CLEMON JOHNSON

(Clemon James Johnson jr.)

Clemon Johnson, per molti virtussini il pivot per antonomasia

nato a: Monticello (USA)

il: 12/09/1956

altezza: 206

ruolo: centro

numero di maglia: 12

Stagioni alla Virtus: 1988/89 - 1989/90 - 1990/91

statistiche individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 2 Coppe Italia, 1 Coppa delle Coppe

 

UN CENTRO VECCHIA MANIERA

di Roberto Cornacchia - V Magazine - Settembre 2011

 

È bello avere dei centri moderni che sanno colpire anche dalla linea da 3 punti, è una goduria avere dei centri veloci e spettacolari che schiacciano come le ali e tutti sogniamo un centro con dei movimenti da manuale. Però alla fine della giostra, quando di questi apparenti fenomeni scopriamo anche l’altra faccia della medaglia, finiamo spesso per rimpiangere i centri alla vecchia maniera: quelli che pigliano caterve di rimbalzi anche se non saltano un foglio di giornale perché fanno dei tagliafuori invalicabili; quelli che quando piazzano i blocchi i difensori, dopo il primo “assaggio”, preferiscono passare dietro; quelli che presidiano l’area e gli avversari hanno talmente paura che finiscono con l’alzare la parabola anche senza che lui si muova; quelli che dei canestri ne fanno, ma mai da una distanza superiore ai 3 metri dal ferro. Insomma, uno di quelli che il tifoso virtussino, un po’ di tempo fa, definiva “un centro come una volta, uno come Clemon Johnson”.

Come hai iniziato a giocare?

Ho iniziato da molto piccolo, attorno ai 6 anni. Ero il più giovane di 3 fratelli e praticavamo un po’ tutti gli sport che si potevano praticare negli anni ‘60 in una high school come la nostra, per soli ragazzi neri: football americano, baseball, basket e atletica leggera. Seguivo spesso i miei fratelli in quello che noi chiamavamo “il campo da basket”. In realtà era il cortile posteriore della casa di qualcuno. Praticamente ricavammo il sostegno del canestro da un albero, razziammo un pezzo di legno compensato da qualche parte e ci fissammo un cerchio. Dopodiché dovemmo livellare il terreno meglio che potevamo per rendere il campo praticabile. Un’operazione che dovevamo ripetere almeno una volta all’anno, in certi periodi anche una volta al mese. Purtroppo noi davamo per scontato che non ci sarebbero stati problemi, ma i proprietari del terreno erano di diverso avviso: quel terreno finì col diventare piuttosto popolare e questo generò una serie di problemi.

Come furono i tuoi anni al college?

Giocare nel campionato universitario fu davvero bello. Innanzitutto fu in quegli anni che appresi davvero cosa fosse il basket. Imparai a rendermi conto di quello che stava succedendo invece che limitarmi a correre su e giù per il campo: fu al college che ampliai il mio gioco. Quando arrivai all’Università di Florida A & M, un college della Division II, ero sostanzialmente un rimbalzista ed uno stoppatore. All’inizio del mio anno da senior, il miglior attaccante della squadra, Marlon Gallimore, figlio del grande Willie Gallimore giocatore di baseball dei Chicago Bears, se ne era appena andato. I miei compagni di squadra mi dissero che ora toccava anche a me a fare la mia parte di canestri e quindi iniziai una trasformazione in un giocatore più completo in tutte le fasi del gioco. Quell’ultimo anno eravamo talmente pieni di noi stessi che spesso ci prendevamo gioco dei nostri avversari. Una sera, prima di una partita di post-season, vedemmo i nostri rivali del giorno seguente arrivare in albergo con le loro valigie. Gli dicemmo che potevano anche fare a meno di disfare le valigie. E il giorno seguente gli rifilammo 20 punti. Quello che si rivelò per me un autentico trampolino di lancio fu un report sulle mie capacità che stilò un importante allenatore per conto dei Portland Trail Blazers. Anche Hugh Durham della Florida State University mi fece buona pubblicità quando disse ai dirigenti della squadra dell’Oregon: “Se avessi avuto Clemon Johnson nella mia squadra avrei vinto il campionato NCAA”. La partita più difficile della mia carriera universitaria fu la finale, che perdemmo da una squadra che a mio avviso era ampiamente alla nostra portata.

Cosa trovasti più difficile, sul campo di gioco e nello stile di vita, quando passasti professionista?

Tra i professionisti le mie carenze vennero immancabilmente a galla. Tanto per cominciare non avevo mai giocato in arene così grandi e piene di gente. Il cambiamento più grosso, e al contempo bizzarro, al quale dovetti abituarmi furono i ferri dei canestri: non ero abituato al fatto che ci fosse della gente, colorata e in movimento, dietro ai canestri e questo mi disturbava, non riuscivo a focalizzarli. L’altra cosa che mi mise in difficoltà, benché più prevedibile, fu l’altezza e la bravura dei giocatori che incontravo ogni sera. Al college ero abituato ad essere il più alto e il più cattivo in campo. Mi chiesi cosa fare, la conoscenza del gioco che avevo conquistato all’università sembrava non potermi più bastare. Dovetti cominciare un percorso di ri-educazione al gioco in un contesto molto più difficile e, ancora più importante, trovare una nicchia che mi consentisse di sopravvivere a quei livelli. Finii col tornare a fare le cose che mi venivano meglio, catturare rimbalzi e stoppare i tiri. Fui l’ultimo giocatore ad essere firmato al camp.

La tua prima squadra furono i Trail Blazers sui quali aleggiava il fantasma di un Bill Walton appena ritiratosi, momentaneamente, per infortunio.

Fu proprio la sua assenza che mi diede l’opportunità di fare parte della squadra. Per ovviare alla sua mancanza scelsero Mychal Thompson col numero 1 in assoluto. Poi al secondo giro, col numero 44, scelsero me, per sicurezza. Quindi non si può dire che io abbia rimpiazzato Bill Walton, ma solo che presi il suo posto come membro della squadra. Ebbi l’occasione di ringraziarlo quando ci incontrammo io con la maglia dei 76ers e lui quella dei Celtics.

Poi andasti agli Indiana Pacers.

Quando i Trail Blazers perdettero ogni speranza di poter riavere Bill, che aveva chiesto di essere mandato a San Diego, venni scambiato con i Pacers. Lo scambio richiedeva due lunghi che avessero l’esperienza che a me mancava mentre a Indianapolis cercavano un backup al centro titolare James Edwards. Questo ruolo doveva essere ricoperta da Lenny Elmore ma all’epoca era infortunato e non si sapeva se e quando sarebbe rientrato.

 Come furono quegli anni a fianco di giocatori come George McGinnis e altri?

Gorge McGinnis, detto Big Mac, era un giocatore favoloso ma rimpiazzò un futuro Hall of Famer che si sposava perfettamente con la chimica di una squadra piuttosto giovane. Mi riferisco ad Alex English (visto per uno scampolo di stagione a Napoli – nda). Quei Pacers erano una squadra giovane che ambiva ad andare ai playoffs, cosa che sarebbe stata un grande successo per una squadra che da poco tempo era approdata in NBA proveniente dalla defunta lega parallela ABA. Il pubblico che votava i giocatori per l’All Star Game ignorò completamente dei giovani campioni come i nostri Billy Knight e Mickey Johnson solo perché non avevamo un record altisonante. Divenni amico con tutti ma ricordo in particolar modo l’amicizia fuori dal campo con Johnny Davis, giunto dai Trail Blazers l’anno precedente, e Louis Orr. Louis era l’impersonificazione della parola “cuore”. Era due metri scarsi e magro come un chiodo. Ad ogni partita Louis doveva fronteggiare giocatori più alti e più grossi di lui. Ma non si lamentava e non si scoraggiava mai. Diventai un “duro” giocando con i Pacers. Ricordo una sera in cui il ruvido Rick Mahorn fece un blocco assassino a Billy Knight, il nostro tiratore principe. Fu uno splendido esempio di quello che io chiamo “imparare il gioco”. Quel blocco venne portato col preciso scopo di spezzare la sicurezza che Knight aveva. Il coach mi mandò in campo col compito di rimettere le cose a posto. Entrai in campo e andai subito a dire due paroline non troppo amichevoli a Mahorn, mentre la partita andava avanti. Ad un certo punto tutti vennero per dividerci mentre ci stavamo fronteggiando. L’arbitro chiese: “Avete intenzione di fare a botte o di giocare a basket?”. In seguito i Pacers al draft scelsero Herb Williams e Clark Kellog. Credo che Kellog avesse il potenziale per diventare un All-Star ma ebbe problemi ad un ginocchio. Lasciai i Pacers con il record eguagliato di stoppate in un singolo incontro.

Come avvenne il tuo passaggio a Philadelphia?

I Sixers avevano appena preso Moses Malone ed avevano formato un’autentica corazzata destinata a dominare ad Est. Nella mia testa era chiaro che avevano tutto per diventare i futuri campioni Nba, non a caso iniziarono la stagione con dieci vittorie consecutive. La sera prima di giocare contro di loro, noi Pacers eravamo stati annientati dai Detroit Pistons. Contro i 76ers invece, benché ultimi in classifica, giocammo come assatanati e riuscimmo a sconfiggere i superfavoriti. Giocai come al college, dominando l’area come a quei tempi. Quella sera i 76ers decisero che avevano bisogno di un centro di riserva per Moses Malone. Il giorno seguente ad una nostra vittoria in trasferta contro i Chicago Bulls, l’allenatore Jack McKinney mi prese da una parte e mi disse che aveva una cattiva notizia da darmi: “Sei stato scambiato sul mercato. Da oggi sei un giocatore dei 76ers”. Allora io gli dissi: “E quale sarebbe la cattiva notizia?”. Scoppiammo tutti e due a ridere.

Iniziò così una parte di stagione che per te avrà un sapore particolare, per ovvi motivi.

Come scesi dall’aereo a Philadelphia potevo percepire l’eccitazione e l’energia nell’aria. Non dimenticherò mai le mie stagioni coi Sixers. Quando vado dal barbiere posso sedermi e raccontare a tutti che io ho giocato assieme a Doctor J. Anche se quella era la squadra di Doctor J non è che il resto fossero delle mezze tacche: Moses Malone, Andrew Toney, Maurice Cheeks erano stato convocati all’All Star Game quell’anno, e anche Bobby Jones avrebbe potuto esserlo. I miei nuovi compagni mi diedero il benvenuto e andammo a giocare la prima partita. Agguantai un rimbalzo e feci una perfetta apertura di contropiede per Andrew Toney che aveva già preso il volo: il pubblico esplose e in quel preciso momento mi sentii parte di quella squadra. Mi sembrava di aver superato un esame. I miei compagni cominciarono ad aprirsi con me: Moses mi spiegò che Andrew mi avrebbe fatto dei passaggi lob se glie lo avessi segnalato. Maurice mi disse che mi avrebbe dato da tirare il primo pallone della partita e che a seconda di come l’avrei utilizzato avrebbe deciso se passarmela ancora o meno. Per mia fortuna feci canestro. Durante una partita di playoffs contro i Milwaukee Buck mi accorsi che stavo guardando la partita. Il problema era che ero in campo, completamente ipnotizzato dall’atmosfera che mi circondava. Il giorno dopo, durante l’allenamento, Erving mi prese da una parte e mi disse di rilassarmi e di pensare solo a giocare. La volta seguente andai in doppia cifra. In una partita contro i New Jersey Nets seguii un mio tiro sbagliato, presi il rimbalzo e conclusi con una schiacciata. Dr. J mi venne incontro e mi disse: “Ben fatto, piccolo Moses”. Clint Richardson era in estasi. Mi corse incontro e mi disse: “Questa è la maniera di spaccargli… le ossa!”.Moses arrivava alla partita già sudato, come se avesse appena finito di giocare. Aveva ufficialmente detto alla stampa che avremmo vinto 4-4-4 (cioè lasciando a zero vittorie tutti gli avversari). Perdemmo solo una gara a Milwaukee in cui io non scesi in campo. Grover Washington, uno dei padri dello smooth jazz, in onore di quella previsione scrisse una canzone che chiamò 4-5-4.Far parte della stessa squadra di Dr. J permetteva di stare ad un livello superiore a quello di qualsiasi altra squadra Nba. Ricordo che una volta mentre stavo camminando lungo un corridoio dell’aeroporto di Detroit sentii uno che chiamava il mio nome, senza urlare: “Clemon, Clemon, Clemon”. Mi girai e vidi Billy Crystal e tutti che mi guardavano. Mi venne vicino, mi guardò dritto negli occhi e mi chiese “Dov’è il Doc?”. Incontrare autorità o celebrità era cosa comune con quei Sixers.La sfilata per la città dopo la vittoria del titolo fu qualcosa di stordente. Mi sembrava di essere in quelle parate newyorkesi che onoravano gli eroi della II Guerra Mondiale che avevo visto in televisione.

 Cosa rendeva quella squadra “speciale”?

Era speciale perché c’erano tante personalità diverse e abbondanza di talento ma soprattutto perché tutti avevano lo stesso scopo. Ognuno aveva capito cosa doveva fare, chi era il leader e quale fosse il proprio compito specifico da portare a termine per raggiungere l’obiettivo comune. La cosa più importante fu che il successo fu di tutta la squadra. Un generale dell’esercito ne sarebbe stato fiero. Devo riconoscere che anche gli allenatori erano parte della squadra: era come se stessero combattendo al nostro fianco invece che dirti cosa fare e poi stare a guardare. Non andarono in overcoaching.

Come mai, con un Moses Malone dominante e un Julius Erving ancora nel pieno delle sue forze, non stabiliste una dinastia?

Autocompiacimento, a mio parere. Quando fu ora di ricominciare a prepararsi per la stagione successiva nella mia testa io stavo ancora festeggiando. Non mi ero preparato lavorando duramente come negli anni precedenti. Mi presentai al raduno fuori forma e mi ci volle parecchio tempo per rimettermi in carreggiata. Ricordo che durante una gara di precampionato in Tennessee contro i Celtics gridai al coach chiedendo il cambio. Dopo quasi tre minuti che stavo ripetendo la richiesta, coach Billy Cunningham finalmente chiamò time-out. Mi disse che mi aveva sentito chiedere il cambio ma aveva bisogno che entrassi in forma e quindi mi aveva lasciato ancora in campo di proposito. Ridemmo e tornai in campo. Ma la fortuna che l’anno precedente ci aveva favorito evitandoci grossi infortuni, quell’anno venne a presentare il conto. Inoltre, ognuno voleva batterci e giocava contro di noi con l’intensità di una partita di playoff. Ricordo che durante la regular season perdemmo da squadre che la stagione precedente avevamo asfaltato. Autocompiacimento, come dicevo.

Quanti lividi ti ha lasciato Moses Malone negli allenamenti?

Ben pochi, Moses non era certo il tipo di centro che si fa largo a spintoni. Era veloce e furbo. La sua forza derivava da una varietà di abilità che aveva sviluppato man mano che giocava nella lega. Arrivato nella ABA direttamente dalla high school, inizialmente giocava da ala piccola grazie al suo tiro dalla media e al suo controllo di palla. Poi mentre diventava più esperto divenne anche più alto e più grosso e finì col giocare da centro. Era il simpaticone della squadra. sempre pronto a scherzare e dare battute a tutti. Una volta durante un volo mi disse di togliere il mio giubbotto di finta pelle (diceva così per prendermi in giro) perché col caldo che faceva mi si sarebbe incollato addosso.

Doctor J, un signore sia sul campo che fuori.

Quello che Julius era capace di fare sul campo è inconfutabile e non c’è molto da aggiungere, bastava guardarlo. Fuori dal campo era un vero personaggio. Spesso dopo le partite andavo a casa sua sapendo che vi avrei trovato celebrità del mondo della musica come il jazzista Grover Washington e la regina del Philadelphia soul Patti LaBelle che deliziava i presenti con la sua voce. Una volta in aeroporto uno sconosciuto mi fermò per informarmi dell’incredibile esperienza cristiana che aveva avuto ascoltando Doctor J. Continuava a dirmi che per lui sarebbe stato un onore incontrare Erving e poco dopo glie lo presentai. Conversarono per circa mezz’ora: Julius era una star ma anche un persona molto alla mano. Una sera mi invitò a casa sua per fare la conoscenza di Desmond Tutu, il vescovo sudafricano che era in prima linea per l’abolizione dell’apartheid. Purtroppo non riuscii a presenziare e Julius mi spiegò quale splendida opportunità mi ero perso. Era di mentalità molto aperta e sempre pronto a cercare di ampliare i propri orizzonti. Era anche un ottimo amministratore e più di una volta mi rivolsi a lui per dei consigli su degli investimenti.

Più tardi giunse un giovane esplosivo, in più sensi: Charles Barkley.

Quando Charles arrivò aveva qualcosa che gli bruciava dentro. Credo che fosse stato tagliato dalla Nazionale che doveva prendere parte alle Olimpiadi o ai Mondiali. Era un tipo molto schietto e sicuro di sé. Una volta dopo una sconfitta salimmo tutti sulla corriera in silenzio. Poco dopo arrivò Charles parlando a tutto volume. Quando si rese conto che si sentiva solo la sua voce chiese “Beh, chi è morto?” e continuò a far chiasso fintanto che Doctor J non gli spiegò di abbassare i toni. Una volta durante una partita, non ricordo contro chi, Charles fece canestro in sottomano contro un avversario, un centro bello grosso. Subito dopo gli disse: “La prossima azione ti schiaccio in testa”. E lo fece. Questo era Charles Barkley.

Dopo Philadelphia fu la volta di Seattle.

Seattle in teoria avrebbe dovuto essere una squadraccia, piena di mezzi giocatori e senza nessuna speranza di fare una stagione decente. Addirittura Red Auerbach aveva predetto che avremmo avuto il peggior record della lega. Invece arrivammo alla finale di conference contro i Los Angeles Lakers. Vidi personalmente la crescita individuale di Nate McMillian, Dale Ellis, Tom Chambers e Xavier McDaniel. Dale, Tom e Xavier segnarono in media più di 20 punti ciascuno: si contano sulle dita di una mano le squadre Nba nelle quali questo si è verificato. Ritrovai Maurice Lucas che tante cose mi aveva insegnato quando ero un rookie a Portland. Ormai i suoi giorni migliori erano passati da tempo ma la sua leadership era qualcosa di necessario per indicare ad una squadra giovane come la nostra la strada da seguire. L’allenatore Bernie Bickerstaff era sia un amico che il coach: questo facilitò i rapporti con i più giovani che ebbero modo di migliorarsi senza assilli. Se Moses Malone era un burlone, il nostro centro Alton Lister era qualcosa di davvero spassoso. Non è possibile spiegare Alton, l’unica possibilità per capirlo è frequentarlo.

Dopo 2 stagioni, ormai 32enne, decidesti di venire in Italia. Cosa ti spinse a questa scelta visto che avevi ancora delle offerte in Nba?

La ragione fu che volevo allungare la mia carriera. Sapevo che avevo la possibilità di spuntare ulteriori contratti in Nba ma le ginocchia e la schiena cominciavano a darmi fastidio. Sapevo che in Europa si giocavano molte meno partite e pertanto avrei rallentato il logorio delle mie articolazioni. Questo mi permise di aggiungere qualche anno alla mia carriera professionistica mentre se fossi rimasto nella Nba sarebbe stata ben più breve. In effetti, giocando in Italia, i miei problemi fisici migliorarono sensibilmente.

Forse non sai che, quell’estate, quando Dan Peterson (allora General Manager della Virtus) incontrò Russ Schoene gli parlò dei nuovi stranieri della Virtus. Sparò innanzitutto il nome di Richardson e Schoene non fece una piega. Poi fece il tuo nome e Russ sobbalzò: “Cosa? Clem? I Sonics non saranno per niente contenti di questa cosa… Comunque gran presa!”.

Non sapevo che Dan conoscesse Russ e nemmeno che ebbero questo scambio di battute. Ricordo che il mio buon amico e assistente allenatore nei Sonics Tom Newell mi parlò della possibilità di andare a giocare in Italia. Pensavo che lo avesse saputo dal General Manager. Lui e Russ erano molti amici e mi rendo conto solo ora che forse l’informazione può essergli arrivata all’orecchio grazie a Russ.

Eccoti in Italia, nuovo modo di giocare, nuovo stile di vita. Come fu adeguarsi?

I miei inizi furono piuttosto lenti sul campo. Paese nuovo, lingua sconosciuta e nuove situazioni. Appena arrivai nella mia nuova residenza accesi la televisione: fui così contento di vedere che davano la serie tv Sanford and Son che adoravo. Poi cominciarono a parlare e pensai: “Hey, Fred Sanford sta parlando in italiano, come faccio a capirlo adesso?”. A questo aggiungi che avevo con me moglie e due bambini. Fu importante sistemare la famiglia, in modo da potermi concentrare sul basket. Come si dice dalle mie parti “se la mamma non è contenta, nessuno è contento”.

Durante il tuo primo anno, avevi un allenatore (Bob Hill) e un General Manager (Dan Peterson) americani. Per te e Sugar fu un aiuto in più?

In realtà l’aiuto più grande a me lo diede Mike Sylvester. Chiaro che avere altri americani attorno mi facilitava le cose ma fu Mike che ci spiegò per filo e per segno tutti i trucchi, le cose da fare e quelle da evitare, in particolare di Bologna. L’arrivo di Sylvester diede una grossa mano a Sugar, Bob e il sottoscritto ad ambientarsi. Il fatto che molti compagni di squadra ed Ettore parlassero inglese fu la ciliegina sulla torta. Un’altra cosa che mi aiutò molto fu il cinema dove proiettavano film americani in lingua originale.

Raccontaci della tua prima stagione.

Il primo anno giocai come al college. Riscoprii il mio tiro dalla distanza ed ero tornato a spadroneggiare l’area e a stoppare come una volta. Questo permetteva a Sugar di occuparsi del suo compito: segnare. Sugar aveva ancora buona parte della sua proverbiale velocità e costituiva un problema per tutti gli avversari. Fui un po’ deluso dal rendimento dei miei altri compagni. Innanzitutto non immaginavo che si aspettassero che fossi un protagonista, un modo di giocare che non era più mio dopo anni tra i professionisti. I miei compagni italiani pareva potessero fare molto di più di quello che facevano ma sembrava che si limitassero a guardare Sugar mentre faceva il suo lavoro. Successero anche delle cose buffe. Una sera decisi di uscire a ordinare una pizza. Entrai in una pizzeria e dissi al pizzaiolo di metterci sopra tutto quello che aveva in cucina, alla maniera americana. Mi guardò con aria stralunata. Allora entrai in cucina e gli indicai quello che volevo che ci mettesse. Dopo averla preparata la mostrò a tutti gli altri clienti del locale. C’era un ristorante che aveva il pesce solo il giovedì. Mi feci dare la loro ricetta per il riso ai frutti di mare. Erano queste piccole cose che mi rendevano felice. Ma mi divertivo anche in maniera più tradizionale: un buon pasto e della bella musica mettono chiunque di buon umore.

Cosa cambiò quando Messina prese il posto di coach Hill?

Quando Ettore prese in mano la squadra, i giocatori italiani cominciarono a giocare meglio, mentre io e Sugar ormai conoscevamo molto meglio il campionato italiano e i nostri avversari. Ettore aveva il pieno controllo della squadra. Sugar, beh… Comunque raggiungemmo il nostro apice, vincemmo la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe in finale a Firenze contro il Real Madrid. Insomma, eravamo una squadra, mi sembrava di essere di nuovo a Philadelphia.

La tua terza stagione però non fu così buona come ci si aspettava. Cosa successe?

Nostalgia. La mia famiglia era tornata negli Stati Uniti ed io ero sempre al telefono con loro. Non ero uno abituato a far tardi la sera come Sugar e mi sentivo un po’ isolato. Provai qualche volta ad andare per locali la sera ma non faceva per me. Cominciai a metter su qualche chilo: questo influenzò il mio gioco e tornai ad avere problemi alle ginocchia.

I rapporti tra te e Sugar sono sempre stati ottimi, nonostante due personalità molto differenti. Cosa vi legava?

Innanzitutto eravamo due neri in un paese straniero. Anche se non approvavo tutte le cose che Sugar faceva, era sottinteso che dovevamo guardarci le spalle l’un l’altro: questa è la legge della strada, che tutti e due abbiamo imparato da giovani. Ci eravamo già conosciuti ai tempi della Nba, quando i suoi Nets avevano eliminato i miei 76ers ai playoff l’anno seguente a quello del nostro titolo. Comunque, in linea di massima io vado d’accordo con tutti, almeno fino a quando non mi pestano i piedi. Io e Sugar arrivammo nello stesso momento, stabilimmo un legame sul campo e questo si sviluppò in un legame anche nella vita sociale. Sugar sapeva di essere la star e la città non mancava di farglielo sapere continuamente. Non era differente da qualsiasi altra persona il cui ego viene continuamente alimentato da chi gli è attorno. Sono convinto che lo Sugar visto a Bologna era quello che Bologna voleva, in pratica Bologna ha creato lo Sugar che avete conosciuto. Uguale a quello che succede oggi alle superstar Nba.

Ricordo, nel tuo ultimo anno, un tuo svenimento in campo, durante una partita contro Napoli. Cosa successe?

Era freddo e stavo masticando una gomma. La gomma mi finì in gola. Mentre correvo cercai di mandarla giù ma non ne voleva sapere: si era proprio bloccata. Mi diedi dei colpi sul petto per vedere di farla scendere e caddi a terra. Tutti pensarono che avessi avuto un infarto. Provai a spiegarmi al dottore ma non ci fu verso di convincerlo. Credo che tutto questo allarmismo fosse dovuto al fatto che non molto tempo prima qualcuno era morto di infarto durante una partita (il povero Luciano Vendemini – nda).

Notoriamente calmo e posato, una volta fosti coinvolto in una rissa a Varese. Come andò?

Non mi ricordo bene a quale rissa ti riferisci. Ma ricordo di essere accorso in difesa di Sugar in un’occasione del genere. Era il mio dovere: difendere il mio compagno e amico, che era poi quello che ho sempre fatto negli anni in cui ho calcato i parquet delle arene Nba. Dovevo difendere i miei compagni di squadra, specie i piccoli, da qualsiasi persona o cosa. Questo era quello che mi aveva insegnato Maurice Lucas nella mia stagione da matricola. Purtroppo si trasformò in una rissa. Ricordo che gli arbitri permisero un mucchio di cose ai giocatori italiani e io ci andai di mezzo. E non fu l’unica volta. Rammento che durante una partita in casa un avversario mi rifilò un colpo proprio sotto ad un occhio. Gli andai incontro minaccioso: avrei voluto rifilargli un cazzotto ma sapevo che se l’avessi fatto mi sarei fatto buttare fuori. Quando tornai in panchina Roberto Brunamonti disse che il giocatore affermava di non avermi nemmeno toccato. Poi mi guardò negli occhi e mi chiese scusa. Ho sempre avvertito che i giocatori italiani erano protetti dagli arbitri e che io e Sugar dovevamo difenderci con le nostre forze. Non avevo voglia di farmi prendere in giro, neanche un po’.

Come furono i successivi due anni a Montecatini?

Chris McNealy era fantastico, sia come compagno di squadra che come amico. Ebbi con lui un rapporto di amicizia sul tipo di quello che avevo con Sugar, praticamente mi costrinse ad andare in vacanza con lui a Nizza durante la lunga pausa che estiva che fate in Italia. Ma quello col quale mi trovavo meglio era Jack Zatti. Giocava nell’altra squadra di Bologna quando ero alla Virtus. Una volta ci batterono di 30 punti e mi ricordava la cosa allo sfinimento, ogni santo giorno. Ma quando in allenamento facevamo le squadre io sceglievo sempre lui e lui sceglieva sempre me… Non ricordo il nome del coach (era Gianfranco Benvenuti - nda) ma era uno sveglio. Una volta sollevò dei dubbi sull’intensità dei miei allenamenti paragonandola con quella dei miei giovani compagni italiani: gli spiegai che ero stanco, anche perché in 5 stagioni Nba avevo giocato più partite di quante se ne possano giocare in 20 anni nel campionato italiano. Era convinto di parlare un buon inglese. Lo parlava sì e no come io parlavo italiano. Iniziava le frasi in inglese e poi le finiva sempre in italiano. Le nostre stagioni furono grandiose (la prima giocata in A2 con promozione - nda) fino a quando nella seconda non perdemmo contro i nostri rivali (Pistoia – nda). Mi resi conto che per me era giunto il momento di dire basta al basket giocato. Il problema non era più correre, anche perché solo al pensiero di correre mi veniva male alle ginocchia e alla schiena: mentalmente sapevo che non ne avevo più. Era giunto il momento di tornare a casa e di occuparmi di mio figlio: mi stavano giungendo telefonate che a scuola non si comportava bene. Ma serbo un bel ricordo di Montecatini, piccola e accogliente.

Ora alleni un college della Division II in Alaska. Quali difficoltà incontri nell’allenare in uno stato così lontano da tutti gli altri?

In effetti la dislocazione geografica e le basse temperature invernali sono i due fattori che più ci rendono difficile reclutare giocatori di qualità. Comunque, non ci posso fare niente e quindi mi sono adattato, come feci in Italia ai tempi in cui giocavo. Cerco di spiegare alla gente che in fin dei conti fai le stesse cose che fai in qualsiasi altro posto quando fuori è inverno ed è freddo: cerchi di coprirti bene e di andare dal punto A al punto B nel minor tempo possibile.

Tuo figlio Chad gioca a basket, vero? Gli consiglieresti di giocare in Italia?

Giocava, ora allena in una high school in Florida. Se avesse continuato a giocare sarei stato contentissimo se avesse avuto la possibilità di venire a giocare in Italia. Quando era alla high school giocò anche contro Brett Blizzard: so che gioca da voi, salutamelo. Ho anche allenato una squadra che ha giocato contro di lui.

In qualità di allenatore, cosa pensi dei giovani giocatori americani che sembrano sempre più forti atleticamente e meno preparati tecnicamente?

È la nuova ondata di giocatori che sta arrivando. Si gasano molto di più per una schiacciata che per un pick and roll. Pensano solo agli “oooohhh” del pubblico. Ma avranno più tardi il tempo di capire che sono altre le cose che servono per vincere una partita. Vedo ragazzi che fanno fatica a sollevare il pallone provare a tirare dalla linea dei 3 punti. Perché? Semplice, perché tutti sono capaci di fare tiri da 2 punti…

Cosa pensi del gioco che la Nba mostra attualmente? Avresti mai pensato un giorno di vedere così tanti giocatori europei nella Nba?

Questa è l’evoluzione dei giocatori nel mondo. Voi avete allenatori di tutte le nazionalità che insegnano il gioco a tutti. Anche il vostro atletismo è una caratteristica in evoluzione. E non vedo l’ora di vedere Ettore allenare una squadra Nba.

Scontri in puro stile Nba contro Artis Gilmore

JOHNSON ROTTO, KNORR NEI GUAI

L'Unità - 10/01/1989


Clemon Johnson, il pivot della Knorr Bologna che si è gravemente infortunato nella partita dì domenica scorsa a Roma con la Phonola (il referto medico parla di lesione al terzo muscolo medio superiore dei flessori della gamba destra), dovrà stare a riposo assoluto per 20 giorni. In sostanza, non potrà tornare sul parquet prima di un mese e mezzo. Johnson, che è uno dei giocatori più pagati del campionato (quasi mezzo miliardo a stagione), avrà un sostituto «a gettone». La società bianconera ha infatti deciso di rimpiazzarlo temporaneamente con un «forte rimbalzista» che il direttore tecnico Dan Peterson e l'allenatore Bob Hill stanno cercando di reperire in tutta fretta: il nuovo pivot dovrebbe infatti andate in campo già domani sera nei «quarti» di Coppa Italia contro l'Hitachi Venezia. Tra i possibili sostituti si fa il nome di Greg Stokes, che ha giocato nella Virtus nelle ultime due stagioni (e alla quale è ancora vincolato) e che è stato recentemente «tagliato» dalla Juventud Badalona con cui aveva iniziato il campionato spagnolo. Poco adatto al gioco sotto canestro (Stokes è un'ala), il giocatore verrà però convocato solo se i dirigenti non troveranno un valido «centro» sul mercato.

CLEMON CRAC

di Franco Montorro - VNere - 28/10/1990

 

Non eccelle in nessuna specialità, ma è un fenomenale regolarista ed è sufficientemente abile per ed esperto nell'assemblare un buon numero di tasselli del mosaico cestistico. Certo: difficilmente, ormai, lo vedrete segnare 50 punti e infliggere 15 stoppate, sospingere il contropiede o tentare la bomba. Però alla Knorr Clemon Johnson va bene così e anche chi lo vorrebbe più incisivo non baratterebbe la sua costanza in cambio di qualche "numero" in più. Il basket, è atletica giocata con la palla: bisogna correre, saltare e lanciare. E in quest'ottica Johnson è uno dei più bravi decathleti del torneo, se non il migliore in assoluto.

Ricorda Dan Peterson, l'uomo che due anni fa portò "Clemone" in Italia: "Nell'estate del 1988, a Los Angeles, incontrai Russ Schoene, ex stella della Simac. Saputo che aveva smesso di allenare e che lavoravo come consulente per la Knorr mi chiese degli stranieri Virtus. Al nome di Micheal Ray Richardson non ebbe reazioni particolari, a quello di Clemon Johnson trasalì, dicendo: "Clem? Sul serio? questo fatto non piacerà per nulla a Seattle, perché i Sonics contavano ancora molto su di lui. In ogni caso, complimenti per l'acquisto: lui è un uomo solido e non potevate scegliere di meglio. Sarà il perno della vostra squadra e farà tutto in silenzio, senza problemi".

Clemon è il secondo Johnson nella storia della Virtus, preceduto da quel Fletcher cui per certi versi addirittura assomiglia, trattandosi, in entrambi i casi, di giocatori votati al gioco di squadra più che al numero fine a sé stesso. Il primo Johnson era un'ala forte di due metri, assai dotato sul piano fisico: giocò in maglia bianconera dal 1957 al 1960 e in seguito si è affermato come cardiochirurgo. Tornando al Johnson di oggi, ecco le doti del numero dodici della Knorr secondo Aldo Giordani, padre del giornalismo cestistico italiano: "Nella Nba ha collezionato numerose esperienze, distinguendosi come eccellente comprimario. In Italia si è subito imposto come uno dei centri più incisivi della Serie A. Fisicamente fortissimo, è una presenza difensiva: intimidisce e cattura valanghe di rimbalzi. Ma riesce a rendersi pungente anche in attacco perché, a patto che non si allontani troppo dall'area, ha una mano calda. Più in generale lo apprezzo per il suo lavoro oscuro ma micidiale, per i suoi blocchi monumentali e per l'abilità nel creare spazio per i compagni".

Questo lavoro sommerso, dicevamo, spesso non è apprezzato nella dovuta maniera e c'è chi cerca conforto nei numeri per rivoltare il concetto e accusare Clemone di aurea mediocrità, di appiattimento. Noi preferiamo invece insistere sulla regolarità: in una squadra giù sufficientemente ricca di estro quella del roccioso Johnson appare soprattutto una presenza solida, rassicurante. La sua utilità è determinata proprio dall'assenza di elevate vette di rendimento, come di picchi in negativo. In più varrebbe la pena di riflettere maggiormente su un paio di dati di fatto: il primo è che sono pochi i pari ruolo ancora di stanza in Italia in grado di vantare un rendimento costante e prolungato nel tempo come quello di Johnson (ulteriore elemento a favore del virtussino: nello stesso arco di tempo nessun centro di valore militante in Italia ha spiccato il volo verso il paradiso pro): il secondo, che per trovare un altro pivot così sostanzioso bisogna ripercorrere a ritroso di molti anni la storia del basket virtussino.

Nuoce forse, a Johnson, la presenza di Richardson. Nuoce, sia chiaro, sotto il profilo della popolarità, perché i due, in campo e nella sfera dei rapporti personali, sono amicissimi, si completano a vicenda. Il talento dell'uno e la solidità dell'altro; la sregolatezza del primo e la concretezza del secondo; quando mai la Virtus ha potuto disporre di una coppia straniera così ben assortita e produttiva? Certo, molti continuano a sognare un giocatore che assommi in sé le caratteristiche di entrambi: ma se l'immaginario Clemon Richardson esistesse, credereste che sarebbe possibile vederlo esibirsi in maglia Knorr, anziché nelle telecronache Nba?

 

L'attuale pivot della Knorr è nato il 12 settembre 1956 a Monticello, in Florida. Frequenta la high school e l'università nello stesso istituto, l'A&M di Tallahasse. Nel 1978, completati gli studi, è scelto dai Portalnd Trail Blazers al secondo giro (numero 44). Successivamente passa dalla franchigia nell'Oregon agli Indiana Pacers. Nel 1983 si trasferisce a Philadelphia, dove ha subito l'enorme soddisfazione di vincere l'anello, a fianco del già mitico Julius Erving, "Doctor J". Quindi il trasferimento a Seattle: con i Sonics si conclude la sua esperienza professionistica americana; poi il volo a Bologna: con la storia che diventa cronaca di oggi...

Per giocare in Italia Clemon dovette rispolverare il tiro in sospensione

NON È STATO UN INFARTO: JOHNSON OGGI DIMESSO

di Emilio Marrese – La Repubblica – 29/11/1990

 

Clemon Johnson, 34enne pivot della Knorr, sarà dimesso oggi dall'ospedale Maggiore, dove era stato ricoverato domenica notte dopo il malore che lo aveva colto sul campo di Napoli, durante la partita con la Filodoro. Una diagnosi definitiva sarà stilata solo tra tre o quattro giorni, una volta completati gli accertamenti necessari. Ma già da ora lo staff medico della Virtus tende ad escludere qualsiasi patologia cardiaca alla base del malessere che ha fatto cadere Johnson, dopo 16' di gioco. Il pivot, che avvertiva un forte dolore al petto ed era in lieve stato confusionale, era stato accompagnato immediatamente all'ospedale San Paolo di Napoli. I primi tracciati lasciavano aperta la possibilità di un'ischemia, un problema cardiaco che avrebbe significato la fine della carriera. Secondo Rimondini, medico sociale, si sarebbe invece trattato di una nevrite intercostale, un dolore di tipo muscolare-nervoso dovuto ad un colpo di freddo. In tal caso il giocatore non correrebbe alcun rischio, tornando sul parquet. Johnson, che sta bene e vorrebbe riprendere subito l'attività, salterà invece l'impegno di stasera contro lo Cholet in Coppa Coppe e anche la partita di domenica in casa con la Scavolini. A questo punto è probabile, aldilà della possibilità di recupero e delle smentite della società, che Johnson venga tagliato. Già in precedenza la sua posizione era a rischio, visto il rendimento insoddisfacente. La Knorr starebbe cercando un'ala-pivot nella Nba.