CARLO CAGLIERIS

nato a: Brescia

il: 02/07/1951

altezza: 178

ruolo: playmaker

numero di maglia: 4

Stagioni alla Virtus: 1975/76 - 1976/77 - 1977/78 - 1978/79 - 1979/80 - 1980/81

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti

 

UN GRANDE PICCOLO

di Roberto Cornacchia - V Magazine - Gennaio 2012

 

Carlo Caglieris, per tutti Charlie, è il playmaker nell’immaginario del tifoso virtussino, almeno nel mio. Non che sia stato l’unico campione ad indossare la canotta bianconera in quel delicato ruolo che costituisce uno dei due elementi dell’imprescindibile, almeno in passato, asse playmaker-pivot, ma lui lo incarna in maniera più classica. A Capitan Brunamonti per lungo tempo venne rinfacciato di essere più guardia che regista; l’immenso Sugar era di fatto la prima opzione offensiva delle squadre in cui ha giocato; Rigaudeau era decisamente atipico con quella difficilmente ripetibile combinazione di statura e capacità balistiche; anche Coldebella e Jaric hanno svolto ottimamente il compito assegnato, seppur facendo leva più che altro su importanti doti fisiche e caratteriali. Charlie no: era quello che faceva girare la palla, che metteva in ritmo i compagni e che, all’occorrenza, non disdegnava di rendersi pericoloso. Un playmaker, appunto.

Cresciuto a Torino, come hai fatto a non subire il fascino del calcio?

Difatti l’ho subito: giocavo stopper nei pulcini della Juventus, assieme a gente come Roberto Bettega, Salvatore Jacolino e Fernando Viola. Però mi piacque fin da subito anche la pallacanestro, forse perché all’oratorio Don Bosco della Crocetta c’erano spesso dei seminaristi americani che giocavano un basket molto più avanzato. Ricordo ancora che, mentre all’epoca tutti indossavano le classiche tute felpate, lì invece, seguendo il gusto americano, ti davano delle sfavillanti tute di raso, una vera sciccheria, anche se poi dovevano durare il più possibile e passavano di giocatore in giocatore per tantissimi anni. Quando si trattò di scegliere ebbe un peso anche la diversa distribuzione degli orari di allenamento: il calcio si giocava in giorni in cui avevo il pomeriggio a scuola e così finii col diventare un cestista, nonostante il responsabile del settore giovanile della Juventus, Pedrale, sia poi diventato, per i casi della vita, mia suocero.

Quindi la statura non fu un problema…

No, anzi agli inizi non ero uno dei più piccoli, essendo cresciuto più in fretta dei miei coetanei, anche se poi la crescita si è bloccata… Ho sempre giocato da playmaker e comunque la statura non era poi così importante: nella nostra squadra il più alto di tutti era poco più di un 1,80 e ciò nonostante arrivammo terzi ai nazionali.

Come furono i tuoi inizi ad alto livello?

L’anno successivo in squadra con noi arrivò uno alto due metri. Nico Messina, allenatore di Varese, venne a visionarlo e poi alla fine prese anche me. Messina non era considerato un grande tecnico, era più che altro un preparatore atletico, ma aveva molto occhio per individuare il talento. Non a caso fu lui a scoprire Dino Meneghin. Dovetti quindi andare via di casa ad appena 16 anni: vitto, alloggio e 20mila lire al mese. Finii col farmi bocciare a scuola, mentre il basket invece andava benone, essendo convocato in Nazionale juniores.

Poi andasti a Biella.

Giancarlo Gualco mi mandò in prestito per un anno o due ma, come poi mi disse, non fece molto per trattenermi, non ritenendo che sarei potuto diventare un giocatore di serie A, e alla fine Biella si ritrovò proprietaria del mio cartellino. A Biella trovai l’ambiente ideale per crescere: a 17 anni ero titolare e questo mi aiutò tantissimo. Certamente adesso è più difficile emergere per i tanti giovani italiani interessanti che pur ci sono ma che sono relegati in fondo alla panchina perché le società sono prive di coraggio e guardano poco lontano. Avevo dei compagni come Lucarelli, Bolzot, Bruno Riva, Celoria e i fratelli Castagnetti, gente con la quale al secondo anno conquistammo la promozione e quindi a 19 anni ero titolare in serie A.

Poi fosti venduto alla Saclà di Asti.

Anche lì mi trovai molto bene, anche lì avevo la fortuna di essere il titolare e quindi di sentirmi indispensabile ma allo stesso tempo di poter recuperare i miei errori. Un anno in serie B in cui fummo promossi e poi, dopo la prima stagione di serie A, la società si spostò a Torino: sembrava un completamento ideale, tornavo nella mia città dopo sette anni di vagabondaggio e conobbi Marilena che sarebbe diventata mia moglie. Giocavo a fianco di gente come Benevelli, De Simone, Merlati, il mio vecchio compagno Bruno Riva ed un giovane Meo Sacchetti che non aveva ancora fatto vedere di cosa sarebbe stato capace in seguito. L’allenatore era l’ungherese Lajos Toth, uno non molto organizzato ma piuttosto estemporaneo, con una grandissima esperienza internazionale da giocatore e aveva tante piccole cose da insegnarci.

Però non avevi certo finito con gli spostamenti.

Difatti, la società non navigava in buone acque e io ero uno dei pochi giocatori dai quali potevano ricavare qualche soldo, anche perché il mercato dei playmaker era abbastanza bloccato perché chi aveva quelli buoni, cioè i vari Ossola, Iellini e Marzorati, se li teneva stretti. Fu così che giunsi a Bologna in prestito, sponda Fortitudo, dove c’era il grande Asa Nikolic.

Una stagione difficile.

Fummo parecchio sfortunati. Avevamo iniziato il campionato abbastanza bene ma poi s’infortunò l’americano Ron De Vries e quella fu un’autentica mazzata, perché all’epoca gli americani non si potevano sostituire. Il povero Giauro fu costretto a battersi contro i centri avversari che di norma erano americani e all’epoca facevano davvero la differenza. I tifosi capirono lo stato di difficoltà in cui eravamo, tifarono per noi fino all’ultimo ma non fu sufficiente per evitare la retrocessione, giunta agli spareggi nonostante avessimo disputato un campionato al meglio delle nostre possibilità.

Come fu essere allenato dal Professore?

Sicuramente molto formativo. Era sempre come circondato da un’aura di sacralità per via dei suoi successi varesini ma anche un po’ invecchiato e forse il meglio di sé l’aveva già dato, ma allenarsi con lui era una cosa completamente diversa da quella che poteva essere con Toth. Della pallacanestro sapeva tutto e mi ha insegnato ad allenarmi sempre al meglio, con molta cura e cercando di eseguire gli esercizi al massimo delle mie capacità. Come persona era un po’ burbero e, anche per via della differenza di età, era sempre piuttosto distaccato da noi giocatori: fuori dal basket non c’erano punti di contatto, non c’erano rapporti personali.

Anche tu fai parte della lunga lista di quelli che hanno “saltato il fosso”.

Non nego che fu per me la realizzazione di un sogno. Già a Bologna mi ero trovato bene e quindi passare alla Virtus fu una bella sorpresa, anche perché a quel che si diceva in giro pareva che fosse Lorenzo Carraro il candidato in cima alle preferenze come sostituto del veterano Renato Albonico. Evidentemente, come in precedenza, gli altri play di livello erano incedibili ma probabilmente fu fatta anche una scelta in base alle mie diverse caratteristiche, visto che Carraro era decisamente più realizzatore di me ma probabilmente meno in grado di far correre Bertolotti e di dare la palla ad Antonelli. Ancora una volta la mia società aveva bisogno di soldi e così venne conclusa la mia cessione. Con Porelli mi limitai a discutere l’ingaggio, pratica risolta in pochi minuti e, come sempre, senza molte possibilità di trattare.

Come furono gli inizi in canotta bianconera?

Beh, come sempre ci si deve abituare a nuovi compagni e nuovo allenatore ma fu abbastanza indolore. Innanzitutto ero fiero di essere entrato a far parte di un’organizzazione di eccellenza come la Virtus e me lo dimostrò subito il fatto che, come prima cosa, mi fecero fare un intervento al setto nasale, un problema non grave che avevo ma che nelle altre società nessuno si era mai preoccupato di cercare di risolvere. Dovetti adattarmi anche ad un pubblico diverso, giustamente più esigente di quello fortitudino dove, in fin dei conti, bastava che uno si impegnasse per essere apprezzato, a maggior ragione per il fatto che sostituivo un giocatore molto amato come era stato Albonico. L’inizio di campionato non fu brillante: perdemmo in casa contro Siena per colpa di una monetina e poi incappammo in qualche brutta trasferta. Il pubblico cominciava a rumoreggiare ma poi mettemmo in fila una bella serie di successi e, come sempre, le vittorie appianarono tutti i problemi.

Vittorie che proseguirono fino a fine stagione.

Fu una bella cavalcata. Inizialmente non pensavamo neanche lontanamente di poter puntare allo scudetto ma poi ingranammo, l’ininterrotto tutto esaurito a palazzo ci galvanizzò, le continue vittorie fecero il resto e quando andammo a Varese per quella che era la gara decisiva eravamo a pari punti e quindi ci sentivamo di potercela giocare alla pari. Loro forse erano un po’ scarichi avendo vinto da pochi giorni la Coppa dei Campioni ma noi giocammo una signora partita: il nostro era un gruppo di giocatori senza paura, come avremmo poi dimostrato anche negli anni seguenti. Decisivo fu un mio 4/4 dalla lunetta nei minuti finali. Quando tornammo a Bologna, Piazzale Azzarita era gremito di gente in delirio e la partita interna successiva, contro la Snaidero Udine, fu in pratica una formalità. Lo scudetto era tornato a Bologna dopo 20 anni e io mi ero anche sposato e diplomato all’ISEF, dando una decina di esami in un mese circa, di cui uno il giorno prima e un altro il giorno dopo il matrimonio.

In panca c’era coach Dan Peterson.

Con Dan il rapporto era molto buono. Era decisamente più avvicinabile di Nikolic, benché nemmeno con lui ci si vedesse fuori dalla palestra, nonostante per un certo periodo abitassimo in pratica uno a fianco dell’altro negli appartamenti della Virtus. I suoi allenamenti erano molto organizzati, molto ripetitivi e fortemente concentrati sui fondamentali, cosa all’epoca non molto frequente negli allenamenti di una squadra adulta. Ma evidentemente erano utili, visto che tutti finirono per copiarli e io stesso su questo argomento incentrai la mia tesi per il diploma ISEF. Poi, vinto lo scudetto, ci offrì la cena a tutti: un fatto veramente epico.

Anche in campo avevi dei compagni di tutto rispetto.

Certo, e come dicevo prima non avevamo paura di niente. Gigi Serafini lo conoscevo anche da prima di arrivare a Bologna, avendolo incrociato spesso nelle nazionali giovanili. A parte quello che faceva in campo, era davvero imprescindibile per lo spogliatoio: quasi bolognese, era quello degli scherzi e dei soprannomi, sempre disponibile con tutti e vero collante di quella squadra. Driscoll invece era decisamente più serio, anche in allenamento: se qualcuno scherzava troppo interveniva lui a richiamare il casinista di turno perché voleva allenarsi bene. Con lui mi vedevo anche fuori, specie quando avemmo figli della stessa età e quindi problematiche comuni. Bertolotti fece una stagione strepitosa quell’anno, viaggiando ad oltre 25 punti di media, miglior marcatore italiano. Del resto, c’ero io che glie la davo in maniera perfetta... Comunque nessuno faceva mancare il suo apporto: Antonelli segnava con regolarità, Valenti mi dava minuti preziosi, lo stesso Marione Martini, benché poco impiegato, era molto importante all’interno del gruppo.

L’anno seguente foste meno fortunati.

Vero, quell’anno Varese non si fece sorprendere. Era appena arrivato, con grande clamore, Villalta, che poi avrebbe in pratica portato via il quintetto a Serafini, anche se poi il suo ruolo era passato a Driscoll, che l’anno seguente preferì andare altrove per continuare a giocare titolare. Ci fu anche lo “sciopero” di Antonelli che era in discussione con Porelli per l’ingaggio e alla fine, dopo mesi, finalmente glie lo aumentarono ma poi in estate lo lasciarono andare via. Fu una perdita non banale: del resto la Virtus, col fatto che era una società per azioni, era forse l’unica o comunque una delle pochissime società a pagare puntualmente e in regola con le tasse, mentre altrove si faceva tutto in nero. Questo però significava anche che ai giocatori in tasca veniva meno, e difatti me ne accorsi quando andai via da Bologna, prendendo sempre di più. In compenso Porelli ogni anno comprava un appartamento nuovo per la Virtus…

Il 77/78 fu un altro campionato di vertice ma senza successi.

Perdemmo la finale di Coppa delle Coppe a Milano contro Cantù, per due soli punti e in finale scudetto di nuovo contro la Varese di Meneghin, Morse e Yelverton: allora il campionato italiano era il più forte d’Europa. Noi non eravamo partiti benissimo e ammetto di aver sofferto la presenza di Roche che, partendo inizialmente da playmaker titolare con Bertolotti in guardia e Bonamico, che finalmente stava esplodendo, in ala piccola nell’ottica di presentare un quintetto più fisico, mi fece fare tanta panchina come non ne avevo mai fatta prima. Poi però l’americano si rivelò soprattutto un tiratore che finiva col pensare più a fare canestro lui che a farlo fare agli altri e verso fine stagione in pratica mi ripresi il posto in quintetto al suo fianco.

L’anno seguente Peterson andò a Milano.

E Driscoll divenne l’allenatore, cambiando atteggiamento e smettendo di essere l’amico di tutti che era prima. Sempre molto riservato, molto tranquillo, poi i risultati gli davano ragione e questa era la migliore medicina per tutti i mali. Lasciarlo andare via per pochi soldi in più è stato il più grande errore di Porelli, come poi in seguito ammise anche lui, cosa che ci è sicuramente costata degli scudetti. Porelli era anche questo: per lui la società veniva prima di tutti, prima dello stesso allenatore e probabilmente il non sentirsi riconoscere il grande lavoro svolto nei due anni precedenti fece indispettire Driscoll che non accettò di scendere a patti.

Si diceva che gli allenamenti “personalizzati” di Cosic fossero motivo d’invidia presso la truppa degli italiani.

Una balla. A parte il fatto che Cosic in campo faceva faville e quindi non ci si poteva certo lamentare, era impossibile volergli male: gentilissimo, sempre disponibile e profondamente buono d’animo. Poi, certo, ci davamo le battute a vicenda, lui con quella passata alla storia del muratore (io) e dell’architetto (lui) necessari per costruire una casa e noi con le battute sul fatto che essendo vescovo non poteva andare a donne. Ma erano sempre dette in maniera bonaria, anche se qualcuno ci aveva ricamato sopra per cercare di farne un caso. Eravamo molto amici, mi ospitò anche in casa sua quando nacque mio figlio e credo di essere stato uno degli ultimi a parlargli in vita. Avevo saputo del suo tumore e lo chiamai a Washington, dove lavorava per conto del governo croato. Mi rispose con un filo di voce, si capiva che era davvero agli sgoccioli eppure ebbe per me parole di coraggio. Se ci ripenso mi viene ancora la pelle d’oca.

E fu scudetto di nuovo.

Con l’arrivo di Cosic avevamo colmato il gap con Varese e quando iniziavano i play off mettemmo un’altra marcia. Bertolotti e Villalta erano macchine da canestro ma fu molto utile anche il sottovalutato Owen Wells. Eravamo vicini di casa, era un mattoide simpatico. Non aveva pedigree e quindi molti non gli davano credito, però si spaccava le ossa in difesa, si gettava in contropiede e non si lamentava se non riceveva troppi palloni. Probabilmente era quello che serviva a fianco di Cosic, magari avere un altro attaccante bisognoso di palloni avrebbe finito col costituire un problema.

L’anno seguente ci fu l’arrivo di un altro grandissimo, Jim McMillian.

Ah, il Duca Nero, che giocatore fenomenale che era. Benché fosse già in là con gli anni e acciaccato, fisicamente era di un’altra dimensione. Ricordo che al primo raduno, nonostante fosse in sovrappeso, stava davanti a tutti. Giocare con lui era un vero piacere, faceva tutto così bene, sia in attacco che in difesa, che lo faceva sembrare la cosa più semplice del mondo. Era un fuoriclasse, come aveva ampiamente dimostrato giocando per anni da protagonista in Nba e ciò nonostante era incredibilmente modesto. Non era molto espansivo, poco chiacchierone e anche in allenamento si applicava molto seriamente, era un vero esempio, anche per l’approccio. Con due campioni del genere vincere il secondo scudetto consecutivo fu doveroso.

Poi la nefasta stagione ‘80/’81.

Intanto arrivammo in finale sia in la Coppa dei Campioni che per lo scudetto, persi solamente per l’assenza prima di uno e poi di tutti e due gli stranieri. Eravamo davvero forti anche quell’anno: Villalta ormai era un campione indiscusso, Bonamico era cresciuto tantissimo, Generali sotto canestro era molto utile, Marquinho dava il suo apporto in fatto di punti, Cantamessi e Martini erano pedine importanti. Sono convinto che senza quegli infortuni avremmo portato a casa entrambi i trofei. Ovviamente quello che bruciava più di tutto fu la partita di Strasburgo. Fu una partita strana, giusto compimento di una stagione strana. Prima la rinuncia a Driscoll, sostituito dal suo vice Zuccheri, ma durante il campionato cominciò a capitare, di tanto in tanto, Nikolic agli allenamenti e questo non fu certo d’aiuto. Zuccheri dopo qualche mese si dimise, la squadra venne data a Ranuzzi col quale cominciammo ad ingranare e a vincere ma c’era sempre Nikolic che compariva ogni tanto in palestra. Poi a Strasburgo Porelli lo volle in panchina, nella speranza che la sua autorevolezza ci potesse garantire un trattamento rispettoso da parte degli arbitri, ma sappiamo tutti che non andò così. A distanza di tempo me lo disse anche Porelli di aver sbagliato con Nikolic. Il Professore non era più quello che avevo conosciuto alla Fortitudo: non aveva più molto da dire, non era più fisicamente in forma, sembrava svuotato della sua energia.

L’addio a Bologna.

Mi dispiacque parecchio perché ormai mi sentivo a casa, anche perché mia moglie, grazie ai permessi per maternità, mi aveva raggiunto per lunghi periodi. Ma in estate Porelli disfò tutto, secondo me troppo frettolosamente: sarebbe bastato qualche piccolo aggiustamento per continuare ad essere una squadra da titolo ma seguì i suggerimenti di Nikolic tenendo solo i più giovani Villalta, Bonamico e Generali, rinunciando a me e a Valenti. In seguito mi confidò di aver sbagliato nel lasciarmi andare via, ma quando successe fu comunque molto corretto nei miei confronti: disse che a parità di offerte mi avrebbe lasciato andare dove volevo. Sembrava dovessi andare a Venezia, parlai col presidente Carrain che però non mi sembrava particolarmente entusiasta e mi fece un’offerta in linea col mio valore. Poi si fece avanti Torino, che oltre ad essere la mia città e dove mia moglie lavorava, mi offriva anche dei bei soldi, in pratica, il doppio di quanto mi davano alla Virtus. Accettare fu molto facile.

Gli anni di Torino e l’ultima stagione a Treviso.

Quelle a Torino furono quattro stagioni molto belle. Arrivai che ero ormai alla soglia dei trent’anni e non mi aspettavo chissà cosa ma la squadra giocava bene, c’erano dei giocatori come Meo Sacchetti, Ernst Wansley, Renzo Vecchiato, Scott May e andavamo sempre ai play off, dove però incontravamo sistematicamente Milano che ci buttava fuori. Grazie a quelle stagioni riconquistai la Nazionale, ormai abbastanza inaspettatamente. L’ultima stagione a Treviso invece fu una tragedia. Avevo 34 anni e cominciavo a sentirmi usurato. A Torino Dido Guerrieri sapeva come preservare noi vecchietti mentre a Treviso Mangano ci fece fare una preparazione atletica durissima e io feci davvero fatica. A quell’età, quando vedi che le cose non vanno come vorresti, fai presto anche a decidere di smettere e così feci. L’unico aspetto positivo fu che mi coprirono di soldi. Chiusi poi la carriera agonistica con un paio di stagioni ad Asti, in serie B.

A proposito di Nazionale…

È stata una strana storia quella fra me e la Nazionale: mi chiamavano quando ero cotto e non mi convocano quando invece me lo sarei meritato. Avevo fatto tutta la trafila tra juniores, Under21 e Under 23. Avevo giocato pure nella Nazionale Militare con la quale vinsi i Mondiali militari nel ’72. Fu un bel periodo, ricordo che il Colonnello dell’Aeronautica ci lasciava sempre a casa e non ci creava mai problemi purché vincessimo i Mondiali (impresa non impossibile perché gli americani mandavano squadre composte da veri soldati), il torneo Shape che si teneva in Belgio e d’estate il torneo dei bagni di Ostia, dove aveva uno stabilimento balneare. Con Primo c’era un bel rapporto, mi convocò la prima volta nel ’74 ma scontrandomi in allenamento con Marzorati e Iellini mi resi conto di non essere ancora al loro livello. Quindi rimasi fuori per 3 anni, non venni convocato nemmeno dopo aver vinto lo scudetto nel ’76 e così non potei partecipare alle Olimpiadi di Montreal. Poi dal ’77 tornai nel giro e vi rimasi fino al 1980, anno in cui il nuovo allenatore, Gamba, mi convocò all’indomani dello scudetto: io avrei avuto bisogno di almeno un paio di settimane di riposo e invece dovetti giocarmi la convocazione per le Olimpiadi di Mosca contro Marzorati e Brunamonti. Pensai di avere perso l’ultimo treno per le Olimpiadi ma poi Gamba mi richiamò nel 1983 e quindi presi parte, finalmente, alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.

Di quell’83 tutti gli appassionati un po’ attempati ricordano il bacio al pallone dopo la vittoria degli Europei di Nantes.

Ho un gran bel ricordo di quel torneo. Meneghin era il vero ago della bilancia, giocava in pratica da ala forte e aveva disputato un campionato strepitoso ma anche gli altri non erano da meno: da Villalta ad Antonello Riva, da Brunamonti a Gilardi, da Ario Costa a Zampolini, eravamo tutti giocatori da quintetto nelle proprie squadre e tutti disponibili a sacrificarsi per l’obiettivo comune. E di fronte non avevamo mica la Jugoslavia e la Russia di oggi, frammentate in tanti staterelli. A guardare le loro formazioni c’era da farsela addosso: il loro dodicesimo uomo poteva tranquillamente giocare in quintetto da noi. Specie con gli slavi c’era rivalità, per via delle continue provocazioni per dimostrarci la loro superiorità. Ma quella volta non giocarono bene, e per loro era una partita delicata che se avessero perso non sarebbero nemmeno passati in semifinale, un’onta per quello squadrone. Ci fu una scaramuccia tra Vilfan e Sacchetti, Kicanovic tirò un calcio negli zebedei a Villalta, volarono un paio di cazzotti ma poi finì senza particolari conseguenze. Meno male però che un poliziotto vide Grbovic impugnare delle forbici e lo fermò. In finale partii in panchina come durante tutto il torneo ma alla fine ero in campo a tenere palla per far passare il tempo.

Il tuo post-carriera agonistica.

Innanzitutto sono tutt’ora un insegnante ISEF, ad un tiro dalla pensione, se non fosse per il brutto scherzo che mi ha tirato l’ultima manovra. Cominciai già a farlo a Bologna, al San Luigi. Poi comunque sono rimasto nel mondo del basket, come dirigente a Torino. Dapprima come vice di De Stefano e poi come General Manager, per 7/8 anni. Fu un’esperienza molto interessante, peraltro svolta in una città difficile come la mia, dove il pubblico è sempre stato piuttosto tiepido così come del resto anche l’imprenditoria locale. Ricordo che quando andavo a cercare sponsorizzazioni presso la Ferrero mi dicevano che loro erano una multinazionale e non erano interessati a sponsorizzare una realtà locale. Poi quando diventò Amministratore Delegato Dorigo, che era tifosissimo virtussino, invece… Stessa cosa con la Fiat, con il San Paolo. Torino è difficile: molta gente viene da fuori e così non si affeziona alla città, un po’ come a Milano. Praticamente sopravvivevamo grazie al settore giovanile, dal quale abbiamo tirato fuori gente come Riccardo Morandotti, Alessandro Abbio, Stefano Vidili e Davide Pessina la cui vendita dei cartellini ci permetteva di continuare ad esistere. Poi arrivò la legge Bosman e tutto crollò. Ultimamente Meneghin mi ha affidato il ruolo di dirigente accompagnatore della nazionale Under16.

Forse non sai che anche il tuo predecessore in Virtus, Renato Albonico, porta avanti un progetto con i detenuti come il tuo.

Ah, non lo sapevo. È un’esperienza molto stimolante, sono il presidente di un’associazione degli insegnanti ISEF che si occupa di portare lo sport, e indirettamente i suoi valori, presso le categorie disagiate, in particolare con chi sta in prigione. Purtroppo il basket non è lo sport più popolare in carcere anche perché solo in uno ci sono i canestri, la maggioranza si dedica al calcio o al pugilato e ovviamente uno degli scopi è quello di coinvolgere il maggior numero di persone.

IL PLAY

di Gianfranco Civolani

 

Charly Caglieris, il play per definizione. Sì, ieri Brunamonti e oggi Rigaudeau, grandissimi e comunque globalmente più bravi di Charly. Ma lui era il play vero, lui era il trottolino che furoreggiava in cabina di regia, lui era un batuffolo riccioluto che dettava il ritmo e gli schemi, lui era la pallina talvolta anche impazzita di una roulette perché qualche cronista malevolo scrisse una volta che Charly era davvero il re degli assist, un po' per i compagni e un altro po' per le signore del parterre. lo ricordo Caglieris durante e dopo. Durante lui vinse i suoi bravi scudetti (tre, con Peterson e poi Driscoll) e spesso fece disperare il trucissimo professore Nikolic perché il trucissimo era per il basket rigorosamente scientifico e Caglieris invece era l'immaginazione al potere, la fantasia e l'estro creativo allo stato purissimo. E con Charly conversai anche un po' dopo quando per esempio lo incontrai nella Grande-Place di Bruxelles per quell'infausto Juve-Liverpool e lui prese un caffè con me volendo parlarmi della sua benamata Juve e invece io gli domandai di quel Morandotti che giocava a Torino con lui. E la risposta me la ricordo ancora: «Chi, Ricky? Un tipo strano e speciale, se un giorno lo prenderete a Bologna vi interrogherete molto». Ci siamo poi interrogati, ma nessuno più di tanto. Charly era calato a Bologna dal suo Piemunt ultrasabaudo perché in Virtus avevano stretta e urgente necessità di un qualcuno che facesse gioco e che ispirasse una comunità che troppo frequentemente procedeva a mosca cieca. E - mi ripeto - io non so se Charly è stato in Virtus il miglior play di sempre, ma so che è stato il play, molto più di un Ravaglia, un Pozzecco o un Brunamonti, per intenderci. E’ da parecchio che non incontro più Charly. So che insegna educazione fisica e che è sempre ben dentro il basket. So pure che adora ancora Bologna, ma chi lo sa, qui da noi Charly ha imperato, ma è passato come tanti e del resto come diceva quello striscione? Diceva che di Brunamonti ce n'è uno solo, grande grandissima verità. Ma torno a Charly. Gli diceva Creso Cosic: io anche play, tu più piccolo e più veloce per tua piccolezza. E lui: Creso, va a darla via, sempre.

 

IL MATCH DELLA MIA VITA: QUELLA SERA CON VARESE

di Carlo Caglieris - V nere - 29/09/1990

 

“Ho giocato sei anni nella Virtus. Sei stagioni bellissime, un periodo bellissimo in cui abbiamo vinto tre scudetti e tre volte siamo arrivati secondi. Due volte abbiamo perso una finale di Coppa per un soffio. Questa premessa per dirvi che di partite importanti ne ho giocate parecchie. Ma quello che considero l’incontro della mia vita è certamente il match giocato al palasport di Varese, contro la mitica Mobilgirgi (ex Ignis), alla fine della stagione 1975-76.

Quella domenica, mi sembra fosse il 4 aprile, chi vinceva avrebbe praticamente conquistato lo scudetto, in quanto gli ultimi due impegni sarebbero poi stati relativamente facili per entrambi. La Mobilgirgi, il mercoledì precedente, aveva conquistato la Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. All’entrata in campo Meneghin, Morse e compagni furono sommersi dai fiori e dai coriandoli, con la gente impazzita dalla gioia.

Noi, ricordo, rimanemmo a lungo soggiogati da quell’incredibile frastuono e incominciammo la partita con un po’ di timore. Nonostante tutto giocammo un grande incontro e il risultato rimase lungamente in equilibrio. Nel finale segnai 4 tiri liberi su 4 (anche allora non si poteva rinunciare ai tiri dalla lunetta), contribuendo all’allungo decisivo. Vi lascio immaginare la gioia finale, nello spogliatoio: chi urlava, chi piangeva. Ricordo ancora benissimo la commozione, malcelata sotto la maschera burbera, dell’Avvocato Porelli. Rammento anche un altro fatto eccezionale: pochi giorni più tardi Dan Peterson ci offrì una cena. Ma quello che davvero non dimenticherò mai è la scena del nostro arrivo a Bologna, con Piazza Azzarita gremita di gente. Scene del genere pensavo potessero essere possibili solo per il calcio, ma quella sera la Virtus coronava un inseguimento durato vent’anni. Personalmente ero strafelice: ero appena arrivato alla Virtus ed eccomi con uno scudetto, il primo successo importante della mia carriera. Tre giorni più tardi, la partita della matematica certezza tricolore, in casa con la Snaidero. Questa volta erano i nostri tifosi a sembrare impazziti dalla felicità.

Di quel periodo felice c’è poi un aneddoto curioso. La mattina della partenza per Varese, in pullman, ci sintonizzammo su una radio privata. C’era una trasmissione condotta da un disc jockey all’epoca molto famoso, di nome Mandrillo, che ci dedicò parecchie canzoni e ci fece gli auguri in diretta per la partita. Beh, a distanza di quattordici anni credo di poter dire che vincemmo un po’ anche per lui.

Caglieris tira da sotto contro la Mobilquattro di Gergati e Jura, sotto gli occhi di Serafini e Driscoll

Tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

E ancora, in presa diretta dalle parole di Dan Peterson solo poche ore dopo la gioia dello scudetto che aveva fatto delirare, impazzire, una città con tanto di caroselli di macchine imbandierate: "Caglieris? Oh Charly ogni giorno è più forte e più maturo: lui si rende conto di ogni suo difetto. Lo hanno preso in giro per i troppi assist... alle signore del parterre e lui si applica e ad ogni partita è un po' più Ossola e un po' meno Charly, ma sempre con un fondo di Charly, per fortuna".

PICCOLO GRANDE UOMO

di Timothy Ormezzano - La Repubblica - 04/08/2010

 

Le immagini sbiadite, entrate nelle case di milioni di italiani, sono sbarcate anche su Youtube. Carlo "Charlie" Caglieris corre, bacia il pallone e lo alza al cielo: l' Italia ha vinto i Campionati europei di pallacanestro di Nantes del 1983. «Non esistono foto, solo il regista è stato pronto a cogliere l' attimo». La squadra di coach Sandro Gamba piega in finale la Spagna (105-96), ed entra nella leggenda. «I quintetti base della Jugoslavia e dell' Unione Sovietica facevano paura. Fino a quel momento avevano vinto tutto loro, anche a livello olimpico». Nell' arco delle sue 131 partite (e 493 punti) con la maglia della Nazionale, il play torinese conquista anche un mondiale militare nel 1972 e un sesto posto alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Soprannominato la "lampadina" perché sapeva accendere la luce con giocate al fosforo, dal basso dei suoi 177 centimetri spariva tra compagni e avversari lunghi come dei neon. Caglieris era un pigmeo capace con le sue penetrazioni di spaccare in due difese di vatussi. «Per oltre quindici anni sono stato il giocatore più piccolo del campionato italiano». Quando si dice il talento. «Be', avevo anche delle buone gambe che mi permettevano di 'saltare' oltre l'handicap della statura». Nato a Brescia da genitori torinesi e arrivato sotto la Mole all'età di 7 anni, la prima squadra di Caglieris è la Don Bosco Crocetta, a due passi da casa. Il terzo posto in Italia a livello giovanile lo convince ad abbandonare il calcio: «Ho fatto lo stopper nei Pulcini della Juve, ero nella leva di Bettega, Iacolino e Fernando Viola. Ci allenava Pedrale, diventato poi mio suocero quando ho sposato sua figlia Marilena». Un giorno, all'oratorio della Crocetta, si presenta Nico Messina, il "santone" dell'Ignis Varese: «Cercava un mio compagno alto due metri per la squadra juniores, ma alla fine prese anche un nanetto come me». Addio Torino. A soli 16 anni Carlo si trasferisce a Varese. La nostalgia di casa viene in parte compensata dalle coccole dell'Ignis: vitto, alloggio, studi e 20 mila lire al mese. L' anno dopo viene ingaggiato dalla Gelati Cecchi Biella del "mago dei giovani" Gino Bonali. È lì che Carlo diventa Charlie: «Subivamo un po' il fascino americano». Due stagioni in B, la terza in serie A. Si cambia ancora: Caglieris si trasferisce alla Saclà Asti dove conquista una promozione in serie A e una finale di Coppa Italia in tre anni, l'ultimo dei quali con il palasport di Torino quale campo di casa. Nel 1974 viene ceduto all'Alco Fortitudo Bologna allenata da Aza Nikolic. «Annata difficile: dopo l'infortunio dell'americano De Vries, siamo retrocessi agli spareggi». Charlie passa ai cugini "ricchi" della Virtus. Con Dan Peterson in panchina è subito scudetto, a venti anni di distanza dall'ultimo tricolore bolognese. «Tornammo a Bologna in piena notte dopo aver vinto a Varese. La città era affollata di tifosi in delirio». Il 1976 è il suo anno di grazia: scudetto, diploma all'Isef e matrimonio con Marilena, dalla quale avrà tre figli maschi: l'ex playmaker Emanuele (31 anni), Andrea (28) e Alberto (22). «Ancora oggi, ogni volta che vedo Charlie lo ringrazio per quello scudetto - racconta Dan Peterson -. Il suo acquisto fu determinante. Era un giocatore dotato di velocità, palleggio e passaggio veloce. Negli anni, poi, ha saputo perfezionare pure il tiro da fuori. Caglieris era un piccolo ma anche un grande, era il play più vincente d'Italia». Il tutto, nonostante la concorrenza di Marzorati, Brunamonti e D' Antoni. Le V Nere sponsorizzate Sinudyne ci prendono gusto e con il coach Driscoll ripetono l'impresa nel 1979 e nel 1980. In sei anni a Bologna arrivano tre scudetti, tre secondi posti e due finali perse per un punto in Coppa Campioni e Coppa Kora. Nel 1981 Charlie torna finalmente a Torino dove disputa quattro stagioni in serie A con la Berloni. Sono gli anni d' oro del basket torinese. Con lui giocano Brumatti, Sacchetti, Vecchiato e Morandotti. «Avevo già 30 anni, ma tornare a casa mi ha dato grande entusiasmo: abbiamo sempre raggiunto le semifinali scudetto, trovando ogni volta in Milano uno scoglio insormontabile». Rientra nel giro azzurro, purtroppo perso poco prima, in occasione dell'argento ai Giochi di Mosca 1980. Nel 1985 chiude la carriera alla Benetton Treviso: «Brutto campionato, fisicamente ero cotto. Smettere prima? Avevo un ingaggio così interessante che è stato giusto giocare». Oggi Caglieris è un signore di 59 anni dallo sguardo vispo e dalla forte fede bianconera. Ultimamente il presidentone Meneghin lo ha coinvolto in Federazione, con il ruolo di capo delegazione della Nazionale Under 16. Ma la vita di Charlie si divide soprattutto tra l'Avogadro, dove da una trentina d'anni insegna educazione fisica, le lezioni di basket alla Suism e la presidenza dell'Iride, associazione che promuove l'attività sportiva nelle carceri piemontesi. «Un'esperienza bellissima che ogni volta riesce a darmi qualcosa, a migliorarmi». Piccoli grandi uomini crescono. E aiutano a crescere meglio.

 

CHARLIE CAGLIERIS

di Dan Peterson

 

Ho avuto il piacere e l'onore di allenare Charlie Caglieris per i miei ultimi tre anni alla Virtus Bologna, 1975-78. Purtroppo, ho anche dovuto allenare contro Charlie: nel 1973-73 con Saclà Torino (anche in semi-finale della Coppa Italia); nel 1974-75 con la Fortitudo Bologna (l'unico Derby che ho perso); nel 1978-81 quando io ero a Milano e lui con la Virtus ancora; nel 1981-85 con l'Auxilium Torino, compreso una semi-finale drammatica quando avevamo Joe Barry Carroll; e nel 1984-85 con la Benetton Treviso. Era molto meglio avere Charlie dalla mia parte, sicuro.
Charlie ci ha fatto vincere lo scudetto del 1975-76. Non lui da solo, questo è sicuro. Avevamo una squadra molto compatta e anche di 10 elementi importanti. Ma l'acquisto di Charlie, nell'estate del 1975 è stato determinante. Lui era un playmaker puro e di quelli ce ne sono sempre pochi. Aveva scatto, velocità, equilibrio (piccolo torello), palleggio, passaggio veloce, sapeva alimentare il pivot (cosa rara, ai tempi, nei play Italiani). Gli mancavano solo il grande tiro da fuori, grande resistenza fisica e grande continuità. Guarda caso, che ha migliorato tutte e tre le cose in tre anni, diventando più forte ogni anno. è diventato anche un difensore.
Charlie ha fatto sei anni alla Virtus, 1975-81: tre scudetti e tre finali. Insomma, per quel periodo, era il play più vincente dell'Italia. E di concorrenza, ce n'era: Pierluigi Marzorati, Giulio Iellini, anche Mike D'Antoni. Nessuno ha fatto sei finali in sei anni come Charlie. Chiaro, molti meriti sono stati dati a Kresimir Cosic per gli scudetti del 1979 e 1980. Logico: il più forte era lui. Ma il gioco iniziava con Charlie. Poi, la famosa battuta di Cosic a Charlie: "Ci sono architetti e muratori; io architetto, tu muratore." Si scherza così solo quando c'è grande rispetto fra le due persone e so che Cosic amava Charlie.
Il mio ricordo di Charlie va a Varese, dove vincemmo lo scudetto nel 1976. Una partita difficilissima, con loro freschi da una grande trionfo in finale Coppa Campioni contro il Real. Ci saltavano addosso: +9 loro tre volte nel primo tempo. Rimonta, sorpasso, punto a punto. Ultimo minuto, noi +3. Due liberi per Charlie. Freddo, mette entrambe: +5. Marino Zanatta spara un passaggio baseball tutto campo a Bisson, che segna: solo +3 per noi. Fallo su Charlie. Altri due liberi. Super freddo, anche mette questi due: +5 per noi con 23" sull'orologio. Era fatto. Ho solo guardato Charlie, magistrale, in quegli ultimi secondi.
Charlie è stato anche importante in nazionale. Chi non ricorda le immagini di lui che bacia il pallone appena finito la vittoria per l'oro negli Europei del 1983. Infatti, era arrabbiato con Giancarlo Primo nel 1976, perché non ha tenuto Charlie nella squadra olimpica. Infatti, contro la Jugoslavia, Iellini e Marzorati, gli unici due play (e si portano 3 play e 3 pivot in nazionale), erano in crisi con i falli. Primo, avesse avuto Charlie, avrebbe vinto la partita (mia opinione). Dopo, però, Charlie ha fatto vedere tutto il suo valore. Un piccolo ma anche un grande. Ogni volta che lo vedo, lo ringrazio per lo scudetto del 1976. Giusto.

Ogni tanto anche sotto canestro

IL FOSFORO

di Dario Colombo - tratto da "Il cammino verso la Stella"

 

La prima volta che entrò assieme ad un paio di amici giornalisti in un ristorante bolognese di nota fede virtussina, si sentì chiedere da uno dei proprietari se per caso non avesse un fratello più grande che faceva il playmaler nella Virtus. "Parché cein acsé, ragazz, à né méa pussebil!" gli rispose lo stesso proprietario quando Caglieris spiegò che "il fratello più grande" era proprio lui. Era, come dicevamo, una delle prime volte: perché, ad essere onesti, Charly Caglieris, non ci ha messo poi molto a farsi conoscere (e riconoscere) dal pubblico della Virtus. Complice magari il fatto che il suo arrivo alla corte di Porelli è coinciso con il ritorno a Bologna dello scudetto; ma complice soprattutto il fatto che, dentro un involucro diciamo, acsé cein, ci fosse un cervello grande come una casa, cosa importantissima per tutti, intendiamoci, ma indispensabile per uno che nella vita ha deciso di fare il playmaker.

Succede dunque che Caglieris arriva a Bologna per una cifra che oggi farebbe ridere, accompagnato dalla fama di giocatore più che buono ma che, ahilui, ha avuto la sfortuna di capitare nel basket proprio quando nel suo ruolo brillano gli astri di Marzorati, Ossola, Iellini. Ma nessuno dei tre è ovviamente disponibile: e allora Porelli, alla disperata ricerca di un cervello per ls sua Sinudyne, non resta che puntare sul piccolo piemontese, nella speranza che riesca a legare con l'altro nano della compagnia, diventando in campo quello che Peterson è in panchina. L'intuizione è di quelle giuste, tant'è che l'accoppiata Peterson-Caglieris riesce al primo colpo a penetrare nel bunker varesino e a impossessarsi di quello scudetto che mancava a Bologna da vent'anni: il caso vuole che l'impresa riesca proprio a Varese, nel regno di Ossola, il "cervello" che allora regnava indiscusso sulla casta dei playmaker. Non è un caso, invece, il fatto che la Virtus targata Sinudyne rivinca due volte lo scudetto con Caglieris in cabina di regia, anche se in panchina non c'è più Peterson ma Driscoll:se un buon allenatore è importante, un buon regista lo è ancora di più: e la Virtus non sfugge a questa regola. Tant'è che, partito Caglieris per Torino, anche lo scudetto parte per altre destinazioni: prima Cantù (dove c'è Marzorati), poi Milano (dove c'è D'Antoni), poi Roma (dove c'è Wright). Non ci vuol molto, a Porelli. per capire la lezione: ed in giro, con queste caratteristiche, ce n'è soltanto uno, si chiama Brunamonti.

(...)

 

TORINO FINALMENTE

di Paolo Viberti - Giganti del Basket - Ottobre 1981

 

Fu forse proprio dinanzi a quel campetto dall'asfalto irregolare, un rettangolo di gioco un pochino sgangherato come tutti quelli degli oratori, che Carlo Caglieris covò in petto il desiderio di diventare un campione di basket, e di consacrare tale aspirazione proprio nella sua città, nell'amatissima Torino.

Ora, a diciotto anni da quel proposito di bambino, Caglieris ha colto al volo la possibilità offertagli dalla correttezza di Porelli ed è ritornato a "pié dei monti". Per restarci, questa volta. I tentacoli avvenenti di Carrain e della splendida Venezia sembravano aver la meglio, ma ad un certo punto, nel bailamme del basket mercato, si inserì anche la Berloni. Porelli assicurò Caglieris che a parità di condizioni avrebbe lasciato scegliere al giocatore la sua futura società e Charlie, di fronte al dubbio Torino-Venezia, non ebbe alcuna esitazione, e ritornò in Piemonte.

In quella stessa città, dicevamo, dove aveva vissuto le prime emozioni con la palla a spicchi.

Mi ricordo quando avevo dodici anni - ricorda lui - e non aspettavo altro che inforcare la bicicletta per andare all'oratorio della Crocetta, proprio sotto casa mia.

E se lo ricordano anche i suoi primi compagni di gioco. Ogni pomeriggio, alle 1 in punto, all'apertura del cancello dell'impianto salesiano compariva il volto sorridente e "paffuto" di Caglieris. Ogni giorno, almeno sei ore di basket sul "campetto" dove tutto è lecito e la tecnica pura lascia spesso sin troppo spazio all'inventiva e al genio del singolo.

Giocavo con i più grandi - continua Caglieris - e fu proprio sul campetto che impari a vincere il timore dell'avversario. Certo, l'inizio non fu affatto facile, anche perché quasi subito fui costretto a fare una scelta fondamentale: basket o calcio? In quell'epoca, infatti, giocavo anche nei pulcini della Juventus.

L'altezza di Caglieris (178 centimetri) è senz'altro più consona ad una calciatore che nona d un cestista. E invece, quasi per caso, la scelta cadde proprio sulla pallacanestro...

Il fatto curioso è che già allora ero alto come oggi - continua il play della Berloni - per cui non venivo certo trattato come il brutto anatroccolo. Anzi, ad essere sinceri, tra i ragazzi della mia età (siamo nel '63 e Carlo ha 12 anni, n.d.r.) ero uno dei più alti. Il grave fu che da allora non crebbi più di un centimetro. A saperli prima certe cose...

Questo fanciullo tutto casa e oratorio attirò le attenzioni degli allenatori della Crocetta: prima Castaldi e poi Bruno Boero si presero cura di lui e lo inserirono nella formazione allievi dell'oratorio salesiano. Ma da lì a tre anni, Caglieris fu costretto suo malgrado a vivere l'esperienza che forse gli caratterizzò l'intera adolescenza: non aveva ancora compiuto il sedicesimo anno di età quando si trasferì a Varese, alla corte di Nico Messina e di sua maestà l'Ignis.

Non è immaginabile lo stato d'animo di un ragazzino inserito di peso in un'altra città, senza punti di contatto, senza certezze, senza il conforto di un sicuro affidamento. Arrivai a Varese e convinsi me stesso di aver fatto il grande passo. Ecco, da allora decisi che il basket sarebbe stato per me non soltanto un puro divertimento. Stavo vivendo, insomma, la fase determinante della mia vita. A soli sedici anni avevo già deciso cosa fare... da grande! Ma la scelta mi costò parecchio dal punto di vista umano. Cambiare città fu per me un trauma: noi torinesi abbiamo nel sangue una sorta di amore viscerale per la nostra città. E poi, a sedici anni, uno ha ancora voglia di divertirsi, di fare un po' il pazzo, sapendo però di avere le spalle coperte, di avere una casa con papà e mamma che aspettano. A Varese, invece, trovai sì amici disposti ad alleviare la mia solitudine (ricordo caramente Franco Passera, Carlo Colombo e Claudio Malagoli), ma mi mancava il supporto della famiglia. Detto fatto, fui bocciato a scuola, anche se il basket continuò a darmi soddisfazioni.

A Varese, infatti, Caglieris conquistò quasi... a forza il suo primo gettone in azzurro, con la Nazionale Juniores.

Vivevo in questo stato dicotomico: nella vita morivo di nostalgia, mentre sul campo mi sembrava di toccare il cielo con un dito. L'ignis mi pagava vitto e alloggio, gli studi e in più mi dava 20.000 lire al mese. E pensare che a me bastava che mi "passassero" soltanto un paio di scarpe...

L'anno seguente, valigie nuovamente piene e trasferimento a Biella.

Superato il trauma della lontananza da casa, seppi discernere anche i lati positivi di una vita da nomade. Evidentemente, la capacità di adattamento stava avendo la meglio sulla mia prioritaria volontà di tornare a Torino, anche perché a Biella passai anni bellissimi. In panchina c'era Bonali (prima) e Curinga (poi), e in campo mi avvalevo della compagnia di ragazzi molto in gamba, i vari Celoria, Polzot, Ovi, Lucarelli, i due Castagnetti. In più, a soli diciassette anni, avevo l'opportunità di fare esperienza in Serie B, per finire in Serie A nella terza stagione.

A vent'anni, nuovo "trauma" in famiglia: Caglieris perde il papà proprio quando aveva l'opportunità di avvicinarsi a casa. Il Biella lo aveva venduto al Saclà di Asti, ma Carlo non ebbe il tempo di rivivere neppure per un attimo l'atmosfera del nucleo familiare.

Riuscii a superare il momento critico grazie al passato da... vagabondo che aveva caratterizzato i miei ultimi anni. Piuttosto, fu mia madre a patire per tutti. Io ero sempre stato fuori casa, mio padre se n'era andato per sempre e a lei non rimaneva che la compagnia saltuaria di Luciana, mia sorella gemella. Mamma, però, si attaccò sempre più a me, anche se ci vedevamo abbastanza di rado.

Continuò così questa doppia vita di Charlie: il campo gli riservava sempre nuove soddisfazioni ("La mia fortuna più grande è stata quella di aver sempre giocato in formazioni dove ero l'unico play. Da una parte, mi sentivo indispensabile, dall'altra avevo la possibilità di restare sempre in campo"), la vita gli imponeva una maturazione subitanea con continue esperienza da vivere in prima persona, senza possibilità di dilazione.

Restai ad Asti per due stagioni e poi la società si trasferì a Torino: avevo 23 anni, sette di più rispetto a quando avevo fatto i bagagli per andare a Varese. Il sogno si stava avverando, giocavo nella mia città, conobbi anche Marilena, che poi sarebbe diventata mia moglie. In più, frequentavo l'ISEF a Torino con ottimi risultati. Sembrava la fine di un eterno peregrinare, ma non era invece che una tappa. Finii la prima stagione "torinese" con il Saclà e durante le successive vacanze in Sardegna fui raggiunto da una telefonata di Ercole. 'Sai Carlo, ti abbiamo venduto in presti all'Alco Bologna'. Fu la mazzata...

Caglieris non lo dice, ma forse per un attimo la sua mente vacillò, ripensando ai traumi sofferti a 16 anni, quando da Torino si trasferì a Varese.

Lasciai nuovamente Torino, la mia città, abbandonai mia madre e Marilena, staccai insomma per l'ennesima volta un tassello che combaciava perfettamente con il mosaico in cui era inserito. Il primo anno a Bologna fu un inferno: Ercole mi aveva trasferito alla Fortitudo soltanto in prestito e per tutta la stagione, quindi, covai la speranza di ritornare in Piemonte l'anno successivo. Sul campo, invece, come sempre è capitato in simili frangenti, trovai la forza per sopportare anche la nuova situazione. Il mio allenatore era Nikolic, che seppe trasformarmi letteralmente.

Cosa c'è di diverso in Nikolic rispetto agli altri allenatori?

Lo jugoslavo è unico. Da giocherellone del parquet, da cestista estroverso e nulla più, ho imparato a diventare giocatore di pallacanestro. Nikolic mi ha insegnato come si guida una squadra, come si impone il proprio ritmo di gioco, come ci si allena (è indispensabile dare sempre il massimo...). Lui stava a... predicare, e noi lì ad ascoltare quello strano istrione dalla personalità magnetica, che sapeva catalizzare la nostra attenzione in ogni occasione. E poi, alla base, il professore possedeva anche indubbie capacità tecniche.

L'anno seguente, Caglieris cambia sponda ma non città: dall'Alco viene venduto alla Sinudyne, dove trova un altro "santone" della pallacanestro: Dan Peterson.

Dan lo ricordo con simpatia: è stato per me un grosso allenatore ma anche un sincero amico. Così come Nikolic mi aveva cambiato, Peterson seppe completarmi, smussando gli spigoli della mia istintiva esuberanza.

E continuò così la lunga milizia petroniana di Caglieris, che rimase a Bologna sette anni (uno alla Fortitudo e sei alla Virtus).

Gli allenamenti con Peterson erano meno stressanti di quelli di Nikolic, cosicché cominciai ad aprire gli occhi, accettando la realtà del capoluogo emiliano come qualcosa che sarebbe potuta diventarmi anche familiare e non soltanto ostile. Comincia a vedere più spesso Marilena mentre il campo non mi lesinò mai soddisfazioni. Dopo vent'anni, poi, Bologna conquistò nuovamente lo scudetto e quella fu la mia consacrazione ufficiale come giocatore e, di riflesso, come uomo. In sintesi, la città cominciava a volermi bene ed io sentivo di poter contraccambiare.

Il '76, poi, fu l'anno... di grazia per Caglieris: allo scudetto del basket, si aggiunse il diploma all'ISEF e il matrimonio con Marilena.

Bologna mi fece conoscere la "serenità": ero sempre al centro dell'attenzione della gente che però mi lasciava vivere. Era un affetto delicato, rispettoso. La città petroniana si dimostrava gentile e cordiale nei miei confronti e quando pochi mesi fa feci le valigie per tornare a Torino furono in molti a farmi regali, a mandarmi biglietti di auguri, a fermarmi per strada per salutarmi. Sono sincero: pur pensando che sarei tornato qui a Torino, il distacco da Bologna mi è costato... qualche lacrima!

Quando hai saputo che saresti tornato in Piemonte?

Durante partita Italia-Jugoslavia giocata a Bologna, Porelli mi avvicinò e mi disse che la società era intenzionata a vendermi. Aggiunse che la Carrera mi voleva ed io ero già pronto "spiritualmente" a trasferirmi in laguna. Poi, si fece avanti anche De Stefano e Porelli mi assicurò che a parità di condizioni sarei stato io a decidere. Ed eccomi qua...

Che rapporto aveva Caglieris con Porelli?

All'inizio il "boss" bolognese mi aggredì verbalmente, ma io non mi preoccupai più di tanto: fa così con tutti, ma sotto sotto è una persona sensibilissima. Poi, il rapporto si focalizzò, e stima e fiducia furono reciproche. Quando me ne andai da Bologna, poi, Porelli mi regalò i biglietti per il Torneo di Wimbledon. Gli fui molto grato: chissà quante richieste aveva avuto per quei posti, ma lui volle farli proprio a me, senza nessuna pressione da parte mia. è un tipo molto intelligente, un competente del basket. L'importante è non fossilizzarsi troppo su certi suoi atteggiamenti. Fan parte del personaggio...

Caglieris, dunque, è ritornato a Torino. La squadra di Asti si aspetta grandi cose da lui, e non solo dal punto di vista strettamente tecnico. Charlie ha sempre rappresentato una forza quasi carismatica per il capoluogo piemontese. In tono minore, così come Cappellari cerca di riempire il Palazzone di S. Siro con il Billy formato-Meneghin, Beppe De Stefano vuole creare una vasta cerchia di aficionados della squadra di Caglieris.

So di essere stimato nella mia città, dove oltretutto mi pare di aver fatto un'ottima figura agli Europei del '79. Ma non vorrei che mi si considerasse un salvatore, uno che da solo può risolvere tutti i problemi di una squadra. Sono qui per fare bene, il ritorno nella mia città mi ha dato un incentivo in più per continuare ad ottimi livelli. La squadra, ad ogni modo, ha già una sua intelaiatura ed è reduce da un anno più che positivo. Lo scudetto, per noi, arriverebbe già con la conquista del quarto posto.

È un Caglieris sereno quello che parla, un padre di famiglia che riflette con ponderatezza suo suo presente e sui tempi che verranno. Poco più di due anni fa è arrivato il primogenito (Emanuele, nato a Bologna), mentre la signora Marilena sta attendendo per dicembre il secondo figlio.

La mia famiglia è la base della serenità della mia vita di uomo e di credente. Ringrazio l'oratorio che mi ha dato un senso di civismo che penso sia il mio pregio migliore.

Ma Caglieris non si pente proprio di nulla del suo passato?

Più che pentimenti si tratta di rincrescimenti. Ho sbagliato ad iscrivermi all'ISEF: volevo frequentare l'università, fare Economia e Commercio. Il lavoro è sempre stato importante per me. Penso al "dopo-basket" come a qualcosa che può presentarsi dinnanzi a me da un momento all'altro, con una necessità inquietante. Per quel che riguarda la pallacanestro, ho sbagliato a rilassarmi dopo aver vinto il campionato 79-80 con la Virtus. Alla convocazione in azzurro arrivai molto scaricato e fui escluso dalla formazione olimpica di Mosca.

Bando agli interessi di lavoro: ma cosa c'è di inestricabile che ti lega ad una città come Torino?

Innanzitutto, vorrei fare una precisazione: a Torino non ho interessi lavorativi tali da non poter vivere altrove. Anzi, Bologna mi avrebbe offerto maggiori possibilità di impiego per il futuro: là ero più conosciuto, sarebbero stati in molti disposti a darmi una mano. Ma io ho scelto Torino, un po' per la mia famiglia e per quella di Marilena.

Che cosa ti fa paura oggi?

Sento che c'è qualcosa che non gira per il giusto verso, ma sono preoccupazioni più che fobie. Sono padre di famiglia e penso con ansia al futuro. Forse mi manca un lavoro più stabile, che garantisca del domani di mia moglie e dei miei figli. Gioco a pallacanestro e non mi rimane molto tempo per fare altro.

Non ti ha mai sorpreso una sorta di scoramento?

Mai, nemmeno quando è morto mio padre, o quando mi sono trovato solo come un cane a Varese. Ho imparato d'acchito a reagire sul momento. La sfiducia ha spesso lasciato il posto alla nostalgia, alla malinconica voglia di casa, di volti noti, di sorrisi conosciuti.

Dolori ed emozioni...

Il dolore è un sentimento strano, è una fitta che ti prende per un attimo ma che ti sprona a reagire. L'ho provato per la morte di papà. L'emozione più grande, invece, mi ha sorpreso quando è nato Emanuele. Una cosa stupenda, una gioia incontenibile, ma credo di aver scoperto... l'acqua calda.

INTERVISTA A CHARLIE CAGLIERIS

di Marco Taminelli - www.basketnet.it

 

Appuntamento di oggi riservato ad uno dei più grandi play della storia della nostra pallacanestro, Charlie Caglieris. Regista di classe sopraffina ha vinto 3 scudetti con la Virtus alla fine degli anni'70 ed è stato protagonista nella vittoria agli europei di Nantes nel 1983, indimenticabile l'istantanea di Charlie che bacia il pallone sulla sirena dopo il successo contro la Spagna.

Sei stato uno dei migliori play della storia del nostro basket eppure abbiamo “rischiato” di vederti diventare un calciatore e non un cestista. Il merito dell’innamoramento per la pallacanestro va ad alcuni sacerdoti ed a delle tute di raso…

La mia passione da piccolo come per tanti era il calcio. Avevo iniziato da piccolissimo a giocare a pallone ed ero già nelle file dei pulcini della Juventus. Avrei proseguito molto volentieri, nonostante qualche problema a far conciliare allenamenti e scuola visto che frequentavo corsi pomeridiani. Un giorno all’Oratorio Don Bosco Crocetta qui a Torino ho visto giocare ed allenarsi dei sacerdoti americani. Ricordo perfettamente che si allenavano con delle tute di raso bellissime, che avrei visto solo anni dopo in Serie A. Per noi ragazzini, parliamo dei primi anni ’60, era come vedere dei “marziani”, uno sport tra l’altro il basket affascinante e di cui si parlava pochissimo all’epoca.

Amore a prima vista “ricambiato” anche dalla buona sorte visto che vieni scelto da un grande allenatore come Nico Messina per entrare nelle giovanili del basket torinese.

Messina era un allenatore importante (vincitore di scudetti e coppe con Varese n.d.r.) ed era venuto in realtà a visionare un ragazzo molto promettente come De Poli. Scelsero di prendere anche me ed ebbi la fortuna di iniziare la mia carriera prima fino alla categoria allievi a Torino e poi anche un anno da juniores a Varese, un’esperienza molto formativa da ogni punto di vista.

Già da giovanissimo non ti sono mancate responsabilità e molte esperienze importanti, ancora in Piemonte. Prima Biella e poi Asti con la maglia della Saclà allenata da Lajos Toth per 3 stagioni sino al 1974.

Sono state stagioni molto belle ed intense, non avevo nemmeno 18 anni quando arrivai a Biella e fu importante potermi prendere subito grandi responsabilità. Portammo Biella in serie A, fu una bellissima soddisfazione, ma anche gli anni ad Asti furono splendidi. C’era un bellissimo gruppo: Merlati, Bruno Riva, De Simone, Meo Sacchetti. La guida tecnica era affidata a Lajos Toth, un allenatore ed una persona di grande spessore. Per risolvere a volte qualche problema interno, tecnico o di spogliatoio non faceva grossi discorsi. Cercava di stimolare la comunicazione tra noi in modo semplice: ci convocava direttamente al ristorante, il suo luogo prediletto per dirimere le questioni, dove mettevamo da parte le tensioni e ci confrontavamo più serenamente senza isterismi, magari agevolati da un buon piatto.

Dal Piemonte il tuo salto a Bologna, anzi doppio salto bolognese visto che prima della Virtus trascorri un anno alla Fortitudo.

Non finì bene quell’annata in Fortitudo ma soprattutto a causa della molta sfortuna. Si fece male ancora durante la stagione il nostro straniero Ron De Vries mentre eravamo comodamente a metà classifica. Non potendo per regolamento sostituirlo perdemmo di fatto una pedina fondamentale ed alla fine fummo costretti agli spareggi per retrocedere e non riuscimmo a salvarci.

Ma dalla retrocessione arrivi invece in meno di un anno addirittura allo scudetto con la maglia bianconera nel 1976.

Fu una svolta importante della mia carriera sia per l’importanza del club ma soprattutto per il salto di qualità anche a livello di responsabilità. Durante l’estate non c’ero solo io come play sul mercato, l’allora Sinudyne poteva scegliere anche un grande giocatore come Lorenzo Carraro per rimpiazzare Renato Albonico, storico capitano delle VNere di quegli anni, ed invece Dan Peterson e la società puntarono su di me. Sicuramente questo poteva aumentare la pressione ma anche l’autostima se una società importante ed un grande allenatore ti affidano le chiavi della squadra. Ed i risultati devo ammettere furono straordinari da subito: arrivammo a giocare la partita decisiva a Varese contro l’imbattibile Ignis di quell’epoca. Non c’erano ancora i playoff (che arrivarono dalla stagione successiva n.d.r.) ma quello fu una sorta di spareggio, di finale. Era una partita che sembrava impossibile, loro erano reduci solo da qualche giorno dall’ennesimo trionfo europeo ed avevano tutto il calore del pubblico giocando in casa. Invece vincemmo giocando una gara a dir poco perfetta, stupendo forse noi stessi per primi per la capacità di interpretare la partita.

Cinque stagione con la Virtus Bologna, eri il regista di una squadra fortissima che conquistò 3 scudetti e fece 5 finali consecutive. Eri l’ispiratore in campo di stranieri come Cosic, Driscoll e McMillian.

Creso Cosic era un pivot dalla tecnica straordinaria, nonostante sia arrivato quasi a fine carriera alla Virtus ha sempre saputo bene come dosarsi e dare il massimo nelle partite che contavano. Era un centro ma aveva il talento per giocare bene in 3 posizioni diverse, possedendo tiro da fuori, da sotto, e passaggio. Nonostante qualche chiacchiera da bar, che ci voleva rivali, io e Creso invece andavamo d’accordissimo. Sono stato una delle ultime persone a sentirlo prima della sua scomparsa, un grande giocatore ed una persona splendida. Driscoll era arrivato a Bologna dopo un passato NBA ed ha interpretato al meglio il ruolo di leader. Prima in campo e poi anche come allenatore di quella Virtus che vinse due scudetti in fila. E’ stato abile a creare il clima giusto nello spogliatoio pur cambiando in uno solo anno la sua veste di giocatore in quello di coach, un equilibrio non semplice da realizzare ma Terry aveva dalla sua un grande carisma. Carisma e classe che non mancavano assolutamente nemmeno anche a Jim McMillian. Superba tecnica individuale e tanta umiltà, nonostante avesse un buon passato da Pro si è calato nella nostra realtà con grande intelligenza. Era il vero emblema dell’uomo squadra, durante il secondo anno alla Virtus si infortunò e da li iniziarono i nostri problemi.

Il pensiero va proprio alla tua ultima stagione a Bologna, 1980/81 finito con due finali perse, con Cantù in campionato e con il Maccabi a Strasburgo in una partita dalle infinite polemiche.

Nonostante i tanti titoli in Italia a quella squadra mancò un successo europeo per suggellare compiutamente quelle grandi annate. Ci fu anche tanta cattiva sorte, perdemmo la finale di coppa coppe con Cantù ma soprattutto il grande rammarico è per la coppa campioni persa contro il Maccabi. Prima della finale facemmo l’impresa di qualificarci battendo il Real in casa sua con un mio canestro molto importante che ci diede il più 3 con pochi secondi da giocare. Arrivammo a giocare a Strasburgo senza McMillian contro una squadra data per favorita. Il clima era già molto pesante prima della gara: i tifosi israeliani, per motivi di sicurezza, entrarono per primi. Eranto tantissimi ed invasero tutta la zona adiacente il parquet, anche in settori non di loro competenza. Nonostante il coraggio dei nostri tifosi sembrava di essere in trasferta, fattore confermato anche dal trattamento arbitrale non certo equo (soprattutto il famigerato Van Der Willige autore di arbitraggi poco felici ai danni anche di altre squadre italiane), e non parlo solo del fallo finale fischiato a Bonamico, ma mi riferisco a tutta la partita in generale. Fu una sconfitta immeritata e che forse convinse l’Avvocato Porelli (allora proprietario della Virtus) a “disfare” un po’ frettolosamente la squadra. Anche la finale con Cantù non possiamo definirla certa un episodio fortunato. Giocammo senza entrambi gli stranieri le ultime due partite (si fece male anche il brasiliano Marquinho) ma fummo in grado noi soli italiani di realizzare l’impresa di portare una fortissima Cantù allo spareggio.

La Virtus cambia pelle e torni presso la tua amata Torino, da un impresa sfiorata con il club giunge un forse inatteso trionfo europeo a livello di nazionale nel 1983 a Nantes.

Onestamente pensavo, avevo circa 30 anni, di essere ormai in un momento declinante. Invece a Torino ho avuto alcune stagioni molto importanti dove giocavamo un bel basket arrivando più volte in semifinale, fermati spesso solo da una grande Milano. In nazionale mi presi una grande rivincita dopo l’amara esclusione dal gruppo che fece le Olimpiadi del 1980. Fu una beffa atroce per me, veniva da due grandi stagione con la Sinudyne e vedermi sfuggire un appuntamento del genere mi mise addosso molta amarezza. Lo dissi con molta franchezza anche a Sandro Gamba (allora CT della nazionale) con cui avevo un rapporto molto diretto nonostante la mancata convocazione. Lui abbastanza a sorpresa mi convocò per quegli Europei dove dividevo “l’onere” della regia con Marzorati e Brunamonti, il quale ogni tanto giocava anche da guardia visto il fisico e le caratteristiche tecniche.

E di quell’europeo resterà sempre l’emblema del bacio al pallone che hai dato al fischio di chiusura della finale contro la Spagna, una delle immagini più belle dei trionfi internazionali della nostra nazionale.

E’ stato un momento indimenticabile per la quantità di emozioni che mi hanno attraversato in quel momento. Fu un gesto istintivo, il coronamento di un grande torneo giocato in crescendo dopo aver esordito nella prima partita contro la Spagna dove vincemmo, sinceramente, in modo un po’ fortunoso. Per la finale invece eravamo caricatissimi, c’era la consapevolezza di essere forti e di avere un gruppo molto solido, si poteva perdere ma nessuno di noi lo credeva realmente. C’erano dodici giocatori che erano tutti abituati ad essere grandi protagonisti nelle loro squadre, penso a Gilardi che veniva dallo scudetto con Roma, Meneghin, Brunamonti, Marzorati, e tutti gli altri. Tutti campioni e vincenti, ognuno sapeva dare un contributo anche minimo in termini di minuti se necessario.

Sei stato un regista classico dal punto di vista tecnico, un play purissimo come ce ne sono pochi oggi. Come vedi il cambiamento del tuo ruolo in questi ultimi anni.

La mia opinione personale è che uno dei danni sia rappresentato dalla regola dei 24 secondi, oltre a quella degli 8 secondi per arrivare oltre la metà campo. Con il pressing esasperato che spesso si fa si impedisce alla fonte del gioco di ragionare. Obbiettivo che limita i tuoi avversari ma che gli stessi possono fare poi contro di te nella tua metà campo. Per questo il play ha poco tempo per pensare ed impostare la manovra per arrivare ad un buon tiro. Si aumentano senz’altro il numero dei possessi ma a scapito della qualità dei tiri e spesso anche delle percentuali e dei punteggi. Un altro possibile rimedio è quello di spostare come stanno facendo la linea dei 3 punti più indietro, sperando che possa servire a dare nuove dimensioni al gioco. Penso sia sempre meglio copiare in questo senso gli americani che restano gli inventori del basket. Nel mio ruolo ho avuto tanti avversari straordinari, tra gli italiani Marzorati e Brunamonti mentre tra gli stranieri temevo e rispettavo molto Eremin (play russo dell CSKA), un giocatore dotato di grande intelligenza cestistica. Il vero punto di riferimento, quello che ha sempre destato in me è stato Giulio Iellini. Non era certamente un giocatore dai mezzi esplosivi ma credo interpretasse in modo sublime il ruolo di regista.

Il legame con il basket di Caglieris che resta intatto anche oggi con il nuovo incarico ricevuto da Dino Meneghin..

Meneghin mi ha affidato il compito di dirigente accompagnatore della nazionale Under 16, una sorta di ruolo da ambasciatore del nostro basket a livello giovanile, un incarico che faccio con entusiasmo.La mia vera professione però al momento è quella di insegnante di Educazione Fisica presso l’ex ISEF di Torino. E’ qualcosa che amo fare, mi piace poter parlare con i giovani, dargli dei valori a cui ispirarsi e cercare di spiegare loro che prima bisogna impegnarsi nello studio e cercare di essere buoni cittadini prima ancora che ottimi sportivi. Proprio in questo senso tengo molto anche al progetto al quale sto collaborando da anni con la regione Piemonte per l’attività sportiva nelle carceri, un esperienza umana straordinaria che cerco di trasmettere ai ragazzi anche nel mio lavoro quotidiano con i giovani.

CHARLIE CAGLERIS: NEI MOMENTI DIFFICILI BISOGNA FARE GRUPPO. BUCCI HA ESPERIENZA, CARISMA E CARICA.

tratto da bolognabasket.it - 14/04/2016

 

L’ex playmaker della Virtus Charlie Caglieris è stato intervistato da Alessandro Gallo sul Resto del Carlino, raccontando il gesto che fece il giorno della sua ultima partita in bianconero, il 25 aprile 1981, finale scudetto persa proprio a Cantù:

Lo scudetto si stava scucendo dalla maglia della Sinudyne. Così, senza pensarci un attimo, lo strappai e corsi verso Marzorati, che stava festeggiando il successo e il tricolore. C’era rivalità, certo, ma anche stima. Gli dissi semplicemente “Ora è tuo, tienilo”.

Domenica sarà ugualmente importante, Caglieris. Ma il peso sarà diverso. Lo ammetto, seguo sempre meno. Ma spero che vinca la Virtus. In questa stagione l’ho vista una volta, a Torino. Non andò bene…

Ai suoi tempi invece… Era una bella sfida. Noi, Cantù, Milano e Varese ci si giocava lo scudetto. Con Cantù, a Milano, persi una finale di Coppa delle Coppe il 29 marzo 1978. Poi per due anni di fila, 1980 e 1981, fu finale scudetto. Prima vincemmo noi, poi loro.

Sabato sera si è ritrovato con i suoi amici: gli immortali dello scudetto 1976. Eravamo un bel gruppo. Stavamo bene insieme. Ma era un altro basket. Gli stranieri erano meno. Ma erano più forti. In pochi mesi, poi, parlavano bene l’italiano. Credo sia un segnale di intelligenza capire e comprendere la lingua del posto dove vivi.

Oggi, invece? Mah, lo vedo negli stranieri. Ma anche nei ragazzi, perchè continuo a insegnare educazione fisica. Tutti con le cuffiette in testa, lo smartphone o il tablet in mano. Ognuno per conto suo. Peccato.

Di questa Virtus cosa conosce? Ripeto, l’ho vista poco. Ma il giovane Oxilia è delle mie parti.

Che futuro prevede? E’ un buon prospetto. Dipenderà da lui, ma non solo da lui. Adesso ci sono solo stranieri.

Lei i suoi compagni, al di là dello scudetto vinto, vi siete ritrovati 40 anni dopo… Perché eravamo amici. Si usciva insieme dopo gli allenamenti. Magari c’erano i gruppetti. Io avevo legato di più con quelli della mia età come Bertolotti e Serafini. Ma poi ci si trovava tutti insieme.

Veniamo alla partita di domenica. Spero che la Virtus si salvi. E che magari cominci proprio da Cantù. Ma i brianzoli sono favoriti.

Consigli? Conoscendo poco il gruppo, vado a sentimento, applicando il buon senso. Giocando da soli, non si va da nessuna parte. Quando crescono le difficoltà bisogna fare ancora più gruppo. Ecco perché una volta, magari, si reagiva meglio.

In Virtus il presidente è Alberto Bucci: lei e lui vi siete solo sfiorati. Non lo conosco bene dal punto di vista personale, ma è una persona che conosce il basket. Che ha esperienza, carisma e carica. Io credo che la Virtus debba seguire i suoi consigli e i suoi suggerimenti. In questi momenti l’esperienza è fondamentale.

Lei e Marzorati. Rivali in campo, amici fuori. Insieme abbiamo vinto con la Nazionale. Egoisticamente però spero che domenica la mia Virtus gli dia un dispiacere.