STAGIONE 1945/46

 

Marinelli, Dondi, Calza, Foschi, Bersani, Vannini

Girotti, Rapini, Cherubini (foto tratta da "100mila canestri")

 

Virtus Bologna

Divisione Nazionale A-B: (dopo la prima fase, la Virtus prende il posto della Fortitudo Sisma vincitrice del girone regionale emiliano) fase semifinale Nord 1a classificata su 4 squadre (3-3); finali a Viareggio 1a classificata su 3 squadre (2-2); CAMPIONI D'ITALIA

 

FORMAZIONE
Venzo Vannini (cap.)
Gianfranco Bersani
Marino Calza
Carlo Cherubini
Galeazzo Dondi Dall'Orologio
Gianfranco Faccioli
Gelsomino Girotti
Giancarlo Marinelli
Luigi Rapini
 
Allenatore: Guido Foschi

 

Partite della stagione

Statistiche individuali della stagione

20 DICEMBRE, UNA DATA TRISTE

tratto da "Il Mito della V Nera" 1871-1971 di A. Baraldi e R. Lemmi Gigli

 

Un'annata insomma di ricostruzione e di positivi fermenti. Ma proprio in questa delicata fase di riassestamento un altro e più duro colpo è riservato alla Virtus. Il 20 dicembre muore improvvisamente Alberto Buriani, da venticinque anni nostro magnifico e munifico presidente, un autentico benefattore della società. Al grande rimpianto per l'uomo, le cui vaste benemerenze sportive avevano superato - possiamo ben dirlo - i confini di Bologna e della sua Virtus, si unisce la trepidazione per la sorte del campo Ravone. Quell'impianto che lui aveva fatto costruire per la Virtus e che alla Virtus intendeva sicuramente lasciare. Ma purtroppo, per mancanza di precise disposizioni testamentarie, anche il campo segue l'iter ereditario. Più tardi, quando il consiglio direttivo - come vedremo - si accingerà ad acquistarlo, trovandolo... già comprato il giorno prima e proprio da un consigliere della società, il contraccolpo e le ripercussioni interne avveleneranno per diverso tempo i rapporti a livello dirigenziale. In questa triste fine 1945 la burrasca comunque è ancora lontana. Intanto la direzione della Virtus viene assunta, in qualità di reggente, dal segretario generale Dott. Negroni, le cui dote organizzative e la grande dedizione riescono provvidenziali in questo momento certamente tra i più travagliati nella storia della società.

 

LA VIRTUS BOLOGNA SOVVERTE IL PRONOSTICO

e si aggiudica il titolo di campione

di Enrico Formichi - Il Littoriale - 29/07/1946

 

La folla delle grandi occasioni era oggi ad assistere alla partita di finalissima del campionato italiano di pallacanestro fra la Virtus di Bologna e la Reyer di Venezia. L'attesa non è andata delusa perché il gioco è stato accanitissimo e la massa degli sportivi ha potuto avere la grande soddisfazione di salutare campione la Virtus Bologna. Erano dodici anni che la Virtus finiva al secondo posto del campionato e doveva venire a Viareggia per conquistare il titolo per la prima volta.

C'è voluta tutta la volontà dei bolognesi per avere ragione dei veneti che contavano su una squadra composta in prevalenza di nazionali. Ma oggi i bianchi della Virtus erano irresistibili, hanno travolto la difesa granata ed hanno contenute le violente fasi controffensive veneziane. Rapini, Marinelli, Vannini, Girotti, Cherubini sono nell'ordine da citare per la volitività e la irruenza con le quali hanno giocato, ma anche per precisione di tiro. Bersani e Dondi hanno pure bene coaudiuvato i compagni. Fra i veneziani Stefanini Sergio numero uno in campo. Dopo di lui De Nardus e Montini. In complesso una partita tiratissima, che è stata vinta meritatamente dai bolognesi che hanno voluto, fermamente voluto, questa vittoria.

Si inizia alle 19. Dopo schermaglie a metà campo, è Stefanini Giuseppe che tira un personale e si aggiudica un punto. Però sulla rimessa Rasini, avuto il pallone, si aggiudica il cesto portando in vantaggio la sua squadra. La risposta è immediata. Per merito di Stefanini sergio e di De Nardus il punteggio va a 9-3 per il Venezia. Marinelli, successivamente, diminuisce il distacco che però De Nardus e Stefanini aumentano ancora, portando il Venezia a 12-8. Il Bologna effettua degli spostamenti e la fisionomia del gioco muta completamente. La Virtus si fa sotto e nel giro di pochi minuti si giunge a 17 per la Virtus e 12 per il Venezia. Un ritorno granata e il primo tempo finisce 17-16. Il secondo tempo vede ancora i bianchi della Virtus all'attacco e mentre il Veenzia aumenterài l punteggio soltanto con tiri liberi e con personali, i bolognesi marcano ancora su azioni ben chiare alcune delle quali hanno strappato gli applausi. L'incontro finiva così per 35 contro 30* in favore della Virtus.

Alla fine dell'incontro, i giocatori bianchi al centro del campo saltano e si abbracciano di gioia per la conquistata vittoria mentre il pubblico tutto preso dall'avvincente contesa, li applaude lungamente. Le squadre hanno giocato nelle seguenti formazioni:

VIRTUS BOLOGNA** - Girotti (1), Rapini (14), Vannini (12), Cherubini (8), Dondi (2), Bersani (2), Marinelli (6), Calza.

REYER VENEZIA - Stefanini Giuseppe (1), Stefanini Sergio (16), De Nardus (5), Montini (4), Parlato, Fagarazzi (3), Penso (1), Marsico.

 

(*) Nota di Virtuspedia: Il punteggio esatto fu 35-31.

(**) La somma dei punteggi individuali dà 45, ma il tabellino corretto della Virtus è riportato da Il Resto del Carlino: Girotti 4, Rapini 11, Vannini 6, Cherubini 4, Ga. Dondi Dall’Orologio, Bersani 4, Marinelli 6, Calza.

TRIPUDIO A VIAREGGIO

tratto da "Il Mito della V Nera" 1871-1971 di A. Baraldi e R. Lemmi Gigli

 

Dopo l'agitata parentesi invernale menzionata nel capitolo precedente, la squadra ritorna sotto l'insegna della V nera. Si gioca sulla copertura della piscina coperta, un campo di fortuna insomma, ma è qui che Vannini e compagni preparano il gran momento. Alle semifinali di Reggio Emilia, Genoa, Gi.. Torino e San Giusto Trieste sono superate in tromba. Le finali a tre si giocano dal 26 al 28 luglio a Viareggio. Primo ostacolo, la Libertas Roma subito sbaragliata per 53-35. Ma è l'incontro con la Reyer che decide lo scudetto. E qui la Virtus, tra mille emozioni (Bersani e Vannini fuori per quattro falli), facendo appello alle risorse del cuore, riesce finalmente a piegare gli irriducibili avversari. 35 a 31 il risultato finale. La Virtus è per la prima volta campione d'Italia nella maggior divisione in campo cestistico. I trionfatori di Viareggio sono Venzo Vannini (capitano), Gianfranco Bersani, Giancarlo Marinelli, Luigi Rapini, Carlo Cherubini, Gelsomino Girotti, Galeazzo Dondi e Marino Calza. Accumunati ad essi Gianfranco Faccioli, impiegato nelle semifinali, ed i dirigenti accompagnatori Vittorio Fiorini e Guido Foschi.

A quella del titolo si aggiungono per Vannini e Marinelli soddisfazioni azzurre ai campionati europei di Ginevra dove l'Italia si classifica seconda dietro alla Cecoslovacchia. Campioni d'Italia e vice-campioni d'Europa: la consacrazione di Venzo e Giancarlo non poteva riuscire più completa.

 

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Il campionato del 1946 ha una formula abbastanza complicata. Una prima fase prevede eliminatorie e concentramenti. La Virtus si qualifica a Reggio Emilia davanti al San Giusto Trieste. Il mini torneo finale si disputa a Viareggio.La prima sorpresa è che i Postelegrafonici di Roma non si presentano e vengono sostituiti dai concittadini della Libertas. Il campo di gioco era, tanto per dirla eufemisticamente, di assoluta fortuna.L'incontro decisivo mette di fronte due formazioni che già nell'ante guerra si erano date battaglia: Virtus Bologna e Reyer Venezia. Fino ad allora la vittoria, per un motivo o per l'altro era sempre andata ai veneziani. Questa volta invece non sarebbe andata a finire così. L'incontro fu drammatico e, usando probabilmente molto di più il cuore, il coraggio e il fegato che non la tecnica, le Vu nere centrarono finalmente l'obiettivo. E a centrarlo furono Gianfranco Bersani, Giancarlo Marinelli, Luigi Rapini, Carlo Cherubini, Gelsomino Girotti, Venzo Vannini, Galeazzo Dondi Dell'Orologio e Marino Calza con allenatore-accompagnatore Guido Foschi. Il punteggio finale fu 35-31 per la Virtus: per 4 punti gli eterni secondi furono per la prima volta primi. Sergio Stefanini, uno dei grandi del basket del dopoguerra ricordando quell'incontro ha sempre sostenuto che si era trattato di un incontro "rubato". Nelle sue parole però non c'era polemica, come accade purtroppo spesso oggi, ma goliardico spirito di rivalità, come goliardici furono i festeggiamenti per quella vittoria: lo avrebbe raccontato qualche anno dopo, Gigi Rapini che ricordò una partita di "squassaquindici" giocata sott'acqua proprio nell'euforia di quella vittoria inseguita e sognata per anni.

Cominciò così la prima serie di allori delle Vu nere della Virtus. "A poco a poco, i moschettieri dell'anteguerra lasciarono il posto ai ragazzoli oramai maggiorenni" racconta Aldo Giordani, sempre dalla rivista Pallacanestro: "Ai Rapini, ai Negroni, ai Cherubini. Giancarlo Marinelli fu l'ultimo ad ammainare bandiera. Restò fino al 4° titolo consecutivo: portava in Sala Borsa, nel nuovo tempio del basket felsineo, il vecchio spirito della Santa Lucia; e accanto a lui si riunivano i ragazzi come quando veniva la sera da San Ruffillo, a giocare partitelle d'allenamento contro il quintetto in maglia rossa di Napoleone Valvola, condottiero dei rincalzi virtussini".

 

DA SANTA LUCIA ALLA SALA BORSA

Il dopoguerra, la rinascita e gli scudetti della Virtus

Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

Ritrovarsi, ricominciare. Non è semplice, con le ferite della guerra ancora aperte. Bologna piegata da decine di incursioni aeree prova a sollevarsi dalle macerie. L’odore della paura lascia il posto a quello della speranza. C’è un mondo nuovo da scoprire, si sogna che, dopo tutto questo buio, sia migliore. Ritrovarsi, ricominciare. Anche lo sport prova a rimettersi in moto. Non c’è più niente, le priorità sono altrove. Ma ci si ingegna, si fa con quello che si trova. Dopo tanto soffrire bastano le cose semplici per divertirsi.

Il basket ha lasciato sul campo i suoi caduti. Alla Virtus Luciano Trevisi e Franco Mariani non rispondono più all’appello. Destini bruciati su fronti opposti, dopo essere stati fratelli nello sport. Manca la storica “casa” della palla al cesto, la palestra della chiesa sconsacrata di Santa Lucia, in via Castiglione. Serve ad altro, ora: all’istituto Aldini-Valeriani, per organizzarci corsi specializzati per muratori. Prima di tornare a vivere la città, bisogna ricostruirla.

La Virtus, che in Santa Lucia aveva stabilito anche la sede sociale, si accomoda al campo del Ravone. Si gioca anche altrove, in città: al campo di via del Piombo, alla palestra della Sempre Avanti, al Circolo Ferrovieri. Ci si arrangia in casa e soprattutto in trasferta, viaggiando su autocarri o dentro vagoni di terza classe e pasteggiando quasi sempre a panini. Ricorda Gigi Rapini, che di quegli anni è stato protagonista con la V nera sul petto: “Giravamo con un camioncino attrezzato con delle panche nel cassone. Ogni tanto, quando si finiva immersi nella nebbia, Girotti saliva sul predellino per dare indicazioni all’autista. Erano avventure, viaggi veri: andare a Trieste significava andare all’estero, ci voleva la tessera”.

Eppure alla fine a vincere è l’entusiasmo: il primo anno di pace è anche il primo anno di festa per la Bologna dei canestri. E per la Virtus, che va a vincere il titolo ’45-46, il suo primo scudetto, con una storica e soffertissima vittoria sulla Reyer Venezia a Viareggio: 35-31. Pensare che quella stagione di rinascita era iniziata con un clamoroso colpo di scena. Morto il grande Alberto Buriani, presidente della casa madre, la sezione pallacanestro soffre una crisi nera e trova il sostegno della Fortitudo Sisma e dell’onorevole Bersani. È un distacco, ma è breve: il tempo di vincere la fase provinciale e la squadra torna sui suoi passi, riabbracciando la causa della V nera. In tempo per quell’ultimo allungo verso il tricolore. Conquistato da capitan Vannini e da Bersani, Calza, Cherubini, Dondi Dall’Orologio, Faccioli, Girotti, Marinelli, Rapini, con Guido Foschi accompagnatore-cambista, antesignano del direttore tecnico di oggi. Giancarlo Marinelli e Venzo Vannini aggiungeranno a questa gioia anche quella del secondo posto conquistato con la Nazionale agli Europei di Ginevra. Sono loro, insieme a Galeazzo Dondi Dall’Orologio, i “senatori” del gruppo. Accanto a loro Gianfranco Bersani, arrivato in Santa Lucia dal bar delle scuole Galvani e mai più uscito dal mondo della V nera, e Gigi Rapini, che un’improvvisa e velocissima crescita adolescenziale aveva trasformato da ragazzino in carne in quello che per gli esperti sarebbe stato il primo vero pivot della pallacanestro italiana. Fatta salva una sorta di primogenitura di Giancarlone Marinelli “centro” universale che conobbe i fasti del basket dopo aver frequentato i campi dell’atletica e del rugby. Dondi chiude proprio con quel primo tricolore, per dedicarsi alla sua attività-vocazione di medico condotto prima, di affermato dentista poi. Restando a guidare la Virtus dalla panchina subito dopo il commiato dal campo.

 

OH, VIAREGGIO…

di Aldo Giordani – tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Adesso si parla tanto di “final four”, adesso si guarda all'America, alla favolosa conclusione del suo campionato con la caratteristica e tradizionale “finale-a-quattro”. Ma proprio il primo campionato italiano del dopoguerra, quello del primo scudetto-Virtus, aveva programmato la sua conclusione con una “finale-a-quattro”; e fu anche l'unico assegnato in campo neutro.

Viareggio, andarci da Bologna è oggi una passeggiata. Andarci nel '46, fu un'avventura. Si passava dalla Porrettana, sui ponti di guerra gettati dalle forze d'occupazione, e s'impiegò un giorno intero. Le squadre giunte da più lontano ebbero una via crucis ancor più penosa. Anche la sistemazione era di fortuna. Non soltanto perché l'epoca dei grandi alberghi, per lo sport italiano, non era neanche all'orizzonte, ma perché i segni della guerra erano ancora visibili, e si viveva tra rovine e voragini in continuità.

La Virtus aveva affittato un camion, l'aveva attrezzato a… pullman sistemandovi delle seggiole legate alla meno peggio, e si era avviata all'ennesimo appuntamento tricolore. Ne aveva avuti molti, in precedenza: ma li aveva mancati tutti. Era stata l'eterna seconda. Dietro il Borletti prima, dietro la Reyer poi.

Viareggio. Adesso il nome evoca subito l'idea delle vacanze, dei divertimenti, delle notti mondane. Allora, per quei giorni di campionato, c'era soltanto la pensioncina familiare, la polvere del campo all'aperto che s'ingrommava sul pallone e sui corpi dei giocatori. Al fischio finale, era una fuga unica, vincitori e vinti, per buttarsi in mare e ristorarsi un poco. Anche d'inverno, del resto, non si sapeva neppure cosa fosse, la doccia calda. C'era la cannella dell'acqua gelata, ci si buttava sotto urlando per farsi coraggio, e ci si lavava così. Non era piacevolissimo, ma non è mai morto nessuno, per quelle frustate da brividi.

A Viareggio, per quel torneo tricolore, era la fine di luglio. Le squadre - come ho detto - dovevano essere quattro, in realtà furono solo tre. Presenti le due rappresentanti del Nord (e cioè Virtus Bologna e Reyer Venezia), presente una sola del centro-sud (la Libertas Roma di Perrella e Triches), perché il PTT Roma (la squadra di Tracuzzi e Lucentini) aveva dovuto rinunciare, in quanto molti dei suoi giocatori non avevano potuto effettuare la trasferta.

Entrambe le formazioni del nord piegarono la Libertas, e in quelle partite preliminari diede l'impressione di essere più forte la squadra lagunare, che tutti pertanto davano favorita per il titolo. Nel corso della stagione la Virtus aveva vinto in casa 31-30, ma era stata sconfitta a Venezia 29-21. Sono punteggi che oggi fanno sorridere, ma con le pallonesse del tempo, e senza i trenta secondi, ovvio che i canestri erano alquanto rari…

I veneziani si basavano sul gioco di Bepi Stefanini come trampolino di lancio per i canestri-piroetta del fratello Sergio, avevano Rico Garbosi in difesa e Marcello De Nardus in attacco.

Le “V nere”, a Viareggio, avevano piegato la Libertas Roma per 53-35. Si profilava dunque, l'ennesimo scontro tricolore, coi granata della “Misericordia” che in tempo di guerra avevano colto due scudetti. L'ultima volta era stato nel '43. Si disperavano, i bolognesi, per quei beffardi canestri da lontano, e qualche lacrima aveva inumidito il loro ciglio. Quante altre, in precedenza, avevano rigato amaramente i loro volti segnati dalla sforzo. Ma adesso, per il nuovo duello all'insegna dello scudetto, Galeazzo Dondi Dall'Orologio, col suo fisico di gladiatore, era tornato indenne dal gelo dell'Alpe greca; era tornato “Gelso” Girotti a prendere per le orecchie i compagni, a riordinare le fila, proprio quando, per una dolorosa decisione, era sembrato che dovesse addirittura sparire, nel caos del dopoguerra, lo squadrone delle “V nere” in campo bianco. Era tornato anche capitan Marinelli, giunto all'ultimo momento, per lo scontro decisivo, vinto dall'appello degli amici e dal richiamo irresistibile del campo.

Viareggio, è la sera della finale. Parve, nel vespero del trionfo (violaceo per i riflessi del sole di fuoco sui pini ubertosi) che sugli occhi commossi dei vincitori passasse il ricordo della vecchia, polverosa, cara Santa Lucia; dove Venzo Vannini e Gelsomino Girotti, dove Galeazzo Dondi e Giancarlo Marinelli avevano cinto i primi allori; dove Gigi Rapini, in un'estate sola si era messo in grado di giocare in prima squadra; dove i tifosi felsinei, appollaiati sulle scricchiolanti gallerie, amavano incitare i propri beniamini con grido festoso: Alè, alè Virtus; alè alè. Viareggio, quel giorno la Reyer fu piegata (35-31): e passò alla storia una delle primissime stoppate del nostro basket, un pallone inchiodato da Galeazzo Dondi sulla mano magica del “Caneon” Sergio Stefanini. Ricordo Foschi, l'accompagnatore che faceva i cambi e insomma fungeva da allenatore; ricordo Calza, ricordo Cherubini; ricordo Gianfranco Bersani, che poi diede anche vita - prima di lasciarci tanto immaturamente - ad un giornale di basket. Allora si giocavano venticinque minuti senza recuperi per ogni tempo, e si usciva per quattro falli. Allora era in tutto e per tutto un altro sport. Ma la classe di taluni sarebbe stata fulgida ancor oggi. C'era l'arbitraggio singolo, diressero gli incontri Maifredi di Milano e Follati di Livorno, si era adoperato nell'organizzazione il dottor Macchia di Livorno, aveva allestito il torneo la Virtus Lucca. Come non vedere, in quel primo scudetto toscano, una specie di segno premonitore per ciò che quella terra, dal Lombardi di ieri al Binelli di domani, ha rappresentato nella storia delle “V nere”. Erano tempi eroici, il basket non era ancora nato, la pallacanestro tentava di riprendersi.

Oggi per la Virtus gli scudetti sono dieci, oggi c'è una Stella. Quel primo triangolino (lontanissimo, quasi preistorico) non fu certo il meno glorioso. E la Stella è nata - questo  certo - sotto le stelle di quel caldo luglio viareggino.

 

QUEI PRODI

tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Il ’45, è scoppiata la pace. Non c’è più niente, bisogna rimettere in piedi un po’ tutto. Duv’it, duv’el, dove sei, lui dov’è. Ci si cerca a tentoni, ci si chiama dentro dopo tanto chiamarsi fuori. In guerra sono caduti alcuni cestisti virtussini (Luciano Trevisi e Franco Mariani, ricordiamoli), ma proprio la pallacanestro Virtus è fra le prime sezioni a trovare la spinta per riannodare i fili.

Duv’it, duv’el. Ci siamo, ci siamo. Non abbiamo più la palestra, il Comune ci ha spossessato, la leggendaria e magica 5. Lucia di via Castiglione viene consegnata all'Istituto Aldini-Valeriani per farci corsi specializzati per muratori. Pazienza, non si può continuare a rincorrere sempre tutti i coriandoli del passato. In edicola non c’è più neanche il Resto del Carlino, al Carlin. Si chiama Giornale dell’Emilia e riprenderà poi il glorioso nome alcuni anni dopo.

Ci siamo, ci siamo. Contiamoci: Galeazzo Dondi Dall’Orologio, Marinelli, capitan Vannini, Bersani, Rapini, Cherubini, Girotti, Calza e un mazzetto di giovani virgulti (pulsa già sangue blu nelle vene di Renzino Ranuzzi) che dovranno garantire il domani. Racconta Galeazzo Dondi Dall’Orologio: “Fu la Fortitudo-Sisma a darci una prima mano. Naturalmente non avevamo una lira sparata e appunto la Sisma e l'onorevole Bersani presero a cuore noi giocatori che ci eravamo appena ritrovati. Io e Marinelli eravamo gi avanti con gli anni. Avevamo fatto insieme le Olimpiadi del '36 e l'anno dopo eravamo arrivati secondi agli europei di Riga. Io in guerra ne avevo passato di tutte. Lasciamo perdere le mie peripezie sui vari fronti e raccontiamo subito cosa accadde. Non avevamo più la Santa Lucia e ci adattammo a giocare al campo Ravone. Mettemmo la nostra “Vu nera” sul petto e per un po’ di tempo ci autogestimmo, sì, proprio come sto dicendo. Al concentramento di Reggio Emilia facemmo fuori il S. Giusto di Meo Romanutti e a fine luglio ci portammo a Viareggio per la finalissima. Il viaggio da Bologna lo facemmo in camion perché altri mezzi disponibili non ne avevamo trovati. Fu un viaggio per certi versi anche esilarante… L'accompagnatore era Guido Foschi. Cercava di tenerci a freno, qualche rara volta ci riusciva…

L'albergo era popolato da diecimila zanzare, ecco il primo ricordo che mi viene in mente. Giocammo sulla terra rossa. Tifosi? Nessun tifoso di parte. Un po' di sportivi curiosi, un po' di tifo molto generico e basta. Il match con i romani della Libertas fu abbastanza tranquillo. Un po' più complicato battere nel match decisivo la fortissima Reyer scudettata. Loro avevano i due Stefanini, Montini e altri bravissimi. Vincemmo di quattro punti, faceva un caldo feroce. Come festeggiammo? Facendo un tuffo in mare attorno alle otto di sera e poi tornando a Bologna. Le feste in città? Ma chi c'era in città a fine luglio? Andammo ognuno a casa propria. Eravamo contenti di essere arrivati primi, nient'altro”. Dondi non racconta altre cose. Non dice che da Bologna a Viareggio e ritorno il camion ogni dieci chilometri si apriva e compariva per la delizia dei paesani il deretano ignudo di uno dei prodi (si dice il peccato, solo il peccato). E poi quella famosa zona Virtus. Dondi e Marinelli l’avevano studiata alle Olimpiadi di Berlino. L’avevano copiata dagli americani e dai canadesi. Era una “due-tre” con puntuali adeguamenti, era una zonaccia impermeabile nella quale per esempio Venzo Vannini “castigava” senza pietà dalla parte sua…

Chi erano e furono quei prodi. L’impagabile Girotti (petroniano della più bell’acqua), capitan Vannini sempre pronto a cercare il pelo nell’uovo, il giovane leone Gigi Rapini; l’esangue tiratore Calza, il prezioso Cherubini e lo scultoreo Giancarlo Marinelli, uomo sempre in prima fila a spendersi, centrattacco (i calciofili lo etichettavano così) che catturava rimbalzi e che faceva sempre valere uno strapotere fisico e tecnico senza riscontri.

E poi il caustico Gianfranco Bersani (...)

 

LA PRIMA VOLTA

di Gianfranco Civolani - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Mai primi, una maledizione. Sempre dietro a Venezia o a Milano. E intanto viene la guerra e addio basket, addio Virtus, addio tutto. Ma nell'estate del quarantacinque si ritorna a vivere. Torna dal fronte Galeazzo Dondi e si ricongiunge - lui che veniva da Via Gargiolari - ai ragazzi di Via Castiglione.

Doni ha già quasi trent'anni e anche Giancarlo Marinelli non è più di primo pelo, ma con le V nere sul petto ci si riprova, ci si deve riprovare.

Le FinalFour a Viareggio, estate del quarantasei. Una delle due squadre romane non partecipa perché i suoi giocatori sono stanchi e non ne vogliono. La Virtus non ha nemmeno i soldi per noleggiare un pullman. Come si fa? Si affitta una vecchia autoambulanza e ci si infila su per i tornanti della Porrettana e meno male che l'allegria non manca e quel burlone di Gelso Girotti a ogni fermata del cosiddetto automezzo espone le sue chiappacce alla vista delle più o meno verginali montanare. E così fra lazzi e frizzi si raggiunge Viareggio e il campo sterrato. E la pensioncina familiare che ospita i prodi di Bologna e ti dà quel poco che ti dà, ma l'allegria è contagiosa e insomma si fa venir notte sognando quel benedetto e irraggiungibile primo tricolore.

Roma è fatta a pezzi, ma c'è la Reyer di mezzo. Favoriti loro, con quei fratelli Stefanini, fratelli Sfracelli. La pensioncina ospita i prodi, ma soprattutto tremila zanzare e i prodi ammazzano il tempo anche tirando fendenti agli animalacci. E il giorno fatidico c'è la luminosa vittoria (35-31), c'è il primo scudetto della Virtus, c'è il tuffo ristoratore a fine gara nel Tirreno, c'è una magnata e una sbevazzata in compagnia e c'è il ritorno a casa dove nessuno attende gli eroi perché eravamo nel cuore del quarantasei e né il Bologna calcio né la Virtus potevano minimamente smuovere l'interesse di troppa gente affaccendata nella affannata ripresa di una vita normale sopo tanti orrori e tanti morti.

Cito gli eroi: Dondi, Bersani dal braccio corto (nel senso che aveva una braccione che misurava qualcosa di meno dell'altro) e il capitno Venzo Vannini e Marinelli, Girotti, il giovane Gigi Rapini, Cherubini, Calza e il cambista (oggi lo si sarebbe chiamato coach) Foschi.

Poi quei prodi vinsero altri tre scudetti di seguito. ma i trionfi della grande Virtus di questa stagione vengono da molto lontano, vengono dalle calure di Viareggio, dalle onde del Tirreno, dallo spirito guerriero di chi portava la V nera sul petto e nel cuore. E tornando a casa su quella scassatissima autoambulanza tutto sembrava così irreale e stupendo e anche le chiappacce di Gelsomino Girotti avevano un loro fascino più o meno indiscreto.

 

DOMINA LA VIRTUS DI RAPINI

tratto da "La leggenda del basket" di Mario Arceri e Valerio Bianchini

 

(...)

Vale la pena soffermarsi sul primo scudetto del dopoguerra, vinto dalla Virtus, perché presenta un curioso retroscena. Lo racconta Gianmarco Bresadola Banchelli, nel prestigioso volume pubblicato per il centenario della Fortitudo Bologna, la cui sezione pallacanestro vide la luce nel 1932. Già nel '35 la squadra era riuscita ad arrivare al girone di semifinale cedendo però a Trieste e Reyer, nella stagione che vide finire alle spalle di Ginnastica Roma e Ginnastica Triestina altre due squadre bolognesi: la Virtus e la squadra del Guf (la gioventù universitaria fascista, l'attuale Cus). La Fortitudo manteneva però un ruolo di secondo piano in città, alle spalle della Virtus "fiore all'occhiello del regime a Bologna", e proprio alla Virtus diede una grossa mano. Ecco il racconto di Banchelli:

L'iniziativa di maggior importanza di questo periodo fu quella che consentì alla Virtus di rimanere in vita, così come ci ha raccontato l'allora responsabile della sezione, il senatore Giovanni Bersani. Come successe? Parte il primo campionato del dopoguerra. La Federazione divide l'Italia in due gironi: Nord e Sud. Prima della guerra la Virtus aveva una delle squadre più forti, ma nell'immediato dopoguerra i suoi dirigenti erano stati sospesi dall'attività sportiva perché accusati di aver troppo collaborato con il regime fascista. Il presidente delle V nere era Negroni (il padre di Carlo e Cesare Negroni, giocatori degli anni '40 e '50 - ndrc) da sempre in buoni rapporti con Bersani: fra loro vi era profonda stima e amicizia. La Virtus non avrebbe potuto partecipare al torneo perché sospesa e così pure la Fortitudo perché non poteva costruire una squadra che fosse all'altezza delle avversarie. Decisero così di unire le forze delle due società. La squadra si formò senza troppe difficoltà e a Marinelli, pivot della Nazionale, venne affidato il ruolo di capitano. La squadra mista si iscrisse al campionato con il nome di Fortitudo, vinse il girone nord e si aggiudicò il diritto di disputare la finale con la Lazio di Roma. Quando mancavano pochi giorni alla sfida decisiva, i dirigenti della Virtus furono prosciolti. Come d'accordo la squadra riprese il suo nome e così fu la Virtus ad aggiudicarsi lo scudetto, anche se gran parte del merito va indubbiamente attribuito alla Fortitudo , che oltre al nome diede anche alcuni giocatori.

Ci sono alcune inesattezze. Secondo quanto recita l'Agendina della Pallacanestro 1957, redatta a cura di Martino Voghi su incarico di Aldo Mairano, da ritenersi dunque attendibile, la finale viene disputata con la Reyer Varese (? - ndrc) dopo aver eliminato la Libertas Roma e non la Lazio. La quarta semifinalista del concentramento conclusivo è sì un'altra squadra di Roma, ma i Postelegrafonici, che danno forfait per l'indisponibilità di alcuni giocatori. Al di là di questo trascurabile particolare, resta l'episodio in tutta la sua valenza, soprattutto se rapportato alla... feroce rivalità che sarebbe poi nata tra le due società e se si tiene conto che la Fortitudo avrebbe dovuto attendere più di mezzo secolo per conquistare, nel 2000, il primo scudetto della sua lunghissima e gloriosa storia.

 

Nota di Virtuspedia: in realtà la Libertas Roma sostituiva la Postelegrafonici Roma rinunciataria e le finali di Viareggio si disputarono con girone a tre all'italiana e non strutturato su semifinali e finali.