canestro allo scadere di Sacco. Da lì in poi prendemmo il volo e arrivammo terzi alla fine della stagione regolare e nella poule scudetto facemmo faville, vincendo tutte le gare tranne l’ultima quando ormai avevamo il primo posto in tasca. Era tornato Driscoll dagli Stati Uniti ma anche Charlie Caglieris dalla Fortitudo. Io lo chiamavo “nano” oppure, quando proprio volevo farlo arrabbiare, gli dicevo che era il “pasturein del presepe”. Fu molto bravo Dan a cementare il gruppo e a motivarci. Ci aveva promesso la cena pagata da Rodrigo ad ogni vittoria, ma solo dopo sapemmo che in realtà aveva fatto un accordo con il ristoratore per pagare meno del 50% perché portava la Virtus. Era un taccagno che non c’era l’uguale: per anni ha avuto sempre la stessa banconota da mille lire in tasca, protetta da una bustina di plastica come un santino…

Come fu l’addio con Bologna?

Feci un altro anno a Bologna con Dan e poi andai alla Xerox di Milano per 250 milioni, all’epoca una signora cifra. Il motivo fu l’arrivo di Renato Villalta, che era stato appena comprato. Non fu una rottura perché sia Dan che Porelli mi dissero chiaramente che lo spazio sarebbe diminuito ma che, se volevo, potevo rimanere. Ma avevo ancora 26 anni, giocavo in Nazionale, mi sembrava troppo presto per accettare un ruolo defilato e quindi, anche se mi sentivo virtussino dalla testa ai piedi, accettai il trasferimento. A Milano mi trovai a far coppia sotto canestro con Jura, e fu un vero divertimento. Mi sembrava di essere tornato a fare coppia con Tom McMillen. Imparammo a conoscere alla perfezione i movimenti uno dell’altro e ci trovavamo a occhi chiusi. Potevo contare mentalmente per un paio di secondi e buttare la palla dove sapevo esattamente che l’avrei trovato e viceversa. Assieme a lui c’erano Lauriski, De Rossi, Zanatta e compagnia bella: furono due belle stagioni, una delle ultime di quella società.

In seguito andasti a Venezia.

Tre anni fantastici, sia per la bellezza della città che per le squadre in cui mi sono trovato a giocare. Iniziammo in serie A2 con Carraro, Grattoni, Silvestrin, Della Fiori e con Guerrieri che venne sostituito in corso di campionato da Zorzi, cosa che poi generò un’annosa questione tra i due. Ma al secondo anno arrivarono due mostri sacri come Spencer Haywood e Drazen Dalipagic, sprecati  per la Serie A2 di allora. Una squadra sulla carta eccezionale ma costruita su alcuni equivoci di fondo. Ricordo che una volta dovevamo andare in trasferta a Caserta ma Haywood disse che aveva mal di gola e quindi non ci seguì. La settimana successiva sulla rivista “Oggi” apparve un servizio sull’acqua alta di quella domenica a Venezia su cui campeggiava una foto in cui c’era Haywood con gli stivali a mollo. Aveva una moglie (la famosa modella di colore Iman) spettacolare: la prima volta che la portò al palazzetto, tutti fermi ad applaudire la signora, giocatori e pubblico. Una cosa strepitosa.

Come erano i rapporti tra questi due assi?

Era difficile instaurare una mentalità vincente, vista la differenza di concezione del basket di Haywood e Dalipagic, dove per il primo la cosa più importante ero lo spettacolo, il numero ad effetto per strappare l’applauso del pubblico mentre il secondo faceva solo le cose essenziali, tanto arrosto e niente fumo. Drazen era davvero una macchina. Come Danilovic dopo di lui, non se ne andava dalla palestra senza aver messo a segno 1.000 tiri. Si allenava a Natale, a Capodanno, sempre. Ricordo che una volta stetti lì per un po’ ad aspettarlo, poi dopo mezz’ora andai da lui incavolato a dirgli: “Possibile che tu non abbia ancora sbagliato un solo tiro?”. Difatti i due non potevano andare d’accordo e nello spogliatoio ogni tanto non se le mandavano a dire. Haywood di impegnarsi in difesa non ci pensava neanche e questo ovviamente faceva girare i cosiddetti a Drazen. Rammento una volta in cui Haywood tardò volutamente il rientro in difesa al punto che quando Drazen catturò il rimbalzo difensivo era ancora nell’altra metà campo. Sarebbe bastato un lancio lungo per un canestro facile. Drazen, per sfotterlo, gli passò la palla rasoterra, come quando si gioca a bocce: che almeno dovesse fare la fatica di piegarsi a raccoglierla… Però quando Spencer aveva voglia di giocare, semplicemente non ce n’era per nessuno. Ricordo che nei playoff stavo marcando Rod Griffin di Forlì che mi aveva fregato con un bel movimento: mi giro pensando di vederlo schiacciare e invece mi trovo i pantaloncini di Haywood all’altezza degli occhi. Spencer l’aveva stoppato, aveva tenuto il pallone, attraversato il campo con quattro palleggi e chiuso con una schiacciata all’indietro. Mai vista una cosa del genere, peccato che la voglia di giocare non ce l’avesse sempre. Lui era venuto in Italia principalmente per divertirsi, era sempre al Cipriani, aveva di continuo impegni mondani a destra e a sinistra. Drazen invece era serio anche fuori dal campo: sposato anche lui, abitava sopra di me, mai niente da dire. Difatti l’anno seguente Drazen non c’era più, al suo posto venne Sidney Wicks ma Haywood, dopo sole 5 gare litigò con società e allenatore e tornò in Nba, dove aveva comunque già trovato un accordo con i Washington Bullets. Prima di andarsene da Venezia, Haywood ebbe il tempo di andare dal proprietario del Cipriani a dirgli, riferendosi a Wicks: “Non lo farai mica entrare quel nero lì…”.

Andatosene Haywood, le cose non migliorarono un granché.

Al suo posto arrivò quel genio di Bruce Seals che aveva già giocato a Varese: non penso di aver mai visto un giocatore più stupido. Ricordo una volta a Brindisi, che nel vecchio palazzo aveva ancora il tendone, diceva che non poteva giocare perché era abituato alle arene della Nba. 4/22 al tiro fu la sua performance. Da Brindisi partimmo per Badalona dove dovevamo giocare in Coppa Korac e si superò con uno strepitoso 5/28. A partita terminata entrò nello spogliatoio e cominciò a parlare ad alta voce in inglese. Non capendo quello che stava dicendo chiesi a Della Fiori di tradurmi le sue parole. Fabrizio aveva a malapena terminato di tradurre dove diceva che il motivo principale delle sue pessime percentuali era la bassa qualità dei nostri blocchi, che io ero già in piedi e l’avevo attaccato al muro. Poi per fortuna me lo hanno tolto dalle mani.

Poi di nuovo con la valigia in mano.

Andai poi a Fabriano, dove trovai Alberto Bucci, due ottimi stranieri come Al Beal e Mark Crow ed una città piena di entusiasmo al suo primo campionato di A1 dove rimasi due anni. Poi altri due anni a Firenze dove dalla serie B conquistammo la A2. Infine chiusi con due anni a Faenza in serie B.

Vedo alle tue spalle una foto delle Olimpiadi di Monaco ’72 con la maglia della Nazionale.

È una foto della finale per il terzo e quarto posto delle Olimpiadi di Monca ‘72, contro Cuba, che perdemmo. Nel ’76 invece arrivammo quinti e giocammo contro una Nazionale Statunitense che si voleva rifare dello smacco di quattro anni prima: ci diedero 20 punti. Fra i più forti c’erano Walt Davis, Adrian Dantley e Phil Ford. Ho avuto la fortuna che a capo della Nazionale ci fosse un personaggio come Giancarlo Primo, grandissimo allenatore e grandissima persona. Mi prese fin da subito a ben volere. Poi avevo dei compagni di squadra strepitosi: Meneghin, Flaborea, Iellini, Marzorati, Brumatti, Zanatta, Bisson, Masini, Bariviera. Meneghin in pratica giocava da ala forte, con me e Masini ad alternarci nel ruolo di centro. Un gruppo eccezionale anche fuori dal campo, dove era impossibile non divertisti, costituito com’era da tanti casinisti. Quando andavamo in auto al ritiro estivo a Cortina, ci fermavamo sempre a Conegliano Veneto dove stava Bariviera e facevamo scorta di bottiglie di prosecco, magari lasciando a casa qualche valigia se non c’era posto nel bagagliaio, che poi tenevamo in fresco per il fine allenamento, altro che sali minerali! Poi nel ’80 Primo venne sostituito da Alessandro Gamba che, senza nessun preavviso, al mio posto prese Renzo Vecchiato. Comunque ho fatto le Olimpiadi di Monaco 1972 e Montreal 1976 più quattro Europei: non mi posso lamentare.

Non hai mai provato a rimanere nel mondo del basket?

Ci avevo provato, avevo iniziato a fare il dirigente a San Lazzaro ma poi se non hai uno sponsor alle spalle non è facile. Ti basta guardare ai giocatori della mia epoca: sono pochi quelli che si sono fatti strada come allenatori o dirigenti. Mentre ultimamente mi pare ci sia più attenzione verso gli ex-giocatori, cosa che approvo in pieno perché ho sempre sostenuto che in una società, a fianco dei bimbi o dei ragazzi, ci debba essere un ex-giocatore. Ultimamente mi sono fatto coinvolgere nella polisportiva Atletico Borgo Panigale dove gioca mio nipote Alessandro e mi hanno dato da allenare dei bimbi dai 7/8 ai 10anni. Non pensavo che la cosa potesse darmi così tante soddisfazioni: ci mettono l’anima. Senti questa: un bimbo aveva saltato alcuni allenamenti e al rientro mi è corso incontro e mi ha abbracciato dicendomi: “Gigi, mi sei mancato!”. Un’altra volta, senza avvisarli, sono andato a trovarli quando facevano la Prima Comunione: mi hanno fanno una grandissima festa e ho ancora la pelle d’oca al pensiero.

A vedere la Virtus ci vai ancora?

L’anno scorso non ci sono andato nemmeno una volta. Ma non per “colpa” della Virtus ma per via di un basket nel quale mi riconosco sempre meno. Non c’è gioco, gli allenatori vanno e vengono, non si vede il tentativo di costruire qualcosa nel tempo. Quando c’era Markovski non riuscivo ad appassionarmi: non mi piaceva come allenava e nemmeno come gestiva il gruppo. Sicuramente ne capisce lui più di me, perché è arrivato in finale mentre io faccio l’agente di commercio… Ma anche, con Pasquali che si sapeva già che non sarebbe arrivato a Natale: un’altra cosa che non mi è piaciuta. Lardo invece lo ho apprezzato, è uno che allena la squadra e si fa rispettare. Non mi piace molto il fatto che il playmaker debba fare tanti punti come dovrebbe essere per Collins, ma almeno è già da diversi anni in Italia e il gioco europeo lo conosce meglio di quell’indisponente che c’era prima di lui (Boykins – nda). Mi pare una squadra composta da giocatori che non creano problemi e questo è sempre un fatto positivo. Spero che con Lardo le cose possano cambiare perché mi piacerebbe tornare a palazzo per vedere la pallacanestro, che ovviamente amo ancora, e non solo perché per 20 anni è stato il mio mondo.

Un 18enne Serafini, appena arrivato in Virtus (foto tratta da Giganti del Basket)

SERAFINI: CONCENTRAZIONE PER IMPARARE

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Novembre 1969

 

Dal gigantone al gigantino, per filiazione quasi diretta. Il gigantone insegue un anello di congiunzione, vuole scongiurare il diluvio dietro a sé medesimo. Trova il gigantino a Casinalbo, un giorno che gli impegni farmaceutici portano il Nino da quelle parti.

Casinalbo è una frazione di poca gente, nei dintorni di Modena. Calebotta chiede in giro se per caso nei pressi c'è mica qualche anima lunga, non si sa mai. Gli danno il recapito di un tornitore giovane giovane, la pertica del paese. Nino va, racconta che a questo mondo c'è tanta gente che si diverte e magari becca pure soldoni per mettere una palla in un cesto e insomma parte un invito semplice semplice: se ti va di venire a vedere di cosa si tratta, trovati a Modena, dove e quando te lo dirò io.

La Virtus va a giocare con l'Italcuoghi e proprio quella sera il perticone mette il muso in un'arena sportiva. Dà un'occhiata all'ambiente e decide che la cosa gli piace. Papà e mamma non ne vogliono sapere. A Bologna a far cosa? A giocare al canestro, e cos'è mai? Si sa come sono papà e mamma, specie quando la meridiana che regola le giornate è la meridiana di un paese piccolo così.

Gigione la giraffa arriva a Bologna esattamente due anni fa e lo prende subito in consegna Franco Lanfranchi. Gli intendimenti della scoietà sono chiarissimi: vedere se da questo albero d'alto fusto può saltarci fuori anche solo un mezzo pivot.

Lanfranchi, poi Sanguettoli, poi Sip, Ranuzzi e spero di non averne dimenticati altri. Gigione ha una parola dordine sola: imparare e tacere. mai disarmare, nemmeno se ti rampognano di brutto. I progressi sono sensibili, basta un anno solo e sul giraffone ci mette l'occhio pure la Nazionale giovanile. Nato per giocare a basket, si è indotti a pensare.

Oppure, guarda cosa vuol dire la fabbricazione di un prodotto sintetico. Fatto si è che Gigione apprende in un baleno. A Zagabria la Virtus gioca un match nel quadro di un gemellaggio. Parlo per esperienza diretta, in quanto sono presente pure io. il match con quelli della Lokomotiva è in bilico fino alle battute estreme. Sip mette su Serafini e Gigione paga il noviziato, s'intende.

Lombardone fa tre versacci a gigione, il match è perduto di un pelo e la pertica si trasforma in salice. Piange come una fontana, e forse non afferra che sta proprio cominciando per lui l'epopea.

Porelli fiuta il superpivot e manda il fanciullo in America. il boss giura cagli amici che - tempo un anno - Gigione farà sfracelli. paratore poi fa il resto. Il prof. dichiara che gli sarà sufficiente un Serafini valido per diei minuti ogni domenica. Gigione debutta in campionato e mette subito alle corte un certo Merlati. Gioca metà match ogni sette giorni. Sposa la teoria alla pratica. I movimenti sono quasi perfetti, l'elevazione è buonissima. Il tiro non è più sporco come l'anno passato. Un pivot 18enne che difende con rabbia e realizza in misura giusta. Il pivot che serve alla Virtus, laddove l'altro lungo (Mister Driscoll) è un falso pivot che segna trenta punti.

Ora Gigione ci riflette un po' sopra. "Se penso che due anni fa non sapevo nemmeno cos'era il basket... Sì, sono contento, ma lo sarò di più quando avrò raggiunti certi traguardi. Quali traguardi? Diventare uno dei primi due o tre pivot d'Italia. Mi alleno tutti i giorni, non mi stanco mai di allenarmi perché adesso la pallacanestro mi è entrata nel sangue. Studio lingue e... insomma basket e scuola, e nient'altro".

 

SERAFINI VUOL RITROVARE IL "MOSTRO" COSIC

Giganti del Basket - Luglio 1972

 

Serafini non ha passato una primavera-inizio estate tranquilla, come pure Bisson e qualche altro azzurro. Sul suo nome le voci della "Gallia" (o "Hilton" che sia) cestistico si sono soffermate più volte. Gigi è passato attraverso i giorni d'ansia che uno può provare quando non sa quale sarà la sua città di residenza fra qualche mese. In questa Nazionale Gigi è, ufficialmente, il quinto pivot, almeno finora. Ma non è detto che un Bovone o un Flaborea (o una delle ali?) non finiscano, prima di metà agosto, per cedergli il posto. Gigi ad entrare nel dodici ci terrebbe, ci terrebbe parecchio e l'ha fatto capire con certe sue rimostranze quando Primo lo scartò provvisoriamente dalla truppa per Amsterdam. Ci terrebbe, soprattutto, ad affrontare nel match d'esordio, quel "mostro" di Cosic, che a Boblingen lo fece impazzire, per... fargli vedere lui di che cosa è capace. E in effetti Gigi è capace di fare parecchie buone cose a qualunque livello, già ora, specie se la giornata è di luna buona e la vena lo assiste.

Nome, cognome, soprannome...

Luigi Serafini, detto Gigi (per gli intimi Gigio).

Data e luogo di nascita...

Nato a Casinalbo (Modena) il 17 giugno 1951.

Altezza, peso, ruolo...

Due metri e dieci, centotré, pivot.

Vita privata...

Fidanzato con Lella, abitante a Bologna, studente di ragioneria, attualmente in servizio militare.

Ha cominciato a giocare...

Nel 1967, alla Virtus (scoperto da Calebotta).

Carriera...

Sempre nelle file virtussine: Candy, Virtus, Norda.

Esordio e presenze in Nazionale...

Nel 1971 contro la Spagna a Siena, 27 presenze.

Altre Nazionali in cui ha militato...

Nazionale Juniores, Nazionale Militare ("mondiale" CISM a Udine).

Mondiali, Europei, Olimpiadi disputate...

Solo gli Europei di Essen e quelli juniores di Atene.

Allenatori avuti...

Lanfranchi, Sip, Ranuzzi, De Sisti, Paratore, Tracuzzi, Messina, oltre a Primo.

Hobbies...

Dischi di musica leggera.

Altri sports praticati o seguiti...

Calcio a livello di tifo.

Lo sportivo italiano che più ammira...

Gianni Rivera.

Il cestista che ammira di più nel mondo...

Marmuhamedov.

Un pregio che riconosce a Giancarlo Primo...

La modestia.

Un difetto che rileva in Giancarlo Primo...

Nessuno.

Il miglior pregio che trova in questa Nazionale...

La compattezza psicologica, l'unità di intenti.

La più grossa lacuna che rileva in questa Nazionale...

Impegna forse tutti in un'eccessiva ricerca di concentrazione.

Toto-Monaco...

Primi USA, seconda URSS, terza Italia (salvo sorteggio "impossibile").

Idee politiche...

Assenti.

Attrice preferita...

Senta Berger.

La propria dote tecnica che ritiene più valida...

Il tiro dalla media distanza, molto buono per un lungo.

La propria lacuna tecnica che ritiene più grave...

La lentezza.

La Nazionale azzurra che giudica più forte fra quelle d'ogni tempo...

Questa è sicuramente una delle più complete.

Nella vita privata parla spesso di pallacanestro?

Sì, molto.

Se ha un'ora di tempo per divertirsi succede che vada a... giocare a pallacanestro?

Sì, a volte.

Per quale squadra di calcio "fa il tifo"?

Milan.

Che ne pensa dell'influenza degli stranieri di campionato sul basket italiano...

Dagli stranieri si impara molto. Guai se non ci fossero!

Sa ballare...

No.

Che cosa legge...

Più che altro, fumetti.

Vede la TV?

Sì, spesso.

Un giudizio su Inardi, l'eroe del "Rischiatutto"...

Incredibile!

Il compagno che sceglierebbe per primo se dovesse formare una squadra nuova da zero per il campionato...

Dino Meneghin.

L'avversario diretto, che in campo internazionale, l'ha fatto più faticare...

Kresimir Cosic.

Prevede di essere ancora nel giro azzurro a Montreal?

Sì.

Il problema del basket in Italia che ritiene più grave...

Gli impianti non adeguati allo sviluppo del basket negli ultimi anni.

Lo straniero che giudica più forte fra quelli che han giocato nel campionato italiano...

Fultz a pari merito con Raga.

Un pensierino per il "Mister" Crispi...

Bravissimo!

E un per Borghetti, il dottore...

Ha la stima di tutta la squadra...

Un parere su Cerioni...

Impossibile, per scarsa conoscenza reciproca.

L'allenatore italiano che giudica migliore, esclusi Messina e Primo...

Rubini.

La società in cui vorrebbe giocare se dovesse cambiare squadra...

La Maxmobili.

Farà l'allenatore al termine della carriera?

È probabile.

Il suo rendimento nell'ultimo campionato in base alle statistiche e alle classifiche specializzate...

Valutazione 283; tiri in azione 48%, tiri liberi 50%, punti realizzati 9,2; rimbalzi affensivi 3,2; rimbalzi difensivi 6,4; palle perse 1,5; palle recuperate 0,7; assist 0 (per partita). Classifiche statistica: sedicesimo rimbalzi offensivi, dodicesimo rimbalzi difensivi. Ventunesimo negli Oscar Eldorado, trentesimo nel Gran Prix du Cognac.

OLIMPIADI DI MONACO '72

Giganti del Basket - Agosto 1984

 

Gigi Serafini è uno degli atleti componenti la squadra azzurra alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, forse è il cestista che maggiormente si può ricordare di quei Giochi: vediamo il perché.

Certo, quelle Olimpiadi me le ricordo molto bene per molti motivi. Innanzi tutto ci furono degli attentati contro la delegazione israeliana che contribuirono non poco a creare notevole tensione all'interno del Villaggio, anche se tutti cercavano di sdrammatizzare. Mi ricordo che all'interno della nostra squadra la serenità non è mai mancata grazie soprattutto alle 'invenzioni' di quel pazzo di Meneghin: da lui partivano tutti gli scherzi rivolti non solo ai compagni, ma anche a dirigenti e allenatori. Dino riusciva a tenere in pieda da solo l'intera compagnia e sono sicuro che, quando lui uscirà dal 'giro' della Nazionale, nessuno sarà in grado di sostituirlo, sia in campo che fuori.

Dal punto di vista strettamente personale, invece, i Giochi di Monaco mi sono restati appiccicati come un francobollo a causa della famosa schiacciata contro Cuba che ci costò una medaglia. La gente deve per forza trovare un colpevole e così in quell'occasione si scagliò contro di me, dimenticandosi degli errori forse più gravi commessi da altri prima di quella schiacciata. Ancora 4 anni dopo c'erano tifosi che, quando entravo in campo, mi accoglievano col grido 'Cuba, Cuba'. Io comunque sono a posto con la coscienza e, se mi ricapitasse la stessa occasione, mi ricomporterei esattamente alla stessa maniera. L'azione me la ricordo ancora bene: Meneghin mi passò la palla in area, sul lato sinistro del canestro, avevo forse mezzo metro di vantaggio sul pivot cubano, che però era già in movimento. Pensai che se avessi tirato mi avrebbe sicuramente stoppato, così decisi di schiacciargli in testa. Ero così sicuro di avere fatto bene che esultai quando sentii il fischio dell'arbitro: pensavo che mi avesse dato anche il fallo a favore. Quando però vidi che segnalava l'annullamento del canestro e l'infrazione di passi, ci restai di sasso e non ebbi neanche la forza di reagire. La mia buona fede è dimostrata dal fatto che quell'arbitro jugoslavo tornò ad arbitrare partite internazionali solo 2 anni dopo quel fatto: evidentemente la sua interpretazione non era piaciuta nemmeno ai 'grandi capi' della Federazione Internazionale.

UN DEMOSTENE PER SERAFINI

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Ottobre 1972

 

Difendo Serafini. Perché lo difendo? Ma perché mi ribello all'idea che si voglia giustificare la perdita del bronzo con le presunte magre di un uomo. E soprattutto mi sembra di cattivo gusto dare il via a una conferenza stampa (Monaco, cinque minuti dopo Italia-Cuba) con questa precisa domanda: "Signor Primo, lei ritiene che siano stati determinanti gli erroracci di Serafini?".

Vediamoli insieme, questi erroracci. In primo luogo: Perché Serafini viene messo in campo negli attimi che decidono? Perché il signor Meneghin ha cinque falli a carico e magari perché Primo non ritiene Flaborea l'uomo idoneo al compito. Ci sarebbe Masini, forse, ma obiettivamente Masini non è da corsa, è in condizioni precarie, insomma è impresentabile. Gigione Serafini no, Gigione è in palla e dunque ha il torto di aver le credenziali per meritarsi la fiducia del coach. Detto e fatto: Gigione va in campo ed è perfettamente normale che gli tremino le gambe. Abbiamo qualche lunghezza di vantaggio, ma Zanatta e Meneghin sono già usciti, Cuba ruggisce prepotentemente e sicuramente è il match per noi più importante da dieci anni a questa parte.

Le malefatte di Gigione: può far canestro in solitudine, in contropiede. Lui ha la mania di schiacciare. È un errore di concezione, d'accordo, ma quanti arbitri avrebbero fischiato il "passi"? Fischia l'arbitro jugoslavo e allora io mi chiedo se sia più colpa di Gigione o piuttosto di chi ha permesso che un arbitro jugoslavo officiasse un nostro incontro. Domanda: ma come mai Coccia ha permesso questo? Beh, amici, dopo la soluzione del caso doping in senso favorevole a noi, Coccia non avrebbe potuto più parlare per due anni filati. Coccia era già stato bravissimo nel volgere a nostro favore quella intricatissima questione. Gli hanno affibbiato un arbitro jugoslavo per la finale del bronzo e Claudio ha abbozzato, si capisce. In ogni caso non sono ancora convinto che Gigione avesse fatto "passi" ed anzi penso proprio che un qualsiasi altro arbitro - non jugoslavo, certo - non si sarebbe mai sognato di invalidare il canestro. Altri presunti misfatti: un gancio sparato con affanno e dunque parecchio scentrato e un salto a vuoto sull'entrata di un'ala cubana. Ma insomma si voleva da Serafini, si pretendeva che fosse lui a togliere le castagne dal fuoco? No, Iellini non è criticabile perché il sancta sanctorum ha deciso che è colpa della schema e meno che meno è criticabile Masini, figuriamoci. E allora chiedo; quale giocatore azzurro negli ultimi minuti di Italia-Cuba è stato all'alteza della situazione? Nessuno, ecco la risposta. Bisson ha avuto la palla-gol, ma anche lui ha fallito, esattamente in linea con il collettivo. Ripeto: si pretendeva che Gigione facesse le pentole e i coperchi e se davvero fosse così, bisognerà ricordare a certa gente come nasce e come cresce il pianeta Serafini.

Quattro anni fa Gigione ignorava cosa fosse il basket. Faceva il carpentiere a Casinalbo, nel Reggiano. Un giorno lo vide Calebotta, gli disse vuoi venire in palestra, insolla il resto immaginatelo voi. Gigi ha cominciato a prendere un pallone in mano per la prima volta all'età di diciassette anni. Si è sempre impegnato allo spasimo, non ha mai mollato un minuto. Me lo ricordo una sera a Zagabria. La Virtus aveva perduto con la Lokomotiva, roba di tre anni fa. Negli ultimi minuti era sceso in campo Gigione, il bambinone. Sapeva fare poco e niente. A fine match Lombardi gli aveva fatto quattro urlacci sul muso. E Gigione giù a piangere copiose lacrime. Io gli dissi semplicemente questo: "Ricordati che fra due anni saranno gli altri a farti corona". La mia profezia si è sempre sposata a quelle dell'altro Gigi della Virtus, Gigi Porelli. Devo dar atto a Porelli di aver sempre avuto un'illimitata fiducia in Gigione anche quando la comunità cominciava a dubitare parecchio. Bene, oggi Gigi Serafini è una delle splendide realtà del nostro basket. Gioca in Nazionale, il suo cartellino è quotato sui cinquanta milioni, ha solo ventuno anni, è destinato a diventare uno dei punti fermi di Giancarlo Primo.

Si capisce che ha ancora grossi difetti strutturali. Saltabecca troppo e spesso si fa fregare in bellezza dai pivot mobili. È carente nella meccanica difensiva, il suo tiro non è proprio pulito. Spetta a Messina depurarlo ogni giorno di più. Mi dicono che Gigione sia cambiato, che si sia un po' montato la testa. Non credo proprio. Per quanto mi riguarda, lo trovo sempre uguale identico. Un ragazzone con una una strampalata vociazza da baritono, un ragazzone franco, sincero, educato. So di fanciulle che lo tempestano di dolcissime lettere, so pure che Gigione ha imparato a bussare a quattrini in società. Molto normale, direi.

Lui mi ha detto. "Primo mi aveva chiesto determinate cose e io ho la coscienza tranquilla perché ritengo di aver dato tutto quello che avevo in corpo". Il concetto è questo. Gigione ha la coscienza tranquilla perché in quel match di bronzo ha sbagliato né più né meno della comunità. E c'è voluta una bella faccia tosta a rimbrottargli qualcosa. Appunto: una faccia di bronzo.

GIGI, SEI ANNI DOPO

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Marzo 1973

 

Sono già passati sei anni. Sono passati sei anni da quando Gigione approda in città, gli dicono che ci sarebbe da provare con il basket e lui dice "ma cos'è il basket?". Sono passati sei anni da quando gli suggeriscono di guardare anche le belle donne e lui eccepisce "ma cosa sono le donn?". Bene, è trascorso tutto questo tempo e oggi abbiamo Gigione maggiorenne, Gigione fidanzatissimo e sicuramente avviato a sicuro matrimonio, Gigione che guadagna soldi lavorando e giocando, Gigione che ha già indossato la maglia azzurra e che vuole fermamente emulare i grandi di ieri e di oggi.

E dunque facciamo un bilancio, facciamolo insieme. Un bilancio tecnico e umano. Il carpentiere Serafini Gigi di Casinalbo (cos'è? È un paese di mezza montagna) nasce praticamente alla vita all'età di qiundici anni e si inserisce compiutamente nella società spalancando le pupille giorno per giorno.

Adesso - fa - sono un uomo contento. Ma attenzione: guai se uno si ferma. Esempio: mi ritengo un discreto giocatore, ma ho ben altri traguardi. Voglio diventare come minimo un Meneghin. Perché un Meneghin? Perché Meneghin fa canestro, difende benone e prende i rimbalzi. Io faccio canestro, prendo qualche rimbalzo, difendo male. Perché difendo male? Non so, forse mancanza di concentrazione, lo ammetto. Però ho tanta fede in me stesso. Ancora qualche anno e avrò fatto sostanziali passi in avanti. Se a qualcuno l'attuale Serafini piace, beh, allora quel qualcuno puà andare tranquillo e sereno perché posso ancora migliorare enormemente.

Senti un po': si dice che ti sei montato la testa...

Io lo lascio dire agli altri. Giudichino i miei dirigenti, giudichi il mio allenatore, cosa devo aggiungere?

Si dice che hai un caratteraccio...

Non è vero. Semmai ho una personalità che si è andata formando in questi ultimi anni.

E la schiacciata di Monaco? Ti senti colpevole?

Per niente. Se la schiacciata riusciva, sarei stato l'eroe di Monaco. Ma poi c'erano i "passi"? Forse non c'erano. Comunque sono ancora convinto di aver fatto bene a schiacciare. Nel momento in cui andavo a canestro, ho visto un negrone venirmi incontro e ho pensato che l'unico modo per fare centro sarebbe stato appunto quello di stamparci sopra una bella schiacciata.

La Norda, parliamo della Norda...

Ci vuole tempo. Fra due anni saremo fortissimi.

Parliamo di Messina...

Ha pregi e difetti.

Quali e quanti?

È un uomo che sa caricare i suoi giocatori. magari è troppo esigente, brontola sempre...

E Fultz? Non tira un po' troppo?

Problemi di Messina, mica miei...

Chi vince il campionato?

Nessun dubbio: l'Ignis.

L'Alco si salva?

Al pelo, ma si salva.

Chi ammiri di più nell'Alco?

Barone a parte, mi piace moltissimo Arrigoni.

Guadagni bene?

Lavoro ai telefoni. Faccio l'agente di commercio. Vado nelle case a chiedere che tipo di telefono vogliono. Mi trovo bene, ma i miei desideri sarebbero quelli di fare l'assicuratore.

E il basket? Vorresti guadagnare di più?

Sì, vorrei guadagnare di più perché i soldi mi piacciono parecchio e anche perché penso sia giusto che i giocatori di basket guadagnino di più. Portiamo tanta gente a vederci giocare, tanti soldi entrano nelle casse e perché una larga fetta della torta non dovrebbe essere nostra?

Parliamo di donne...

No, non ne parlliamo affatto. Sono fidanzatissimo, mi sposerò entro la fine dell'anno. Io non so di donne. Ne conosco e frequento una soltanto.

Descrivi la tua giornata.

Il mattino lavoro. Il pomeriggio faccio allenamento. La sera sto con la ragazza. Restiamo in casa oppure andiamo al cinema. Tutto molto normale, direi.

Ti muoveresti da Bologna?

Io a Bologna ci sto benone, non è un problema.

Cosa significa la maglia azzurra?

Significa la voglia di indossarne tante altre.

Hai qualche grosso obiettivo da realizzare?

Semplicissimo: vorrei diventare un Meneghin, ripeto.

Mettiamo: fra tre anni dove vorresti arrivare?

Ancora più semplice: oggi sono fra i primi quindici giocatori italiani. Non mi basta. Fra tre anni vorrei figurare fra i primi tre. Un traguardo irraggiungibile? D'accordo, ma intanto il sottoscritto ci prova.

Questa sarebbe una fetta di storia di un pelandrone digiuno di tutto che venne in città, che vide un altro mondo e che vinse le sue prime grandi battaglie.

Serafini a rimbalzo contro la Ignis Varese (foto tratta da Giganti del Basket)

LUIGI SERAFINI

tratto da Yearbook 1974/75

 

C'è chi dice che se fosse nato negli Stati Uniti sarebbe diventato un altro Walton. Gigio Serafini scuote la testa e si limita a dire che gli basta quello che ha saputo fare fino a questo momento. E la cosa a dire il vero non è che sia del tutto giusta, considerato che i limiti di Serafini non sono ancora noti. Cresciuto nel vivaio della società, Serafini ha vissuto varie fasi di un'esistenza cestistica che non è giunta ancora al culmine della parabola. Impostato come sempre secondi i canoni del pivot puro, Gigio Serafini per lunga pezza fu facilitato dall'altezza proibitiva nei confronti di avversari che spesso gli arrivavano all'ombelico. Poi una volta immesso in prima squadra e constata la differenza dei valori, Serafini attraversò un periodo di scoramento.

Ci pensò Nico Messina a scuoterlo con i suoi metodi forse un po' bruschi, ma alla fine sempre salutari, costringendolo a numerose sedute supplementari in palestra, temprandolo al sacrificio dell'allenamento sistematico, esaltandone le qualità nascoste, che nessuno prima aveva forse mai capito, perché il lato umano del ragazzo si stava ancora formando. Questo tipo di scuola gli fu comunque molto utile con l'avvento di Dan Peterson, l'allenatore americano che ha mutato il corso della vita della Virtus. Con Peterson, Serafini ha cominciato a convincersi che il basket non è solo "far paniere", ma anche difesa, autocontrollo nei falli, senso della posizione, allenamento continuo in cui si ripetono all'infinito quei movimenti che poi in partita sarà vietato sbagliare.

Serafini è un grande "due e dieci" con un ottimo jump dall'angolo sinistro ed un uncino frontale molto veloce. Interessante il gioco di gambe spalle a canestro e la grinta nel prendere posizione sotto i tabelloni per ricevere il passaggio smarcante. Ora con il piccolo vulcanico Dan che lo "perseguita", sia in allenamento che in partita, Serafini sta apprendendo l'arte dell'anticipo, dello smarcamento senza palla e del tagliafuori. Tutte che se anche non lo porteranno a superare Meneghin, dotato dalla natura di qualche cosa di più nel fisico, lo collocheranno senza dubbio alle spalle del "monumento nazionale".

GIGIO, MORTADELLA SOTTO BRACCIO, PASSO E TIRO

di Dino Meneghin - Giganti del Basket - Marzo 1979

 

Poiché è Gigi Serafini, detto Gigio, a seguire Chuck Jura nella galleria dei miei uno contro uno, qualcuno potrà pensare che una splendida fotocopiatrice Rank Xerox (sponsor della seconda squadra di Milano di allora, n.d.w.) faccia già bella mostra di sé nell'ingresso di casa mia. Non è così. La scelta di Gigi nasce principalmente da un motivo: non è ancora passato un mese dall'ultima volta che l'ho avuto di fronte in campo e tutti hanno potuto vedere come abbia chiaramente vinto lo scontro diretto con me. è quindi una questione di meriti e non di fantomatiche fotocopiatrici.

Scherzi a parte Gigi è un ottimo giocatore e mi è dispiaciuto molto che sia uscito lo scorso anno dal giro azzurro, oltre che per l0amiciza che mi lega a lui, anche per un fatto strettamente tecnico, in quanto reputo la sua presenza in Nazionale e il suo apporto di estrema utilità per le sorti della squadra azzurra.

Quando pensavamo a Gigio, io e Zanatta non riuscivamo a non "fotografarlo" con una bella mortadella da qualche chilo sotto braccio, o uno zampone, o una bottiglia di Sangiovese: qualcosa insomma di strettamente legato alla sua terrà, alla semplicità e alla cordialità della sua gente. Per cui scherzi e scambi di battute hanno sempre caratterizzato l'amicizia con Serafini, un'amicizia nata subito, d'istinto, con un uomo col quale non puoi non andare d'accordo, al quale non puoi serbare rancore, cui non riesci a volere male.

Eppure Gigi Serafini di Casinalbo, nonostante le sue mortadelle sotto braccio e il suo carattere semplice e mansueto, è un avversario temibile, è un giocatore difficile da marcare, è l'unico pivot di due metri e dicci che in Italia conosca e metta in pratica bene i movimenti fondamentali del suo ruolo, nel senso più puro della parola.

Come potenziale d'attacco Gigi è un giocatore che non si discute in modo assoluto e tra gli italiani è quello che ha il maggior numero di soluzioni che, soprattutto, riesce a mettere in atto con notevole disinvoltura, con grande naturalezza. Dall'uncino al tiro in sospensione, dal passo e tiro al sottomano; non ci sono difficoltà per lui ad optare per una soluzione o per l'altra. Certo ha un difetto abbastanza evidente che è quello della lentezza dei movimenti, movimenti che comunque, anche se un po' lenti, lo portano ugualmente a prendere la posizione che lui preferisce, meglio di quanto non facciano altri più agili e scattanti di lui. Infatti, grazie alla sua mole, Gigi riesce a portarsi nella posizione giusta (più o meno all'altezza della lunetta) dove allarga le gambe e, spalle a canestro, con un braccio taglia fuori l'avversario e con l'altro chiama il pallone. Una volta ricevuto il pallone gira sul piede perno e inizia la sua azione di uno contro uno.

Ricordando quanto detto prima a proposito della lentezza dei suoi movimenti, il lavoro per il difensore non dovrebbe essere di estrema difficoltà, e invece questo accade difficilmente e se accade è più spesso per errore di Serafini che non per bravura e capacità di chi difende su di lui. Infatti la sua lentezza, (che non è poi così esasperata da rappresentare un chiodo fisso per chi lo giudica, intendiamoci) riesce a prendere spesso in controtempo  sia materialmente che psicologicamente il difensore. O comunque, se questo non rappresenta una regola fissa per tutti, posso assicurare che nel mio caso è accaduto più di una volta e spesso ha rappresentato un grosso handicap, nonostante io sia giudicato un difensore non particolarmente lento o disattento.

Non dobbiamo poi dimenticare che a limitare le carenze della poca velocità, subentrano poi che qualità tecniche innegabili che Gigi ha nell'esecuzione dei movimenti d'attacco e la precisione con cui mediamente li porta a termine.

Per completare il quadro di Serafini attaccante bisogna ricordare che lui, una volta ricevuto il pallone ed essersi voltato fronte a canestro, invece di tenere il pallone alto, come fanno molti lunghi, abbassa il pallone e con esso il tronco e da lì, da quella posizione, fa partire quasi tutte le sue azioni offensive.

Come rimbalzista d'attacco Gigi non è quello che si potrebbe definire un fenomeno, nel senso che non si danna particolarmente per eccellere in questa specialità, in cui la velocità a mio parere rappresenta una dote dalla quale è abbastanza difficile prescindere se si vuole ottenere qualcosa di buono. I rimbalzi d'attacco di Gigi nascono quindi da una posizione buona in cui riesce a portarsi durante l'azione e nella quale i suoi centimetri si fanno sentire e non (o perlomeno difficilmente) da un balzo stratosferico.

Nei rimbalzi difensivi invece la musica cambia e le sue quotazioni nella specialità salgono notevolmente. Qui infatti Gigi si dà da fare molto di più e con risultati più che buoni. Non potendo fare conto su immense doti atletiche è costretto a puntare molto sulla posizione e sul tagliafuori e questa del tagliafuori è un'operazione che Gigi fa piuttosto bene e abbastanza scrupolosamente. Quindi, aiutato anche dalla notevole mole, riesce a prendere un cospicuo numero di rimbalzi in difesa senza bisogno di fare salti stratosferici o di ricorrere a mezzi poco leciti per impadronirsi del pallone.

La regola del tagliafuori è sacrosanta per chi presidia i canestri e molto facilmente capita di vedere gente particolarmente dotata ai rimbalzi contravvenire a questo insegnamento affidandosi solo ai garretti: è risaputo però che solo in casi eccezionali si ottengono risultati altrettanto buoni.

La difesa di Gigi raggiunge la massima espressione nel raggio di due metri e mezzo circa intorno al canestro. Quella è la sua zona preferita ed è quella dove si sente più sicuro e a suo agio e dove riesce a ottenere i risultati migliori. Fuori da lì si sente un po' spaesato e non ama avventurarsi oltre, anche perché si rende conto di rappresentare un ostacolo, lontano da canestro, molto più facilmente battibile di quanto non lo sia invece nelle strette vicinanze del tabellone.

Gigi non ama la marcatura d'anticipo, non ti asfissia come difensore, tantomeno se ti tieni lontano dal suo raggio d'azione.

Spesso mi è capitato di sentire che la nostra presenza nella stessa squadra sarebbe incompatibile; non sono s'accordo. Con lui sotto potrei salire in lunetta e credo che nascerebbero facilmente dei buoni giochi a due. Lui ad esempio taglia piuttosto bene e rappresenta un buon punto di riferimento per chi, spostatosi fuori, voglia dare un pallone dentro. Questo non per favorire strani trasferimenti ma per dare un quadro preciso di quelle che sono a mio avviso le caratteristiche del giocatore.

Dicevo prima del discorso della nazionale e non ho difficoltà a ripeterlo: lui è un giocatore molto utile, basta non pretendere quello che le sue caratteristiche non gli possono permettere di fare.

ultimamente a Bologna ho sentito qualche tifoso invocare il suo nome; d'accordo sarà stato un tifoso, però in questo caso. per come la penso io, faccio fatica a non essere d'accordo. Per come la vedo io, la Sinudyne lo ha dato via (secondo quanto si diceva) per far spazio a Villalta. Giusto: però ora gioca con Cosic e Villalta; non sarebbe stato più semplice tenersi Serafini e scegliere un americano nel ruolo di ala? Non lo so, non sono certo faccende che mi riguardano, però la vedo così, soprattutto per una società che ha sempre curato con estrema scrupolosità il discorso della programmazione e le scelte a lunga scadenza. Comunque Gigi ha trovato una collocazione da protagonista anche fuori da Bologna e in una squadra che se sta crescendo e sta facendo dei passi avanti, molti di questi li fa grazie a Gigione, con le sue mortadelle, con le sue battute emiliane, con il suo fare da gigante buono, con il suo, per me maledetto, passo e tiro.

Gigi Serafini marcato da Zanatta

GIGIONE

di Gianfranco Civolani

 

Mi avevano raccontato del mitico Nino Calebotta che in un paesino di nome Casinalbo aveva incrociato un lasagnone anima lunga e l'aveva convinto a fare un salto a Bologna per provare a giocare al canestro. Lui il lasagnone era un contadinone che di pallacanestro e di sport in genere sapeva zero, ma insomma Ninone lo aveva convinto e così il lasagnone si era aggregato al gruppo dei giovani e aveva incominciato a fare due corse e tre salti. E io feci la conoscenza di Gigi Serafini alla fine degli anni sessanta e quando la prima squadra della Virtus e le ragazza della Libertas furono invitati al torneo di Zagabria. E là in Croazia vidi il lasagnone che la sera di vigilia giocava a nascondarella con una mia giocatrice, sedici anni lui e quindici lei e se dico nascondarella non lo dico affatto maliziosamente perché noscondarella era e tale restava. Poi sul campo quell'impunito di Dadone Lombardi - già campione consacrato - diede una storica mangiata di faccia a GiginoGigione e fu quasi comico vedere un lasagnone così con tanti lacrimoni che gli scendevano dagli occhioni. Più tardi Gigione Serafini diventò un giocatore vero. Era del cinquantuno e a vent'anni stava già in Nazionale e alle Olimpiadi di Monaco lo vidi con i miei occhi fallire il canestro che contro Cuba ci poteva dare il bronzo. In verità Gigione quel canestro in corsa lo realizzò di prepotenza, ma l'arbitro sentenziò che erano "passi" e fu un dramma perché Cuba era in testa di uno e vinse così, mentre Gigione si disperava e noi tutti non riuscivamo a capire se l'arbitro avesse visto giusto o magari ce l'avesse avuta con noi italiani. Gigione Serafini affinò la sua tecnica e con il suo gancio mortifero imparò a spazzar via strategie di squadra intesa a contenerlo e a ridurlo. Gigione beccava i rimbalzi, infilava i paniere e divento un super. Vinse uno scudetto con Din-Don-Dan Peterson in panca, il settimo della storia Virtussina. E ancor oggi Gigi Serafini figura al sesto posto (tremila punti) fra i realizzatori bianconeri di tutti i tempi e vanta 112 gettoni azzurri e fra i rimbalzisti Virtussini di sempre è addirittura il secondo, come dire che il lasagnone ha contrappuntato un'epoca e va ricordato come uno dei migliori centri italiani della Virtus degli ultimi cinquant'anni, cito a memoria: Nino Calebotta, Gigi Rapini, Gus Binelli, il primissimo Villalta (che poi con la canotta Virtus diventò un numero quattro), Tojo Ferracini (troppo poco in Virtus per incidere) e non so più chi. Gigione oggi ha quarantotto anni. So che lavora alacremente nel ramo dell'impiantistica sportiva. So che sposò una ragazza dell'ambiente (la sorella di Chico Mora) e so che è sempre così stupendamente affabile e disponibile. Mi viene facile dire che Gigione è sempre stato un gran buon figliolone, ma forse gli faccio torto. Gigione si che fa rima con figliolone, ma in questo caso fa rima con campione.

GIGI SERAFINI

di Dan Peterson - www.basketnet.it

 

Forse Gigi Serafini non lo sa, ma lui è stato uno dei motivi principali perché ho deciso di firmare con la Virtus Bologna nel 1973. Allenavo la squadra nazionale del Cile, 1971-73. Ero contentissimo, del lavoro e della squadra. Amavo Cile, amavo allenare una nazionale, amavo i giocatori. Non volevo andare via. Poi, sono venuto a vedere la Virtus, invito dell'Avv. Gianluigi Porelli, nel Giugno del 1973. Mio pivot nel Cile era Manuel Torres, grande uomo ma solo 1,95, contro Marquinho del Brasile, almeno 2,10.
Poi, Porelli organizza un allenamento per farmi vedere la squadra. Quando ho visto Gigi Serafini, sono rimasto shoccato quanto impressionato: alto come Marquinho a 2,10, ma con ancora più fisico e ancora più elevazione. Per di più, due tiri quasi immarcabili dal pivot basso sinistro: un sospensione andando verso la linea del fondo; un gancio cielo in movimento andando in area di tre secondi, un tiro che sembrava di partire da sopra il livello del ferro. Mi sono detto: ''Dan, ecco il pivot che hai sempre voluto.'' Ho firmato con la Virtus dopo quell'allenamento.
Abbiamo vinto la Coppa Italia quel primo anno, molte grazie a Gigi. Ogni allenatore vuole un 'rendimento costante' dai suoi giocatori. Quindi, con Gigi, sapevo che non avrei mai avuto una partita da 30 punti, se non in caso eccezionale. Ma sapevo che potevo contare su di lui per sempre avere 15 punti e 8 rimbalzi come minimo. Per di più, sapeva ricevere la palla, proteggere la palla, passarla e raramente perderla dai 'raid' dai piccoli - e non tutti i lunghi sanno fare questo. Insomma, sapeva anche giocare con la squadra, piazzare un blocco. È anche migliorato in difesa.
Il secondo anno, Gigi è stato un 'Americano'. Francamente, mi ha sbalordito con la sua stagione: 20+ punti per partita; 10+ rimbalzi per partita. Quale Americano aveva più di lui? Forse Chuck Jura. Molto merito di questo va a Tom McMillen, nostro USA quell'anno, che passava la palla a Gigi ogni azione per i primi 5' di ogni partita, facendolo decollare subito. Ci è costato (secondo me) forse lo scudetto quando, nell'ultima gara della stagione regolare, Gigi ha fatto una frattura della caviglia. In quel momento, era forse il pivot più produttivo d'Europa, una perdita catastrofica.
Il terzo anno, Gigi ci ha aiutato a vincere lo scudetto. Ripeto: sapevamo di poter contare su di lui per un rendimento costante. Poi, i suoi blocchi in alto nello schema ''3'' per Charly Caglieris erano determinante nel successo del nostro attacco. Il quarto anno (dei miei cinque alla Virtus) era l'ultimo per Gigi con noi, ma abbiamo fatto insieme la Coppa dei Campioni, evento storico. Abbiamo vinto il 70% delle partite giocate con Gigi in quei 4 anni, con i suoi ganci, sospensioni, rimbalzi e blocchi. Come avevo immaginato quando l'ho visto per la prima volta nel 1973.

 

Lotta a rimbalzo tra Dino Meneghin e Gigi Serafini

GIGI SERAFINI STORY

di Maurizio Bastianoni - Giganti del Basket - 30 Novembre 1986

 

"Quando pensavamo a Gigio, io e Zanatta non riuscivamo a non 'fotografarlo' con una bella mortadella da qualche chilo sotto al braccio... qualcosa insomma di strettamente legato alla sua terra... scherzi e scambi di battute hanno sempre caratterizzato l'amicizia con Serafini, un'amicizia nata subito, d'istinto, con un uomo col quale non non andare d'accordo".

È Dino Meneghin che scrive queste riche su Gigi Serafini, proprio per "Gigi", nel marzo di sette anni fa. Una bella testimonianza di amicizia, di stima, anche di gratitudine, per niente scalfita da tante battaglie sul campo.

È la stagione dell'addio alla Serie A. Tempo di bilanci, tempo di ricordi e di programmi per il futuro, anche se l'addio completo al basket è rimandato a dopo l'esperienza in C con la banca Popolare di Faenza.

Casinalbo, provincia di Modena, è il 1967. Serafini ha quasi 16 anni, fa il tornitore ("Ci si alzava alle sei del mattino e col tegamino del mangiare via al lavoro!") ma la pallacanestro è lì in agguato e si materializza in un talent-scout della Virtus: pochi mesi dopo Gigi è a Bologna. "Facevo tre allenamenti al giorno" spiega "quattro ore di pallone e un'ora di pesi, con l'avvocato Porelli che mi tirava i calci nel sedere perché non cedessi di un millimetro alla fatica! Poi nel '69 andai ad un 'camp' negli Stati Uniti ed incontrai Isaac che mi insegnò tantissime cose: fra i tanti allenatori che ho avuto agli inizi lui è senz'altro quello che mi ha dato di più".

Nazionale, i rapporti con Giancarlo Primo: "Ho avuto con lui un rapporto bellissimo" ricorda "mi ha seguito con attenzione fin da piccolo, dagli junior alla nazionale maggiore quando avevo solo 19 anni". Ora la memoria si tinge d'azzurro. Quello fu un periodo irripetibile, eravamo soprattutto un gruppo compatto, forte, una banda di casinisti incredibili. Anche se stavi un mese in ritiro non te ne accorgevi. Quando n'erano le scelte dei 12, c'era chi piangeva per quelli ch restavano fuori e dovevano tornare a casa".

Ed i "passi" di Monaco? "Diciamo che non c'è mai stato un documento sicuro su quell'infrazione. Ho cercato per anni di verificare se c'erano questi passi o meno, ma non ci sono mai riuscito in pieno, per me non c'erano e sarà un caso, ma l'arbitro jugoslavo che me li fischiò, per tre anni non ha più arbitrato un incontro internazionale. Comunque anch'io dopo quell'episodio per tre anni ho dovuto sorbirmi i coretti: 'Cuba, Cuba'. Alla fine ci ho fatto il callo e mi mettevo a ridere".

Parliamo di allenatori: "Mah, ne ho avuti tanti e tutti mi hanno lasciato qualcosa. Tracuzzi mi ha insegnato a non aver mai paura di nessuno e a non avere paura di dire la verità. Dan lo ricordo con enorme piacere per quel suo modo diverso di comportarsi con i giocatori, non è, ad esempio, uno di quelli che ti rompe quando sei fuori dal campo, che viene a controllare cosa fai. Mi ricordo un sabato alle 2 di notte, mi trovò in un locale. Quando lo vidi arrivare pensai: sono fregato. Invece ci mettemmo a parlare fino alle quattro, Dan mi disse: 'Basta che tu renda domani in campo'. Il giorno dopo feci 30 punti e vincemmo la partita. Con Guerrieri ho avuto un rapporto ottimo dal punto di vista umano, è uno dei pochi che mettono prima l'uomo del giocatore. Altro personaggio eccezionale è Alberto Bucci, l'unico allenatore che ho visto piangere davanti ai giocatori. Mi ricordo che dovevano vincere a Rieti l'ultima di campionato per restare in *A1. Non era un periodo buono per noi. Alberto non sapeva cosa farci e dal dispiacere si mise a piangere, lo tranquillizzammo".

Abbandoniamo i condottieri e arriviamo ai guerrieri, ai giocatori: "un giorno al Palalido c'era una partita fra noi della Xerox e l'Emerson Varese. Meneghin rientrava da un infortunio alla mano, gli avevano dovuto mettere una placca di ferro nel braccio. Mi chiese, con lo sguardo, se fosse possibile evitare scontri duri: piuttosto di fargli male, lasciai che qualche volta facesse canestro. Altro giocatore fortissimo, un casinista incredibile: Chuck Jura. Ho trovato solo un giocatore che gli assomiglia un po', è John Ebeling. A Vienna perdemmo una partita di Coppa giocando male, Chuck era su di giri. Appena rientrato in albergo, mandò tutti a quel paese, si chiuse in camera e spaccò tutto: pagò 30 milioni di danni. Non ho mai avuto problemi con nessuno, proprio perché ho avuto la fortuna di vivere con gruppi affiatatissimi. A Fabriano con Fortunato, Dal Seno, Savio e Crow, tutte le sere a cena insieme e poi a Firenze, specialmente l'anno della serie A, c'era un bel gruppo. Poi un altro grosso personaggio: Spencer Haywood. Molti lo criticarono duramente, ma forse furono proprio i dirigenti a non saper gestire tutto il potenziale della Reyer. Si parlò di scontro fra lui e Dalipagic, erano due tipi di pallacanestro diversa, tutto qui, ma non ci furono mai litigi o scontri e poi Spencer era un ragazzo d'oro, ad un certo punto io e Praja ci infortunammo, il giorno che riprendemmo gli allenamenti, ecco la sorpresa: Haywood ci invita al 'Danieli' per un rinfresco in nostro onore, voleva festeggiare il nostro ritorno in campo. Questo era Haywood".

Le esperienza in Europa: "Ci fu un viaggio" sorride Gigi "in aereo, per andare in Romania. Per quaranta minuti non si riusciva a bucare le nuvole, una fifa della madonna. Villalta che era accanto a me, allora alle prime esperienze internazionali, si faceva un segno della croce e tirava sette madonne, un segno della croce e sette madonne... Arrivati, andammo avanti per giorni mangiando montone e cipolla. Quando fu il momento di ripartire incappammo nello stesso aereo. Partimmo nonostante la nebbia, da quel giorno per me prendere l'aereo è diventato un problema serio".

Parliamo di vittorie: "In particolare ne ricordo due: la prima, a Bologna, lo scudetto del 1976. Un titolo che la gente aspettava da 20 anni. Con i festeggiamenti che sembrava non finissero più, una città impazzita: il Nettuno dipinto di bianconero, una torta immensa con lo scudetto. La gente che non ti faceva pagare... E poi a Firenze due anni fa: la promozione. Con tanti fiorentini che non credevano in noi, è stata una grossa soddisfazione aver sconfitto, insieme al Desio, anche loro".

Ma la vittoria più bella? "A Bologna in Coppa delle Coppe col Maccabi. Avevamo perso di 30 punti a Tel Aviv, gli arbitri espulsero McMillen, sembrava mettersi male ed invece riuscimmo a vincere di 34 punti. Fu una partita tiratissima perché c'era anche un clima del tutto particolare: era il periodo della guerra dei sei giorni. Gli israeliani vennero con la scorta armata". E la sconfitta più amara: "Potrei dire quella azzurra di Monaco con CUba o quella in maglia Reyer col Badalona ma sarei banale. No, direi quella del '77 con Varese in finale. Fu anche l'addio a Bologna e pensare che mia moglie, tifosissima varesina, quel giorno era in gita scolastica ad Assisi. Entrò in chiesa e accese una candela per la vittoria di Varese".

Gigi è uno di quei giocatori che non si dimenticano tanto facilmente, sono ancora in molti ad essergli affezionati: "Sì, c'e ancora tanta gente che mi ricorda volentieri ovunque abbia giocato. A Bologna e Venezia in particolare. Quando capito in laguna bisogna che mi nasconda perché se mi trovano mi offrono tutti da bere, va a finire che vado via ubriaco".

Con Meneghin abbiamo iniziato e con Meneghin chiudiamo: "Comunque Gigi ha trovato una collocazione da protagonista anche fuori da Bologna... con le sue mortadelle, con le sue battute emiliane, con il suo fare da gigante buono, con il suo, per me maledetto, passo e tiro".

BANDIERE BIANCONERE - GIGI SERAFINI

"Villalta presidente può raccogliere l'eredità di Porelli"

www.virtus.it - 22/05/2013

Iniziamo da Gigi Serafini, che incrociò proprio Villalta facendogli da "chioccia" alla prima stagione bianconera del neopresidente, per poi cedergli il posto e il futuro. Il che non ha per nulla incrinato un'amicizia solida, che dura nel tempo.

Gigi Serafini, che effetto le fa vedere Renato Villalta presidente della Virtus?

È un bene per tutti. Lui è uno di quelli che possono attirare pubblico e anche qualche sponsor, con la sua immagine qualcosa cambierà. Lo dico ricordando che Claudio Sabatini è l'uomo che ha salvato la società, non lo dimentico. Ma se è arrivata l'ora di un cambiamento, Renato è l'uomo giusto. È anche un ex giocatore, questo conterà quando dovrà rapportarsi alla squadra, avrà il vantaggio di parlare la stessa lingua.

Il neopresidente ha subito detto di volersi ispirare agli insegnamenti dell'avvocato Porelli...

Spero sia un po' più malleabile, l'Avvocato non era mica tanto "biondo"... Scherzi a parte, è un bel segnale che abbia deciso di seguire questa linea. Anche se i tempi sono cambiati, Porelli resta un esempio da non dimenticare".

Si ricorda quando Villalta arrivò alla Virtus?

Eccome. Abbiamo giocato insieme una sola stagione, lui arrivò che avevamo appena vinto lo scudetto, nell'estate del 1976. L'anno dopo io andai a Milano. Peterson mi prese da parte e mi parlò chiaro: Renato è stato un investimento, deve giocare, se tu resti parti da sesto o settimo uomo, ma altrove ti cercano. Andai.

Le ha passato il testimone, volente o nolente. Nemmeno un po' di rancore, se non altro sportivo?

Assolutamente no. La vita di un giocatore ha i suoi cicli, è naturale. L'unica cosa che mi fa arrabbiare, ripensandoci, è che quando era in campo aveva la sua famosa mattonella e non correva mai. Ora è diventato un maratoneta, pensa un po' come si cambia nella vita...

Le ha mai dato consigli, da giocatore?

Solo uno, quando appesi le scarpe al chiodo. Gli dissi: ricordati che finché giochi hai 84 amici, quando smetti non te ne resta neppure uno. Qualche anno dopo il suo ritiro mi ricordò quella frase, e mi disse che avevo ragione.

E adesso, da dirigente di una realtà cittadina importante come l'Atletico Borgo, si sentirebbe di darne al dirigente Villalta?

Per niente, lui sa il fatto suo. I tempi, rispetto a quando giocava, sono cambiati, ma lui non ha perso la sua caratteristica più importante: è uno che sa stare coi piedi per terra. Non è il tipo da promettere più di quello che può dare, e questa è garanzia di serietà. Gli chiedo soltanto di tenere in considerazione i giovani, di farli giocare. In tempi difficili come questi, un buon settore giovanile può davvero fare la differenza.

LUIGI "GIGI" SERAFINI è nato a Casinalbo il 17 giugno 1951. Scoperto da Nino Calebotta, è approdato alla Virtus dove ha giocato dall'alto dei suoi 210 centimetri nove stagioni in Serie A, dal '68 al '77, vincendo lo scudetto del 1976 guidato da Dan Peterson. Poi un anno alla Xerox Milano, tre a Venezia, due a Fabriano prima di chiudere la carriera a Firenze. 2823 punti in maglia bianconera. Ha vestito 112 volte la maglia azzurra (con 536 punti), partecipando a quattro Europei e alle Olimpiadi del '72 e del '76.