VITTORIO TRACUZZI

(giocatore)

L'avvocato Porelli presenta Tracuzzi all'inizio della sua seconda parentesi virtussina (foto Giganti del Basket)

nato a: San Filippo del Mela (ME)

il: 02/01/1923

Stagioni alla Virtus: 1953/541954/55 - 1955/56 - 1956/57 - 1957/58 - 1958/59

(in corsivo le stagioni in cui ha disputato solo amichevoli)

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti come giocatore/allenatore

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VITTORIO TRACUZZI, CUORE DA ZINGARO

di Nunzio Spina - www.basketcatanese.it - 05/03/2010

 

Quel telegramma arrivò quando ormai non l’aspettava più. Ma gli cambiò la vita. Era firmato «Federazione Italiana Pallacanestro»: lo invitava a presentarsi a Roma per un raduno della Nazionale giovanile, già in corso nella palestra di Montesacro. Aveva 16 anni, Vittorio Tracuzzi. A San Filippo del Mela in provincia di Messina, il paesino ai piedi dei Peloritani dove era nato il 2 gennaio del 1923, smaniava con un pallone di basket in mano, da solo o con i pochi amici che condividevano quella passione da avventurieri. Lo aveva notato un certo Longhi, allenatore triestino in giro di perlustrazione per tutta l’Italia isole comprese, il quale si meravigliò di non vedere il ragazzino siciliano tra i convocati. Un telegramma supplementare pose rimedio a quella «dimenticanza», e per Tracuzzi fu il biglietto di viaggio verso la notorietà.

Era l’anno 1939. Il regime fascista non si era ancora macchiato degli errori e degli orrori della guerra mondiale. Vittorio apparteneva alla classe degli «avanguardisti»; con fierezza (o con opportunismo, chissà) decise di presentarsi a quel raduno in divisa di ordinanza, quella che si era soliti indossare il sabato: pantaloni alla zuava legati alla caviglia e giacca di tipo militare, tutto in grigio verde, con un maglione nero che si affacciava sul collo. Pare che le misure non fossero proprio adatte, l’uniforme gli tirava un po’ da tutte le parti, il che contribuì a rendere ancora più grottesca la sua apparizione in quella palestra.

Aldo Giordani, storico telecronista del basket italiano, fu testimone dell’episodio e così lo ha tramandato nei suoi racconti: «Un pomeriggio, mentre stavamo giocando, nella piccola porta d’entrata della palestra si stagliò una figura che in controluce ci apparve completamente nera. Era Vittorio Tracuzzi. Aveva raggiunto Roma sui treni a carbone dell’epoca, e la fuliggine aveva ancor più annerito la sua carnagione già naturalmente scura…». Nel vederlo poi in scarpette e pantaloncini – lui così moro e peloso – qualcuno esclamò sottovoce: «Ma chi è ‘sta macchietta?»… Oltre a Giordani, tra quei giovani cestisti, c’erano Sergio Stefanini (destinato a diventare una gloria della Nazionale), Lello Morbelli (un grande futuro da dirigente) e un ancora sconosciuto Vittorio Gassman, prima che il cinema e il teatro lo consacrassero come uno dei migliori attori di tutti i tempi. La battuta della «macchietta» da quale bocca poteva uscire se non dalla sua?

Su quel treno a carbone, Tracuzzi aveva viaggiato tutta la notte e il mattino seguente. Non badò alla stanchezza, e neanche agli sguardi diffidenti dei nuovi compagni. «Adesso vi faccio vedere chi sono!» – pensò – e si mise subito all’opera. Continuò a stupirli, ma stavolta per le sue doti da cestista, che erano davvero eccezionali, addirittura impensabili per uno venuto dal profondo Sud. In gran parte si era costruito da solo, assecondando la sua mania e la sua irruenza giovanile; aveva però avuto anche la fortuna di incontrare a Palermo tale Christy, professionista americano che era riuscito in qualche modo a purificarlo, dandogli i rudimentali insegnamenti di tecnica individuale.

La guerra giunse presto a smorzare i primi entusiasmi, ma quel raduno romano aveva lasciato le porte aperte per il suo grande ritorno. Intanto c’erano da affrontare anni difficili per tutti; lui riuscì a coltivare in silenzio la sua passione per il basket, cercando di intuirlo più che di conoscerlo, di scoprirne tutti i segreti senza avere la possibilità di praticarlo come avrebbe voluto. Lo sbarco degli Alleati, in tal senso, fu un’occasione unica di apprendimento. Studiava e sognava. All’orizzonte del suo sguardo, da San Filippo del Mela, apparivano spesso le suggestive sagome delle Isole Eolie; in quello della sua immaginazione – che si spingeva ben oltre – c’erano campi di gioco, tribune affollate da spettatori, successo! L’attesa finì nel ’47, quando Tracuzzi approdò nuovamente nella capitale, accolto da quella che fu la sua prima vera squadra di club, la Ginnastica Roma. Vi militavano, tra gli altri, anche Giancarlo Primo e Carlo Cerioni, poi tecnici nelle Nazionali maschile e femminile.

Fu l’inizio della sua avventura da giocatore. In campo aveva tanta grinta e altrettanta fantasia; si buttava nella mischia, sfruttava al massimo velocità e potenza di gambe, con le sue doti atletiche cercava di sopperire ai limiti fisici; anche la tecnica individuale non gli faceva difetto, anzi. Nel suo repertorio c’era un numero spettacolare, che entusiasmava il pubblico e umiliava gli avversari: l’entrata acrobatica a canestro cosiddetta «a elica» (quindi con un avvitamento su se stesso, proviamo a immaginare). Tracuzzi si faceva notare in una squadra che, già di per sé, attirava molte attenzioni, perché fu la prima in Italia a giocare con sistemi americani, quelli che l’allenatore Francesco Ferrero aveva appreso – nientemeno – nella sua lunga prigionia in India.

In quei tempi l’attività agonistica stentava ancora a riprendere. Si disputavano gironi a suddivisioni geografiche; sfide amichevoli e tornei finivano col suscitare maggiore interesse. Così avvenne per il trofeo Mairano (dal nome del primo presidente FIP del dopoguerra, Aldo Mairano), che si disputò a Milano nel ’47: fu la vetrina più degna per questa sorprendente compagine romana che esibiva cose mai viste prima (tra blocchi e mezza ruota), sotto gli occhi, peraltro, del neo commissario tecnico della Nazionale, lo statunitense Van Zandt.

Vittorio Tracuzzi, in realtà, aveva già esordito in maglia azzurra agli Europei di Praga, nell’aprile dello stesso anno (Italia-Albania: 60-15, poi un deludente nono posto). Subito promosso titolare, e poi capitano, aveva anche qui bruciato le tappe, come se la sorte avesse voluto fargli recuperare un po’ di quel tempo portato via dalla guerra, negli anni migliori della giovinezza. Con l’avvento di Van Zandt, poi, il suo ruolo in azzurro divenne quello di un vero protagonista. Il 9 gennaio del ’48 l’Italia si presentava a Parigi per una sfida con i padroni di casa della Francia: strabattuti in partenza (perché altrimenti non era pronosticabile, visti i precedenti), Tracuzzi e compagnia riuscirono a conquistare una vittoria ai supplementari che restò memorabile. Tra alti e bassi si arrivò ai giochi olimpici di Londra, nell’estate dello stesso anno: stavolta fu coinvolto nel naufragio di un misero diciassettesimo posto, ma volete mettere la gloria di avere partecipato a una Olimpiade?

Come giocatore aveva già raggiunto la meta dei suoi sogni. Ben presto, però, la Ginnastica Roma (che pure si era classificata seconda nel campionato del ’48) gli rimase un po’ stretta, di ambizioni e probabilmente anche di qualcosa di più materiale. Spiccò un altro volo e arrivò a Varese, proprio quando si cominciarono a piantare le radici di quello che sarebbe stato il mito della grande Ignis. C’erano anche Carlo Cerioni, Tonino Zorzi, Mario Alesini, Giancarlo Gualco (nomi storici). Solo che lui non era come gli altri: sapeva di basket, non si limitava a giocarlo; analizzava i fondamentali, escogitava schemi. Lo vollero proprio per questo, per potergli affidare il doppio incarico di giocatore e di allenatore. In campo con gli altri, e al di sopra degli altri: la sua voglia di emergere, di rubare la scena, veniva così largamente appagata.

Da qui in poi, per un po’ di anni, attività e luoghi si accavallano freneticamente nel suo curriculum. Si fa davvero fatica a star dietro a numeri, date e risultati; figuriamoci stargli fisicamente dietro allora. Proviamo ad andare con ordine. Sei anni a Varese: gioca e allena, arrivano sempre buoni piazzamenti. Mentre è in Lombardia, trova anche il tempo di guidare una squadra femminile, la Bernocchi Legnano, che porta alla conquista dello scudetto nel ’54, così tanto per gradire… Intanto, in Nazionale lo si ritrova fino al marzo del ’52 (totalizza 48 presenze); va e torna dopo solo quattro mesi, stavolta nella veste di allenatore, compito che gli viene affidato dal neo presidente federale Decio Scuri, in un periodo di grande turbolenza e instabilità (dopo Van Zandt, si erano succeduti tre diversi incarichi nel giro di appena 6 mesi). Un record lo incamera subito: a 29 anni è, e resterà, il più giovane allenatore della Nazionale. Per il resto, risultati altalenanti, tra una eliminazione alle qualificazioni olimpiche di Helsinki ’52 (ad opera dell’Egitto del prof. Paratore), un settimo posto niente male agli Europei di Mosca ’53 e qualche buon torneo in giro. È lui che a un certo punto abbandona l’incarico, perché l’azzurro sarà anche un bel colore, ma di soldini se ne prendono pochi, e si rischia di restare al verde… Così si lascia sedurre dalle richieste di Bologna, dove la Virtus un mito lo è già diventata (con i 4 scudetti dell’immediato dopoguerra), ma da cinque anni vede trionfare la Borletti Milano e ora ha bisogno di un condottiero che la trascini alla riscossa. È la stagione ’54-’55: comincia un altro, esaltante, capitolo della sua carriera. Ce ne saranno ancora tanti, e non siamo che agli inizi di una lunga storia, che lo vedrà come uno zingaro in giro per l’Italia…

La personalità di Vittorio Tracuzzi, frattanto, si era bell’e che formata. Come giocatore era spigoloso, imprevedibile, sfrontato; come allenatore, pure… Sapeva anche rendersi antipatico, quando lo voleva (e pare che lo volesse spesso). Intransigente per natura, aveva teorie da seguire e princìpi da rispettare: non li sconfessava neanche in quei momenti in cui – agli occhi di tutti – potevano apparire poco convenienti. Si irrigidiva sulle sue posizioni, e allora poteva capitare che si ribellasse anche a uno come Van Zandt (ebbe il coraggio di scrivere una lettera in Federazione chiedendo di non essere più convocato in Nazionale) o di chiudere porte in faccia ad atleti di spicco, che non stavano alle sue regole. Nel doppio ruolo di allenatore e giocatore doveva proprio trovarsi a suo agio: lì, almeno, se la cantava e se la suonava!

Tutto nasceva, in fondo, dal suo profondo amore per il basket: disciplina sportiva, non un giochino fatto di espedienti (come in molti allora lo interpretavano); una scienza da studiare, innanzitutto, e poi da applicare sul campo. In questo lui era avanti rispetto agli altri: lo ammisero tutti; in ritardo, ma lo ammisero. Tracuzzi predicava tecnica, geometria, velocità, obbligo di reazione rapida: a quei tempi non erano cose ovvie. Negli allenamenti non bisognava inventare nulla; se mai in partita, ma quello doveva essere estro, non stravaganza. Sentite un po’ cosa sosteneva su un articolo scritto di suo pugno in una rivista specializzata dell’epoca, nell’anno 1951: «La pallacanestro va giocata in cinque ed appunto per questo è necessario poter legare le cinque teste nella media più risultante e confacente alle mentalità. La pratica dei fondamentali deve essere applicata in percentuale forte in tutte le sedute di allenamento; gli esercizi debbono essere molti e interessanti per il buon rendimento dell’allievo e soprattutto per non dargli il tempo di pensare o riflettere troppo. E per non fare pensare è necessario un ritmo sostenuto, intenso, e la non possibilità di dedicarsi ad altro o volontariamente modificare un movimento. Ma se l’atleta non deve pensare, come otterrà l’applicazione? Si fa pensare e ragionare l’allievo con la sua mentalità senza che lui se ne avveda. Il suo pensare lo deve portare alla meccanicità del movimento e così l’applicazione dell’insegnamento sarà la derivante del volere dell’istruttore con la mente dell’allievo…».

Ne aveva tante di filosofie come questa. Geniale a suo modo; quindi, spesso incompreso!

Era nato per fare il vagabondo, per inseguire il suo istinto e le sue convinzioni, dovunque lo portassero. Dal basket si era lasciato prendere in maniera totale: sedotto nella sua Sicilia, tra le colline natie di San Filippo del Mela, era stato facilmente trascinato verso palcoscenici importanti, da Roma a Varese, dalla Nazionale azzurra alle Olimpiadi. Giocatore o allenatore; o entrambe le cose. In quegli anni che fecero seguito alla fine della guerra, anche nello sport bisognava cercare di adattarsi a tutto.

Quando mise piede a Bologna, a 31 anni, Vittorio Tracuzzi era ancora nel pieno del fervore agonistico. Vi era arrivato nel ’54, col suo bagaglio carico di idee e di buoni propositi, atteso da una società e da una tifoseria, quelle della Virtus, che avevano scommesso su di lui per tornare in alto. Non li deluse! Le «V nere» rivinsero subito lo scudetto, e la stagione successiva l’impresa riuscì nuovamente.

Fu un momento magico per lui, la rincorsa verso il successo pieno aveva toccato l’apice. In campo e in panchina Vittorio riusciva a spadroneggiare: il muso duro, le urla in campo, le tattiche da stratega. Aveva in squadra un gigante di 2 e 04, Nino Calebotta – trasformato da pertica in discreto cestista –, al quale affidava spesso la finalizzazione del gioco sotto canestro. C’era anche la coppia Mario Alesini-Achille Canna, che tramutava in oro un semplice schema di gioco offensivo tanto caro a Tracuzzi: il contropiede! In difesa, poi, un’invenzione enigmatica per quei tempi, la «zona 1-3-1», aveva disorientato anche gli avversari più esperti. Pensare che Dan Peterson, origini e scuola statunitensi, l’avrebbe riscoperta trent’anni dopo come «arma segreta» per la sua lunga serie di vittorie sulla panchina di Milano…

La Virtus aveva per la prima volta ceduto alle lusinghe della sponsorizzazione (c’era scritto «Minganti» sulle maglie, il nome di un’officina meccanica) e così qualche spicciolo in più da spendere lo aveva trovato. Tracuzzi veniva stipendiato più degli altri allenatori in giro. Solo che, con le 70.000 lire mensili che gli metteva in mano il presidente, faceva già fatica a mantenersi: doveva per forza arrotondare con l’insegnamento a scuola (era professore di Educazione Fisica), la moglie Merina era costretta a fare altrettanto. Quando arrivò il vero professionismo nel basket, lui si era già lasciato alle spalle tutte le esperienze di alto livello che avrebbero potuto arricchirlo.

Non fu mai, del resto, un grande speculatore del suo talento. E non solo dal punto vista economico. Ogni tanto sprecava anche occasioni per guadagnare gloria. Come quella volta che mancò clamorosamente il terzo scudetto consecutivo a favore di Bologna: nella partita clou contro la Simmenthal, a Milano, con quattordici punti di vantaggio a pochi minuti dalla fine, mise fuori tre giocatori del quintetto, favorendo così la rimonta degli avversari, poi vittoriosi al supplementare. Pare che volesse fare uno smacco al suo acerrimo avversario Cesare Rubini, oppure dimostrare chissà quale sua teoria… Fu allora che nacque il detto delle «tracuzzate», per dire di certe sue decisioni improvvise e astruse, diciamo fuori dalla logica comune; un’etichetta che gli restò poco simpaticamente addosso, anche perché nessuno la tirava fuori quando, al contrario, accadeva che le «tracuzzate» sortissero un risultato positivo.

La Virtus, in fondo, gliela perdonò quella follia. Altrimenti non lo avrebbe tenuto ancora là come allenatore per altre tre stagioni (come giocatore aveva intanto lasciato perdere). Arrivò sempre seconda in campionato, alle spalle della Simmenthal: una maledizione, secondo i pessimisti, oppure la conferma di essere comunque una grande squadra, secondo altro punto di vista. Nel frattempo, il marchio commerciale accanto al simbolo della «V» era cambiato in «Oransoda», e dalla «Sala Borsa» (elegante galleria del centro storico adibita a campo di basket) ci si era trasferiti al Palazzo dello Sport di Piazza Azzarita, poi ribattezzato «PalaDozza». Tracuzzi ebbe l’onore di inaugurarlo quel famoso parquet.

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