ALBERTO BUCCI

(allenatore)

Alberto Bucci ai tempi della sua prima parentesi virtussina (foto Giganti del Basket)

nato a: Bologna

il: 25/05/48

Stagioni in Virtus: 1983/84 - 1984/85 - 1993/94 - 1994/95 - 1995/96 - 1996/97 - 2004/05

statistiche individuali

biografia su wikipedia.it

palmares individuale in Virtus: 3 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 SuperCoppa

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A MOSCA, A MOSCA

di Enrico Campana - Giganti del Basket - Marzo 1984

 

Valerio Bianchini non verrà ricordato dai posteri solamente per aver ricostruito Cantù, fatto della Brianza la capitale europea o per aver sedotto, con le sue arti magiche, la sonnolenta Roma. Gli si dovrà dare merito di aver fatto entrare sul campo di basket anche filosofi, drammaturghi, scrittori, poeti. Da Sarte a Proust, da Benedetto Croce a Cecov. Del grande drammaturgo russo cita spesso l'opera "Le tre sorelle" rappresentata da compagnie di teatro famose una delle quali offrì una parte anche a sua moglie Marina, attrice di teatro e doppiatrice impegnata in questo momento a fare bambini.

La mano di Cecov era ormai stanca, ma la sua mente ancora lucida quando scrisse di getto questa storia in cui tre sorelle di provincia, Olga, Irina e Mascia, sognano di lasciare la provincia e il fratello "A Mosca! A Mosca!", ripetono più volte svegliandosi di soprassalto nella notte o guardando il guizzare delle fiamme del focolare dentro il quale vorrebbero bruciare la loro vita piatta di maestra, impiegata postale e studentessa ormai stagionata.

"A Mosca! A Mosca!2, ha ripetuto più volte Bianchini facendo il verso alle tre sorelle della pallacanestro Bucci, De Sisti e Mangano. Alberto Bucci, Mario De Sisti e Massimo Mangano sono come Olga, Irina e Mascia: sentono che la provincia li soffoca, hanno ambizioni segrete, vogliono andare a tutti i costi in città dove potranno smacchiare il peccato originale della provincia, essere finalmente qualcuno in mezzo a una grande platea.

Olga-Bucci a Mosca c'è già arrivata. Fabriano, la piccola Fabriano calata fra le colline marchigiane, gli aveva tolto pian piano quell'entusiasmo e quello slancio col quale si è presentato a Mosca-Bologna.

"C'è questa sorella - spiega Bianchini - che per andare a Mosca ne ha fatte di tutti i colori, delle tre è sicuramente la più coraggiosa ma anche la spregiudicata". Forse Bianchini accenna al fatto di una parola spesa da Bucci con Cantù e non mantenuta, di fronte alla chiamata di Mosca-Bologna?

"Per qualcun altro invece - aggiunge Bianchini - Mosca è rimasto un sogno. De Sisti e Mangano non stati fra i primi a firmare, hanno rinunciato subito in partenza a una grossa società per la quale, ripeto, bisogna essere un po' spregiudicati".

Olga-Bucci, una volta arrivata a Mosca-Bologna, ha fatto subito parlare di sé cavalcando la tigre Granarolo come un vero domatore da circo. "è andato a Mosca - sorride Bianchini - con la forza e la capacità di una brava padrona di casa. La sua bravura? Ha saputo imporre le regole che applicava in provincia. La cosa meravigliosa, stupefacente, è che i riottosi cavalli di razza hanno accettato di entrare in questo sistema. Tutti sappiamo quanto la Sinudyne fosse stata protagonista di scelleratezze, partiva in maniera sciagurata però arrivava sempre a fare la finale". Dicono che in Italia il successo sia una colpa. Bucci ha dato alla Granarolo lo slancio per guidare la classifica, come non era mai accaduto, ma non gli sono state risparmiate le critiche, sintetizzate in quattro capi d'imputazione: 1) ha imborghesito troppo la squadra, 2) tecnicamente non ha portato nulla di nuovo, 3) ha sottovalutato gli avversari, grosso peccato di vanagloria, 4) ad ogni contrarietà si attacca ai pantaloni dell'avvocato, l'avvocato Gigi Porelli.

Valerio, come giudichi l'atteggiamento di Olga-Bucci?

"È un atteggiamento dettato da insicurezza. Ha una grossa squadra, è un grosso allenatore, ma non è certo Nikolic o Peterson. Deve battere lui la grancassa perché non lo fanno gli altgri, capito? E continua a dire 'siamo una grande squadra', e la sua terza parola è sempre 'l'avvocato'".

Olga-Bucci è sulla strada sbagliata, allora?

"Prendiamo la vittoria con la Simac. è vero che ha vinto di 20 punti, ma si è dimenticato che la Simac mancava di due stranieri. Fa dichiarazioni da primo della classe, il suo provincialismo lo leggi anche nel gioco. La sua grande trovata sono quelle cose che si fanno in A2: i triangoli, quelle zone miste che per la verità sono la caratteristica delle squadre di bassa classifica. Non ci sono cavoli, la storia insegna che dopo la Sinudyne di Cosic tutte le grandi squadre giocano la difesa individuale".

E allora quale sarà il destino di Olga-Bucci? raggiungerà la fama a Mosca-Bologna, porterà la Granarolo allo scudetto?

"Negli anni passati erano stati i cavalli di razza a trascinare la volata finale, capaci di una corsa selvaggia. Si tratta di vedere se questo perbenismo è cloroformizzante o meno. Visto con occhio critico, è più facile che con questa impostazione nel momento della bagarre il protagonista sia Brunamonti piuttosto che Bonamico. è ovvio, per la volata finale i cavalli di razza ci vogliono. Nel finale scudetto degli anni passati c'è voluto Meneghin per il Billy, Wright per noi mentre ai tempi della Sinudyne questo ruolo era interpretato da Cosic. chi sarà il personaggio capace di trascinare la Granarolo? Siamo di fronte a un interrogativo affascinante".

La parola a Olga-Bucci. "Non cfredo proprio - s'inalbera il tecnico bolognese - di parlare da primo della classe, sono uno che sa stare zitto. La Simac? ho battuto sempre una squadra di carattere, ne vado giustamente fiero".

Ma da quando sei a Mosca-Bologna, il tuo atteggiamento è cambiato?

"No, faccio le stesse cose di quando ero a Rimini o Fabriano, solo che adesso ho più possibilità di ricevere interviste. In questo lui e Peterson sono bravissimi allenatori, ma non mi sento minimamente in soggezione. Non cambio m stesso, se mi si chiede la polemica io non ci sto".

La polemica però l'hai fatta: hai dichiarato che Bianchini e Peterson sono due attori al tramonto, non è vero?

"Ho detto che facevano del cinema, che erano vecchi attori ormai prevedibili. Lui mi ha risposto che sì, loro erano vecchi attori, ma che erano già stati a Venezia. In questo aveva ragione. Forse non ha mandato giù bene quando ho detto che facevano troppa filosofia".

Secondo te, perché Bianchini ti ha preso di punta?

"So che all'inizio del campionato per Bianchini eravamo i favoriti numero 1 e che adesso non lo siamo più. Forse perché siamo i primi? Bisognerebbe leggere dentro la sua testa, ma sai è difficile perché gli piace gioare fuori dal campo con le parole".

...

Dimenticavo: il dramma di Cecov finisce così: nella casa delle tre sorelle arriva Natascia, una rozza contadina di grande carattere che sposa il fratello e diventa padrona di tutto. Sognando Mosca Olga, Irini e Mascia perdono anche quel che hanno, compreso la loro rispettabilità piccolo borghese. Morale della favola? "Meglio primo al villaggio che l'ultimo in città. Dopo essere stato il primo al villaggio devi accettare di essere l'ultimo in città e studiare, studiare sodo", spiega Bianchini. Vedremo dunque alla fine del campionato se Olga-Bucci, Irina-De sisti e Mscia-Mangano riusciranno a smentire Cecov.

 

L'INTERVISTA DEL MESE

di Dario Colombo - Giganti del basket - Ottobre 1984

 

Nell'albo d'oro degli allenatori scudettati è riuscito ad inserirsi dopo un telecronista ed un evangelista: e il bello è che lui è solo un allenatore-allenatore, insomma uno con pochi titoli - stando alle mode correnti - per vincere qualcosa d'importante. E non è nemmeno uno di quei bravi artigiani di cui ci si accorge che fanno bene le scarpe e i vestiti quando magari hanno già sessant'anni e bisogna rassegnarsi all'idea che tra un po' andranno in pensione: lui, Alberto Bucci, di anni ne ha solo 36, non più tardi di due anni fa eravamo qui a intervistarlo nelle vesti di allenatore rivelazione, di mago (o maghetto) di provincia che era riuscito a fare della sconosciuta Fabriano qualcosa che contasse anche nel basket e non solo nella carta (o nella Confindustria).

Dopo due anni ritorna in questa stessa pagina, che nel mese di settembre è riservata per tradizione all'allenatore campione d'Italia: e c'è perfino il rischio che il prossimo anno ve lo dobbiate trovare ancora qui, viste certe premesse e vista la concretezza del personaggio, più propenso a fare che a dire, e se possibile a fare bene.

Anche se di cose da dire ne ha anche lui, ovviamente, magari cose che ripete da anni, che già ci disse tre campionati fa e che ripete, giustamente, soprattutto adesso che è diventato campione d'Italia e qindi si trova nella posizione giusta per lanciare qualche messaggio che conta o comunque che val la pena di essere ascoltato.

Dice (e diceva): Siamo messi male, ragazzi, se andiamo avanti di questo passo altro che campionato spettacolo e sbarco dei professionisti! Stiamo allevando una generazione di robot, tutti bravi a fare le stesse cose, nessuno capace di fare qualcosa di diverso. Meglio: nessuno autorizzato a fare qualcosa di diverso, perché appena nelle giovanili uno è alto 1,90 e pesa qualche chilo di più di quelli della sua età si pensa subito a uno da far giocare sotto e tutto il resto non lo deve nemmeno sapere. Colpa degli istruttori ma colpa anche di chi ha deciso che i campi all'aperto non ci dovessero essere più. che i ragazzi dovessero far sport solo nei club, punto e basta. Brunamonti fa certi canestri che non sono sicuramente da guardia ma che lui probabilmente ha imparato a fare quando giocava per suo conto con gli amici: e valgono due punti come quelli dei polli d'allevamento. Facciamo giocare 'sti cinni come vogliono loro, le signore mamme stiano da parte e non portino il figlio a fare lo sport che piace a loro ma che più piace a lui: se sceglierà di giocare ad hockey su prato pazienza, non diventerà miliardario come Borg ma magari un buon giocatore di hockey e, quel che più conta, un ragazzo contento e naturale.

Potrebbe andare avanti dei giorni, probabilmente, raccontando magari di quando a Fabriano tentò di far allenare le giovanili senza allenatore ma dovette rinunciare perché i ragazzi si sentivano più controllati di quando lo erano effettivamente. Il proble,a insomma, è di quelli che "sente" davvero: peccato per lui che la gente adesso gli chieda sempre e solo un'altra cosa: porterà questa benedetta coppa Europa a Bologna?

Beh, è chiaro che vorrei dire di sì, certo, la coppa è in arrivo: però ci sono almeno cinque squadre fortissime, la concorrenza è di quelle da far tremare i polsi e quindi, soprattutto in una manifestazione come la coppa, è sempre meglio andare cauti. Però diciamo anche che partiamo cn gli stimoli giusti, non averla mai vinta ci dà una carica che forse qualcun altro non ha, personalmente poi non vedo l'ora di rendermi conto dal vero che cosa è, quanto è in grado di dare una squadra con tre nazionali e due americani...

Anche questo. se vogliamo, è un modo un po' strano d'incominciare un'intervista: due anni fa eravamo qui a parlare d'allenatore rivelazione, di maghetto di provincia e il problema era la salvezza dell'Honky, Adesso il tema è la vittoria in coppa Europa e sulla carta d'identità, alla voce "segni particolari", c'è la scritta "campione d'Italia"... è solo un caso, il logico risultato di un certo modo di lavorare o soltanto la conseguenza del fatto d'essere approdato sulla panchina di una grande squadra?

Diciamo tutte e tre le cose assieme, magari messe in un altro modo. E cioè: la possibilità di lavorare in un grande club, la disponibilità di una grande squadra (cosa che non sempre sussiste pur lavorando in un grande club) infine, è logico, anche un po' di fortuna. Probabilmente molti dei miei colleghi se avessero la fortuna di allenare una squadra come la Granarolo avrebbero ottenuto i miei stessi risultati. Tanta gente lavora bene ma non ottiene poi quel risultato - lo scudetto - che ti fa diventare un personaggio.

Una cosa come questa, in genere, fa nascere soltanto invidia, soprattutto in una categoria come quella degli allenatori: mai avvertita dopo la vittoria in campionato?

Credo, penso proprio di no, anche perché ho la presunzione di avere buoni rapporti con tutti i miei colleghi: certo con qualcuno ho rapporti "più buoni" che non con altri, ma in generale non mi sembra di essere nella condizione di poter suscitare invidia o malcontento tra gli altri allenatori.

Ecco, anche questo è un fatto strano nel cliché tipo dell'allenatore di basket di successo: non sei odiato, non sei chiacchierato, difficilmente sei beccato dal pubblico o cadi nella polemica con i colleghi: merito della facciona da bravo ragazzo, del vicino di casa con il quale si va sempre d'accordo o cos'altro?

Mah,non penso poi di essere un così bravo ragazzo. Certo la vita mi ha fatto fare fin da giovane certe esperienze che poi mi sono servite nei rapporti con gli altri e, quindi, mi hanno fatto diventare quello che sono. Per esempio, ho sempre voluto evitare di farmi compatire per i miei malanni fisici: il "dai, coraggio", "Forza, che ce la fai" e altre cose simili io non le volevo mai sentire. Se doveva fare una cosa la voleva fare da solo e nel modo migliore senza dover ricorrere agli altri. E così adesso, cambiati gli anni e le situazioni, non sono certo l'allenatore che telefona ai giornali per perorare la propria causa o per smentire certe cose scritte sul conto mio e della mia squadra: se possibile cerco di rispondere con i fatti, lavorando, le polemiche, come a suo tempo le scuse, non fanno parte del mio bagaglio.

Sembra quasi un atteggiamento snob, da chi considera le polemiche ed i colleghi un gradino più sotto...

Inverto il ragionamento e dico quello che m'interessa invece di quello che non m'interessa. A me interessa che quando arrivo in una squadra, i giocatori possano dire: "Mah, forse come allenatore Bucci non è il massimo, però come uomo niente da dire". E così porto con il massimo orgoglio e la massima soddisfazione le medaglie ricordo che mi hanno regalato i giocatori delle squadre dove ho allenato, l'orologio che mi hanno regalato i giocatori della Virtus a fine campionato: non avessero avuto una certa stima di me probabilmente sono regali che non mi avrebbero fatto. Chiaro, no?

Ok, d'accordo. Però il caso vuole che oltre che simpatico e corretto tu sia un vincente, almeno a Bologna. E allora proviamo a costruire il sillogismo provocatorio: tu con la Virtus sei riuscito là dove invece Nikolic ha fallito. Dunque Bucci meglio di Nikolic?

No, assolutamente! Nikolic è un allenatore con una grandissima storia che, come tutti gli allenatori di questo mondo, ha avuto un'annata storta, coincisa con la sua presenza a Bologna. Poi magari può anche darsi che l'annata negativa nasca dal fatto che non riesci a stabilire il feeling giusto con i giocatori, con i quali bisogna essere allenatore ventiquattr'ore su ventiquattro nel senso che devi sempre essere disponibile ad ascoltare i loro problemi in qualsiasi momento si presentano e non soltanto durante le due ore di palestra. Però la storia di Nikolic è lì a dimostrare che lui è un grande...

Beh, visto che la frecciatina l'hai tirata, vediamo se riusciamo a fartene tirare una più evidente ai due galli del pollaio basket: la tua vittoria è la rivalutazione dell'allenatore-allenatore soprala figura dell'allenatore-telecronista e dell'allenatore-evangelista, alias Peterson e Bianchini?

Mah, io penso che prima di tutto un allenatore dev'essere bravo con la sua squadra: poi che faccia anche il giornalista o l'evangelista non importa. Il fatto semmai è un altro, e cioè che Peterson e Bianchini sarebbero personaggi comunque, anche se non scrivessero sui giornali e non facessero le telecronache. Io potrei scrivere su mille giornali ma non sarei mai come Peterson, che è così al di là e al di sopra di quello che fa fuori dal campo.

Immodestia quasi sacrilega per un allenatore campione d'Italia...

Lo so, ma cosa ci volete fare? Io sono uno che ha sempre paura del domani, quello che ho fatto ieri non lo voglio nemmeno ricordare. Il mio scudetto? è stato l'ultimo capitolo di un llibro molto bello, quello dello scorso campionato. Ma ormai quel libro l'ho chiuso e rilegato se continuo a riguardarmelo c'è il rischio che quest'anno non arrivo nemmeno all'ultima pagina.

E allora, a proposito di libri, qual è stata la pagina più brutta e quella più bella del libro scudetto?

La pagina, forse il capitolo, più brutto di tutto il libro è stato l'inizio, quando sono arrivato alla Virtus con in testa tante belle idee e mi sono accorto che non c'entravano niente con gli uomini che avevo a disposizione. Mi dicevo: "Adesso andrò lì, faro fare questo e quest'altro, Tizio giocherà così e Caio giocherà colà" ed invece non andava bene un corno. Lì ho avuto paura e ho cominciato a pensare che le cose si mettessero male. è facile fare certe cose quando hai a disposizione della gente cha ha bisogno di un allenatore che li aiuti e che li guidi come poteva essere Fabriano... è difficile quando invece ti trovi per le mani della gente già formata, con una sua mentalità ben precisa cui tu ti devi adeguare: e la mia paura per parecchio tempo è stata quella di non riuscire a mettermi in sintonia con la mentalità di una squadra da scudetto. Il momento più bello è stata invece la sconfitta di Milano prima dei playoff. Avevamo perso una partita che avevamo sempre controllato e si può ben immaginare l'atmosfera in casi di questo genere, soprattutto perché c'erano già i playoff in vista e per noi doveva essere la prova generale  per capire in che misura fossimo pronti a lottare per lo scudetto. Invece, tornando a Bologna, i giocatori sono venuti dal sottoscritto sul pullman e mi hanno detto che nonostante la sconfitta si erano resi conto che a Milano si poteva andare per vincere e lo scudetto era davvero a portata di mano. Ecco, la reazione dei miei giocatori in un momento come quello è stata la pagina più della del libro dell'anno scorso.

Torniamo per un attimo ai momenti difficili dell'anno scorso e agli errori che hai commesso...

In primo luogo dal punto di vista tecnico, quando mi sono reso conto che certi giochi e una certa impostazione che avevo in mente per la squadra dovevo modificarla perché non si adattava alla realtà dei giocatori che avevo sottomano. ma lo scoglio più grosso è stato senz'altro quello psicologico. Quando allenavo a Rimini o a Fabriano potevo permettermi di andare da un giocatore e chiedergli se aveva dei problemi, se voleva uscire a cena con me e cose di questo genere, fatte magari con una spontaneità ma anche con un'invadenza che con giocatori come quelli della Virtus non potevo certo più usare. E ho dovuto adattarmi a cambiare: un giocatore veniva a cena da me se ne aveva voglia, mi parlava di un suo problema se lo riteneva opportuno, non certo perché glie lo chiedevo io. Devo dire che tutto questo è stato anche facilitato dal fatto che si è partiti con il piede giusto e sono arrivate fin dall'inizio le vittorie. La Virtus degli ultimi due-tre anni era sempre partita arrancando con qualche sconfitta di troppo che poi finiva con l'accentuare gli altri problemi. L'anno scorso, magari forzando la preparazione, volevo che la squadra partisse con il piede giusto proprio perché non ci fossero altri problemi oltre a quelli che già avevo io..

Quindi dovremmo aspettarci anche quest'anno una partenza lanciata della Granarolo?

Ah, sicuramente. Siamo stati l'unica squadra che non ha giocato partite in agosto ma m'interessava fare un certo tipo di lavoro proprio per presentarci pronti fin dall'inizio nel modo migliore. Eravamo una squadra che faceva poco contropiede e abbiamo lavorato molto per cercare di inserire quest'arma nel nostro bagaglio tecnico. Vedremo.

Beh, meno male che almeno l'allenatore una novità a presenterà, visto che Porelli, per la prima volta, ha lasciato tutto com'era l'anno scorso...

Si trattava di vedere se quello che offriva il mercato italiano fosse meglio di quello che avevamo noi... Eppoi non dimentichiamo che l'anno scorso Binelli, Lanza e Daniele hanno giocato poco e quindi abbiamo sempre loro da mettere in vetrina. Quanto agli americani, intoccabile Van Breda Kolff, bisognava trovare un crack per sostituire uno già collaudato come Rolle.

Però la vostra squadra è stata quella che ha dato di più alle varie nazionali: non c'è il rischio che vi troviate nel bel mezzo ci doppa e campionato con gli uomini già scoppiati?

No, francamente non ho di queste paure, anche se probabilmente all'inizio soffriremo un po' perché i tre di Los Angeles faranno fatica a ripensare a pieno ritmo al basket. Ma sarà una questione più psicologica che fisica.

A proposito di Porelli: con lui si vive, si convive o sopravvive?

Si convive, e bene direi. è sicuramente un uomo autoritario, che ha le sue idee difficili da cambiare, con una grande cultura che personalmente mi spingono il più delle volte ad ascoltarlo piuttosto che a farmi ascoltare. Per il resto posso dire che per quanto riguarda le questioni tecniche ho la più ampia libertà, che i suoi interventi sono soltanto di tipo, come dire? psicologico, come quando l'anno scorso, dopo la sconfitta a Roma con il Banco, vedendomi un po' abbattuto mi rinnovò il contratto. Era l'11 dicembre...

E veniamo al nuovo campionato. Visto che le novità non le offrite voi, chi offrirà quella più sostanziosa?

Secondo me la CiaoCrem, che con l'acquisto di Sacchetti si è garantita uno dei pochi giocatori italiani che possono fare la differenza. E con lui la CiaoCrem potrebbe diventare quello che è stata la Berloni lo scorso anno. Il Bancoroma torna ad essere una candidata autorevole per lo scudetto, mentre la Scavolini è una squarda tutta da scoprire.

A proposito di scoperte: cosa ci riserva il campionato delle nuove regole?

Secondo me vedremo ben poco di nuovo, se non magari qualche schema particolare per le squadre che si trovano in attacco con pochi secondi a disposizione per la nuova regola dei 30". Per quel che riguarda il tiro da tre punti non mi sembra che sia questa gran novità che si vuol far credere: da quella distanza quasi tutti i buoni tiratori tiravano già, non ci sarà di certo una specializzazione. Diciamo semmai che potrebbe essere un incentivo per vedere delle difese a zona più attive, nel senso che non si potrà più pensare che basti chiudersi a zona sottocanestro per difendere un vantaggio di sei-sette punti: due tiri da sei metri e sei già bell'e in parità.

E gli arbitri: cosa ti aspetti da loro?

Più che da loro mi aspetto da chi li guida un insieme di norme che limiti al minimo indispensabile la discrezione dell'arbitro. Mi spiego: il problema adesso è il diverso metro di giudizio degli arbitri. Un certo intervento uno lo considera in un modo, un altro in maniera opposta, con il risultato che giocatori e allenatori s'infuriano, si crea tensione, polemiche, incidenti. Io dico: facciamo in modo che gli arbitri abbiano meno alternative possibili: questo va fischiato così, questo così e questo così, magari a costo di sembrare pedanti. Il vice allenatore non puà alzarsi dalla panchina? benissimo, dopo un primo avvertimento dev'essere tecnico per tutti, dove per tutti intendo sia chi i tecnici li deve dare, sia chi li deve prendere... Certo trovarsi due giorni per discutere tutte queste cose fa solo scappar dal ridere.

Dulcis (o amaro) in fundo: quinti alle Olimpiadi, un ciclo forse irrimediabilmente finito, bisogna rinnovare, c'è il materiale per farlo?

Per rinnovare bisogna avere qualcosa di meglio di quello che si ha sottomano. Certo, se Meneghin decide di smettere non puoi mica portarlo in nazionale a forza. Ma se  uno dei mostri sacri di adesso proprio non fa capire di voler rinunciare io ci penserei su, anche perché io non vedo mica tanta gente in giro in grado di reggere a livello internazionale, almeno in questo momento. Eppoi non dimentichiamoci che in nazionale ci deve andare gente che se lo merita ma anche che ha voglia di andarci: troppe volte in passato è stata messa della gente nuova tanto per rinnovare e ci si è accorti che era più di danno che di utilità.

 

LA PANCHINA ALLA BOLOGNESE

Storia delle vite - quasi parallele - di Alberto Bucci e Mauro Di Vincenzo, i due allenatori approdati quest'anno sulle panchine di Livorno dopo aver assaporato il profumo inebriante (e pungente) della grande Virtus

di Renzo Marmugi - Giganti del Basket - Dicembre 1985

 

Attenti, c'è il clan dei bolognesi. Due vite parallele, partite dallo stesso punto, stessa casa madre (la Fortitudo), stesso maestro e modello da imitare (Beppe Lamberti), poi il decollo. E da grandi ritrovarsi a Livorno, a duecento chilometri da casa, a respirare la stessa aria salmastra, a lottare mulinando i gomiti per la supremazia cittadina. Hanno imboccato l'Autostrada del Sole, poi a Firenze giù verso il mare, di corsa rispondere quasi a un richiamo istintivo. è un'invasione bolognese in piena regola, nemmeno si fossero messi d'accordo per far confluire i rispetti destini all'ombra dei Quattro Mori.

Mauro Di Vincenzo, sponda Pallacanestro, quest'anno ha scoperto di avere come cugino sulla sponda Libertas Alberto Bucci. Com'è strana la vita. Un pezzetto della "Dotta" si è trasferito armi e bagagli in riva al mare, all'ombra della Baracchina di Ardenza. Di Vincezo e Bucci, anzi Bucci e Di Vincenzo per rispettare i dati anagrafici, sembra quasi che abbiano volutamente giocato a nascondino, a rincorrersi, a vivere uno accanto all'altro sfiorandosi appena. Bucci, classe 1948, inizia giovanissimo a sedici anni allenando la squadretta allievi dei Salesiani mentre Di Vincenzo, classe 1952, muove i primi passi nel settore giovanile della Fortitudo. Poi, quando in via San Felice si accorgono di Bucci, affidandogli l'incarico di assistente a Dido Guerrieri in prima squadra, il futuro medico del basket italiano è già andato via. Gioca ancora, in serie B, naturalmente in quel macrocosmo che è Bologna, dopo aver assaporato di sfuggita l'odore della A nei tornei estivi. Lamberti, Gary Baron Schull, Sgarzi, Stagni. Nomi e volti familiari, ma i veri compagni d'avventura del Di Vincenzo guardia nel giro sono altri: Calamai, Magnoni, Bosini. Quintetto base, qualche domenica di gloria, poi un cambio di allenatore fa franare tutto. Col nuovo coach non s'intende e lui non ci pensa un attimo, appende le scarpe al chiodo. Lo chiama la casa madre, la Fortitudo, per il settore giovanile ma nel frattempo Bucci è emigrato sull'adriatico, a tentare di restituire una credibilità sportiva a Rimini. Operazione riuscitissima, in cinque anni dalla serie D alla A", mentre Di Vincenzo firma un miracolo analogo a due passi da casa, nel Malaguti di San Lazzaro. Dalla Promozione in "B", un biglietto da visita che la Fortitudo (ancora lei!) afferra al volo offrendogli la sua panchina in A1. è l'anno di Starks e Jordan, Bertolotti, Ferro e Anconetani, cinque-uomini-cinque che stupiscono l'Italia "vincendo entrambi i derby, perché il secondo ce lo rubarono nel supplementare dopo aver convalidato un canestro della Virtus segnato fuori tempo massimo", puntualizza l'interessato.

Poi, il futuro "doctor" a 29 anni fa la prima scelta contro corrente della sua vita. "Dovevo ancora laurearmi, la medicina mi piaceva quanto la pallacanestro, e non volevo mollare. L'ammirazione per Nikolic e il suo avvento alla Virtus mi hanno spinto al grande passo. Ho lasciato un posto da head coach alla Fortitudo per diventare assistente, chi l'avrebbe fatto? Ma la possibilità di completare gli studi e l'esperienza in un grande club accanto ad un grandissimo allenatore erano tentazioni troppo forti. Era un investimento, contratto biennale, e mi sono buttato. Un ruolo forse oscuro ma formativo, e anche rischioso. Perché in America a scegliere i due stranieri hanno mandato me, e i sono tornato a Bologna con Rolle e Frederick. Un anno di passione, i rapporti fra Nikolic e Porelli si deteriorarono quasi subito. Io ero fra due fuochi, stretto in mezzo fra un coach da ammirare e il datore di lavoro. Poi c'è stata la parentesi Bisacca, un personaggio inizialmente affascinante ma che dell'Italia e del nostro basket non conosceva una virgola, pur avendo un figlio che lavorava all'Accademia delle belle Arti a Firenze. Così, dopo la sconfitta di Livorno all'undicesima partita, fu esonerato. E venne il mio turno".

"Bisacca cade dalla panchina e dall'autobus" titolava il quotidiano bolognese all'indomani del licenziamento in tronco, arrivato puntuale insieme a un gambone di gesso. Di Vincenzo si rimbocca le maniche, ricuce lo spogliatoio, ridà animo e fiducia a giocatori come Bonamico, Fantin e Generali usciti a pezzi dall'esperienza con l'allenatore "bluff" e finisce la stagione in crescendo: "Diciotto vittorie e sei sconfitte, il bilancio della mia gestione fu quello. Pensavo di restare, invece la società ha deciso diversamente. I motivi? Mai saputi, forse li conosce solo l'avvocato Porelli".

Ma la sfortuna di Di Vincenzo, che si sposta a Treviso, è la grande occasione di Alberto Bucci. Anche lui arriva in casa Virtus sospinto dal vento della nouvelle vague: ha 34 anni e nel portafogli il ricordo freschissimo della splendida cavalcata di Fabriano, un giocattolo meraviglioso costruito con pochi soldi e tanto amore fino al traguardo della A1. Porelli si convince e lo chiama: "Arrivare alla Virtus" dice "significa toccare il cielo con un dito. è un grande club, il punto d'approdo, una società di vertice".

Buonissimo rapporto coi giocatori, un sottile lavoro di psicologia e i risultati sono subito eclatanti: scudetto e Coppa Italia al primo tentativo. Arriva quella "stella" che le maglie bianconere aspette3vano da quattro anni e lui diventa l'allenatore più giovane che mette le mani sul titolo. Un po' come sbancare il casinò entrando con diecimila lire in tasca. Il resto è storia d'oggi, piena zeppa di disgrazie e poi lo sbarco a Livorno per frustare i pigri purosangue della Libertas caduti in A2, mentre Di Vincenzo ha preso l'ascensore insieme ai suoi terribili "pierini".

Anche in questo caso con Bologna c'è un divorzio strano, contorto, difficile da decifrare. Bucci è sincero: "Alla Virtus stavo bene, coi giocatori ho passato due stagioni bellissime, dispiace andar via quando hai l'approvazione della platea e la squadra capisce, nello spogliatoio c'è l'atmosfera ideale".

Già, ancora lui, Gianluigi Porelli, quasi un padre-padrone delle V nere. "Ha una laurea in legge, grande cultura, intelligenza, capacità di vedere lontano e forse questo in certi momenti lo porta a prendere decisioni da assolutista. Nel mio caso comunque sul piano giuridico aveva ragione lui. Il contratto che legava Bucci alla Granarolo conteneva una clausola, quella che dava un mese di tempo alla società per poter sciogliere il rapporto prima del terzo anno. E l'ha fatto".

Rimpianti? Rabbia in corpo? Un lavoro che senti dentro come qualcosa di incompiuto? Bucci si conferma uomo cristallino, d'altri tepmi: "Certo che tornerei, a Bologna ho lasciato tanti amici, uno scudetto a 35 anni essendo semplicemente Alberto Bucci, e se qualcuno crede che per allenare la Virtus abbia dovuto castrarmi, condizionare la mia personalità si sbaglia di grosso. Non ho fatto il dittatore, sarebbe stato troppo facile, ma ho scelto la via del dialogo, quella più rischiosa. E quando in squadra ci sono giocatori come Villalta, Brunamonti, Bonamico, Fantin eccetera non li puoi convincere raccontando la favola di Cappuccetto Rosso. Capito?".

Il tasto revival, un ritorno al futuro Di Vincenzo lo sfiora appena: "Non ho remore, la Virtus mi ha dato la possibilità di lavorare accanto a un maestro come Nikolic, di essere alle dipendenze dell'avvocato Porelli, un modello sul piano professionale, e soprattutto di agire in un grande club. Alla mia età ho già la fortuna di trovarmi alle spalle esperienze così importanti, rispetto a tanti colleghi non mi posso lamentare. Se tornerei a Bologna? Sì, in quanto società di grosso calibro, ma non a certe condizioni. Mauro Di Vincenzo uomo e allenatore devono continuare a esistere, sempre".

Centottantamila abitanti, due squadre in eterna lotta per la leadership cittadina, essere al timone di Pallacanestro e Libertas è davvero un'esperienza unica. "A Bologna" la prola all'ultimo venuto "le gerarchie sono già consolidate, il campionato della Yoga si condensa tutto nel derby, mentre per quelli della sponda Granarolo è semplicemente una tappa del campionato totale. La pressione psicologica della piazza si fa sentire, la città è molto esigente, devi abituarti, ma anche Livorno non scherza. Sono appena arrivato e devo ammettere subito che qui la gente vive di basket, c'è un pubblico meraviglioso, instaurare un feeling è stato facilissimo".

Il primo saluto, una vigorosa stretta di mano e i due concittadini si sono capiti al volo. Allenamenti a porte chiuse, salvo poche eccezioni ("Una decisione dolorsa, ma i tifosi devono capirci, è un modo per lavorare meglio, siamo più concentrati"), e l'idea di sdrammatizzare il fenomeno derby facendo qualche partitella infrasettimanale fra cugini, naturalmente senza pubblico e in date rigorosamente top-secret. Roba tra bolognesi, insomma. Un segnale di maturità, una conquista, un deciso passo avanti.

Allenare a Livorno insomma non è solo un conto in banca che aumenta. Di Vincenzo alza la voce: "Scherziamo? Io mi sono innamorato a prima vista. Livorno come Pesaro e Bologna, tanto per citare altre due realtà che conosco, è una piazza dove un allenatore si sente di fare qualcosa d'importante per tutto l'ambiente in cui vive. Sono d'accordissimo con Bianchini quando dice che bisogna 'capire il territorio', inquadrare la professione nel contesto che ti circonda, leggere le aspirazioni della gente. La Pallacanestro è una società di estrazione popolare, rappresentiamo i portuali, gente che lavora, che sta in banchina a scaricare dai cargo. Gente con le mani rozze, che lotta quotidianamente e quando viene al Palasport deve potersi identificare nella squadra, non sopporterebbe l'idea di vedere giocatori che non lottano, non li sentirebbe suoi. Anche gli acquisti di Albertazzi e Lanza sono venuti in questa ottica. I vecchi elefanti non mi interessano, è molto meglio, essere in A1 con un gruppo di quasi esordienti ancora acerbi e inesperti ma animati da una grande volontà. E se riusciremo a salvarci con i vari Aldi, Bonaccorsi, Tosi e Pucci la società potrà essere contenta di avere davanti a sé dieci anni di vita tranquilla. Senza campioni, però con un nucleo tutto suo, creato dal vivaio".

Anche Bucci è entusiasta dell'approdo toscano: "Sono un tipo che si lega sempre moltissimo alle città, agli ambienti e Livorno conferma la regola. Ho già molti amici, dentro e fuori dal basket. La squadra va benem dialogare coi ragazzi è stato facile, mi sento proprio giovane, come uno di loro. Ma poi, quando c'è da lavorare, ognuno al suo posto, bisogna conoscere il proprio ruolo. Perché rispetto e stima reciproca sono la base di ogni rapporto che duri nel tempo. In dodici anni di panchina ho cambiato pochissimo, Rimini, Fabriano, Bologna e ora Livorno. Il mio sogno? Rimanere per cinque anni, guidare la Libertas nelle "final four", tra le quattro pretendenti allo scudetto. Ho fatto una tabella che prevede tre punti: promozione immediata, assestamento in A1 e poi, gradatamente, aiutare i talenti di questa squadra a crescere. Allenare Fantozzi, Tonut, Carera, Forti e compagnia per un coach vuol dire molto, significa la soddisfazione di avere tra le mani una macchina in evoluzione, che andrà sempre più forte se riuscirai a guidarne lo sviluppo. Ho firmato un contratto per due stagioni, ma già dal primo ho capito che a Livorno varrebbe la pena di restarci almeno cinque anni...":

Di Vincenzo, poco più in là, mette la ciliegina finale: "La cosa più bella per un allenatore è andar via da una città non per un fatto di risultati, ma per saturazione di stimoli, perché il ciclo che avevi cominciato è ormai al capolinea. Mi piacerebbe tanto concludere la parentesi triennale a Livorno così, naturalmente, perché la fase dei ragazzi d'assalto da condurre alla maggiore età è finita. Un sogno nel cassetto? Andare via lasciando due squadre in A1 e un Palazzone da diecimila posti nuovo di zecca. Forza Bucci, sbrigati a venire in A1, che noi per restarci faremo anche l'impossibile. Cari livornesi, il vostro elisir di lunga vita nel basket è questo. Una rivalità corretta, leale è stimolante, costruttiva, mantiene vivo l'ambiente, ti obbliga a migliorare giorno dopo giorno. E speriamo che chi di dovere comprenda la necessità di un ... è un nodo scorsoio, una strozzatura da eliminare alla svelta. Al prossimo derby in A1...":

Alberto Bucci sorride e approva. Attenti a quei due.

 

HO UN SEGRETO: LO STRESS

di Enrico Campana - Superbasket 12/18 aprile 1994

 

IO E IL BUCCI 2 - "Quando vinsi lo scudetto ero più matto, un urlatore selvaggio che pensava la sua voce fosse determinante in tutto, non dico il verbo ma poco ci manca... Adesso ho capito che il principale protagonista è e deve essere il giocatore, perciò prima di una partita i miei discorsi durano meno di 10 minuti. Il giocatore deve sentirsi la sua concentrazione, è libero di scegleire in gara cosa fare. Anche se la prima e l'ultima decisione sono mie".

IO E I BILANCI - "Partiti con Levingston, avevo paragonato la Buckler alla Lotus di Formula 1 perché il nostro gioco era correre e tirare ogni 15 secondi, come al McDonald's. Poi ho dovuto cambiare tema, senza però rinunciare all'identità dei giocatori. La squadra non si è mai specchiata, non si è fatta femmina, c'è stata anzi una dimostrazione di forza proprio nei momenti difficili, vedi l'infortunio di Danilovic. Mi sembra conti qualcosa essere 2-0 con la Glaxo, la Benetton, la Recoaro, essere 1 pari con la Stefanel grazie a quel canestro famoso di Gentile allo scadere..."

IO E LO SCUDETTO - "Questo titolo può e deve essere la conferma della continuità della programmazione di Alfredo Cazzola: la Virtus ha un destino da protagonista scritto nella sua storia, importante è completare adesso il risultato che tanta gente s'aspetta. Nella vita sei sempre sotto esame, sarei un bugiardo se lo ignorassi".

IO E CAZZOLA - "Il presidente ci ha dato una nuova forza dopo la sconfitta in Coppa Italia, quando è venuto nello spogliatoio per incoraggiarci. Non ci ha fatto pesare niente, ha trovato delle attenuanti anche per me, quando non sapevo darmi pace".

IO E I RISCHI - "Lo slogan per questa campagna tricolore può essere "giocare sempre la prima partita pensando sia quella per il titolo". La concorrenza è forte. A cominciare dalla Scavolini, per il rispetto che ho per Bianchini, il fatto che ha le motivazioni giuste e in una partita secca può accadere di tutto. La sorpresa può venire da Benetton e Stefanel,senza trascurare la Glaxo".

IO E IL TALLONE D'ACHILLE - "Dobbiamo sempre imporre la nostra forza, quando non succede rischiamo. Battute largamente fuori casa, a Bologna abbiamo penato con Venezia, Reggio Emilia e Livorno: cosa cambiava? Senza cattiveria diventiamo peggio di quel che siamo, prendiamo la rimonta con la Stefanel. Nell'intervallo ci siamo detti: perdere è possibile, ma niente figuracce! è scattato qualcosa, i giocatori urlavano fra di loro: sì, sì, non possiamo fare figuracce..."

IO E LO SPOGLIATOIO - "Non dico che voglio farmi contestare dai giocatori, ma cerco soprattutto di tirare fuori da ognuno quella che può essere un'idea diversa dalla mia. Fare il dittatore o il rompiballe sarebbe pericoloso, come giocare con i concetti e le parole. Se cito la Divina Commedia e non l'ho letta e loro se n'accorgono, perdo la stima".

IO E LA PANCHINA - "Tutti possono essere protagonisti. Ma nessuno mi ha fatto pesare i minuti in meno, d'altronde se commetto errori è per cercare di vincere. E torno a toccare il solito tasto: la resa di ogni giocatore è pari alle responsabilità che gli danno: il giocatore deresponsabilizzato o troppo pressato non darà mail 100%".

IO E I RIMPIANTI - "Sono stato fino ad oggi più ripagato di quello che m'aspettassi, del resto mi accorgo che vivere bene è essere contento di quel che viene. Sarò un sognatore... Ah, dimenticavo Levingston... Pensavo proprio fosse il giocatore ideale, peccato quell'infortunio. Quando l'ho preso stava bene".

IO E IL GIOCO - "Non mi vergogno di confessare che all'inizio tutto veniva facile, il contropiede, il cambio di lato e qualche volta mi interrogavo entusiasta: ma come facciamo a giocare così bene?... Con Schoene, una certezza, facciamo un po' meno contropiede perché meno padroni dell'area, da qui la necessità di curare il gioco sul lato debole, rovesciare l'azione per gli 1 contro 1 di Danilovic, Moretti e Brunamonti. In difesa abbiamo dovuto aggiustare la match up, con grande aggressività e anticipo sul ritorno dell'avversario".

IO E LE CERTEZZE - "La principale è la consapevolezza del gruppo. Non tutti si frequentano fuori dal campo, hanno amicizie e rapporti differenti, caratteri particolari ma nei momenti di difficoltà si battono l'uno per l'altro come non avevo mai visto fare. E se sgrido un giocatore, gli altri lo incoraggiano a cominciare da quello che per primo potrebbe prendere il suo posto".

IO E LO STRESS - "Il giorno che non lo sentirò non avrò più bisogno del dottore, perché non farò più l'allenatore. La vigilia della gara mi chiudo in me stesso, poi sfogo la tensione nel dialogo. Ho bisogno di parlare, parlare, parlare... è un modo per concentrarsi. Gioco mentalmente dalle 13 alle 15 volte la partita che non ho ancora giocato, tremendo ma guai se non fosse così...".

IO E LE PROMESSE - "Non posso farne, ma se vincerà lo scudetto questa squadra ha il diritto di giocarsi l'Euroclub del prossimo anno".

IO E MESSINA - "C'è stato un senso di continuità, anche se siamo diversi nella maniera di gestire. Ettore è quello che ero io 9-10 anni fa, oggi penso anche a quella gente che viene al Palazzo per divertirsi, e sarebbe bello fare a meno della zona, anche se la nostra match-up è importante. Dobbiamo ragionare in Italia come quel ristorante che aveva 100 piatti e con la crisi ha ridotto il menù e il prezzo ma aumentando la qualità. E quindi curare di più lo spettacolo. Si è lavorato sulla forza fisica a discapito della tecnica, quante squadre impostano il finale di gara sul tiro da sotto?"

 

Bucci - con Brunamonti - nella seconda parentesi virtussina

LUPO ALBERTO

di Franco Bertini - Superbasket 28 marzo 1995

 

Senti Alberto, ma c'è mai nella vita un momento in cui un allenatore vorrebbe fare un altro mestiere?

Sì, di momenti del genere ce ne sono tanti, perché questo è un mestiere dove non c'è mai un periodo equilibrato. Oggi sei bravo, domani sei uno stupido, ogni volta sei rimesso in discussione, sei sempre in battaglia. le cose non si fermano e devi andare veloce almeno quanto i tempi che cambiano. è dura, ma alla fine questo mestiere è come una droga...

È Alberto Bucci che parla, uno degli uomini del nostro basket che non devono chiedere mai. Lui e la sua Buckler campione d'Italia sono appena reduci dal ceffone di Atene che li ha messi di nuovo fuori dalle Final Four, 43 punti di scarto, 18 punti segnati nel primo tempo della partita decisiva. ALberto è gentile come sempre in questo mercoledì mattina che pure è per lui un'altra giornata particolare: questa sera è in programma il derby con la Fortitudo e quando queste righe saranno stampate tutto sarà già consumato.

Di derby ne ho fatti tanti fra Livorno e Bologna. Sono partite diverse dalle altre, anche dai play-off. è una bugia dire che un derby non è una partita diversa, si crea in città un surplus di energia e tu devi essere bravo ad assorbire e trasformare tutta questa energia. Non ci sono scappatoie di fronte ad un derby e se scappi vuol dire che hai paura.

Qual è stata la frase più dura pronunciata dal tuo presidente dopo la sconfitta di Atene?

Devo dirti la verità, in fondo non è poi stato tanto duro- Certo che i 43 punti non gli stavano affatto bene come entità della sconfitta. D'altronde una sconfitta così non poteva accettarla passivamente, quei 43 punti di scarto hanno scatenato qualcosa. Però subito dopo è stato positivo ed ha voltato pagina.

Ma a mente fredda sei riuscito a farti un'idea di cosa possa essere successo nella testa e nelle mani dei giocatori della tua squadra?

L'unico paragone che mi viene in mente è quello di un ciclista che corre l'ultima tappa del Giro. Sull'ultima salita l'avversario ti stacca e tu vai in crisi perché senti che non vestirai più la maglia rosa. Oppure potrei pensare ad un pugile groggy... guarda, se fossimo stati più lucidi avremmo forse perso di una ventina di punti.

Qualche giornale ha parlato addirittura di rifondazione della squadra, anche se il tuo presidente ha smentito. Tu che ne pensi?

La Buckler è una società che programma sempre ciò che fa, per esempio ogni anno andiamo su un giocatore giovane. Se Danilovic andrà in America, se dovremo avere due nuovi stranieri è chiaro che ci sarà un nuovo assetto. Binion, ad esempio, adesso sta andando bene. Quello che posso dire è che non c'è aria di epurazione. Col presidente ci sentiamo anche due o tre volte al giorno. Intendiamoci, non che non mi senta in discussione anch'io, voglio solo dire che col presidente ho un rapporto di amicizia, che non mi mette in una situazione più facile, ma che non mi crea angoscia. So che se mi dovesse dire qualcosa me lo direbbe in faccia, fra noi c'è amicizia e rispetto. D'altronde i giocatori che sono qui lo sono in base a programmi ben definiti e poi, senza voler sopravvalutare nessuno, di giocatori più bravi dei nostri non ce ne sono tanti in giro.

Tu apriresti agli oriundi, ammesso che ce ne siano dei buoni?

A questo punto sì, se vogliamo vincere in Europa. Ma hai visto che i greci giocano praticamente con cinque stranieri? La Spagna fa giocare come spagnolo uno che si chiama Smith per non parlare poi dei francesi. Dunque valutiamo anche noi la cosa, per domani o per dopodomani, ma cominciamo a pensarci. Se vogliamo essere competitivi in Europa dobbiamo fare qualcosa, lo dico anche per la Nazionale.

Oriundi a parte, ci sono dei motivi precisi per i quali le squadre italiane di questi ultimi anni escono mediamente strapazzate nei confronti europei?

Ti parlo come se fossi uno che le coppe non le ha fatte. Nel nostro campionato sei sempre sotto processo, la Buckler perde poche partite in una stagione ed ogni volta che succede siamo sotto processo. Allora se vuoi restare sempre in alto nel campionato è dura andare in coppa ed essere sempre all'altezza della situazione. Non cerco nessun alibi, però è certo che in Europa solo pochi vincono in trasferta. Poi se vai a vedere che l'Olympiakos perde con 30 punti di scarto, ti viene in mente che c'è qualcosa di strano e ti sorge anche qualche dubbio. E infine bisogna anche andare a vedere dove sta il bello, se in campionato o in coppa.

Come ci si sente quando si deve tenere una conferenza stampa dopo aver perso di 43 punti?

Ci si sente molto male: sette giorni prima avevamo giocato una partita fantastica. Cambia il mondo. Ti senti amareggiato, non puoi chiamarti fuori, hai la tua responsabilità e quella degli altri dieci. E poi devi ricaricare la squadra, devi salvarli, devi pagare anche per loro. Non è vero che ci si costruisce una corazza attraverso gli anni, si provano sempre emozioni e sentimenti. Cominci a rivedere tutto quello che hai fatto, se c'è qualcosa da correggere o di nuovo da fare per ridare entusiasmo. Ti senti in crisi e non puoi né ridere troppo né piangere troppo: se ridi troppo puoi far credere che non te ne frega niente, se piangi troppo rischi di sembrare sfiduciato quando invece devi ridare fiducia per il domani.

E l'orologio come ti va... ?

Va a finire che a me e Bianchini quelli della Lega ci picchiamo con questa storia dell'orologio. Faccenda chiusa, ormai c'è e lo giochiamo. Vedo una Benetton piena d'entusiasmo, ha già raggiunto due obiettivi e può inseguire il terzo senza pressione addosso. Noi siamo programmati per arrivare in finale, poi vedremo. Ci sono tutte le prerogative.

Questo è il tuo secondo anno alla Buckler su un contratto di tre anni. Commenti e impressioni.

Ci farei la firma per andare avanti così, si contano sulle dita le squadre che arrivano sempre in finale e noi siamo sempre in prima fila.

Fra queste parole di Bucci ed oggi c'è stato il derby e il palmares di Alberto si è arricchito di un altro derby vinto. Tutto questo non gli farà montare la testa... Resta il fatto di quell'Europa che scorre sempre lontano dai nostri lidi, ma quello è un problema non solo di Bucci e della sua Buckler e a meditare su quelle rive sono in parecchi. A memoria d'uomo non c'è mai stata un'epurazione che abbia funzionato a dovere evidentemente perché quella non è la strada migliore per risolvere i problemi. Meglio cercare di rispondere ad una domanda: perché gli altri vincono e noi no? A tanti la risposta.

PS: Il risultato del derby fra Buckler e Fortitudo lo abbiamo saputo nella tarda serata di mercoledì da Televideo. Alberto Bucci aveva ragione ad essere sereno. Dopo l'infausta giornata di Atene è stato evidentemente capace di non ridere troppo né di piangere troppo. Il giovane generale Scariolo risale per ora sconfitto le valli che aveva disceso con baldanza, il presidente Cazzola può giocarsi al lotto il numero 43 e rimettere in soffitta l'epurazione. Ed anche la rifondazione... Per averla basta e avanza Bertinotti.

 

ALBERTONE PARTE TERZA: LA PIU' DIFFICILE

di Walter Fuochi - La Repubblica - 25/11/2003

 

All'indomani d'una vittoria, com'era già accaduto a Basket City, sull'altra sponda, a Boniciolli, Giampiero Ticchi ha perso la panchina della Virtus. S'è dimesso, ma vi è stato indotto: evidentemente, adesso come allora, le decisioni erano maturate prima. Ticchi non viene allontanato, e almeno sul piano personale c'è un'accettata condivisione d'intenti, ma incassa un'ovvia bocciatura. Le sue riflessioni sono esposte qui sopra, ma la sua vicenda somiglia a tante altre di tanti sport: gli sono mancati soprattutto i risultati e chi l'ha invitato a farsi da parte ritiene insomma che la squadra valesse più del suo quinto posto in classifica, in fitto condominio.

Lo scossone più forte, forse già decisivo, s'era avuto a Fabriano, poi Badalona suturò qualche malumore, mentre le ultime uscite hanno proposto, se non lo stesso film, trame troppo simili: vittoria su Rimini, con un grande Smith, sconfitta coi belgi, senza Smith, vittoria a Sassari, con un grande Smith. Non si vedeva molto altro, troppo spesso, in questa Virtus. La grigliata di pesce fresco, promessa in simpatica metafora in avvio di stagione, dopo l'anno delle ostriche avariate, Ticchi non è riuscito a servirla: spiace per la persona, di bello spessore umano, ma pure lui conosceva le regole del gioco, e soprattutto i carichi che si metteva sulla schiena. Da coach del Castelmaggiore diventava l'allenatore della Virtus, con relativi obblighi e pressioni: lo confidò nelle prime interviste, l'ha ribadito ieri, ritenendo che la sua avventura sia affogata proprio nell'impervia copertura di quel ruolo che faceva tremare le vene.

Tornerà dunque in sella Alberto Bucci, alla sua terza vita virtussina, dopo l'esonero del '97 firmato Cazzola: curiosamente, tre investiture distanziate di 10 anni e, se la cabala l'assisterà di nuovo, felici al primo colpo. Nell'83 arrivò e fu la stella. Nel '93 tornò, dopo Messina, e ne confermò lo scudetto, facendo anzi il bis. Nel 2003 viene ripescato, e in questo senso già spediva indizi il volo a Badalona cui l'invitò Sabatini: che intanto vedesse la squadra, sia dentro che fuori campo. Bucci era nel fior della carriera le altre volte (il boom di Fabriano la prima, la serie Livorno-Verona-Pesaro poi), mentre questo giro lo fa dopo esperienze magre a Fabriano (subentrando, l'unica altra sua volta) e a Parma, l'anno scorso, nella femminile. Ci dirà oggi che progetti ha su questa Virtus; poi, dirà la stagione se ha ancora piede pesante da calare sul gas, entusiasmo per raddrizzare la barca fin qui vacillante, mano tecnica per instradare un quintetto su vie diverse da quelle tentate con Ticchi. Con lui, scommette e rischia Sabatini, rincorrendo una ricostruzione forzatamente affrettata e faticosa. E forse, s'è visto, più dura di quanto si temesse.

MI EMOZIONA DOVER VINCERE. COSI' INIZIA LA MIA TERZA VITA

di Marco Martelli - La Repubblica - 26/11/2003

 

Sei anni dopo torna in sella alla Virtus. Come ci torna, Bucci?

Con un accordo di sette mesi, non c'è nulla che mi garantisca un altro anno. D'altronde sono in debito con la città e in debito con me stesso. Porelli mi ha fatto conoscere la Virtus e per me è importante e particolare essere tornato qui: è la terza volta, e c'è sempre il 3, dopo l'83 e il '93. Sono contento ed emozionato, e quando si provano emozioni vuol dire che c'è qualcosa dentro. Mi batte il cuore per il primo allenamento, per la partita di domani. Le emozioni ti spronano a far bene: ho voglia di ricominciare, di parlare con la squadra.

Una squadra condannata a vincere.

È inutile nascondersi. Il presidente mi ha chiesto di cercare di arrivare in A1, in una maniera o nell'altra. Questo è il desiderio di Sabatini, che farà di tutto per metterci nelle condizioni di far bene. Stiamo cercando un italiano, Podestà, perché non sarebbe oculato bruciare tutti i visti ora. Speriamo che Podestà arrivi, anche Messina mi ha detto che lo lascerebbe volentieri. Siamo vicini (in serata, la trattativa era in dirittura d'arrivo, ndr), ma ci vuole della calma. Sul campo sarà un mese difficile: ogni allenatore ha la propria filosofia, mi ci vorrà un po' per mettere la mia. Difesa aggressiva, mentalità, tanto contropiede: la gente deve anche divertirsi. E se si accorge che ce la metti tutta, poi ti vuole bene.

Allenata con tante vittorie, vista tracollare in Federazione, ora al timone per farla risalire.

Spero di diventare uno dei tanti che faranno bene con e per la Virtus. Tutti abbiamo visto la Virtus vincere scudetti: adesso siamo in un momento difficile. Bisogna stringere i denti e voler tornare in A1, dove la Virtus ci starebbe per diritto. Risalire sarà dura: tutti giocano contro di noi al massimo. Dico solo una cosa: guardiamo meno gli altri e più noi stessi. Avere sicurezza nei nostri mezzi.

Ma dopo l'esonero del '97, si aspettava di tornare?

Fu un brutto colpo: tutto sommato eravamo secondi con 6 punti sulla terza. Non mi era mai successo in 25 anni: ma nel contempo ho metabolizzato e pensato che avrei allenato solo se mi divertivo. Appena Sabatini mi ha chiamato, lunedì sera, ho sentito di nuovo il profumo della panchina, la voglia di vivere la squadra: in due ore ci siamo messi d'accordo. Sicuramente mi batte più forte il cuore e già domani (oggi, ndr) sarò emozionato, tanto emozionato.

E il «fantasma» di Messina, che ha «bruciato» gli illustri successori?

Ma no, non ci penso: rispetto troppo Ettore. Facciamo campionato diversi, la gente sa che la situazione è diversa. E poi ho parlato con lui: è felice per me. E allora io sono felice due volte.

PROVACI ANCORA. BUCCI VENT'ANNI DOPO LA STELLA

di Marco Martelli - La Repubblica - 25/04/2004

 

Vent'anni dopo, da quel 1984 in cui alla Virtus portò la stella, Alberto Bucci dovrà regalarle l'A1. Allora aveva Villalta e Brunamonti, Bonamico e Van Breda Kolff, adesso Smith e Brunson, Niccolai e Podestà. E anche allora trovò l'ultimo pezzo di strada in salita, dovendo vincere lo scudetto fuori casa: sbancò due volte San Siro e fu la stella. È il miglior auspicio per la storia che comincia oggi e dovrà, per avere un lieto fine, festeggiare almeno qualche colpo decisivo in trasferta. Il giardino è insolito, per l'Albertone della Bolognina, che farà 56 anni fra un mese esatto. In piena finale, se l'avrà conquistata.

Dovrà dissodare un giardino insolito, dopo aver a lungo battagliato in attici più regali: questa LegaDue Bucci deve prenderla per le corna e ribaltare il tavolo, partendo da una scomoda quarta piazza. Due promozioni dalla seconda alla prima serie le ha comunque già fatte (Fabriano '82, Verona '91), ma senza playoff. La terza è alquanto complicata. «Mi aspetto, e deve esserci, un'inversione di tendenza. In settimana, ai giornali, hanno parlato Smith e Brunson: ecco, mi aspetto che le loro parole vengano replicate in campo, ovvero che giochino con la concentrazione giusta, capendo che abbiamo un obiettivo in comune. Matrice americana? Ma nemmeno troppo, il punto è che tutti dobbiamo capire che c'è qualcosa da conquistare. E quando c'è qualcosa da conquistare devi volerlo fortemente. Se riusciamo a far scattare la scintilla possiamo svoltare. E possibilità di accendere la scintilla ne abbiamo: i playoff sono un momento speciale, emozionante, che non può non caricare la squadra».

Fuori Cummings, dentro Williams. Fino a una settimana fa sembrava un'ipotesi poco probabile, ora è la scelta con cui si esordisce nel playoff. Contro una squadra, Pavia, che ha il meglio negli esterni. «Però sotto hanno Gatto e Carter, che fanno molto lavoro sporco e danno fastidio a rimbalzo. Pelussi dà molto quando ci esce dalla panchina e Williams può darci, in fatto di punti, un peso importante anche dal ruolo di 4, che al giorno d'oggi è nevralgico. Può sfruttare la sua agilità e le sue gambe contro i lunghi pavesi, che possono faticare a tenerlo. Decisione definitiva? Per queste due gare, direi di sì. Poi si vedrà». Con Pavia, c'è da difendere il fattore campo. Eventualmente, in seguito, ci sarà da vincere in trasferta. «Giochiamo e pensiamo a una gara alla volta. In casa andiamo meglio, ma non è un fatto tecnico: è una questione psicologica, giocare in un campo che conosciamo, davanti a un pubblico che conosciamo. Ecco che un canestro, un applauso, un coro ci dà quella carica che in trasferta non siamo riusciti a trovare. Spero anche in una mano del pubblico: dobbiamo sentirli davvero vicino».

Bucci - con Podestà - nella sua terza parentesi virtussina

ALBERTONE

di Gianfranco Civolani

 

Ufficialmente quel decimo scudetto per me nasce quando telefono a Gigi Porelli e lui mi chiede se io al posto suo confermerei o meno Mauro Di Vincenzo. Ma sì, dico io, perché no. Io invece credo proprio di no, dice lui, e chiamami stasera che ti faccio sapere. Richiamo e ancora lui mi interroga: insomma confermeresti Mauro o no? Ma Gigi, non mettermi in imbarazzo. Guarda che dall'imbarazzo ti tolgo subito perché prendo Bucci, anzi l'ho già preso. Questa telefonata è datata millenovecentottantatré e così Alberto Bucci rientra dalla porta principale nella sua Bologna, rientra in pompa magna dopo esserne uscito non proprio gloriosamente e sull'altra sponda.

E qui mi scuso con l'interessato se una volta ancora cito un certo episodio e sono anche costretto a ricordare una cosa che Alberto si porta dietro fin da quando è bambino. Dunque in Fortitudo officia Dido Guerrieri e il suo assistente è quel fanciullo prodigio, un biondino che claudica per via di una dolorosa malattia infantile, un biondino prodigio perché da qualche anno mi raccontavano che in una qualche società minore Albertino era stato così bravissimo. Bene, in Fortitudo i nuovi capi (l'editore Luciano Conti e il suo grande amicone Paolo Moruzzi) decidono di cacciare il Dido e la patata torrida tocca proprio al suo vice. Sfiga massima, all'ultima partita (decisiva per la salvezza) tale Paolo Rossi (che non ha niente a che vedere con Paolino Pablito) scaglia un siluro da metà campo e condanna la Effe. Uno sfigato, l'Albertino, pensiamo e scriviamo. E naturalmente non gli rinnovano il contratto e lui deve ricominciare da capo. Ma fa in un baleno a rifarsi una verginità.

Rimini e Fabriano sono i suoi nuovi trampolini, un successo e una promozione via l'altra e appunto Gigi Porelli prende a pretesto un suo insanabile contrasto con Di Vincenzo per convocare a corte l'Albertino nel frattempo diventato semplicemente Bucci tout court. Il resto è storia, anzi leggenda. Nell'ottantaquattro il decimo scudetto, quello finora più memorabile, quello della stella, quello confezionato da Brunamonti e Van Breda Kolff dietro e poi da Villalta, Bonamico, Binelli e Rolle e da altri assi e tre di briscola. Ma l'anno dopo una serie inenarrabile di contrattempi si abbatte sulla Virtus neoscudettata e il rapporto fra Bucci e il Dux prima si incrina e poi irreversibilmente si sfilaccia. D'accordo, mica si può restare separati in casa quando è così facile dividersi. Bucci va a Verona e poi a Pesaro. Torna a vincere qualcosa e supponiamo che a Bologna un giorno o l'altro ci tornerà di sicuro, perché per esempio la Fortitudo una buona volta avrà pur soldi e filosofie vincenti. E invece Albertone torna in Virtus, perché il novello alfiere della V nera è Alfredo Cazzola, un uomo che da ragazzino giocava in cortile o giù di lì con Albertino, Alfredo Cazzola di un paio d'anni più giovane, ma targato Bolognina come il biondino.

Com'è Alberto Bucci alle soglie dei cinquant’anni? E un coach molto speciale. Non gradisce circonfondersi, voglio dire che rifugge la ridicola prosopopea tanto cara a certi suoi colleghi. E un uomo che in squadra vuole uomini e che soprattutto adora parlare agli uomini. Non gli interessa fare il padre-padrone o il tiranno o il sergentaccio o cose di questo genere. Chiede stima e amicizia, esige un rapporto diretto e leale, vuole in squadra gente cristallina e parla chiaro a tutti coloro che gli vivono vicino. E buon cattolico, adora la famiglia (la moglie è romagnola di Rimini), ha un buon e meritato conto in banca e raramente esce dai gangheri anche se in campo è molto reattivo e spesso incazzereccio. Gli piace anche vestire un po' fuori dalle righe, leggi giacche fosforescenti e cravattone multiuso. Ha rapporti buonissimi e vivibilissimi con la stampa locale e di fuorivia, odia parlare sotto metafora, non rifiuta le responsabilità, dichiara di voler sempre vincere, ma porta anche avanti la cosiddetta cultura della sconfitta perché - afferma giustamente - guai a dimenticare che in campo ci stanno pure gli altri. È anche uno di quegli individui che sotto le feste di Natale ti incrociano e ti fanno mille auguri, a te e alla famiglia, e il contrasto stride con coloro che sono pulviscoli e credono di essere dei colossi ed è già tanto se ti salutano o ti allungano distrattamente la mano sinistra.

Io Albertone Bucci lo voglio immortalare avvolto in una polvere di stella. Porellone era morso dalla tarantola, altri piangevano di gioia, Albertone disse: ringrazio chi ci ha voluto bene, chi ci ha lasciato lavorare e chi ha diviso con me questa splendida stagione. Albertino-Albertone è un coach fallibile come tanti. Ma se sbaglia, io faccio finta di non accorgermene perché con lui non si può e non si deve. E poi basta con quelle storie sulle sue disgrazie infantili. Per me Albertino-Albertone cammina veloce come il vento, anzi vola.

 

IL PROFETA

di Maurizio Roveri – tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Della “stella”, con Alberto Bucci, se ne parlò la prima volta un anno e mezzo fa. Si era in primavera, aprile 1983: Porelli presentò il suo nuovo coach. Quel 19 aprile dell'anno scorso si apriva una nuova era del prestigioso club virtussino. Bucci dimostrò immediatamente di saper entrare in sintonia con Porelli, voce di tuono, uomo d'azione, uomo dalle grandi certezze che in un recente passato si era scontrato col realismo pessimistico del professor Asa Nikolic e, prim'ancora, aveva mal sopportato certe titubanze di Zuccheri e di Terry Driscoll.

Bucci no, Bucci era d'un altro stampo rispetto ai suoi immediati predecessori. E Porelli, che voleva per la sua Virtus un allenatore che fosse un sottile psicologo e uno scoppio di mortaretti com'era il Dan Peterson prima versione, si compiacque della scelta fatta. Quel ragazzo ha stoffa, pensò l'avvocato. Non importa se è claudicante. Al diavolo l'immagine! La Virtus Basket ha bisogno di sostanza. E tredici mesi dopo quelle prime “riflessioni”, la Virtus targata-Granarolo è piombata come un falco sullo scudetto della stella.

Alberto Bucci profeta in Patria. Le sue radici sono nel quartiere Bolognina, umile e popoloso. Il campetto dei Salesiani è la sua prima palestra di vita e di basket. A quindici anni ha gli schemi e le zone miste nel sangue, legge i libri di John Wooden e Dean Smith, è un ragazzo impallinato di basket.

Lo ricordo urlante d'orgoglio e d'entusiasmo una sera di settembre del '69, era sulla panchina d'una squadretta di Promozione, si dimenava, si sbracciava, scattava in piedi, gridava, rimproverava, incitava, viveva e soffriva la partita e la sua partecipazione era così intensa che quella squadretta dopolavoristica fu sul punto di sconfiggere l'allora Zuccheri che si preparava per il campionato di serie D ed aveva ben altre risorse.

Bologna lo mandò in esilio nel 1975 e il grintoso Alberto, senza perdersi d'animo, realizzò i suoi capolavori di provincia, prima a Rimini e poi a Fabriano (quattro promozioni complessivamente). L'impresa realizzata guidando sul cammino della gloria la pattuglia della “V” nera consolida l'etichetta di Bucci coach vincente. E all'angolo fra via Matteotti e via Tiarini, dove Alberto ha un club virtussino di tifosi personali, già si preparava un'altra festa, quella per la Coppa dei Campioni.

 

ALBERTO BUCCI

di Dan Peterson - www.basketnet.it

 

Qui si tratta di uno dei solo tre allenatori nella storia della Pallacanestro Italiana di portare tre diverse società in finale-scudetto. Valerio Bianchini l'ha fatto con Cantù (1981), Roma (1983), Pesaro (1988) e Fortitudo Bologna (1997). Carlo Recalcati l'ha fatto con Varese (1999), Fortitudo Bologna (2000) e Mens Sana Siena (2004). Alberto Bucci l'ha fatto con Virtus Bologna (1984, 1994, 1995), Libertas Livorno (1989) e Scavolini Pesaro (1992). In questi tre casi, si vede che la mano del coach vale sempre qualcosa. E non so quando questo record sarà, di nuovo, uguagliato.

Alberto Bucci è anche l'unico coach a vincere la Coppa Italia con tre squadre diverse: con Virtus Bologna (1984), con Scaligera Verona (1991) e con Scavolini Pesaro (1992). Quella di Verona è stata l'unica volta che una squadra di A-2 ha mai vinto quel trofeo. A parte Bucci, solo Valerio Bianchini, con Mens Sana Siena, nel 1993, è riuscito a portare una squadra di A-2 alle semi-finali della Coppa Italia. Poi, Alberto Bucci ha avuto tre promozioni: con BC Fabriano nel 1982; con Libertas Livorno nel 1986; e con la Scaligera Verona nel 1991. Qui abbiamo incatenato diversi capolavori unici nel loro genere.

Alberto Bucci era un allenatore di serie brevi. Cioè, Coppa Italia e Playoff. Il suo record globale in Coppa Italia è 59-25. Logico, qualche anno, si giocava più partite, non solo le tre nella Final Eight di adesso. Però, anche Bucci è stato 'penalizzato' dal fatto che non è stata tenuta la Coppa Italia per 9 anni, dal 1975 al 1983. Per capire quanto sono importanti 59 vittorie, basta sapere che Ettore Messina ha un record di 49-11, pur vincendo sei Coppe Italia, un record. Messina, ovvio, ha fatto la maggiore parte con la possibilità di vincere solo tre partite per vincere quella coppa. Comunque, un'altra impresa da Alberto Bucci.

Il mio ricordo delle squadre di Bucci era l'estrema praticità. Non mi ricordo nemmeno uno schema effettuato dalla squadra di Bucci, neanche uno. Ma mi ricordo che hanno giocato in una maniera semplice, non fissate su un binario solo, capace di 'leggere' la partita e adeguarsi alla situazione. La sua Virtus Bologna ha battuto la mia Olympia Milano nella finale scudetto del 1984 perché loro hanno tirato benissimo contro la nostra famosa 1-3-1. No, non hanno fatto schemi complicati. Invece, serenità e fiducia nel tiro quando si presentava. Una squadra non gioca serena se non c'è la mano dell'allenatore presente.

Alberto Bucci ha tentato anche qualche salvataggio. Cioè, ha risposto a qualche chiamata 'SOS', non per ultimo la Virtus Bologna nel 2003-04, mancando alla promozione in Serie A per un niente. In questo, Bucci ha dimostrato di sapere allenare con programmi a lunga scadenza, come la scalata impressionante a Livorno, dall'A-2 alla finale-scudetto. Ha fatto vedere anche di sapere sistemare le cose in poco tempo, come alla Scaligera Verona, promozione nel secondo anno. Non ha avuto grande fortuna in Europa ma in Italia, era un allenatore importantissimo, uno che sapeva arrivare in finale. Un pregio.

 

BUCCI: PORELLI IN PANCHINA, COM'ERAVAMO UNITI
di Marco Martelli - La Repubblica - 06/06/2007

 
Quell’espulsione di Meneghin, in garadue, noi avanti 1-0 e sopra nel punteggio, ci tolse la tensione che avevamo. Pensammo fosse finita, invece Boselli ci punì: Milano non aveva più nulla da perdere, così ci castigò e prese l’1-1 per giocarsi, qualche giorno dopo, lo scudetto in casa. Riprendersi non sembrò facile. E invece, il giorno dopo, ci trovammo in palestra subito.

Nel gruppo, me compreso, vidi grandissima coscienza, sicurezza. Bonamico mi disse subito: Alberto, là vinciamo. E Villalta, alzando gli occhi al cielo e indicando il soffitto, mi disse: la vedi, lassù, quella stella? Era la stella del decimo scudetto, quella che volevamo. Renato, come Marco, era convinto di farcela. C’era grande convinzione: sapevamo l’avremmo giocata alla pari, giocavamo bene, eravamo preparati, avevamo trovato le chiavi per dar fastidio alla Simac. E una, là, l’avevamo già vinta.

Salimmo a Milano in giornata. Come la Virtus di oggi. Partimmo alla mattina, ricordo che pioveva. Ma il pullman era tranquillo, sereno. Sbagliammo anche la strada per l’albergo, e il gruppo scherzava, faceva casino. Non c’era tensione, e forse la chiave fu questa. Coscienza e tranquillità. La seconda, grazie all’avvocato Porelli.

Venne con noi in panchina, quella sera a San Siro. Voleva far sentire tutti sereni. Lui si interessava di tutto, si documentava, viveva la squadra. Ma non ha mai storto il naso davanti a quello che facevo. Ci furono incomprensioni, a gennaio, ma lì mi chiamò in ufficio e mi disse: stai tranquillo, tu rimani fino alla fine dell’anno. In più c’era il prof. Grandi, con noi: non era solo un preparatore, era l’uomo che stemperava le tensioni. E che faceva sentire la squadra unita, come un pugno.

Ho letto Brunamonti: è vero, quella finale fu un esame per tutti e due. Lui soprattutto, che patì il paragone con Caglieris: in questi casi Bologna è micidiale, e quando Charlie arrivò, giocando con Torino, fu un momento difficile. Nel basket d’oggi, senza cartellini, un Brunamonti avrebbe potuto chiedere di andarsene. Invece è stato forte. Super.

Insomma, giocammo sereni. Ricordo la gara di campionato: perdemmo, senza mai fare canestro, e in conferenza stampa dissi che la colpa era mia. Bonamico, letto il giornale, venne a dirmi che non era giusto. Per me lo era, in quel momento. "A Milano non perdiamo più", mi rispose. Fu così. In garatre eravamo pronti: nei playoff porti le certezze di un anno di lavoro, i cambiamenti non aiutano. E poi, sapete quand’è che si reagisce? Quando sei certo di aver giocato bene l’ultima gara, quella persa. Puoi sbagliare tiri, può scapparti la gara nel finale, puoi aver fatto errori. Ma se la preparazione è giusta, e il concetto di gioco è esatto, basta togliere quegli errori. Una casa costruita bene non cade. La nostra era solida. E la Stella arrivò.

La racconta così, 23 anni dopo, Alberto Bucci.