LA SALA BORSA

 

Negroni, Dino Zucchi e Rapini contro il Pavia nella Sala Borsa dal caratteristico pavimento piastrellato

 

LA SALA BORSA

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Finalmente la guerra è finita, c'è stata la Liberazione, c'è stato il Referendum monarchia-repubblica e, sia pure con qualche apprensione di troppo, la Repubblica ha vinto: e anche il basket riprende faticosamente il suo cammino.

Sotto le Due Torri i virtussini del periodo anteguerra e i giovani cui la guerra aveva portato via alcuni ani di vita e di sport, si ritrovano per ricominciare l'antico rito della palla e del canestro, ma c'è subito un problema: la "Santa Lucia" non è più disponibile. Il Comune di Bologna infatti, con un inatteso procedimento d'autorità, si reimpadronisce della Basilica sconsacrata di via Castiglione e la destina d una Scuola per muratori e ad un Istituto tecnico commerciale. Ma forse non tutto il male viene per nuocere perché, se da una parte in quel periodo forse c'è più bisogno di muratori che di giocatori di pallacanestro, la improvvisa privazione del tempio dell'ante guerra, fa aguzzare l'ingegno dei virtussini, come vedremo. Naufragano tutti i tentativi di ottenerne la restituzione operati un po' da tutti, anche con l'ausilio di un foglio fondato da Achille Baratti: "Il Corriere Cestistico", che nell'editoriale del primo numero così si spiega: "l'opera dei giornalisti sportivi che vanno per la maggiore, che per ragioni di spazio o di altri interessi trascurano il basket, doveva essere completata da un nostro foglio per una maggiore e migliore propaganda e una veloce ascesa". Il Corriere Cestistico non riesce a commuovere il Comune che si tiene la Santa Lucia.

Indubbiamente è un'epoca che ha termine, è un ciclo che finisce.

Eppure la passione per il basket è più forte e più resistente di qualunque doccia gelata. E siccome in molte parti d'Italia si gioca, e si giocherà ancora per molto, all'aperto, anche sotto le Due Torri ci si adatta, e il campo di Via Ravone diventa un po' la casa virtussina del basket e le abitazioni lì vicine si devono sorbire il rumore del pallone che picchia per terra sospinto da Marinelli e compagni.

Ma la pallacanestro a Bologna è una cosa troppo seria, troppo radicata perché non si risolva subito, e nel migliore dei modi, il problema del campo. Se in epoca pionieristica si giocava in una chiesa sconsacrata, in epoca post bellica, sempre pionieristica ma più tecnica, si ottiene di poter utilizzare la "Sala Borsa", nella centralissima via Ugo Bassi, un'autentica cattedrale anch'essa, ma questa volta degli affari. La Sala Borsa, dove la mattina lavorano gli agenti di cambio, viene riadattata quanto basta per la pallacanestro. Era anche questo un impianto assolutamente singolare per il basket, con il suo sviluppo in verticale, con le sue gallerie presto occupate dagli appassionati che avevano qui un po' più di spazio per dare sfogo alla loro passione per la Virtus. Ecco, i tifosi anche alla Sala Borsa hanno la loro importanza perché quando battono le mani sui supporti delle balconate, le strutture metalliche fanno da cassa di risonanza assolutamente assordante agli epici duelli che seguiranno in quegli anni. Il pavimento in piastrelle rende la Sala Borsa qualcosa di unico: il loro disegno a rombi contribuisce ad aumentare in un certo senso il gap tra la Virtus del primo dopo guerra e le altre formazioni: solo le Vu nere infatti giocano su un campo così. La Virtus diventa "quella" che gioca alla Sala Borsa sul "campo in piastrelle" con i disegni geometrici a rombi (come i mitici Boston Celtics che anni dopo sarebbero diventati "quelli" che giocano sul campo col "parquet incrociato"). E in quegli anni, senza televisione e con i mezzi di comunicazione non ancora di massa, i miti crescono e si alimentano proprio su queste cose, anche se non solo su queste cose. Ci sono naturalmente le vittorie, e in casaVirtus le vittorie stanno per arrivare. L'urlo "Virtus olé", come ricorda chi c'era, fa venire letteralmente i brividi. "Alla Sala Borsa" racconta e spiega molto bene Gianfranco Turrini "la pallacanestro ha cambiato nome, è diventata basket. Una pallacanestro che parla straniero e fa un po'la schizzinosa. Nasce la parola "pivot". Alla Santa Lucia infatti avevamo creduto che Marinelli fosse semplicemente un centrattacco. La Sala Borsa contagiò senza rimedio i bolognesi".

 

IN TRAM DAL COMUNALE A VIA UGO BASSI

di Nando Machiavelli- Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

Anno Santo 1950, cinque anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. La vita ha lentamente ripreso un cammino… umano, c’è l’occasione per cercare di dimenticare terribili orrori. Anche lo sport dà una mano, con il calcio in copertina, ma a Bologna anche la “palla a canestro” tiene accese dispute memorabili, tra i sostenitori della Virtus e quelli del Gira. Abbandonata Santa Lucia, questo sport trova ospitalità nel cuore della città, in un luogo dato al pubblico commercio, agli affari tra mediatori. La Sala Borsa, appunto. L’ingresso è in via Ugo bassi, gli uffici si trovano su tre piani, in alto una balaustra dà luminosità ad un rettangolo che sembra fatto apposta per ospitare un campo da gioco. Le colonne danno un tocco di valore architettonico al complesso, il pavimento con mattonelle a losanga è ruvido, con qualche scanalatura che a volte rende precario l’equilibrio degli atleti. Il sabato pomeriggio si procede alla sistemazione di gradinate, con aggiunta di alcune file di poltroncine per i più… benestanti. E la domenica comincia la festa. Dal primo pomeriggio incontri tra formazioni giovanili, fino al clou, fissato immancabilmente per le “cinque della sera”.

Si alternano Virtus e Gira, ospitando naturalmente chi, con loro, ha fatto e farà parte della storia di sempre di questo sport. L’Olimpia Milano (poi Borletti, poi Simmenthal), la Reyer Venezia, e ancora Ginnastica Triestina, Stella Azzurra Roma. Il tamtam ritmato degli spettatori in… galleria, con i pugni battuti contro le lastre di metallo inserite nei riquadri ornamentali fanno da cornice ad indimenticabili derby. Dal ’50 al ’55 per il sottoscritto, giovinetto appassionato di tutti gli sport, ma anche a corte di finanze, l’appuntamento domenicale di via Ugo Bassi era imprescindibile. Per assistere magari agli ultimi cinque minuti di match, quando venivano aperte le porte, pronti per il deflusso degli spettatori. Il massimo del piacere era raggiunto la domenica del doppio appuntamento: alle 14:30 al Comunale per tifare rossoblù, poi assalto al tram, qualche volta addirittura viaggio sul predellino esterno tanta era la calca, e senza pagare il biglietto, discesa “al volo” in centro, pronti per assistere alle prodezze di Germain e Mascioni, di Chaloub e Strong, di Lucev e Bongiovanni, di Calebotta e Alesini, di Ranuzzi, Negroni, Muci e di tanti altri grandi campioni che hanno fatto della Sala Borsa un piccolo tempio di questo magnifico sport. Nel 1956 aprì le porte la “bomboniera” di piazza Azzarita, ma questa è un’altra storia, ve la racconterà qualcuno che parlerà di basket, non più di “palla a canestro”.

La Sala Borsa in giornata di trattazioni, che proseguono sotto ai canestri (foto W. Breveglieri)

SALA BORSA

di Roberto T. Fabbri – tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Sei scudetti, i primi sei, della Virtus, li ho vissuti da vicino. Diciamo, generalizzando, che il mio impatto con la pallacanestro bolognese, nel ruolo di giornalista, è avvenuto verso la fine del 1945. Le partite si giocavano alla piscina dello stadio comunale. C'era interesse, ma non grande entusiasmo. Questo è esploso quando il grande basket - quello rappresentato dalla Virtus, dal Gira e dall'OARE, poi arrivò la Motomorini - si è trasferito nella Sala Borsa di via Ugo Bassi.

Da quel momento fu facile essere profeti e preannunciare Bologna capitale del basket. E se la vecchia e mai dimenticata palestra S. Lucia come pure la piscina dello stadio potevano, allora, considerarsi impianti “adeguati”, la Sala Borsa si dimostrò subito stretta. Intanto io dal “Corriere dello Sport” ero passato a “Stadio” iniziando qui la mia battaglia alla conquista dello spazio per creare una vetrina per la pallacanestro. Piano piano, ci riuscii grazie anche alla… libertà che mi concedeva l'amico e direttore del giornale Luigi Chierici. Un uomo che sembrava distaccato dal basket ma che nel suo intimo tifava Virtus. Così nel 1946 il primo scudetto della Virtus su “Stadio” fu possibile celebrarlo degnamente. Collaboravano, allora, Baratti e Lodoli ed in quel periodo furono preziosi in quanto io, impegnato nella organizzazione del giornale che si apprestava a trasformarsi in quotidiano, non ero in grado di seguire tutto. Ma in Sala Borsa c'ero sempre. Quanti ricordi e quante amicizie sono nate e cresciute in quel rettangolo fragoroso di tifo! E quale lunga serie di fatti per anni hanno punteggiato il mio rapporto di cronista con la pallacanestro.

Il primo scudetto, 1946, cementò la mia amicizia con Bologna dove ero giunto da forestiero. E contemporaneamente con quasi tutti i protagonisti della vita cestistica bolognese. Amicizie che ancora durano. Ma con il primo scudetto ebbe inizio anche un mio rapporto, sempre professionale, con la Virtus. Seguendo la squadra in qualche trasferta, ma qui non racconterò quello che succedeva, ebbi modo di conoscere gli uomini. Dal serioso Dondi, al sempre ponderato Marinelli; dal pacioso Girotti al condottiero Vannini e al gioviale Bersani. C'erano anche il giovane e già tecnico Rapini, Calza e Cherubini. I campi esterni erano quelli della “Misericordia” Venezia, della Ginnastica Trieste, di Milano e Varese, ma anche Pavia e Gallarate e quello ostico quanto mai di Gradisca. Viaggi avventurosi, rocamboleschi. Terza classe e spesso panini. Un divertimento nel divertimento. Campi difficili, quelli esterni, per la Virtus; una fortezza la Sala Borsa per gli avversari. E che fosse difficile vincere, per gli altri, in Sala Borsa se ne accorsero presto tutti. Una bolgia diversa, ad esempio, di quella che si registrava sui campi di Gallarate o di Gradisca, od ancora alla “Misericordia”. Non c'era tifo cattivo; era notevolmente rumoroso. E quando entravano in azione i… battitori sulle lamiere pubblicitarie della galleria, allora se per gli atleti di casa era un incitamento per gli ospiti era una dichiarazione di guerra. Sotto, il pubblico seguiva la partita rischiando, per via delle colonne, il torcicollo. E chi non riusciva a vedere bene si faceva raccontare dal fortunato che aveva visto cosa era successo.

Davvero memorabile quel periodo, direi eccitante il periodo in cui si è giocato in Sala Borsa. Non ci sono dubbi il primo scudetto favorì la nascita della leggenda. Quella delle “V” nere. E, naturalmente, dei suoi personaggi. E mentre sulla scena resistevano i “vecchi” Marinelli, Vannini, Girotti e Bersani, sulla scena si affacciava la nuova generazione dei “Carlito” Negroni, e di suo fratello Cesare, di Ferriani e Ranuzzi, dei fratelli Zucchi oltre a Rapini. E contemporaneamente si affacciavano con autorità le consorelle cittadine, in particolare il Gira e poi la Motomorini. Sono del parere che a far crescere la Virtus furono non soltanto i quattro scudetti consecutivi infilati dal 1946 al 1949, ma sicuramente con grande influenza, le stracittadine che ebbero il potere di dividere Bologna, sempre virtussina, in tre grandi fazioni di tifoseria che finirono per coinvolgere anche me. Perché quello che scrivevo se andava bene ad una parte era contestato dall'altra, quando non si verificava generale contestazione. Un esempio. Abitavo in via di Corticella, vicino a Ca' dei Fiori. Una notte, le ore erano piccole, sotto casa fui fatto oggetto di una… serenata. Slogan: “Vieni giù se hai coraggio”. Naturalmente non mi alzai. Poi tutto finiva in gloria, con una cena. Calienti, ma generosi, i bolognesi.

Dicevo delle stracittadine. Più che confronti erano scontri. Gira e Motomorini erano due belle squadre: la prima con i Bongiovanni, Di Cera, Muci, Germain, Mascioni e Perin; la seconda che vantava tra gli altri Sardagna, Roubanis, ed un organico di tutto riguardo. Che battaglie. Si usciva dalla Sala Borsa con il mal di testa e le coronarie affaticate. Ma per la Virtus il periodo dei grandi incontri in Sala Borsa non era limitato alle stracittadine. Quando arrivavano il Borletti, il grande avversario di ieri come lo è ancora oggi sotto altra denominazione, la grande Reyer e la Ginnastica Roma, il Varese e la Ginnastica Triestina. Sempre battaglie, sempre meno facile. Ma tante vittorie siglate da sei scudetti, i primi sei nella storia della Virtus pallacanestro. Sei scudetti firmati anche dagli Alesini, Canna, Gambini, Battilani (l'ex “nemico” girino), Calebotta e Lamberti e Tracuzzi. Ma non dimentichiamo Foschi e Poluzzi, due grandi animatori, più tifosi che tecnici, ma tanto bravi.

E qui mi fermo. Perché per raccontare la pallacanestro della Virtus in Sala Borsa, dovrei scrivere un romanzo. E quando è festa non si annoiano gli amici.

 

"BASKETCITY” È NATA IN VIA UGO BASSI

di Franco Vannini - Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

la Virtus vinse il primo scudetto di basket nel 1946 in una finale a Viareggio. Dopo il prestigioso successo doveva risolvere il problema del campo di gioco che prima della seconda guerra mondiale era stata la palestra di Santa Lucia in via Castiglione; successivamente furono il Ravone e una palestra di fortuna alla piscina coperta. Dopo pochi mesi dal titolo la Virtus trovava ospitalità in Sala Borsa, che proprio in quegli anni faceva il pieno di tutto. Ospitava il pugilato con riunioni di livello dopo il battesimo della società “Temporale”. Non solo. Il martedì e venerdì erano giorni di mercato. Agenti del consorzio agrario, rappresentanti, fattori, agricoltori, padroncini si incontravano all’angolo Ugo Bassi-Indipendenza, sotto i portici o all’interno della Sala Borsa dove funzionavano i vari box in cui si perfezionavano le trattative e si visionavano i prodotti. L’attività si concludeva nel tardo pomeriggio. Ma a volte i box, nella massima discrezione, restavano in attività anche in serata. Soprattutto quando c’erano riunioni di pugilato. Qualcuno si chiudeva dentro e a sbafo, quando iniziavano i match, usciva e si mescolava agli spettatori paganti.

La Virtus intanto continuava a vincere scudetti. Il contenitore di via Ugo Bassi creava solide premesse alla nascita di “Basketcity”. Si disputò anche un incontro internazionale Italia-Francia che insegnò parecchio cose dal punto di vista tattico alla nostra pallacanestro. Se i virtussini vincevano, la giovane società gira non finiva di stupire coi suoi dinamici dirigenti-giocatori tra i quali c’era Gianni Sinoppi, che poi diverrà un personaggio di primo piano del ciclismo nazionale dopo essere stato, alla fine degli anni Quaranta, tra i fondatori dell’Uisp. Nel ’49 il Gira è in massima serie e con straordinaria abilità riesce a reclutare i giocatori americani: prima Strong, poi Germain e Mascioni. Erano militari Usa in servizio in Italia, elementi capaci di emergere in varie discipline. Germain portava gli occhiali e pareva un professorino, Strong (poi anche tecnico della Virtus) ha fatto di tutto: giocatore, allenatore, si è dato pure al baseball con successo. La Virtus deliziava coi suoi atleti che finivano con l’indossare la maglia azzurra: Ferriani, Bersani, Marinelli, Ranuzzi, Rapini, Zucchi, Negroni, Gambini e altri ancora.

All’inizio degli anni Cinquanta la Sala Borsa è ingolfata di basket: nel ’52 Bologna ha tre squadre nella massima categoria. C’è anche l’Oare (Officine Assistenza Riparazioni Esercito), nella quale milita Rinaldo Rinaldi che aveva già vinto uno scudetto con la Virtus e che in campo si faceva notare per le strane ginocchiere di pelle che avevamo già visto con Strong. Rinaldi, persona squisita, diverrà un apprezzato giornalista prima come capocronista dell’”Avanti”, poi alla Rai. L’ambiente del basket è sempre più scoppiettante e movimentato da episodi interessanti e curiosi. I derby Virtus-Gira si fanno caldi e anche il cima si trasforma. Il pubblico in gran parte si sistemava a pochi centimetri dal campo, ma c’era l’anello superiore considerato il “loggione” dove i tifosi più accesi si facevano sentire, pur senza eccessi. C’era pure il supertifoso Peppino, che si aggirava in quella specie di tribuna stampa accogliente in cui c’era un po’ di tutto e di più.

Davvero tanti gli eventi che si ammirano negli anni Cinquanta, prima del trasferimento in quel Palasport, nel 1956, voluto dall’allora sindaco Giuseppe Dozza. Proviamo a mettere in fila un po’ di situazioni per avere il quadro del gran fermento intorno al basket bolognese, che ha risvolti a livello nazionale. Intanto la pallacanestro si era evoluta dal punto di vista tattico dopo quell’incontro con la Francia. Il Gira era una realtà e nel ’54 si permetteva di piazzarsi secondo davanti alla Virtus (abbinata Minganti) terza, che poteva già contare sul pivot Calebotta (m 2,04), un giocatore che faceva la differenza, e su Canna. Un Gira splendido in quegli anni con i vari Macoratti, Bongiovanni, Di Cera, Presca, e quel Lucev che piaceva tanto alle donne. Senza dimenticare il generoso Muci. Sempre sul piano squisitamente tecnico, grossa novità in casa Virtus: l’arrivo di Vittorio Tracuzzi che nella doppia veste di allenatore-giocatore porta la Virtus al quinto scudetto prima che si scateni il trio delle meraviglie: Canna, Calebotta e Alesini (che aveva dovuto stare fermo un anno perché la società di provenienza non gli aveva dato quello che oggi si chiama nullaosta).

La Sala Borsa era proprio diventata la culla del basket. Durante le feste natalizie, verso la metà degli anni Cinquanta, si svolse un prestigioso Torneo Soldaini con Gira, Goriziana, Oare, Moto Morini, Virtus Imola e Solgas. Due ragazzotti della Goriziana fecero sfracelli: Tonino Zorzi e Franco Sardagna in quella occasione di proposero a sorpresa al grande basket. A completare lo straordinario viavai in Sala Borsa ci fu l’entrata in scena della Moto Morini, che aveva la sede nel bar di porta Mazzini. La sua anima era l’ex virtussino Renzo Ranuzzi. La squadra disputò un campionato prima del trasferimento in piazza Azzarita; purtroppo non sopravvisse per molto tempo, ma in pochi anni sfornò fior di giocatori: da Conti a Geminiani, da Roubanis a Sardagna, poi Vittori e Vianello. Fatto è che Bologna aveva ancora tre squadre ai massimi livelli. Ecco perché quando oggi si scrive la storia di “Basketcity” bisogna partire da quell’impianto di Ugo Bassi e da quei favolosi tempi.

Il pubblico è davvero a stretto contatto coi giocatori (foto W. Breveglieri)

GLI ANNI '50

di Adalberto Bortolotti - da "Il Cammino verso la Stella"

 

I due scudetti virtussini degli anni Cinquanta si affacciano tumultuosamente nei miei ricordi insieme coi fatti e personaggi di grande rilevanza, taluni storici, per il basket bolognese e anche per il basket tout court. ça grande svolta degli abbinamenti, destinati ad avviare una nuova era della pallacanestro: da quella romantica e casereccia dei pionieri, lungo una naturale evoluzione, a quella puro spettacolo o business dei giorni nostri. Poi gli ultimo fuochi della Sala Borsa, la seconda fase nei cinquant'anni delle Vu nere; la prima resta legata alla chiesa di Santa Lucia, la terza, tuttora in atto, allo sfarzo rutilante del Palasport, il "Madison" di Piazza Azzarita. E ancora: l'avvento degli schermi, qui introdotti da uno scienziato del basket tuttora validamente sulla breccia, Vittorio Tracuzzi. E poi superbi giocatori come Canna e Alesini, forse i più formidabili interpreti del contropiede di tutti i tempi e il primo "lungo" storico della pallacanestro italiana, Nino Calebotta, il cui uncino era, per noi fanatici di quel tempo, favoloso quanto per i giovani d'oggi il gancio-cielo di Abdul-Jabbar.

Proviamo a mettere un po' d'ordine. La Virtus entra negli anni Cinquanta sull'onda di quattro scudetti consecutivi, conquistati dal '46 al '49 da gente che si chiamava Marinelli, Ranuzzi, Negroni, Rapini e ancora Bersani e Ferriani, cui cominciavano ad affiancarsi i fratelli Zucchi e il povero Rinaldi, splendido collega poi. Lo strapotere virtussino mobilita alla riscossa la Lombardia, attorno al vecchio baluardo del Borletti, cui si aggiunge Varese, realtà emergente. Così diventa subito più dura, intanto che la vecchia guardia non si arrende, ma muore, nel senso che smobilita progressivamente per inderogabili ragioni d'anagrafe. Si è giocato sin qui senza allenatore, un dirigente accompagnatore in panchina e in campo il patriarca Marinelli a suonare la carica. Si scopre la figura del cambista, il primo è Dino Fontana, poi arriva dall'altra sponda, l'aborrito Gira, l'americano cioccolata Jimmy Strong che affronta l'impervia rivoluzione in senso scientifico. I risultati non vengono. Nel '54 l'industria entra nel basket e la Virtus diventa Minganti, tutto in famiglia, la signora Gilberta è una mamma e Lello Zambonelli è stato un valido giocatore d'anteguerra. è proprio il '54 a fungere da prologo.

La Virtus ha pescato la coppia d'assi, Achille Canna, impastato di classe pura e Nino Calebotta, la torre del campionato con i suoi (allora) terrificanti 2.04. Ma non solo la Virtus non vince lo scudetto, arriva addirittura dietro il Gira che, intendiamoci, è uno squadrone sul serio, con un americano sgraziato ma straordinario, Frank Germain, e Lucev, Macoratti e un altro USA che è lo stile glaciale personificato, Mascioni. Apriti cielo! Via tutti, o quasi e da Varese approda alla corte delle Vu nere Vittorio Tracuzzi, che qui ricordano per memorabili battaglie e sfottò impietosi. Non c'era la regola dei trenta secondi, allora, e imperversava la "melina", l'arte di tener palla al limite dell'esaurimento. Rammento che, due anni prima, alla guida del Varese, costretto a una sconfitta che riteneva ingiusta, Tracuzzi guidò la "melina" della propria squadra per gli interi ultimi cinque minuti, in una Sala Borsa che sembrava l'inferno, come a dire: "Perdo, ma perché sono io a volerlo". Vittorio Tracuzzi aveva l'ostinazione del profeta, in vantaggio sui tempi e quindi abbondantemente incompreso, ma intimamente consapevole di battere la strada giusta e quindi irremovibile. La sua Virtus del '55 fu una prova di forza. Impostò la squadra tutta in funzione di Calebotta, presago del rilievo fondamentale che i "lunghi" avrebbero assunto, e bloccata su una ringhiosa zona difensiva. Fortissima in casa, la squadra balbetta in trasferta (certi guai sono antichi...). Ma alla fine vince allo sprint, grazie anche all'aiuto indiretto del Gira. Da Varese, Tracuzzi si era portato appresso un giovane fuoriclasse, Mario Alesini. Ahimé, contrattempi burocratici gli imposero un anno di ferma, ma come nel '56 Mario si butta nella mischia e forma con Achille Canna una diagonale folgorante, per la Virtus la strada va tutta in discesa. Calebotta imperversa con punteggi-record, una domenica segna 59 punti al Pesaro e la gente trasecola. Tracuzzi raccoglie i frutti, alla fine la Virtus è prima con undici (!) punti di vantaggio sul solito Borletti di Rubini.

Con quel magico trionfo, si chiude l'epopea della Sala Borsa. Maggiori eventi premono, il basket è diventato grande e va a cercar casa adeguata. Ma quella bomboniera di via Ugo Bassi resterà indimenticabile. Ci vorranno vent'anni e un Tracuzzi moderno chiamato Dan Peterson per ricucire uno scudetto sulle maglie bianche con la Vu nera.

 

HEY BABURIBAA

di Gianfranco Civolani - Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

La Virtus con il tricolore sul petto. Era il ’49, quattro scudetti consecutivi finché in Borsa non entrai io per la prima volta. E certamente portai una sfiga terribile perché di scudetti in Borsa per anni non ne vide più uno. Bersani, Marinelli, Rapini, Negroni, Ranuzzi e altri splendidi eroi. E io in Borsa ci andavo o ci vivevo quasi tutte le sere perché c’erano Checcone Cavicchi da ammirare e le sfide dei pugili dilettanti e le partite della Virtus e del Gira e della Moto Morini. E anche la lotta greco-romana, con quel Magnani amico di miei amici.

Ero virtussino, dunque odiavo il Gira. Le mie abituali postazioni erano in prima galleria se riuscivo a entrare presto oppure lassù in loggione. Ma una sera non ho resistito alla tentazione. Sono sceso abusivamente in platea per incoraggiare la Roma che sfidava proprio il Gira. Era la Roma di Giancarlo Primo e di Cerioni e di De Carolis e di Margheritini detto Margot. “Per favore, fateli perdere” dissi ai romani. “A regazzì, mo ce penzemo noi” mi rispose Cerioni. Più dieci per il Gira, maledettissimi puffaroli di Roma caput mundi.

Ma chi mi intrigava di più era Carlone Muci, un bombolotto che faceva il play e che sapeva tener la palla per quindici minuti filati quando la sua squadra era avanti e appunto si poteva e si doveva trattenere palla fino al suono della sirena. E mentre Carlone palleggiava all’infinito (se gli facevano fallo, si poteva rinunciare) tutto il pubblico ritmava cantando “Hey, hey, hey, baburiba” sulle note di una celebre canzoncina degli anni Quaranta. Solo che poi una volta e mentre rimbombava l’”Hey baburiba”, la palla a Carlone gliela portarono via. Coro muto, vittoria degil altri e l’accompagnatore urlò nel silenzio: “Carlone, va bain a fer dal pep”.

E quando il prosaico e plebeo Bersani (i suoi gestivano una mescita di vini accanto alla chiesa di Santa Lucia) perse palla e scivolò fra due ingioiellate madame del parterre. Bersani non aveva ancora fatto un canestro e una delle madame gli disse: “Mo Bersani, fammi qualcosa!”. Risuonò un osceno rumoraccio e le madame si alzarono inorridite.

E quando il greco Matheous – un monumentale pivot che giocava a Pesaro – provocò il pubblico a fine gara ci fu in’invasione di campo. I due agenti avvicinarono il greco: “Quanti ne vuole di scorta”. “Per cosa, per popolo? Basto io”. Con fiero cipiglio il greco guadagnò l’uscita mentre i contestatori si dicevano fra loro: “Mo che prepotente, mo stiamogli bene alla larga”:

Nei primi anni Cinquanta scribacchiavo già qualcosa e allora ottenni di entrare “a gratis” e di mettere piede nel settore stampa. E una sera era in programma il match fra Cavicchione nostro e un tale Crisostomi di Civitavecchia. Un giornalista romano disse: “A Crisostò, datte da fa”. E lui “Damme solo un minuto poi te faccio vedé”. Nemmeno un minuto. Ko dopo venti secondi. Potevo accedere al cosiddetto spogliatoio, uno stanzone sena doccia e senza cesso. Quel Crisostò si allisciava il mento. “Mo’ se vede il livido?” domandò al suo manager. “A Crisostò, sei sempre ‘na bellezza. Annamo a pijà li sordi prima che ‘cce menino n’atra volta”.

Che tempi, che fusti, che serate, che baldorie. Ogni tanto rivedo Gigi Rapini, Renzo Ranuzzi, Carlito Negroni, Zucchi e spesso Carlone Muci, splendido ultrasettantenne. Ma la nostra “Baburiba” non la suona più nessuno.

Il tifo caldo dei "loggionisti" (foto W. Breveglieri)

LA SALA BORSA SI FA STRETTA - Tre ad alta quota: anche l’Oare si affaccia alla Serie A

Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

Vincere in Sala Borsa era un’impresa. Per gli avversari della Virtus e per quelli del Gira. Segreti? Nessuno in particolare, ma certamente quell’ambiente era speciale, per certi versi anche un po’ atipico. Quando quelli della V nera lanciavano l’urlo di battaglia (“E par la mi bèla bàla, un oc am bàla…”), i “loggionisti” recepivano il segnale. Erano quelli della galleria, che iniziavano a battere forte le mani sui pannelli pubblicitari di lamiera, facendo un baccano indiavolato. La lotta era tutta lì: rumori, grida, agonismo in campo. E lì finiva, immediatamente dopo l’ultima azione, con i giocatori che, quasi sempre felici e vincenti, andavano a mescolarsi al pubblico in tribuna. Quattro chiacchiere tra amici, magari discussioni appassionate, ma niente strascichi avvelenati. Non era l’unica tana insidiosa, la Sala Borsa. Era dura passare anche alla “Misericordia”, o al campo di Gradisca. Ma qui era un’altra cosa. Diversa anche per la struttura dell’impianto, così antitetico all’idea tradizionale di palestra sportiva. In tribuna, cioè ai piani bassi, chi aveva la sfortuna di sedersi dietro una colonna aveva un campo visivo ridotto e spesso doveva affidarsi al vicino per farsi raccontare certe azioni di gioco.

Achille Canna, che poi ne sarebbe diventato un eroe con la V nera sul petto, racconta quegli anni e quel clima vissuti da avversario, con la canotta dell’Itala Gradisca. “Era un inferno, per chi arrivava da fuori. Eravamo avvolti da un frastuono indescrivibile, la gente batteva ritmicamente i tabelloni pubblicitari. E poi c’era quel pavimento in mattonelle che ti infastidiva, ti faceva perdere il senso della posizione se non restavi concentrato. Quando sono arrivato in Virtus, tutto è cambiato come per magia. Quel baccano era diventato uno stimolo unico, eccezionale. E quel pavimento, a forza di allenamenti, per noi non aveva più segreti”.

 

QUANDO A BOLOGNA IL BASKET SI FERMO’

Tratto da “I Canestri della Sala Borsa” – Marco Tarozzi

 

Fu in una fredda sera di gennaio del 1955 che a Bologna si resero conto che la passione di “Basketcity”, che allora non si chiamava così, aveva bisogno di un cuore più grande per contenere la voglia di pallacanestro. I tempi di Sala Borsa stavano finendo. E fu il pugilato, un incontro tra il campione italiano dei pesi massimi Primo Cavicchi e un gigante tedesco, tal Nurnberg, a far scoppiare il caso-capienza. Accade che un migliaio e passa di spettatori restano fuori dalla Sala Borsa. Dentro è già tutto pieno, e allora infuriati e con il biglietto in mano gli esclusi bloccano via Ugo Bassi. Arriva la Celere, parapiglia, qualche manganellata, pare una manifestazione contro il carovita, è solo passione per la nobile arte. Gli incidenti il giorno dopo sono sulle pagine di tutti i giornali. Gli organizzatori dell’incontro di boxe tengono una conferenza stampa, e dicono che loro di biglietti non ne hanno venduti di più, certo che no: 3.200 come in passato. È stata la polizia ad impedire l’ingresso anche a chi aveva il biglietto. Il Questore comunque prende una decisione: sospensione a tempo indeterminato delle manifestazioni sportive dentro Sala Borsa. Improvvisamente le società di basket bolognesi, con la Virtus Minganti e il Gira Preti al vertice del campionato, e il Mazzini Moto Morini che sta dominando il campionato di B, si ritrovano senza campo di casa. Il Palazzo dello Sport, in zona Lame, non è ancora pronto. La Sala Borsa è il campo dove le V nere hanno già vinto 4 scudetti. “Sottrarre la Sala Borsa agli sportivi bolognesi significa uccidere lo sport del basket che nella nostra città vanta una decennale tradizione e un grande prestigio” si legge sulla stampa cittadina. La Questura pare irremovibile e un paio di giorni dopo le società Virtus, Gira, Cestistica Bologna, squadra femminile di Serie A, Oare e Mazzini Moto Morini, che disputano la B, Giocattolo Scudetto, Serie B femminile, mandano un comunicato alla stampa e alla Federazione Basket: “Con la revoca della concessione dell’unico campo di gioco, avvenuta dopo otto anni ininterrotti di attività sportiva e a pochi mesi dal compimento del palazzo dello sport, siamo nell’impossibilità assoluta di portare a termine i rispettivi campionati, non potendo ospitare a Bologna le squadre avversarie”. È in pratica il ritiro delle squadre bolognesi dal campionato. Interviene anche il Comune, si tiene una riunione con tutte le società sportive, non solo di basket, a Palazzo d’Accursio. E c’è anche il rappresentante della “Sempre Avanti”, che difende la sportività degli appassionati di boxe: “In otto anni non c’è mai stato un incidente, fino a quando non è intervenuta la polizia”. Si va dal Prefetto, mentre la Associazione sportiva Roma che doveva ospitare la Virtus per l’incontro di campionato aderisce all’invito di rinviare la partita. Sono giorni di trattative, il Questore è irremovibile e allora si pensa a soluzioni alternative. Si potrebbe giocare allo stadio del Tennis dei Giardini Margherita, dice qualcuno, o al Galoppatoio di via Siepelunga. E perché no, svuotare la piscina dello Sterlino e giocare lì. C’è anche un problema di soldi, chi si accolla l’adattamento delle strutture e il mancato incasso, qualora si cambiasse il campo di gioco? Ma l’obiettivo comune resta quello di tornare in Sala Borsa. C’è il quinto scudetto da vincere per la Virtus e il Gira non vuole fermare il suo splendido campionato. Ma quella domenica non si gioca: la Reyer Venezia resta a casa, la Sala Borsa chiusa, alla Virtus non è concesso nemmeno l’allenamento. “Sala Borsa verboten”, scherza, ma non troppo, la stampa cittadina. Passano due settimane e c’è chi ricorda che al venerdì, giorno di mercato in Sala Borsa sono almeno in duemila là dentro. La mobilitazione delle società sportive è febbrile, si crea un’apposita commissione e finalmente si arriva ad un compromesso. La quota è 1.050, non uno di più. A far ripartire il campionato delle bolognese è il match tra Gira e Benelli Pesaro. C’è un’aria più intima in Sala Borsa, annotano i cronisti, con la gente che si saluta come fosse passato un secolo dall’ultima partita. Sono solo due settimane, ma le passioni non vanno interrotte ed è già un piacere tornare a beccarsi con quel centinaio di pesaresi che sono arrivati per sostenere la propria squadra. Vince il Gira per 51-44. bentornata Sala Borsa, ma presto con il nuovo Palazzo dello Sport sarà il tempo dell’addio.