VITTORIO TRACUZZI

(allenatore)

L'avvocato Porelli presenta Tracuzzi all'inizio della sua seconda parentesi virtussina (foto Giganti del Basket)

 

nato a: San Filippo del Mela (ME)

il: 02/01/1923

numero di maglia: 5

Stagioni alla Virtus: 1954/55 - 1955/56 - 1956/57 - 1957/58 - 1958/59 - 1959/60 - 1970/71 - 1971/72

statistich e individuali del sito di Legabasket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti come giocatore/allenatore

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Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

"Il cervello elettronico, il moro di Messina, il Tyron Power del basket italiano e chi più ne ha più ne metta, questo è Vittorio Tracuzzi". è Aldo Giordani che racconta un episodio che vide protagonisti, oltre al popolate telecronista, allora giocatore, anche Stefanini e persino Vittorio Gassman. "Nel '42 si presenta alla palestra di Montesacro a Roma con una sgangherata valigetta di fibra, in una divisa d'avanguardista che gli tirava da tutte le parti. Aveva fatto una notte in treno e, con la barba lunga e le occhiaie ben marcate, sembrava - in controluce nel vano del portone d'ingresso - un'apparizione infernale. Vittorio Gassman, che era tra i convocati della Nazionale giovanile, disse a Stefanini "e questa da dove viene?". Nessuno lo conosceva. Sei anni più tardi esordiva in Nazionale".

Fa sorridere Tracuzzi che parla del suo stipendio di allora: "Arrivando a Varese da Bologna io ero l'allenatore più pagato" ricorda il coach "e alla Virtus pigliavo 60, 70 mila lire al mese. E per fortuna che sia io che mia moglie insegnavamo a scuola. Un giorno il presidente mi disse: "Tracuzzi così non può proprio vivere" e mi aumentò di qualcosa. Ma fra scuola e basket arrivavo sì e no a 200.000 lire mensili".

 

IL MORO

tratto da "I Cavalieri della Vu Nera. I 125 anni della SEF Virtus attraverso i suoi campioni"

 

Siamo nei primi anni Quaranta, alla palestra romana di Montesacro si presenta uno strano tipo tutto nero e peloso. Dice che viene dalla Sicilia, precisamente da Messina, e ha una valigetta tutta sgangherata e una divisina da avanguardista che gli tira da tutte le parti. Vittorio Gassman - sì, proprio lui, l'attore - stava allenandosi lì con la nazionale giovanile, tira la manica il grande Stefanini e gli fa: "Ma chi è 'sta macchietta?".

Morissimo e pelosissimo, sei anni dopo lo strano tipo debutta in nazionale A e più tardi diventa giocatore-allenatore di rispetto e di successo. Si chiamava Vittorio Tracuzzi, poi ribattezzato il moro di Messina. Le sue parole erano leggere come pietre aguzze, il suo carattere era dolce e levigato come la carta vetrata. Gli affidano per un po' anche i patrii destini, lui baruffa un po' con tutti, poi va a spezzare il pane della sua conclamata scienza a Varese e a metà degli anni Cinquanta arriva a Bologna dove la Virtus langue fra mille tremori e sospiri perché da qualche stagione lo scudetto se lo pappano gli altri e oltretutto in città c'è la concorrenza di un altro club - il novello Gira - che dà veramente sulle scatole.

Alla Virtus il Moro pensano di pagarlo il giusto, gli danno settantamila al mese, ma il Moro può campare benino solo continuando ad insegnare a scuola insieme alla moglie. Intanto la Virtus si rianima e il Moro con i suo modacci fonda una specie di accademia, spolvera una zona 1-3-1 che sarà poi rinverdita vent'anni più tardi da Peterson a Milano e vince alla grande due titoli di seguito, vince anche giocando e berciando, vince sfruttando con mirabili giochi il gigantone Calebotta e il micidiale contropiede del duo Canna-Alesini e la ferrigna difesa di Germano Gambini e insomma il Moro si radica qui in città e sultaneggia al punto che riesce difficile anche solo accostarlo o abbeverarsi ai suoi calici.

Il Moro ha un inarrivabile fascino, in campo e fuori. È sposatissimo, ma non disdegna svicolare. Donne venite a me, fa sapere in giro, e le donne vanno e ritornano discretamente satolle, si sussurrava negli anfratti del basket. Ma stiamo a quel che accade in campo e lì don Vittorio è davvero un pozzo inesauribile. Anticipa i colleghi su tutti i fronti e al secondo alloro si ferma anche perché non sarebbe Tracuzzi se non facesse le proverbiali tracuzzate. Per esempio un pomeriggio sta schiantando i tradizionali rivali di Milano e anch'io in tribuna esulto e faccio una specie di ola ante litteram. E su un vantaggio di più di quindici che fa il diabolico Moro? Toglie tutto il quintetto per irridere maestro Cesarone Rubini il quale non gradisce per niente e rimonta e chiude il match in parità e vince poi ai supplementari con il popolo Virtussino che questa al Moro non gliela perdona proprio.

Poi negli anni il Moro si perde e si disperde, pronuncia qualche sentenza che fa morire dal ridere ("Il campionissimo domani sarà Lesa" e quel Lesa beato mai chi più lo vide), ma era chiaro che il caratteraccio era riuscito a prevalere sull'intelletto perché un bel po' d'anni dopo Vittorio torna ad officiare per la Virtus Norda e a me personalmente fa una confidenza mica da niente, questa: "Ho visto in giro un esercito di ragazzini, segnati i nomi di Binelli e Bosa, vedrai se mi sbaglio".

La rimpatriata bolognese non fu fortunata. Quella Virtus ansimava forte e quel Tracuzzi non era più quello di prima. Sempre un po’ nero e peloso, ma meno. E sempre un po' cattedratico, ma capace di dialogare come raramente aveva fatto in vita sua. Poi la Federazione gli affidò anche il settore femminile e io presidente di Lega restai molto sul perplesso perché non era il suo campo, non era il suo contesto, insomma non era roba per lui. E infatti furono più le amarezze delle gioie e un brutto giorno imparammo che il Moraccio era venuto ad operarsi a Bologna e due giorni dopo giunse notizia che don Vittorio ci aveva lasciato la pelle.

Ecco, figuratevi quante volte noi della stampa avremmo voluto incenerirlo. Ma più tardi io e altri imparammo a conoscerlo meglio. Era un uomo coltissimo e anche sensibile, un uomo che aveva avuto una adolescenza molto difficile in terra di Trinacria. Ed era un signor coach sicuramente geniale e portato alle sperimentazioni più azzardate. Studiava basket, sapeva andare poi sul concreto, non adoperava ancora la lavagna, ma dava sulla voce e sapeva farsi obbedire dai suoi fantaccini e fantaccioni. E io qui racconto il mio primo e il mio ultimo impatto. Il primo: avevo vent’anni, scribacchiavo qualcosa su un settimanale un po’ pettegolo e andai in sede per un accredito. "Lei è del Guerino? – mi incrociò lui – e allora si vergogni di scrivere per un giornale che è un cesso". E l’ultimo. Veniamo a sapere a tarda sera che la Virtus Norda (Presidente Gandolfi) ha appena esonerato Don Vittorio. Che facciamo, saliamo un attimo da lui per registrare uno straccio di dichiarazione? Don Vittorio abitava in Via Calori. Saliamo pure, ma sai mai che ci fosse qualche sottana in dolce amplesso. Suono io e gli dico forse un po’ troppo forte: "Vittorio, se lì c’è una mignotta non aprirci e basta". E invece ci apre subito, ci indica la moglie che sospira con lui davanti alla tv. Poi commenta l’esonero e accompagnandomi alla porta mi fa: "Come testa di minchia, a te non ti batte nessuno".

 

Tracuzzi con il dirigente Mezzetti quando era giocatore-allenatore

PREPARARE CON CURA L'ESPERIMENTO "PRO"!

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - GEnnaio 1971

 

Vittorio Tracuzzi: 48 anni, giocatore che arriva al top dei topo, allenatore sempre nell'occhio del ciclone, Gioie e amarezze, non importa. Un caratteru tutto spigoli, una mente agile e per certi versi quasi virginale. Un impasto di pregi e di difetti, dunque un uomo vivo, un uomo vero. Vittorio Tracuzzi: vivere per vivere. E, nell'occasione, per... rispondere alle "trenta domande".

1) Ti senti escluso dal grande giro?

Ma nemmeno per sogno. Mi pare che la serie A sia sempre il grande giro. Alleno in serie A, insomma alleno dove il basket si gioca a un certo livelo. E allora non mi sento escluso semplicemente perché non lo sono.

2) Cosa pensi dei giovani allenatori italiani?

E quali sarebbero? Sales, Curinga, De Sisti? Beh, penso che abbiano buone doti non ancora corredate da una sufficiente esperienza.

3) Se tu potessi tornare indietro, dove e come cambieresti pelle?

Cambierei, dovrei proprio cambiare. A un certo punto il basket in Italia ha subito una certa trasformazione e io non ho saputo adeguarmi. A livello industriale anche un allenatore deve sapersi comportare in un certo modo. Io ho sempre detestato i compromessi. Ma oggigiorno c'è un qualche attimo della giornata in cui non trionfi il compromesso?

4) Fino a che punto andrà avanti il boom del bakset?

Il vero boom non è ancora arrivato. Certo oggi bisogna fare urgentemente qualcosa per propiziare sempre meglio l'incremento di pubblico e di interesse. Bisogna giocare di più. Dico doppi incontri, dico girone finale a quattro per il titolo e per la retrocessione, dico qualcosa che serva a smuovere le acque troppo placide. Ma soprattutto bisognerebbe fare una ricerca di mercato. Quali reali possiblità di sviluppo ha il nostro basket all'alba degli anni settnta? E che tipo di prdotto pretende il nostro pubblico? Ecco in che direzione occorre sollecitamente muoversi.

5) Qual è la cosa di cui vai più fiero nella tua carriera di allenatore?

Sono orgoglioso di poter dire che tutto quello che ho imparato e saputo ho sempre cercato di trasmetterlo agli altri. E non credo di essere presentuoso dicendo che l'allenatore Tracuzzi ha spesso precorso le tappe di evoluzione della pallacanestro a tutti i livelli.

6) Qual è l'errore che hai pagato di più?

Il non saper mai impostare nel modo giusto i rapporti col mondo esterno.

7) Chi vincerà il campionato?

Cinquantuno all'Ignis, quarantanove al Simmenthal.

8) Quante chances di salvezza assegni alla tua Norda?

Oggi poco più di cinquanta su cento.

9) Il quintetto ideale del campionato?

Dietro Giomo e Ossola. Davanti Meneghin, Masini e Zanatta.

10) Il miglior straniero?

Il miglior straniero-campiontato è sicuramente Gary Schull. Perà ripeto: il miglior straniero in rapporto alle esigenze del campionato.

11) Il miglior junior?

Facile rispondere: Marzorati.

12) Il miglior allenatore sotto i quarant'anni?

Ancora più facile: Lamberti.

13) Corrono troppi soldi nel basket?

Sì, corrono troppi soldi.

14) Sei per la creazione di un basket professionistico?

Certamente, ma a medio termine. Prima occorre fare quella certa ricerca di mercato, poi troviamo le formule migliori per incrementare l'interesse di tutti. Dopodiché sulla base delle esperienze raccolte codifichiamo il professionismo nel basket. È un esperimento che prima o poi dobbiamo assolutamente fare.

15) Ti dicono nulla i debiti delle società calcistiche?

Mi allarmano, ma al tempo stesso mi dicono che nel basket quanto meno bisogna tentare.

16) Ti va l'attuale regolamentazione del giocatore vincolato a vita?

Mi fa ribrezzo. Anche a questo proposito dobbiamo trovare le soluzino migliori per scongiurare questo maledetto vincolo a vita. In tempi nei quali c'è una continua ricerca e ansia di libertà, mi sembra assurdo vincolare un individuo a vita. Io piuttosto limiterei la frequanza dei trasferimenti. Cioè stabilirei un massimo di due trasferimenti per ogni giocatore, una scala di prime e seconde scelte a cominciare dalle società più deboli eccetera. In somma le società vanno tutelate, ma il giocatore non deve essere schiavizzato.

17) Ne vorresti due, di stranieri in A?

No, va benissimo uno.

18) Quali modifiche suggeriresti in via immediata al regolamento tecnico?

Giocare tutta la partita con le regole attualmente in vigore negli ultimi tre minuti. Si favorirebbero di più il gioco di difesa aggressivo e le doti atletiche dei giocatori.

19) Cosa pensi degli arbitri italiani?

Sono molto bravi, ma al giorno d'oggi dovrebbero allenarsi di più. Però come possiamo pretendere che un dilettante puro trovi il tempo di allenarsi coscienziosamente?

20) Quali sono i difetti dei nostri arbitri?

Specifico: una volta si proteggeva sempre l'attaccante, ma adesso si esagera in senso inverso. Si fischiano troppi sfondamenti. Bisogna ancora trovare la giusta via di mezzo.

21) Cosa pensi di Lombardi?

Grandissimo giocatore, e chi lo discute? Oggi gioca meno di forza e più di repertorio.

22) Come si piazzerà l'Eldorado?

Sesta o settima.

23) Quali sono i hobbies?

Insegno educazione fisica e mi affascina tutto ciò che ha attinenza con l'insegnamento ai giovani. E poi mi piace da matti smontare e rimontare i pezzi delle auto. Io non vado mai dal meccanico. Non c'è segreto meccanico che io non conosca.

24) Pensi di essere simpatico o antipatico?

L'uno e l'altro, dipende. Però so che in genere sono simpatico alle persone che sono simpatiche a me, e questo mi basta.

25) Che importanza dai al denaro?

Nessuna, è sempre stato il mio guaio.

26) Ti piace leggere? E cosa?

Tutto. Poesia, letteratura americana, i classici, i giovani scrittori. Leggo molto, tanto.

27) Qual è il personaggio politico che ammiri di più?

La Malfa.

28) Cosa pensi della contestazione giovanile?

I giovani hanno ragione. Perà sbagliano quando vogliono ricostruire sulle rovine. Forse c'è ancora qualcosa da salvare, penso io.

29) Farai l'allenatore a vita?

No, sicuramente no. Non farò mai più l'allenatore ad altissimo livello. Oggi per allenare una squadra che ha grosse ambizioni bisogna dare tutto sé stesso e sotto questo profilo il basket non mi interessa più. Allenerei a vita una squadra di giovani come la Norda, ecco il concetto.

30) Due sintetiche definizioni: l'allenatore e l'uomo Tracuzzi.

L'allenatore? Un allenatore che è sempre andato oltre, che ha sempre precorso i tempi. L'uomo Tracuzzi? Ah, una gran bestia.

L’INTERVISTA DEL MESE: VITTORIO TRACUZZI

di Tullio Lauro - Giganti del Basket - Giugno 1981

 

C'è in Italia un uomo, un uomo del basket, che ha fatto tutto e ha vinto quasi tutto. è stato giocatore ed allenatore, ha vinto scudetti da giocatore e da allenatore, ha allenato squadre di club maschili e femminili, ha allenato la squadra nazionale maschile e ora femminile, è l'unico allenatore ad aver vinto, come capo allenatore, sia lo scudetto maschile che quello femminile. Stiamo parlando, naturalmente, di Vittorio Tracuzzi, 58 anni spesi quasi tutti nella pallacanestro, sposato, con una figlia di trent'anni, studi classici e una laurea in medicina non raggiunta per un soffio. Personaggio veramente unico nel panorama del nostro basket, Tracuzzi ha vissuto di pallacanestro fin da prima della guerra (“Ho cominciato a giocare in Sicilia da ragazzino, poi ho avuto la fortuna di essere scoperto da un professionista americano, si era prima della guerra a Palermo, lui mi ha insegnato la pallacanestro, si chiamava Christy. Dopo la guerra sono arrivato a Roma che ero già ben cosciente di che cosa fosse il basket e lì abbiamo prima messo in piedi la squadra con i vari Primo, Cerioni, Lucentini, Palermi, D'Elia e poi abbiamo detto a Ferrero se voleva allenare la squadra perché sapevamo che lui aveva studiato la pallacanestro durante la prigionia in India. Cominciammo a giocare con sistemi americani e al primo trofeo cui partecipammo a Milano fu una grossissima sorpresa per tutti vedere questa squadra romana che giocava in modo assolutamente differente da tutti gli altri, cioè giocavamo con i blocchi, con la mezza ruota, con la ruota in cinque, figuratevi le facce degli spettatori…”). A colorire un personaggio anomalo come Vittorio Tracuzzi contribuì anche una fama, non sappiamo quanto meritata, che risale ai tempi in cui allenava prima la Ignis e poi la Virtus, quella cioè delle “Tracuzzate”, delle decisioni tanto improvvise, da apparire paradossali e che, pare, in qualche circostanza gli fecero perdere qualche partita. (“Questa delle "tracuzzate" deve essere stata una scoperta di Giordani mi pare, ma comunque io la spiego in questo senso: io ero un tipo molto ciarliero e amavo, e amo, studiare la pallacanestro ma mi rendevo conto che tutto quello che conoscevo, dicendolo a tutti, lo conoscevano oramai anche gli altri per cui dovevo andare avanti a studiare e a praticare un tipo di pallacanestro che in Italia non era ancora applicabile, è per questo che è nata questa leggenda”). Un altro motivo per dipingere, nei tempi passati, il personaggio Tracuzzi era il suo amore sviscerato per il gioco delle carte e per i giochi del Casinò. “Ero un normalissimo giocatore, non accanito come si è voluto dipingermi. Ogni tanto andavo a fare una puntatina a Campione, soprattutto nel periodo in cui ero con Borghi, ma vincevo pochissimo…”). E ancora: solo qualche anno fa, sui campi di tutta Italia, specie quelli dei tornei estivi, si poteva incontrare Tracuzzi con una vespa che poi la sera riponeva in un camper con il quale affrontava i viaggi di spostamento da una città all'altra, da una regione all'altra. (“Era molto più comodo, tutto qui. Anche perché non è che dormissi poi sul camper, ma me ne andavo comodamente in albergo. È il mio carattere da zingaro, un tetto sulla testa mi pesa. mi fa stare male. Preferisco girare, un po' qua un po' da un'altra parte. Si conosce di più la gente, si impara di più, si sta meglio”.

Dopo la Sicilia e Roma dove và Tracuzzi?

Sono andato subito a Varese come giocatore-allenatore ed ero sicuramente il più grosso istrione che ci fosse sulla faccia della terra. Non ricordo di essere mai entrato in campo con tutti gli altri perché i fischi o gli applausi li volevo tutti per me. I fischi che ho preso in vita mia erano sicuramente giusti perché ero talmente indisponente da far drizzare i morti dentro la bara. Poi sono andato a Bologna ancora come allenatore-giocatore e in quel periodo Scuri, allora presidente della Federazione, mi chiamò ad allenare la nazionale per le Olimpiadi di Helsinki. Al ritorno mi disse “Tu sei l'allenatore della Nazionale” e io risposi “Sì, ma chi mi paga?” e lui “Poi vediamo”: rinunciai quindi ad allenare la Nazionale perché avendo scelto la vita del professionista del basket non avevo un avvenire certo e rimasi così a Bologna ma solo come allenatore perché proprio in quell'anno crearono, proprio per me, la regola che non si poteva fare il giocatore-allenatore in serie A.

Come? La fecero proprio per lei?

Sì, proprio per me, ero indisponente anche con i dirigenti. Si figuri che dopo un torneo in Egitto scrissi una lettera al presidente Scuri chiedendo di non convocarmi più, era l'anno prima, quando ancora giocavo, perché ero in disaccordo con la conduzione tecnica di Van Zandt…

Quindi l'allenatore Tracuzzi nasce a Bologna?

Sì, come allenatore, sì, ma in realtà ad allenare avevo cominciato nel '48 a Roma con una squadra femminile di serie B. E prima ancora a Varese quando ero allenatore e giocatore ho allenato la Bernocchi Legnano con la quale vinsi il titolo nel '54 e nel '55. Poi andai alla Virtus per sette anni e quando alla Virtus arrivò lo sponsor Oransoda, i Casella mi portarono a Cantù e lì più tardi commisi uno dei miei sbagli, quando mi feci attrarre dalle lusinghe di Borghi e lasciai Cantù per Varese dove rimasi fino al '64-'65. A Varese ebbi un grosso scontro a causa del mio modo di pensare con i nuovi padroni del basket sponsorizzato e allora decisi di appartarmi, prima in Sardegna, poi, dopo una parentesi all'All'Onestà in serie A, tornai in C a Casale e poi con altre squadre di B in Sicilia.

Senza mai fermarsi un momento…

Certo, non sono mai stato fermo un anno. Ho sempre avuto la filìa di allenare i giovani, di insegnare ai giovani la vera pallacanestro per quello che riguarda i fondamentali. Il mio slogan tempo fa era “La pallacanestro in Italia è giocata dalla A alla M e non dalla N alla Z” ora se ne sono accorti in tanti.

Allora lei è uscito dal grande giro per incompatibilità con certi dirigenti o c'è dell'altro?

Con i miei 58 anni posso analizzare meglio gli avvenimenti e fare anche una certa autocritica. Sicuramente la mia uscita dal grande giro è dipesa per il 10% da me e per il 90% dagli altri, perché ero un personaggio scomodo, rompevo troppo le balle, ero uno che si voleva interessare anche di cose che non erano di sua competenza. Poi può darsi che fossi troppo amico dei giocatori e non ho mai avuto assolutamente gratificazioni da queste amicizie perché tutti i giocatori, e gli allenatori farebbero bene a scriverselo su un cartello ai piedi del letto, sono tutti, nessuno escluso, dei gran figli di… Anche il tuo migliore amico, anche tuo figlio quando diventa giocatore, sai che cosa è.

Ma è vero che lei ha inventato la pallacanestro prima degli americani, o no?

Non direi. Assolutamente. La pallacanestro l'hanno inventata solo gli americani ma io sicuramente sono arrivato alle loro stesse conclusioni magari senza l'aiuto dei libri americani.

Si diverte sempre in panchina?

Sicuramente, mi diverto in panchina e ancora di più in palestra.

Fino a quando la vedremo i panchina?

Fin quando, facendo tutte le mattine l'esame di coscienza davanti allo specchio, sarò convinto di poter dare qualche cosa alla pallacanestro. Il giorno che sarò convinto di non poter dare più niente smetterò di certo.

Chi è il miglior allenatore italiano?

È problematico dire chi è il migliore allenatore italiano, bisognerebbe vederli tutti allenare in palestra e tutti dirigere in partita. Ci sono determinati allenatori che sono ad altissimo livello, altri che lo sono un po' meno. Sono ad altissimo livello quelli che conoscono la pallacanestro dalla A alla Z e fanno un certo tipo di pallacanestro, non quelli che parlano solo bene.

Cosa rimprovera ai giovani allenatori?

Il giovane allenatore, generalmente, conosce molta pallacanestro, ma non sa bene a che cosa serve. Molti allenatori fanno dei bellissimi esercizi, ma se gli chiedi a che cosa servono, rispondono che sono belli perché li fanno Gamba e Peterson, non perché sappiano in realtà a che cosa servono. Questa non è una risposta.

E che cosa le piace dei giovani allenatori?

La voglia che hanno di lavorare e la programmazione ben precisa. Per la programmazione non basta, bisogna anche lavorare sapendo il materiale umano che si ha a disposizione. In Al e in A2 il materiale si può anche scegliere, nei limiti del consentito, agli altri livelli devi lavorare per migliorare e cercare di capire le quantità fisiche e tecniche che i giocatori ti possono dare.

Lei che ha visto recentemente tutti i giovanissimi migliori del basket italiano, ci può fare qualche nome di promesse sicure?

Non è il caso che io faccia dei nomi, perché mi ricordo che una volta sballai in pieno una previsione su un giocatore e magari in altri casi invece vidi giusto, ma la gente si ricorda solo degli sbagli, mai delle previsioni giuste. Posso dire che ce ne sono moltissimi buoni e che bisogna allenarli sul piano tecnico perché sul piano fisico ci siamo, come ci siamo sul piano fisico anche nel settore femminile quello che mi interessa di più adesso perché ritengo di poter fare molte e buone cose.

La sua vittoria più bella?

Una delle vittorie più belle sicuramente fu la prima coppa internazionale vinta dall'Italia, la Coppa delle Coppe a Tel Aviv nel 1965 con l'Ignis.

La sconfitta più cocente?

Una partita Virtus-Simmenthal a Milano, dove il mio “nemico” era Rubini. A tre minuti dalla fine vincevamo di 12 punti, chiesi sospensione, diedi le disposizioni ed ero seduto in punta di panchina per vedere come i miei giocatori avrebbero eseguito le mie istruzioni. Alla prima azione, alla ripresa del gioco, segnammo e andammo a 14 punti, a quel punto io mi ruppi internamente di concentrazione, perché ero certo di aver vinto e invece non avevamo vinto un bel niente. I signori Pieri, Riminucci e Sardagna fecero cose incredibili e perdemmo ai tempi supplementari. Dirò di più, a tre minuti dalla fine il mio “amicissimo” Rubini era già girato dall'altra parte, sicuro di aver perso la partita.

L'errore più grave?

Quello di essermi supervalutato in alcune occasioni.

L'avversario allenatore che temeva di più?

Sicuramente Rubini quando eravamo i due soli professionisti in Italia. Se avesse continuato, anche Roberto Zar di Trieste che in quel periodo, dal '47 al '54, era il miglior allenatore italiano.

E il giocatore che l'ha più deluso?

Delusioni dai giocatori non ne ho mai avute, se non forse sul piano umano, ma queste cose non ci devono interessare granché.

C'è una decisione che vorrebbe non aver preso in questi anni di pallacanestro?

No, se rifacessi la strada, farei forse tutto quello che ho fatto, però se potessi modificherei il mio pessimo carattere.

Perché ha accettato l'offerta di allenare la nazionale femminile?

Tengo a precisare che è stata un'offerta che coinvolge tutto un settore. Il fatto di essere in un organismo dove il capo è Rubini, il capo tecnico è Gamba e tutti lavoriamo di comune accordo è sicuramente una garanzia per poter fare belle cose. E io ho la possibilità di rendere conto del mio operato, sul piano organizzativo e sul piano tecnico, a persone che stimo validissime.

Non è che se ne stancherà presto?

No, anzi. Più le cose sono difficili più m'impegno a far bene. Certamente mi ha fatto bene il servizio che avete dedicato alla questione voi dei Giganti nel numero scorso, l'ho ritagliata e l'ho appesa in casa mia per ricordarmi che bisogna sempre far bene e insegnare agli altri a conoscere e imparare a conoscere gli altri.

Lei spesso dice che il basket è uno solo, cosa vuoi dire in realtà?

Il basket è uno solo, non ci sono dubbi. Il guaio della pallacanestro femminile una volta era la sperequazione tra quantità tecnica e quantità fisica. Ora la quantità tecnica nelle donne esiste, bisogna mettere a pari le quantità fisiche che esistono come struttura fisiologica ma non esistono come struttura atletica. Nel senso che le donne devono essere preparate un po' meglio e loro stesse si devono abituare a prepararsi un po' meglio.

Le giovani giocatrici come le sembrano?

Molto buone, molto buone fisicamente e tecnicamente per quello che riguarda alcuni settori del corpo. Alcune sono buone dalla vita in giù e altre lo sono dalla vita in su. Esempio, e non vuole essere una critica, prendiamo due giocatrici che potrebbero diventare fortissime: la Sbrissa che deve migliorar nelle gambe e la Passaro che deve migliorare la parte superiore del corpo.

Chi sarà il suo assistente?

Nel settore femminile abbiamo il problema di seguire la stessa strada della maschile, cioè noi sappiamo che la squadra nazionale è forte se c'è la piena collaborazione delle società e quindi la conoscenza stessa delle giocatrici è migliore negli allenatori delle società. Ognuno di noi gradirebbe avere un solo aiuto per poter parlare sempre con lo stesso per aprirsi magari più del lecito, ma per necessità che io ritengo giustissime, tecniche, umane, di propaganda e di miglioramento generale io mi servirò, se ci sarà il benestare di Rubini, di Melilla al primo raduno, di Colombo al secondo, di Minervini al terzo e al quarto dipender dalle società, perché a quell'epoca avranno già ripreso l'attività. Quindi vogliamo allargare la rosa dei partecipanti in modo che loro stessi insieme a noi possano vedere quali sono le quantità di lavoro necessarie al miglioramento delle ragazze.

Si rende conto che giochiamo gli europei in casa?

Quello è un problema enorme, sicuramente non è l'esordio migliore. In casa ci si richiede un risultato, il non ottenerlo potrebbe portare ad un regresso. Sicuramente fuori casa sarebbe stato meglio, ma non importa.

Che idee si è fatto per la prossima nazionale e quella degli anni a venire?

Idee molto buone, ripeto un concetto già espresso: per me non c'è alcuna differenza tra gli uomini e le donne. E lo stesso discorso lo dovrebbero fare tutti quelli che operano nel settore femminile, nel senso che non ci dobbiamo sentire vassalli del settore maschile, non dobbiamo per forza ripetere tutto quello che fa il settore maschile: chi perde la prima partita in casa perde il diritto di giocare lo spareggio in casa, sarebbe già una piccola rivoluzione.

Terrà in conto il lavoro del suo predecessore Arrigoni?

Sarei pazzo se non lo facessi, soprattutto conoscendo il lavoro e l'abilità tecnica di Arrigoni. Io posso modificare qual che cosa, a seconda di idee mie su alcune giocatrici, o per innesti nuovi, ma sicuramente il lavoro che è stato fatto mi pare molto buono e i risultati lo danno a vedere. Noi da parte nostra dobbiamo sfatare questi alti e bassi agli europei perché abbiamo avuto due terzi posti e poi sempre il nono.

Gorlin e Sandon verranno in nazionale?

Sono due buone giocatrici…

Non sono indispensabili quindi?

Tutte sono indispensabili.

E Mabel Bocchi?

Anche lei è una buona giocatrice, quindi indispensabile, ma bisogna vedere come ci si incontra. Mabel Bocchi poi è sicuramente la più grossa giocatrice mai apparsa in Italia.

Ci sarà qualche nome nuovo n spetto alle ultime convocazioni?

Io penso che qualcuna di nuova ci dovrebbe essere, quattro o cinque, però dobbiamo tenere conto delle esigenze della squadra juniores. Il piano che abbiamo approntato con Rubini prevede di convocare molti elementi nelle quattro fasi che abbiamo a disposizione per arrivare ad una rosa ben precisa in relazione al tipo di gioco che desideriamo, gioco che non si discosta sicuramente da quello della nazionale maschile come concetti e cioè forte difesa, pressione sul la palla, contropiede.

È favorevole alla straniera nel campionato?

È una domanda che mi hanno fatto in molti. Io per correttezza devo dir che non sono così addentro, ancora al mondo della femminile, per poter dare un giudizio ben preciso. Sicuramente come quantità promozionale potrebbe essere validissima, ma per il resto… Non so, ci sono società ancora di tipo patriarcale e magari potrebbero rompersi degli equilibri. Io non sto a dire che sarebbe un male per le giovani, a queste balle non ho mai creduto nemmeno per la maschile.

Come le è sembrato l'ambiente che circonda il basket femminile?

Sicuramente più aperto di quello maschile, ma oramai mi pare di aver appreso in tanti anni, che anche quando si è più aperti e non si va diretti alle conclusioni, è probabile che ci sia anche più ipocrisia.

Conosce le squadre che incontrerete agli europei?

No, ma avrò la possibilità di vederle a Varna e a Costanza e comunque sia gli allenatori di società che Arrigoni, sono concordi nel dire che il progresso del basket femminile è stato grande e a livello europeo si può arrivare secondi o settimi senza assolutamente ci sia niente da ridire. Escluso l'URSS tutte le altre squadre si possono equivalere.

A proposito di Unione Sovietica. Tutti sono curiosi di sapere cosa farà Tracuzzi quando incontrerà la Semeonova?

Anch'io lo sono, perché mi dà fastidio vederla là in mezzo senza che nessuno la possa fermare. Sicuramente escogiterò qualche cosa, state tranquilli.

 

Serafini, Tracuzzi e Cook alla presentazione della stagione 1970/71 (foto Giganti del Basket)

ERA E RESTA UN MAESTRO

di Aldo Giordani - Superbasket - 06/11/1986

 

Anno 1939, palestra di Montesacro a Roma. Sono concentrati gli "azzurrini" della nazionale giovanile. Per dare un'idea dei tempi, si allevano, dormivano e mangiavano in palestra. In quel gruppo c'erano anche Lello Morbelli attuale presidente della Tracer e Sergio Stefanini, indimenticabile "Caneon". Con me, che ero dei loro, credo che ricorderanno l'episodio che che sto per rievocare. Allenatore era Longhi, triestino, che però era reduce da un viaggio di osservazione in Sicilia. Fin dai primi giorni ci aveva detto di essersi imbattuto in un ragazzo dalle qualità eccezionali, e di essersi meravigliato di non averlo trovato tra i convocati. "Ma farò il possibile - aveva detto - per farlo venire".

Un pomeriggio nella piccola porta d'entrata, mentre stavamo giocando, si stagliò una figura che in controluce di apparve completamente nera. Era Vittorio Tracuzzi che, raggiunto a Messina da un telegramma supplementare di convocazione, aveva raggiunto Roma sui treni a carbone dell'epoca: e la fuliggine, nel lungo viaggio effettuato nella divisa d'ordinanza in panno verde degli "avanguardisti" di allora, aveva ancor più annerito la sua carnagione già naturalmente scura.

Fu quella la prima apparizione di Vittorio Tracuzzi sulla scena nazionale. Ma la sua gloria cominciò nell'immediato dopoguerra. Quando, dopo il flagello del conflitto, iniziò da Roma il grande rinnovamento del nostro basket, lui fu in prima fila. Adesso ci ha lasciato, faceva viaggi impossibili in macchina, nel corso di un trasferimento interminabile ebbe un incidente, la sia tempra di ferro gli consentì di riprendersi, ma ora dopo un intervento migliorativo per i postumi di quella terribile botta - ci ha lasciati. Non voglio piangere, voglio solo ricordare com'era allora e cosa fece allora: voglio ricacciare le lacrime come lui avrebbe fatto, pur abbracciandolo con tutto l'affetto di cui sono capace.

Lo dico per i giovani: allora non c'era la pappa fatta, allora non c'erano "stages", "clinics", corsi, viaggi in America, video-cassette, manuali, teletrasmissioni, allora il basket bisognava intuirlo, capirlo, studiarlo; allora il progresso era il frutto della speculazione dei migliori, degli studi, dell'applicazione indefessa. Senza i rimborsi-spese sibaritici, senza gli alberghi di lusso, o gli stipendi principeschi. Allora, per comperare un opuscolo, che - si diceva - era giunto non si sa come dagli USA all'edicola delle forze armate americane, si rinunciava a qualche cena. E Vittorio fu tra quelli che più fecero sacrifici, e più studiarono per avviare il rinnovamento della vecchia pallacanestro al nuovo basket.

Quella serie interminabile di partite con i militari americani, quando i migliori giocatori d'Italia andavano a prendere paghe ciclopiche dalla squadra di un battaglione qualunque per "rubare" la tecnica di qualche esecuzione, per intuire una disposizione tattica, o la miglior meccanica di un movimento. E quante volte, la notte si faceva l'alba a discuterne con Vittorio che tracciava schizzi su improvvisato fogli di carta, e noi ad ascoltarlo, Giancarlo Primo, Carlo Cerioni, tantissimi altri a pendere dalle sue labbra. Aveva, più di noi, la capacità di intuizione, di assorbimento delle lezioni visive che ci venivano date. Sì, andavamo a quelle partite anche per avere in regalo qualche barattolo di zuppa di piselli da portare a casa; ma andavamo soprattutto per imparare, cercando di scoprire i segreti di quel gioco affascinante di cui tutti, ma "Dottuò" più di tutti, intuivamo l'infinita bellezza.

Naturalmente, dopo la strabiliante apparizione della Ginnastico Roma "americana" del 1947 al Trofeo Mairano di Milano, Tracuzzi fu tra i primissimi a finire sul taccuino di Van Zandt. Fu uno dei grandi artefici della storica vittoria di Parigi del gennaio '48, e poi del Trofeo Mairano nella primavera dello stesso anno a Napoli. Alle doti atletiche eccezionali aveva saputo unire, a prezzo di un'assidua applicazione, una completezza di fondamentali che non tutti i giovani "fenomeni" del 1986 possono vantarsi di avere.

Sì, fu uno dei primissimi... "professionisti" del basket, nel senso che, per poter continuare nello studio del gioco, dedicò al basket tutto il suo tempo. Per cifre che, anche facendo i calcoli con la svalutazione della moneta, oggi percepisce qualunque brocchetto di serie C. Quindi Vittorio passò a Varese, continuò la sua brillante carriera di giocatore, ma la sua vocazione era quella di insegnare. Lo si ascoltava già allora con voluttà per ore e ore nell'analisi di un "gioco" o di una difesa o di un attacco. Fu il più grande allenatore azzurro; ma poiché guardava avanti, poiché precorreva i tempi con la sua cultura tecnica allora senza eguali, in Italia, dovette spesso scontrarsi contro il reazionarismo del dirigentume deteriore, e farsi da parte. Certo, era più teorico che pratico, proprio per la sua matrice di studioso del gioco; e quelli che badavano ai risultati immediati gli fecero talvolta la guerra, in nazionale e nelle società tacciando di fumisterie quelle che erano solo intuizioni del domani.

Del resto, questo non è il paese che respinto un Heinson il quale in tempi anche recenti cercava di far compiere ad una squadra, anche a costo dei risultati immediati, un balzo di dieci anni?

Non voglio ricordare le ultime esperienze, gli ultimi incarichi di Vittorio. Li conoscono tutti. Il vero, grande Tracuzzi è quello degli anni gloriosi della trasformazione del nostro gioco. Quel Tracuzzi è stato e sarà sempre un maestro, perché ebbe la capacità di comprendere da solo realtà tecniche che tutti avrebbero poi appreso, importate dall'America, dieci o più anni dopo. COme Stefanini, per dono di natura, "inventò" senza saperlo il "jump shot" tre lustri prima che Dan Pippin lo facesse conoscere al mondo alle Olimpiadi di Helsinki, così Vittorio Tracuzzi - chino sui suoi quaderni nelle lunghe ore di studio notturne - giunse per virtù proprie alle stesse realtà tecniche che poi dovevano divenire di dominio comune quando l'invasione dei manuali americani colpì anche l'ultimo allenatore di provincia.

Gli scudetti che ha vinto ne fanno uno dei grandi tra i giocatori e gli allenatori del nostro basket. Ma in questo non è solo: ce ne sono anche altri. è unico invece come antesignano di una battaglia tecnica che portò il basket italiano fuori dal buio; resta unico come maestro dell'analisi del gioco, come conoscitore di ogni più riposta sottigliezza tecnica.

Ho l'onore di aver giocato con lui, e adesso trattenere le lacrime è difficile. Ho l'onore di aver fatto con lui, e con altri, quelle lunghe trasferte notturne che adesso fanno rabbrividire - poverini - i cocchetti dell'era odierna, e che lui ravvivava con l'acutissima analisi quasi una laparatomia, della partita appena conclusa.

Quando l'altra sera mi diedero la ferale notizia, ero con Rubini, un altro che fu (a ben più alto livello) suo compagno. Entrambi restammo impietriti, senza parole. In un lampo, passarono a me davanti ai miei occhi cinquant'anni di basket. Dal niente di allora al "Gervin-McAdoo" di oggi. Vittorio, di questo progresso, è stato di coloro che, come Tracuzzi credettero quando sembrava follia, ed operaro con mente vivida e cuore impavido, in mezzo a difficoltà oggi neanche immaginabili, per affermarlo. Ciao, "Dottuò", ti sia lieve la terra.

ADDIO, GENIO

di Tullio Lauro - Giganti del Basket - 30 Novembre 1986

 

Ci sono cose di cui non si vorrebbe mai dover scrivere. Questa è una di quelle. Vittorio Tracuzzi ci ha lasciati, per sempre. il "Trac" era nato in un'epoca sbagliata, se fosse nato vent'anni più tardi sarebbe stato il personaggio numero uno di oggi. Vittorio Tracuzzi è stato un genio della pallacanestro, da giocatore prima e da allenatore poi.

Insieme a Cesare Rubini ha costruito gran parte della popolarità del basket degli anni '60: concordavano litigate giornalistiche inventando polemiche inesistenti per far parlare i giornali del loro amore comune. è stato l'unico ad allenare sia la squadra nazionale maschile che quella femminile, è stato l'unico ad aver vinto scudetti nel femminile (con la Bernocchi Legnano) e con la maschile (Varese e Bologna). Sempre all'avanguardia, spesso le sue idee che potevano apparire folli all'inizio, hanno costituito il pane di tutti, solo qualche anno più tardi. "La zona 1-3-1 l'ho inventata io in Italia, prima di sapere che in America la usavano già": questa frase è sua, come sue sono le famose "Tracuzzate" quelle idee che gli venivano e che metteva in pratica anche a scapito di risultati immediati.

Se la sorte non ce l'avesse portato via improvvisamente, il suo ruolo giusto sarebbe stato quello di direttore di una scuola di basket italiana, una sorta di Coverciano cestistico, cosa di cui spesso si è parlato, ma mai si è riusciti a concretizzare. Con lui scompare un segmento di storia del basket italiano, un personaggio unico, carico di umanità, inteligenza, voglia di scoprire, insegnare e vivere. Ce lo ricordiamo ancora sulle strade dei tornei estivi una decina di anni fa, quando girava l'Italia in camper e nel camper c'era una motocicletta con la quale si muoveva spericolato per i campi. Un personaggio che Keruac avrebbe amato.

Il basket italiano ha perso una grande intelligenza, una grande carica di umanità, un amico.

 

COSI' MI RICORDO TRACUZZI

di Luigi Parodi - Giganti del Basket - 31 Dicembre 1986

 

Su Tracuzzi che se ne è andato molti hanno scritto, e alcuni molto bene. Mi permetto solo di aggiungere un paio di episodi che, forse, possono aiutare chi non lo ha conosciuto o lo ha conosciuto poco, a capire che razza di tipo era. Era uno degli uomini in campo nella prima partita di basket che ho visto, trentacinque anni fa (17 marzo 1951, Genova, Lido d'Albaro, Francia-Italia 54-53, risultato ufficiale stando al referto: in realtà gli azzurri segnarono un canestro in più che se fosse stato regolarmente registrato dagli ufficiali di gara, ci avrebbe dato la vittoria). Vittorio segnò dieci punti, che non erano poco nel bilancio di una partita dell'epoca. Più di lui segnò solo il grande Sergio Stefanini (20) che piroettava in sospensione facendo decisamente spettacolo. Ma Vittorio Tracuzzi gli rubò per un momento l'attenzione di tutti segnando un canestro incredibile: per conquistare una palla vagante era finito per terra; era seduto e stava rivolto verso il canestro difeso dai francesi, più o meno all'altezza della lunetta. Al primo insinto di passare la palla, faticosamente conquistata, anche perché in quella posizione si sentiva logicamente vulnerabile, seguì una decisione diversa suggerita dal fatto che tutti e quattro i compagni erano accuratamente francobollati dagli avversari. Lui era stato lasciato libero, probabilmente perché in quel momento ritenuto inoffensivo. Così Vittorio, caricò adeguatamente e lasciò partire un tiro che si infilò nella retina tra lo stupore di compagni, avversari, arbitri e pubblico. Non ho mai visto, in trentacinque anni, rifare una cosa simile.

Secondo ricordo. Bologna, campionati nazionali universitari del 1959. Ci presentiamo col CUS Genova senza allenatore (non aveva potuto seguirci per motivi di laovro). Giochiamo la prima partita del girone eliminatorio al mattino in un Palasport semideserto. Prima di cominciare salutiamo Tracuzzi, che allora allenava la Virtus, e, un po' per scherzo e un po' con la segreta speranza di coinvolgerlo davvero, gli chiediamo di venire in panchina a "fare i cambi". La cosa finisce lì, perché intanto gil arbitri chiamano. Alla fine del primo tempo perdiamo. Siamo nello spogliatoio a meditare sui nostri guai quando entra Vittorio Tracuzzi, tira fuori da una tasca un po' di monete, le mette su una panca e spiega: "In difesa schieratevi così e cosà". Insomma, ci adotta. Viene in panchina e ci segue anche nelle altre partite. Ce le fa vincere tutte e ci porta così alla finale dei primi (quattro squadre). A quel punto ci raggiunge il nostro allenatore. Finiamo quarti su quattro senza vincere più una partita. Forse perché Bologna, Roma e Parma erano più forti dinoi. Ma in tutti quelli che giocavano allora nel CUS Genova si insinuò il pensiero che "se ci fosse stato ancora Vittorio in panchina...". Non so gli altri, ma io ne sono convinto ancora adesso.

 

Tracuzzi in panchina nella sua seconda parentesi virtussina assieme a Sacco, Rundo, Regno e Serafini (foto tratta da Giganti del Basket)

VITTORIO TRACUZZI

di Dan Peterson

 

Quando si elencano i nomi delle persone che hanno avuto più impatto sulla Pallacanestro Italiana, il nome di Vittorio Tracuzzi deve essere collocato molto vicino alla testa della classifica. Parliamo, allora, prima delle cifre, nei vari numeri che lui ha messo insieme come allenatore nella Serie A: ha vinto tre scudetti e ben otto volte ha fatto il secondo posto, spesso contro il leggendario Simmenthal Milano, le 'Scarpette Rosse' di coach Cesare Rubini. Infatti, loro duelli, dentro e fuori il campo hanno reso il basket italiano importante, dai trafiletti sulle pagine sportive a titoli a nove colonne. Due veri giganti.

Vittorio Tracuzzi nacque a San Filippo Melanella Sicilia nel 1923. Forse quei due fatti non fanno impressione oggi ma, anni fa, avere un giocatore dalla Sicilia in Serie A era una cosa considerata impossibile. In nazionale? Pazzesco! Non dico che è stato il primo Siciliano in Nazionale perché non lo so. Ma certo uno dei primi. Ha pure giocato 48 partite in maglia azzurra e ha segnato anche 125 punti. Ha anche allenato gli azzurri per due anni, 1952 e 1953. Ma queste cose sono solo il punto dell'iceberg quando si tratta di questo uomo geniale. è stato lui, per l'Italia, ciò che è stato Robert Busnel per la Francia: il primo coach 'moderno'.

Tempo fa, avevo chiesto a Cesare Rubini di parlarmi di Tracuzzi. Disse: "è stato davanti a tutti con le sue idee di come organizzare e condurre un allenamento, forse perché era anche Professore di Educazione Fisica. Aveva questa aria di genio attorno a lui. Stava pensando sempre, a cercare un vantaggio sempre, tutto legale, sia chiaro. Sopra ogni cosa, però, è stato il nostro primo coach ad usare schemi, ad avere una filosofia di gioco, ad usare un 'sistema' in attacco. Oggi, tutto questo è normale. All'inizio degli anni '50, non era normale per niente. Non ci sono dubbi che lui era anni luce davanti a noi altri in questo riguardo. Sì, un vero genio".

Ho parlato anche con il mitico 'Paròn' Tonino Zorzi, che ha giocato per Tracuzzi a Varese. Disse: "Tracuzzi ha fatto tutto prima degli altri allenatori, pure i più grandi, come Rubini. Un esempio: Era il primo avere un triplo blocco per il tiratore su una rimessa laterale. Lo so perché ero io quel tiratore! Era il primo a ruotare tutti i 10 giocatori. Era il primo a organizzare la difesa. Ci diceva di aprirci come un 'girasole' per vedere uomo-palla-canestro. Chi parla così? Nessuno! Era anche un mago per quanto riguardava l'insegnamento e lo sviluppo dei giovani, e non aveva paura di lanciarli. Sentiamo la sua influenza ancor'oggi".

Per la cronaca, ha vinto scudetti con la Virtus Bologna nel 1955 e 1956, con Varese nel 1964. Ha fatto quegli otto secondi posti con Varese nel 1949 e nel 1950; con la Virtus Bologna nel 1957, 1958, 1959 e 1960; con Varese ancora nel 1965 e nel 1967. Ha pure pilotato la Pallacanestro Milano - la mitica All'Onestà - al terzo posto nel 1970. Insomma, era un coach sempreverde, un allenatore per tutte le stagioni. Un rammarico (fra tanti) che ho come ex-coach è di non avere mai allenato contro di lui. Avrei certamente perso ma sarebbe stato un onore misurarmi contro una leggenda, un gigante come lui.

 

Tratto dalla Gazzetta del Sud del 23/10/06

 

Sono trascorsi vent'anni dalla scomparsa di Vittorio Tracuzzi, il "mitico" allenatore della nazionale di pallacanestro e di tante gloriose squadre di club (Virtus Bologna, Varese, Cantù, Viola Reggio Calabria e Cestistica Messina) morto il 21/10/86 al Centro traumatologico dell'ospedale "Rizzoli" di Bologna a seguito di un intervento alla colonna vertebrale per i postumi di un incidente automobilistico. Un uomo che ha cambiato il volto di questo sport nel nostro paese e che per questo viene ancora ricordato con commozione dall'intero movimento.

Nato nel gennaio del 1923 a S. Filippo del Mela (Me) e dopo aver giocato a Roma sotto Giancarlo Primo, diventò a soli 29 anni allenatore della Nazionale nella quale aveva giocato 48 gare, partecipando alle Olimpiadi del 1948. Guidò gli azzurri anche agli europei del 1959, poi tornò ad allenare le squadre di club consolidando la sua reputazione di miglior allenatore d'Europa insieme ad Asa Nikolic. Sulla panchina dell'Ignis Varese vinse 2 scudetti, rompendo l'egemonia della Simmenthal Milano di Cesare Rubini, e la prima edizione della Coppa delle Coppe nel 1967.

Ma la straordinaria lezione di Vittorio Tracuzzi può essere condensata in due aspetti: l'incredibile modernità della sua visione del basket e il suo amore per l'insegnamento, per i giovani il cui entusiasmo e la cui voglia di apprendere valevano per il "professore" più della vittoria di una Coppa dei campioni. Tanto che pur schivo e poco propenso ad apparire, divenne ugualmente un personaggio.
 

IL MORO

Tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Bologna non si rassegna. Il Bologna calcio galleggia, ma non veleggia. Un quarto posto con il madornale Gipo Viani in plancia, ma anche tanti brividi, tante salvezze all'ultimissimo tuffo. Il Borolimpia sta vincendo un po' troppo. Dopo il gran poker virtussino, una scala reale per i milanesi, cinque scudetti in fila con la Virtus sempre lì a battagliare invano. La città di Bologna ha i suoi splendori. Si sogna Gershwin (oh, l'Americano a Parigi…), si suona con la Magistratus Jazz band, dalle colonne del Carlino il professor Spadolini inneggia al quadripartito del tempo e i giovani vanno a danzare al Garden di Porta Zamboni e sono ore strappate agli studi, ore vissute nel languido cheek to cheek. La Virtus cede al divenire della storia. Per la prima volta contrae un abbinamento commerciale e accanto alla Vu nera compare il marchio delle Officine Minganti. I nipoti della titolare dell'azienda - la signora Gilberta - sono Lello Zambonelli e Franco Gabrielli, virtussini indefettibili. Si diceva e si scriveva che a Bologna in alto semper stabat Virtus, ma la presenza di un Gira tentacolare fa sgretolare il concetto perché dietro al Borletti si piazza appunto il Gira e la Virtus e terza e nulla più.

Achille Canna e Nino Calebotta sono i nuovi profeti deputati a far lievitare quella Vu come ai tempi belli. Achille Canna viene da Gradisca. Cala a Bologna all'età di vent'anni e con notevoli carte di credito. Fonda subito con Vittorio Tracuzzi un sodalizio nutrito di grande amicizia e di solidissimo affetto. è un siluro di Formula Uno, quando è lanciato chi lo ferma più? Achille si ferma a Bologna una vita. Al suo terzo anno di milizia virtussina conquista il suo primo scudetto, il primo dei sei-scudetti-sei dell'uomo Canna. Già, il giocatore Canna lascia la Virtus nel '61 a soli ventinove anni e praticamente lascia il basket più vero anche se per un attimo fa un po' di partite con la maglia del Gira. Dopodiché Achille faàr tutta la trafila Virtus, appunto giocatore e dirigente. Due scudetti come giocatore, tre come presidente di sezione e uno come general manager. E altra roba bellissima per soprammercato, leggi un quarto posto alle Olimpiadi romane e una sessantina di gettoni azzurri.

“Se devo proprio dire la verità - racconta Achille - il primo scudetto fu bellissimo perché mai avevo vinto una cosa del genere. Bellissimo il primo e bellissimo anche quest'ultimo qui perché cos spasimato e sofferto… perché smisi di giocare tanto presto? Perché un grave infortunio che avevo subito non si era mai del tutto riassorbito e anche perché io non ero un tiratore, io ero uno che entrava e che sfruttava il fattore fisico. Guizzavo nelle difese, ci sguazzavo dentro… a un certo punto capii che bisognava anche avere molta tecnica e soprattutto tecnica di tiro. Cominciai leggermente a declinare e ne soffrivo al punto che dissi basta. Qualche anno di pausa e poi fui recuperato nei quadri della società. Ricominciò per me una stupenda avventura che dura ancor oggi. Sei scudetti sono tanti? Sì, ma io avrei ancora voglia di vincerne altri…”.

Nino Calebotta viene da Milano, ma cala da molto lontano. Pare discenda dal Re d'Albania. Il suo cognome deriverebbe da “Colbot”, un nobile macedone. Nino misura metri due e zero quattro, una roba che a Bologna non si era mai vista. Lo chiamano “filuccone”, “pertica” e altre belle robe ancora. Come cifra d'ingaggio la Virtus gli regala una Lambretta. Nino ha l'uncino che uccide. Prende palla sotto canestro e chi è in grado di mettergli la sordina?

E poi quell'anima nera, lo spiritatissimo Moro di Messina. Si chiama Vittorio Tracuzzi, ha una lingua che taglierebbe a fette una muraglia. Ha gli occhi fiammeggianti, un torace villosissimo che fa sdilinquire signore bene o meno bene. Ha una solida carriera alle spalle e anche lui piomba a Bologna per far rinverdire eccetera. La Virtus di Tracuzzi si mette a fare una zona “1-3-1” che precorre con trent'anni di anticipo quella di Peterson e della sua Simac. Il Borletti nell'anno di grazia '55 non va. Si piazza al terzo posto e vince la Virtusminganti allo spasimo perché la sconfitta di Pesaro nell'ultima partita è compensata da quella della Triestina in Sala Borsa a cospetto del Gira.

Vittorio Tracuzzi viene regolarmente stipendiato. Circa settantamila al mese, poi discretamente arrotondate a seguito del suo primo scudetto. E intanto Nino Calebotta in una gara sola mette a segno qualcosa come 59 punti tutti d'un fiato e Achille Canna sfreccia per ogni dove e un certo Mario Alesini da Varese deve stare a guardare i nuovi compagni perché non ha ancora il nulla-osta per giocare e la ferma è appunto di un anno. Con il Moro a dettare il verbo si vince sempre, questo è lo slogan. Si vince quando si può. E comunque si vince anche l'anno dopo e si vince in carrozza (11 punti di vantaggio sul Borletti!) e la città di Bologna celebra nell'anno cinquantasei i suoi fasti perché al quarto posto c'è il Gira di Silvio Lucev e al settimo c'è il Motomorini di Renzo Ranuzzi, ma sì proprio lui che a trent'anni già fatti continua a saltabeccare con voluttà.

Vittorio il Moro ha un po' corretto la zona. Si fa prevalentemente la “3-2” e in quella chiave Germano Gambini porta palla avanti, Canna e Alesini mettono insieme combinazioni volanti da capogiro, Calebotta completa l'opera laddove c'è il fuoco vivo e gli altri (Negroni, Rizzi, Battilani, Borghi e Randi) raramente sbagliano un colpo. è l'addio alla Sala Borsa, è la felice trasmigrazione nel tempio, è l'approdo al Palasport che viene finalmente ultimato in zona S. Felice, precisamente in piazza Azzarita.

Nel settembre del cinquantasei la Virtus si fregia del suo sesto sigillo e lo esibisce al Madison. Già, per gli addetti ai lavori quell'impianto sempre così perfettibile e godibile diventa d'acchito il nostro Madison, di noi del basket, di noi eterni predatori del sogno americano.

Tracuzzi durante un time-out durante la sua ultima stagione virtussina, conclusasi con l'esonero dopo quattro giornate (foto tratta da Giganti del Basket)

VITTORIO TRACUZZI, CUORE DA ZINGARO

di Nunzio Spina - www.basketcatanese.it - 05/03/2012

 

Quel telegramma arrivò quando ormai non l’aspettava più. Ma gli cambiò la vita. Era firmato «Federazione Italiana Pallacanestro»: lo invitava a presentarsi a Roma per un raduno della Nazionale giovanile, già in corso nella palestra di Montesacro. Aveva 16 anni, Vittorio Tracuzzi. A San Filippo del Mela in provincia di Messina, il paesino ai piedi dei Peloritani dove era nato il 2 gennaio del 1923, smaniava con un pallone di basket in mano, da solo o con i pochi amici che condividevano quella passione da avventurieri. Lo aveva notato un certo Longhi, allenatore triestino in giro di perlustrazione per tutta l’Italia isole comprese, il quale si meravigliò di non vedere il ragazzino siciliano tra i convocati. Un telegramma supplementare pose rimedio a quella «dimenticanza», e per Tracuzzi fu il biglietto di viaggio verso la notorietà.

Era l’anno 1939. Il regime fascista non si era ancora macchiato degli errori e degli orrori della guerra mondiale. Vittorio apparteneva alla classe degli «avanguardisti»; con fierezza (o con opportunismo, chissà) decise di presentarsi a quel raduno in divisa di ordinanza, quella che si era soliti indossare il sabato: pantaloni alla zuava legati alla caviglia e giacca di tipo militare, tutto in grigio verde, con un maglione nero che si affacciava sul collo. Pare che le misure non fossero proprio adatte, l’uniforme gli tirava un po’ da tutte le parti, il che contribuì a rendere ancora più grottesca la sua apparizione in quella palestra.

Aldo Giordani, storico telecronista del basket italiano, fu testimone dell’episodio e così lo ha tramandato nei suoi racconti: «Un pomeriggio, mentre stavamo giocando, nella piccola porta d’entrata della palestra si stagliò una figura che in controluce ci apparve completamente nera. Era Vittorio Tracuzzi. Aveva raggiunto Roma sui treni a carbone dell’epoca, e la fuliggine aveva ancor più annerito la sua carnagione già naturalmente scura…». Nel vederlo poi in scarpette e pantaloncini – lui così moro e peloso – qualcuno esclamò sottovoce: «Ma chi è ‘sta macchietta?»… Oltre a Giordani, tra quei giovani cestisti, c’erano Sergio Stefanini (destinato a diventare una gloria della Nazionale), Lello Morbelli (un grande futuro da dirigente) e un ancora sconosciuto Vittorio Gassman, prima che il cinema e il teatro lo consacrassero come uno dei migliori attori di tutti i tempi. La battuta della «macchietta» da quale bocca poteva uscire se non dalla sua?

Su quel treno a carbone, Tracuzzi aveva viaggiato tutta la notte e il mattino seguente. Non badò alla stanchezza, e neanche agli sguardi diffidenti dei nuovi compagni. «Adesso vi faccio vedere chi sono!» – pensò – e si mise subito all’opera. Continuò a stupirli, ma stavolta per le sue doti da cestista, che erano davvero eccezionali, addirittura impensabili per uno venuto dal profondo Sud. In gran parte si era costruito da solo, assecondando la sua mania e la sua irruenza giovanile; aveva però avuto anche la fortuna di incontrare a Palermo tale Christy, professionista americano che era riuscito in qualche modo a purificarlo, dandogli i rudimentali insegnamenti di tecnica individuale.

La guerra giunse presto a smorzare i primi entusiasmi, ma quel raduno romano aveva lasciato le porte aperte per il suo grande ritorno. Intanto c’erano da affrontare anni difficili per tutti; lui riuscì a coltivare in silenzio la sua passione per il basket, cercando di intuirlo più che di conoscerlo, di scoprirne tutti i segreti senza avere la possibilità di praticarlo come avrebbe voluto. Lo sbarco degli Alleati, in tal senso, fu un’occasione unica di apprendimento. Studiava e sognava. All’orizzonte del suo sguardo, da San Filippo del Mela, apparivano spesso le suggestive sagome delle Isole Eolie; in quello della sua immaginazione – che si spingeva ben oltre – c’erano campi di gioco, tribune affollate da spettatori, successo! L’attesa finì nel ’47, quando Tracuzzi approdò nuovamente nella capitale, accolto da quella che fu la sua prima vera squadra di club, la Ginnastica Roma. Vi militavano, tra gli altri, anche Giancarlo Primo e Carlo Cerioni, poi tecnici nelle Nazionali maschile e femminile.

Fu l’inizio della sua avventura da giocatore. In campo aveva tanta grinta e altrettanta fantasia; si buttava nella mischia, sfruttava al massimo velocità e potenza di gambe, con le sue doti atletiche cercava di sopperire ai limiti fisici; anche la tecnica individuale non gli faceva difetto, anzi. Nel suo repertorio c’era un numero spettacolare, che entusiasmava il pubblico e umiliava gli avversari: l’entrata acrobatica a canestro cosiddetta «a elica» (quindi con un avvitamento su se stesso, proviamo a immaginare). Tracuzzi si faceva notare in una squadra che, già di per sé, attirava molte attenzioni, perché fu la prima in Italia a giocare con sistemi americani, quelli che l’allenatore Francesco Ferrero aveva appreso – nientemeno – nella sua lunga prigionia in India.

In quei tempi l’attività agonistica stentava ancora a riprendere. Si disputavano gironi a suddivisioni geografiche; sfide amichevoli e tornei finivano col suscitare maggiore interesse. Così avvenne per il trofeo Mairano (dal nome del primo presidente FIP del dopoguerra, Aldo Mairano), che si disputò a Milano nel ’47: fu la vetrina più degna per questa sorprendente compagine romana che esibiva cose mai viste prima (tra blocchi e mezza ruota), sotto gli occhi, peraltro, del neo commissario tecnico della Nazionale, lo statunitense Van Zandt.

Vittorio Tracuzzi, in realtà, aveva già esordito in maglia azzurra agli Europei di Praga, nell’aprile dello stesso anno (Italia-Albania: 60-15, poi un deludente nono posto). Subito promosso titolare, e poi capitano, aveva anche qui bruciato le tappe, come se la sorte avesse voluto fargli recuperare un po’ di quel tempo portato via dalla guerra, negli anni migliori della giovinezza. Con l’avvento di Van Zandt, poi, il suo ruolo in azzurro divenne quello di un vero protagonista. Il 9 gennaio del ’48 l’Italia si presentava a Parigi per una sfida con i padroni di casa della Francia: strabattuti in partenza (perché altrimenti non era pronosticabile, visti i precedenti), Tracuzzi e compagnia riuscirono a conquistare una vittoria ai supplementari che restò memorabile. Tra alti e bassi si arrivò ai giochi olimpici di Londra, nell’estate dello stesso anno: stavolta fu coinvolto nel naufragio di un misero diciassettesimo posto, ma volete mettere la gloria di avere partecipato a una Olimpiade?

Come giocatore aveva già raggiunto la meta dei suoi sogni. Ben presto, però, la Ginnastica Roma (che pure si era classificata seconda nel campionato del ’48) gli rimase un po’ stretta, di ambizioni e probabilmente anche di qualcosa di più materiale. Spiccò un altro volo e arrivò a Varese, proprio quando si cominciarono a piantare le radici di quello che sarebbe stato il mito della grande Ignis. C’erano anche Carlo Cerioni, Tonino Zorzi, Mario Alesini, Giancarlo Gualco (nomi storici). Solo che lui non era come gli altri: sapeva di basket, non si limitava a giocarlo; analizzava i fondamentali, escogitava schemi. Lo vollero proprio per questo, per potergli affidare il doppio incarico di giocatore e di allenatore. In campo con gli altri, e al di sopra degli altri: la sua voglia di emergere, di rubare la scena, veniva così largamente appagata.

Da qui in poi, per un po’ di anni, attività e luoghi si accavallano freneticamente nel suo curriculum. Si fa davvero fatica a star dietro a numeri, date e risultati; figuriamoci stargli fisicamente dietro allora. Proviamo ad andare con ordine. Sei anni a Varese: gioca e allena, arrivano sempre buoni piazzamenti. Mentre è in Lombardia, trova anche il tempo di guidare una squadra femminile, la Bernocchi Legnano, che porta alla conquista dello scudetto nel ’54, così tanto per gradire… Intanto, in Nazionale lo si ritrova fino al marzo del ’52 (totalizza 48 presenze); va e torna dopo solo quattro mesi, stavolta nella veste di allenatore, compito che gli viene affidato dal neo presidente federale Decio Scuri, in un periodo di grande turbolenza e instabilità (dopo Van Zandt, si erano succeduti tre diversi incarichi nel giro di appena 6 mesi). Un record lo incamera subito: a 29 anni è, e resterà, il più giovane allenatore della Nazionale. Per il resto, risultati altalenanti, tra una eliminazione alle qualificazioni olimpiche di Helsinki ’52 (ad opera dell’Egitto del prof. Paratore), un settimo posto niente male agli Europei di Mosca ’53 e qualche buon torneo in giro. È lui che a un certo punto abbandona l’incarico, perché l’azzurro sarà anche un bel colore, ma di soldini se ne prendono pochi, e si rischia di restare al verde… Così si lascia sedurre dalle richieste di Bologna, dove la Virtus un mito lo è già diventata (con i 4 scudetti dell’immediato dopoguerra), ma da cinque anni vede trionfare la Borletti Milano e ora ha bisogno di un condottiero che la trascini alla riscossa. È la stagione ’54-’55: comincia un altro, esaltante, capitolo della sua carriera. Ce ne saranno ancora tanti, e non siamo che agli inizi di una lunga storia, che lo vedrà come uno zingaro in giro per l’Italia…

La personalità di Vittorio Tracuzzi, frattanto, si era bell’e che formata. Come giocatore era spigoloso, imprevedibile, sfrontato; come allenatore, pure… Sapeva anche rendersi antipatico, quando lo voleva (e pare che lo volesse spesso). Intransigente per natura, aveva teorie da seguire e princìpi da rispettare: non li sconfessava neanche in quei momenti in cui – agli occhi di tutti – potevano apparire poco convenienti. Si irrigidiva sulle sue posizioni, e allora poteva capitare che si ribellasse anche a uno come Van Zandt (ebbe il coraggio di scrivere una lettera in Federazione chiedendo di non essere più convocato in Nazionale) o di chiudere porte in faccia ad atleti di spicco, che non stavano alle sue regole. Nel doppio ruolo di allenatore e giocatore doveva proprio trovarsi a suo agio: lì, almeno, se la cantava e se la suonava!

Tutto nasceva, in fondo, dal suo profondo amore per il basket: disciplina sportiva, non un giochino fatto di espedienti (come in molti allora lo interpretavano); una scienza da studiare, innanzitutto, e poi da applicare sul campo. In questo lui era avanti rispetto agli altri: lo ammisero tutti; in ritardo, ma lo ammisero. Tracuzzi predicava tecnica, geometria, velocità, obbligo di reazione rapida: a quei tempi non erano cose ovvie. Negli allenamenti non bisognava inventare nulla; se mai in partita, ma quello doveva essere estro, non stravaganza. Sentite un po’ cosa sosteneva su un articolo scritto di suo pugno in una rivista specializzata dell’epoca, nell’anno 1951: «La pallacanestro va giocata in cinque ed appunto per questo è necessario poter legare le cinque teste nella media più risultante e confacente alle mentalità. La pratica dei fondamentali deve essere applicata in percentuale forte in tutte le sedute di allenamento; gli esercizi debbono essere molti e interessanti per il buon rendimento dell’allievo e soprattutto per non dargli il tempo di pensare o riflettere troppo. E per non fare pensare è necessario un ritmo sostenuto, intenso, e la non possibilità di dedicarsi ad altro o volontariamente modificare un movimento. Ma se l’atleta non deve pensare, come otterrà l’applicazione? Si fa pensare e ragionare l’allievo con la sua mentalità senza che lui se ne avveda. Il suo pensare lo deve portare alla meccanicità del movimento e così l’applicazione dell’insegnamento sarà la derivante del volere dell’istruttore con la mente dell’allievo…».

Ne aveva tante di filosofie come questa. Geniale a suo modo; quindi, spesso incompreso!

Era nato per fare il vagabondo, per inseguire il suo istinto e le sue convinzioni, dovunque lo portassero. Dal basket si era lasciato prendere in maniera totale: sedotto nella sua Sicilia, tra le colline natie di San Filippo del Mela, era stato facilmente trascinato verso palcoscenici importanti, da Roma a Varese, dalla Nazionale azzurra alle Olimpiadi. Giocatore o allenatore; o entrambe le cose. In quegli anni che fecero seguito alla fine della guerra, anche nello sport bisognava cercare di adattarsi a tutto.

Quando mise piede a Bologna, a 31 anni, Vittorio Tracuzzi era ancora nel pieno del fervore agonistico. Vi era arrivato nel ’54, col suo bagaglio carico di idee e di buoni propositi, atteso da una società e da una tifoseria, quelle della Virtus, che avevano scommesso su di lui per tornare in alto. Non li deluse! Le «V nere» rivinsero subito lo scudetto, e la stagione successiva l’impresa riuscì nuovamente.

Fu un momento magico per lui, la rincorsa verso il successo pieno aveva toccato l’apice. In campo e in panchina Vittorio riusciva a spadroneggiare: il muso duro, le urla in campo, le tattiche da stratega. Aveva in squadra un gigante di 2 e 04, Nino Calebotta – trasformato da pertica in discreto cestista –, al quale affidava spesso la finalizzazione del gioco sotto canestro. C’era anche la coppia Mario Alesini-Achille Canna, che tramutava in oro un semplice schema di gioco offensivo tanto caro a Tracuzzi: il contropiede! In difesa, poi, un’invenzione enigmatica per quei tempi, la «zona 1-3-1», aveva disorientato anche gli avversari più esperti. Pensare che Dan Peterson, origini e scuola statunitensi, l’avrebbe riscoperta trent’anni dopo come «arma segreta» per la sua lunga serie di vittorie sulla panchina di Milano…

La Virtus aveva per la prima volta ceduto alle lusinghe della sponsorizzazione (c’era scritto «Minganti» sulle maglie, il nome di un’officina meccanica) e così qualche spicciolo in più da spendere lo aveva trovato. Tracuzzi veniva stipendiato più degli altri allenatori in giro. Solo che, con le 70.000 lire mensili che gli metteva in mano il presidente, faceva già fatica a mantenersi: doveva per forza arrotondare con l’insegnamento a scuola (era professore di Educazione Fisica), la moglie Merina era costretta a fare altrettanto. Quando arrivò il vero professionismo nel basket, lui si era già lasciato alle spalle tutte le esperienze di alto livello che avrebbero potuto arricchirlo.

Non fu mai, del resto, un grande speculatore del suo talento. E non solo dal punto vista economico. Ogni tanto sprecava anche occasioni per guadagnare gloria. Come quella volta che mancò clamorosamente il terzo scudetto consecutivo a favore di Bologna: nella partita clou contro la Simmenthal, a Milano, con quattordici punti di vantaggio a pochi minuti dalla fine, mise fuori tre giocatori del quintetto, favorendo così la rimonta degli avversari, poi vittoriosi al supplementare. Pare che volesse fare uno smacco al suo acerrimo avversario Cesare Rubini, oppure dimostrare chissà quale sua teoria… Fu allora che nacque il detto delle «tracuzzate», per dire di certe sue decisioni improvvise e astruse, diciamo fuori dalla logica comune; un’etichetta che gli restò poco simpaticamente addosso, anche perché nessuno la tirava fuori quando, al contrario, accadeva che le «tracuzzate» sortissero un risultato positivo.

La Virtus, in fondo, gliela perdonò quella follia. Altrimenti non lo avrebbe tenuto ancora là come allenatore per altre tre stagioni (come giocatore aveva intanto lasciato perdere). Arrivò sempre seconda in campionato, alle spalle della Simmenthal: una maledizione, secondo i pessimisti, oppure la conferma di essere comunque una grande squadra, secondo altro punto di vista. Nel frattempo, il marchio commerciale accanto al simbolo della «V» era cambiato in «Oransoda», e dalla «Sala Borsa» (elegante galleria del centro storico adibita a campo di basket) ci si era trasferiti al Palazzo dello Sport di Piazza Azzarita, poi ribattezzato «PalaDozza». Tracuzzi ebbe l’onore di inaugurarlo quel famoso parquet.

Fu proprio l’Oransoda, anzi il gruppo industriale che le stava dietro, a decidere le sorti del Professore negli anni successivi. La famiglia Casella se lo portò a Cantù, «piazzetta» emergente del basket italiano, dove gli affidò la panchina della squadra locale, che sponsorizzava un altro marchio di casa, l’acqua «Levissima». Due stagioni, due quarti posti in serie A, alle spalle delle grandi, il massimo che gli si potesse chiedere. Però Varese, là a pochi chilometri, non poteva permettersi di lasciare in provincia un allenatore come lui. Lo richiamò e si avviò a un’altra lunga serie di successi: lo scudetto dopo un anno (’63-’64); cinque secondi posti (sempre dietro Milano); poi la conquista della Coppa delle Coppe, nel ’67 (primo alloro europeo della società). Aveva di che andar fiero Tracuzzi, e invece un giorno confessò di avere fatto un grosso sbaglio a lasciare il clima sereno di Cantù per accettare le proposte allettanti dell’Ignis, dove l’ambiente un po’ lo opprimeva e dove gli toccava anche litigare col patron Borghi. Ormai sappiamo come era fatto: disposto a qualsiasi rinuncia pur di imporre il suo modo di pensare; tolleranza poca, compromessi zero!

Finirono col pesargli anche quegli anni luminosi di Varese. E allora via per altri lidi: una breve parentesi in Sardegna, a Cagliari, quasi per disintossicarsi; poi due stagioni a Milano, con la seconda squadra della città, la «Pallacanestro All’Onestà»; altre due a Bologna, ancora con la Virtus, ora sponsorizzata «Norda». Non era più tempo di trionfi, non c’erano neanche le condizioni; ma nella élite del massimo campionato Tracuzzi si muoveva sempre a suo piacimento, chiamato e richiamato ogni qual volta c’era bisogno di una guida tecnica affidabile. Solo che i risultati sul campo non sempre erano in linea con le pretese delle società, e più lui si ostinava a inseguire le sue idee, più restava isolato e incompreso. Conobbe così anche l’onta dell’esonero, prima a Milano e poi a Bologna: il che, probabilmente, lo infastidì solo per il fatto di non essere stato lui a decidere di togliere il disturbo. Non erano queste le cose che potevano deprimerlo – visto il personaggio che era – però capì che qualcosa era cambiato in quel mondo cestistico, e che per sopravvivere a certi livelli avrebbe dovuto cambiare anche lui. Non lo fece, a costo di andare ad allenare in serie C…

La primavera del 1972 segnò una svolta decisiva nella sua carriera. Bologna gli aveva appena dato il benservito, quando dal Monferrato, terra piemontese generosa di vini e tartufo, sentì arrivare un timido cinguettio di richiesta: la «Junior Casale», piccola società di serie C con un bel vivaio da coltivare, lo invitò a tenere uno stage di due mesi, male che andava avrebbe risposto che la cosa non lo interessava… A fare e disfare le valigie Tracuzzi non solo era abituato, forse ci prendeva anche gusto. Andò, lo accolsero a braccia aperte, trovò l’ambiente ideale per la sua concezione di basket, fatto di insegnamento, di lavoro in palestra, di giovani da lanciare. Non vi restò due mesi, ma quattro anni, guidando poi la prima squadra in Serie B, un’esperienza che lasciò il segno e che lo gratificò come lui voleva. Qualcuno cercò di riportarlo nel grande giro, ma al richiamo di certe sirene le sue orecchie erano ormai diventate insensibili.

Aveva trovato una sua nuova dimensione. Schivo come sempre, ma non più in lotta con se stesso e con gli altri, se ne stava tranquillamente lontano dalle luci della ribalta, che ultimamente lo avevano un po’ accecato. A poco a poco era venuto fuori anche il lato buono del suo carattere, o forse erano le persone che gli stavano attorno in quel momento ad apprezzarlo di più: dietro quella faccia da burbero e quell’atteggiamento in apparenza scontroso, si scopriva un uomo generoso, socievole, dotato anche di una vasta cultura (di quella scientifica in particolare, avendo mancato di poco, tra l’altro, una laurea in Medicina). Quanto alle sue ambizioni di allenatore, il messaggio era ormai chiaro per tutti: velleità non ne aveva e non ne accettava dagli altri; si accontentava di poco, purché lo lasciassero fare.

Questo fu il Tracuzzi che un bel giorno decise – zingaro per zingaro – di riaccasarsi nella sua Sicilia. Fissò la residenza sua e della sua famiglia a Messina, e da lì ripartì un altro capitolo della sua avventura, senza che mai fosse rimasto inattivo una sola stagione. La «Cestistica» Messina prima, poi una puntata al di là dello Stretto con la «Viola» Reggio Calabria, per tornare ancora più a Sud, a Ragusa, con la «Virtus». Tutti campionati di serie B, senza grandi aspettative e senza risultati clamorosi (a Reggio ci scappò anche un altro esonero); ma il Professore non era uno dei tanti di passaggio, lasciava comunque la sua impronta, grazie a lui molti giocatori trovarono la loro definitiva affermazione. Lo si ritrovava sempre in giro, a quei tempi: il borsello sulla spalla, la sigaretta in mano, faceva da spettatore anche a partite di campionati giovanili, e ogni tanto lo vedevi annotare qualcosa nel suo taccuino. Cupo in volto, riservato, imperscrutabile: ma queste erano le apparenze!

Possibile che uno come Tracuzzi, che il basket in Italia aveva praticamente contribuito a farlo nascere, e che continuava a professarlo con tanta passione, dovesse restare così emarginato? Possibile che la Federazione si fosse dimenticato di lui? Lo riconvocarono in «azzurro»: tutti d’accordo, il presidente conterraneo Enrico Vinci, il suo vecchio avversario-amico Cesare Rubini, lo stesso allenatore della Nazionale Sandro Gamba, che lo aveva sempre considerato «un maestro». C’erano programmi, collaborazione, persone valide e stimate alle quali rendere conto del proprio operato: per cui si fece convincere.

Cominciò dalle Nazionali giovanili maschili, pane per i suoi denti: ragazzi da selezionare, da seguire e da promuovere, era questo che continuava a interessarlo, che lo entusiasmava più di chissà quale vittoria sul campo. Poi il passaggio al settore femminile, alla guida della Nazionale dall’81 all’85, con dignitose partecipazioni agli Europei, tra cui un quinto posto a Budapest. Ci sapeva fare anche con le ragazze, non è vero che avesse preclusioni nei loro confronti: sappiamo che uno dei suoi quattro scudetti in bacheca era quello conquistato con la Bernocchi Legnano; addirittura nel lontano ’48 aveva anche allenato a Roma una squadra femminile di serie B. Pur ammettendo che le differenze fisiche tra i due sessi non potevano portare agli stessi gesti atletici, diede una sua impostazione rigorosa, sostenendo che sul piano tecnico il basket era uno, e uno solo!

Dopo i 60 anni, la sua voglia di lavorare in palestra e di misurarsi sul campo non si era per niente affievolita. Continuava a sprigionare energia anche con la sua innata mania di girovagare solitario, magari su una roulotte o su una vespa. Neanche un brutto incidente stradale era riuscito a sbarrargli la strada, ma fu quello a segnare poi il suo triste destino. Aveva riportato una lesione, e a distanza di un po’ di tempo decise di porvi rimedio sottoponendosi a un intervento chirurgico all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna: la morte arrivò qualche giorno dopo, senza bussare alla porta, con la più imprevedibile e la più fulminea delle complicazioni, l’embolia polmonare. Era il 21 ottobre del 1986. Per l’ennesima volta (e purtroppo l’ultima) Tracuzzi aveva colto tutti di sorpresa!

 

Dicembre 2009. La Commissione degli Onori, organo della Federazione Italiana Pallacanestro, decide di far entrare Vittorio Tracuzzi nella «Hall of Fame», assegnandogli un premio «alla memoria».

Tra i tanti personaggi che dal 2006 a oggi sono entrati in questa prestigiosa galleria, Tracuzzi si ritroverà in compagnia di: Cesare Rubini, Sandro Gamba, Enrico Vinci, Aldo Giordani, Giancarlo Primo, Carmine Paratore, Dado Lombardi (suo giocatore a Bologna), Ottorino Flaborea (suo giocatore a Varese e a Casale).

Gli altri premiati di questa edizione sono: Giovanni Gavagnin, Giuseppe Brumatti, Giulio Jellini e Nicoletta Persi (per la categoria atleti), Arnaldo Taurisano (allenatore), Vittorio Fiorito (arbitro), Gianni Corsolini («una vita per il basket»), Adolfo Bogoncelli («alla memoria»).

Al nome di Tracuzzi sono già stati intitolati il campionato nazionale juniores femminile e un Palazzetto dello Sport a Messina.