JOHN FULTZ

(John Leslie Fultz)

John Fultz, mitragliatore e look hippy

nato a: Boston (USA)

il: 20/10/1948

altezza: 200

ruolo: ala

numero di maglia: 11 e 12

Stagioni alla Virtus: 1971/72 - 1972/73 - 1973/74

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 1 Coppa Italia

 

IL VAGABONDO DEI CANESTRI

di Roberto Cornacchia – V Magazine - Novembre 2008

 

Incontro John Fultz di passaggio, proveniente da Reggio Emilia dove il figlio Robert giocherà quest’anno. Una carriera, quella del giovane Fultz, che a 26 anni lo ha già visto indossare la casacca di sette diverse squadre: pare destino che i Fultz siano dei vagabondi dei canestri.

John, 200 centimetri e 60 anni portati a meraviglia, di campi di basket ne ha visti tanti: soprattutto in Italia (in tre squadre diverse), ma anche Svizzera, Austria e Portogallo. Per non parlare delle Coppe Europee, dei tornei estivi che all’epoca avevano un valore diverso da quelli odierni e del lungo periodo in cui ha frequentato le minors, sia come giocatore che come allenatore.

Ma se è stato così girovago non lo è stato per sua specifica volontà: “Avrei voluto rimanere in Virtus ancora – è il primo pensiero di John -. Arrivai in un momento delicato: l’anno precedente erano stati ceduti i pilastri Lombardi e Cosmelli e la squadra, costituita, ad eccezione dell’esperto Albonico, da un nucleo di giovani promettenti, aveva appena evitato la retrocessione agli spareggi”. L’allenatore Tracuzzi dopo cinque gare venne esonerato: al suo posto venne chiamato Nico Messina, che l’anno precedente era stato il preparatore atletico della Ignis Varese nella quale John aveva esordito in Europa. Ma la rivoluzione voluta da Porelli, avrebbe presto cominciato a dare i suoi frutti. La Virtus, abbinata Norda e Sinudyne, non era ancora una contendente per lo scudetto ma risaliva la china e nei tre anni bolognesi di Fultz (dal ‘71/’72 al ‘73/’74) non sarebbe mai scesa al di sotto del 6° posto.

“La squadra era composta di giocatori giovani: Bertolotti, Ferracini, Antonelli e Serafini, che è sempre stato il più sottovalutato. Ma si vedeva che sarebbero diventati forti. Io stesso ero poco più che ventenne e dovevo ancora completare la mia formazione cestistica”.

Dopo due anni discreti arrivò il vulcanico Dan Peterson: tanto lavoro sui fondamentali e si videro ulteriori progressi. La Sinudyne giunse quinta con sei punti in più dell’anno precedente e John giocò la sua migliore stagione, esplodendo nel finale dove, con un rendimento da autentico MVP, fu l’artefice principale della sonante vittoria per 90-74 sulla Snaidero che portò alla conquista della Coppa Italia. Era la prima volta che si apriva la bacheca per metterci qualcosa, e non solo per spolverarla, dopo 18 anni.

Fu l’inizio per la Virtus dell’epoca d’oro di Dan: i giovani virgulti crescevano e se non erano ancora pronti ad insidiare l’interrotto dominio lombardo seguito all’accoppiata di scudetti di metà anni ’50 firmati da Calebotta, Canna e compagni, lo sarebbero diventati  presto.

“Purtroppo per me – ricorda John – alla Virtus si prospettò la possibilità di ingaggiare Tom McMillen, giocatore veramente di un altro livello per l’epoca: Dan mi disse che, se non fosse stato per quella ghiotta occasione, mi avrebbe sicuramente confermato. Ma nemmeno McMillen riuscì a portare lo scudetto a Bologna: sono ancora convinto del fatto che se fossi rimasto, con la conoscenza che avevo del campionato e dei miei compagni, oltre alle accresciute capacità tecniche sia mie che degli altri virtussini, avremmo potuto vincere lo scudetto. Comunque la Virtus rimane la società  alla quale più sono rimasto legato”.

John giocò alla University of Rhode Island dove, nonostante le capacità balistiche ed un fisico tutt’altro che possente, veniva regolarmente schierato come centro. “Ma questa della statura è una fissazione tutta italiana – contesta John – con la quale mi sono dovuto scontrare per tutta la mia carriera. All’epoca nel basket dei college non si stava a guardare tanto ai centimetri: il gioco era abbastanza libero e semplicemente si mettevano in campo i 5 più forti. Io ero bravo a rimbalzo e quindi venivo messo vicino a canestro, ma questo non mi ha mai impedito di giocare lontano dall’area o di tirare dalla lunga distanza. Qui in Italia tutti a dirmi che ero troppo basso per fare il 5, che anche come 4 non ero abbastanza grosso. E dire che nella mia conference fui il 10° rimbalzista in assoluto e sono nella Hall of Fame della mia università come 4° realizzatore e 3° rimbalzista di tutti i tempi”.

URI giocava nella stessa conference della University of Massachussetts, il college dove evoluiva Julius Erving. Anche lui veniva schierato come centro e i suoi scontri con Fultz erano uno spettacolo da non perdere. “Inutile dire – è John che ricorda - che, per quanto ci abbia provato in tutti i modi, Dr. J era inarrestabile: ci incontrammo tre volte e segnò rispettivamente 20, 38 e 44 punti. Mi rimaneva la soddisfazione di averlo messo a mia volta in difficoltà: segnai 26, 33 e 38 punti contro di lui. Però io lo stoppai 3 volte e lui nessuna”.

Non era la prima volta che John incontrava Dr. J. La prima volta che ci aveva giocato contro fu quell’estate che, assieme ad alcuni suoi compagni di URI, andò a giocare al playground newyorkese di Jones Beach. Dr. J, che a 18 anni era già una leggenda vivente, giocava assieme a Big Lou, un ventenne di m 2,18 maledettamente veloce ma anche maledettamente bravo che era già diventato mussulmano ma non aveva ancora cambiato il nome da Ferdinand Lewis Alcindoor in Kareem Abdul-Jabbar. Completava la formazione Charles Yelverton dalla Fordham University, una guardia molto veloce ed intelligente che, quando staccava da terra, sembrava galleggiare in aria prima di atterrare e che molti ricordano anche qui in Italia con una lacrimuccia.

John ricorda di quel match: “Subimmo una bella lezione, più che nel punteggio nel gioco. Fu lì che cominciai a rendermi conto che per giocare ai livelli più alti dovevo migliorare in tanti aspetti: finte, gioco vicino a canestro e atletismo”.

Alla fine della stagione universitaria Fultz viene scelto al 4° giro dai Lakers e fu convocato per la Summer League. La prima scelta era Jim McMillian e in quanto tale aveva un contratto garantito per 3 anni a 420.000 dollari. “Giocai delle buone partite – dice John - e presi come pietra di paragone McMillian: in 5 gare Jim aveva una media di 16 punti e 4 rimbalzi, io di 15 e 9. Ero sicuro di essermi fatto valere. Quando coach Mullaney mi chiamò nell’ufficio, mi disse che avevo fatto una buona impressione ma però che, avendo sempre giocato da lungo, necessitavo di lavorare per diventare un’ala a tutti gli effetti e che più di un contratto non garantito al minimo salariale non potevano offrirmi”.

John era infuriato. Non accettò e si ripromise di cercare un ingaggio presso altre squadre. Poco dopo ebbe luogo un All-Star Game tra neolaureati del Nord e del Sud, organizzata anche per dar modo ai giocatori ancora senza contratto di mettersi in luce. John era convocato nella selezione del Nord ma, poiché in quella del Sud c’erano assi come McMillian e Dave Cowens pensava che non ci sarebbe stata gara. “Invece i deliziosi assist di Yelverton uniti alla mia sete di rivincita nei confronti dello staff dei Lakers presente per seguire McMillian mi fecere disputare una gara strepitosa: segnavo da tutte le parti e venni eletto MVP della gara con 44 punti a referto. Va detto che di solito in queste gare si difende il minimo sindacale ma credo che McMillian, che se voleva sapeva essere un efficacissimo difensore e sicuramente era una persona squisita, quella sera mi abbia voluto aiutare a mettermi in mostra. Uscii dal campo, non prima di aver rivolto qualche battuta acida nei confronti dello staff dei Lakers”.

Ancora infuriato per la partita, entrando negli spogliatoi si imbattè in un ometto dalla faccia tonda e un foglio in mano che gli si rivolse in uno stentato inglese: “Salve, sono il coach della squadra italiana campione d’Europa – fu l’esordio di Aza Nikolic – vuole giocare per noi?”. John sapeva poco del basket fuori dagli Stati Uniti: quello che sapeva era che il campionato italiano era uno dei migliori e quello che pagava meglio. Ancora stizzito per il trattamento riservatogli, accettò l’offerta, anche su consiglio del suo agente che gli aveva detto: “Vai pure, fai esperienza e guadagni qualche bel soldo. L’anno prossimo ci riproviamo coi Lakers. Basta solo che non ti fermi troppo in Italia”.

All’aeroporto di Milano mi vennero a prendere Nikolic e Gualco dicendomi di andare a dormire perché l’indomani saremmo volati in Sicilia per un torneo quadrangolare. “Ma come – obiettò Fultz – se non ho nemmeno mai visto i miei compagni e non conosco gli schemi?”. “Fa lo stesso – ribattè Nikolic – sfrutta i blocchi dei tuoi compagni e cerca di fare del tuo meglio”. Con sua sorpresa giocare non fu così difficile, i blocchi di Flaborea, Bisson e di un 19enne Meneghin erano delle autentiche case cantonali e riuscì segnare 19 punti contro il CSKA. “Il livello fisico e tecnico – rammenta John - era più alto di quanto mi aspettassi: ad esempio Sergey Belov e Zamukadenov avrebbe potuto giocare tranquillamente nella NBA. Un’altra cosa mi impressionò: la durezza degli scontri e il trash talking dei sovietici: dopotutto si era in piena guerra fredda”.

In finale giocò contro il Simmenthal e poté assistere da vicino al primo di una lunga serie di infuocati scontri fra Art Kenney e Meneghin. “Dopo le gare, tutte le squadre cenavano nel ristorante dell’albergo. Ad un certo punto si scatenò un bombardamento di tovaglioli fra i tavoli delle varie squadre ed io mi aggregai divertito: quei giocatori così inflessibili in campo, fuori dal rettangolo di gioco sapevano trasformarsi nei compagni ideali per serate divertenti. Mi sembrava di essere tornato ai tempi della confraternita dell’università: nonostante un oceano di mezzo, cominciavo a sentirmi come a casa mia.”

La stagione si concluse con la vittoria della Coppa Intercontinentale ma in finale di Coppa Campioni Varese perdette in finale contro il CSKA nonostante un 9/11 in 25 minuti di Fultz. La buona stagione a Varese non era comunque passata inosservata: la Virtus gli offrì un triennale. “Furono le mie migliori stagioni – sentenzia John -. Il basket a Bologna stava vivendo un vero e proprio boom. Ricordo che alle prime gare interne gli spettatori erano circa 2.000. Ma col miglioramento del gioco e della posizione in classifica, a fine anno il Palazzo di Piazza Azzarita era gremito. Fu in quegli anni che il sindaco mi premiò, assieme a Gary Schull per la Fortitudo e Galimberti per il Gira, come ‘giocatore-simbolo della crescita della pallacanestro’”.

Ma a Bologna John non si trovava a meraviglia solo sul campo, anche fuori. A parte i compagni di squadra coi quali, essendo quasi tutti poco più che ventenni come lui, fu naturale legare, John fece molte conoscenze al di fuori dell’ambiente del basket. All’epoca a Bologna c’era una nutrita comunità di studenti universitari statunitensi che sceglieva Bologna, in particolar modo la Facoltà di Medicina, per conseguire la laurea: gli esami erano meno severi di quelli americani ma ugualmente validi e soprattutto molto meno costosa l’iscrizione.

Fu a Bologna che John cominciò a seguire lo stile di vita hippy: l’avversione per la guerra, i capelli lunghi, l’amore libero, la condivisione con gli altri, le esperienze alternative. Quando era ancora negli Stati Uniti, John, al quale è sempre piaciuto volare, si era iscritto ad una scuola per piloti ma attorno ai 19 anni crebbe di ulteriori 10 cm e superò l’altezza massima consentita. A completare l’opera, ci si mise un’infezione intestinale provocatagli dalle porcherie fattegli ingurgitare dai compagni di confraternita che, di fatto, lo rese non idoneo al servizio militare. Non fu quindi per sfuggire alla leva che divenne hippy, come succedeva spesso. Negli Stati Uniti portava i capelli cortissimi, come un militare, ma quando vide che i capelli lunghi riscuotevano un grande successo non solo presso il gentil sesso ma anche presso tutto il pubblico, decise di non tagliarli: “Questo mi rendeva un ‘personaggio’ e divertiva il pubblico. Giusto lasciarli così”. Fu la zazzera, assieme ad una fascia che portava spesso alla fronte, a guadagnargli quel nomignolo che gli è rimasto appiccicato: Kociss.

All’epoca John guadagnava bene ma, fedele ai valori del movimento hippy, non lesinò mai nel dividere i suoi guadagni e la sua casa con i propri amici: ci fu gente che rimase nel suo appartamento a scrocco per mesi. Ed altrettanto "generoso" John lo fu con le ragazze: “Ma certo non ne ho avute 20.000 come ha scritto Wilt Chamberlain nel suo libro…”.

Essere hippy a quei tempi significava anche sperimentare le droghe perché si riteneva che aprissero la mente e dessero l’accesso ad una conoscenza superiore. “Ora so che erano tutte balle e che provocano solo danni. Adesso la mia “droga” è lo yoga: lo pratico assiduamente da quasi trent’anni e se ho continuato a schiacciare a due mani fino a 45 anni e a giocare fino a 54 anni, un po’ lo devo anche a questo”. John era come un pisello nel baccello: giovane, piacente, di successo e tutti lo cercavano. “Ricordo che prendevo lezioni di chitarra e canto e Lucio Dalla voleva che facessimo delle canzoni assieme. Ma poi quando mi sentì cantare cambiò idea. Una sera c’era anche Vasco Rossi che si chiese ad alta voce: ‘Perché le rock-star devono per forza essere americane?’. Mi pare abbia ampiamente dimostrato come potesse diventarla anche un ragazzo emiliano…”

Erano tempi diversi anche nel basket. All’epoca, anche i giocatori sotto contratto potevano partecipare ai vari tornei estivi sia per guadagnare qualche soldo extra che per mettersi in mostra per potenziali ingaggi futuri. Fu allora che John giocò, assieme al Simmenthal, contro l’Unione Sovietica fresca reduce dalla vittoria olimpica di Monaco ’72 contro gli Stati Uniti che passò alla storia come la prima e contestatissima volta in cui la nazionale statunitense perse un incontro ufficiale. C’era anche la Rai Tv ed era un evento mediatico: c’era la Nazionale che aveva cambiato la storia del basket. “Quella sera – ricorda Fultz – dopo un inizio al rallentatore andai letteralmente in trance agonistica: segnai 44 punti con 21/24 e catturai 19 rimbalzi, contribuendo alla sconfitta dell’URSS, con grande scorno degli organizzatori del torneo. La migliore partita che abbia mai disputato”. John fece parte anche della Riccadonna, la squadra allestita dal suo agente, il potente avv. Kaner, per mettere in mostra i giocatori americani in cerca di ingaggio, che attraversava le varie estati senza perde un incontro. Fu in questo contesto che fu compagno di stanza di Robert Parish, all’epoca in disputa con Golden State che l’aveva scelto al primo giro, e di altri assi come Yelverton e James Donaldson.

Dopo i tre anni a Bologna, l’agente di Fultz gli trova un ingaggio biennale in Svizzera, col Viganello dove John vince una Coppa Svizzera. “I soldi erano buoni ma la qualità del gioco molto inferiore. Fondamentalmente le partite si risolvevano in un scontro tra gli americani di turno. Ormai, a 26/27 anni, avevo completato la mia maturazione tecnica ed ero al mio top: tenni una media di 36 punti a gara, col 63% dal campo e il 93% dalla lunetta. Me lo disse anche Dan Peterson che mi aveva visto giocare: ‘Con la tua forma di oggi, avremmo vinto lo scudetto’. Anch’io sarei voluto tornare a giocare in Italia e lo dissi al mio agente. Ma quando Lombardi a Rieti mi cercò, Kaner preferì piazzare Bob Laurisky, visto che la mia commissione se l’era già garantita. All’epoca anche i regolamenti erano diversi, se la tua ex-squadra non dava il benestare si doveva restare fuori per un anno. Mi rimane il rammarico che in Italia non abbiate potuto vedere il miglior John Fultz”.

Finita l’esperienza in Svizzera, Fultz venne ingaggiato da un’ambiziosa squadra austriaca che, forte di due ex-pro naturalizzati, puntava a farsi notare in Coppa Campioni. Ma un grave infortunio a campionato da poco iniziato lo tenne fuori per tutto il resto della stagione e l’esperienza austriaca terminò poco felicemente. Tornò in Italia, finalmente, nella Postalmobili Pordenone dove, agli ordini di coach Pellanera, tenne una media superiore ai 26 punti con quasi 7 rimbalzi a gara in una squadra che puntava, riuscendoci, alla salvezza. Seguì l’ultima stagione da straniero in Portogallo, prima di rientrare il Italia e giocare nelle leghe minori fino a pochi anni or sono.

Chiosa John: “Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che ho anche allenato per parecchi anni, arrivando fino a dirigere il Latina in serie B. Sono stato sottovalutato come giocatore, ma come coach ancora di più. Sicuramente è anche colpa mia: per fare l’allenatore in Italia bisogna essere dei politici e io non lo sono mai stato. Forse questo dipende dal fatto che in Italia in basket è nato nelle parrocchie e il coach è spesso, alla fin dei conti, quasi come un prete. Io invece mi ispiro al modo di allenare che ho visto nella mia gioventù, dove l’allenatore, una volta finita la partita, andava a fare bisboccia assieme ai tifosi.”

Ora John insegna inglese, vive tra Reggio Emilia e Bologna, ma segue ancora il basket. “Ai miei tempi gli scout americani trascuravano l’Europa e si disinteressavano dei giocatori europei. Che carriera NBA avrebbe potuto fare Sabonis se fosse andato negli USA al massimo del suo fulgore invece che quando era lento come un plantigrado e con le articolazioni cigolanti? Ora invece il basket americano si è involuto: c’è solo 1 contro 1, contropiede e atletismo. Nella recente finale olimpica, per fortuna che gli americani erano in tiro perché sennò non so come sarebbe finita: gli spagnoli la palla se la passavano mentre gli americani vivevano di iniziative individuali. Ma l’hanno capito, come dimostra anche il fatto che ora comincino a difendere a zona”.

Arrivederci zingaro: che le infinite strade del basket ti portino ancora dalle nostre parti.

Fultz a rimbalzo in una partita di pre-campionato (foto di Mario Santinoli, tratta da Giganti del Basket)

JOHN FULTZ A TEMPO PIENO

Giganti del Basket - Ottobre 1970

 

Un personaggio nuovo, non per i nostri campi ma per il nostro campionato: John Fultz. DOpo le prestazioni discusse, ma indubbimanete positive della stagione scorsa con l'Ignis in Coppa Europa, il entitreenne americano ha trovato subito, fin dall'apertura del mercato, una sistemazione a... tempo pieno nel campionato italiano, venendo ingaggiato come straniero dalla Norda.

Reduce dall'ennesima infelice esperienza, in fatto di americani, con Cook, la squadra virtussina chiede ora a Fultz una soluzione finalmente soddisfacente del problema-americano, una soluzione possibilmente prolungabile nel tempo, sull'esempio fortunato di quanto è riuscito con Gary Schull alla concittadina Eldorado.

Bel garantito sotto i tabelloni dalla presenza di Serafini, Bertolotti, Buzzavo e del nuovo Ferracini, Vittorio Tracuzzi aveva in effetti estremo bisogno di uno yankee esterno-tiratore, capace di produrre punti e di allargare gli spazi in area intorno al "Supergigi" e compagni. E Fultz, appunto in questo ruolo, era ed è indubbiamente l'uomo ad hoc.

Le uscite pre-campionato (pur con esito discontinuo) hanno confermato le possibilità della nuova Norda e del suo nuovo americano: Fultz nel frattempo, oltre a convolare a nozze segrete, ha mutato aspetto (capelli lunghi, abbigliamento western e, in campo, fascetta bianca intorno alla testa che lo fa sembrare un apache), assumendo in pieno la propria parte di americano in Italia a tutti gli effetti. Riusicrà dunque questo Fultz a tempo pieno a sfatare la tradizione terribilmente contraria agli stranieri-Virtus?

 

KOCISS FA SEMPRE TILT

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Febbraio 1972

 

Questa volta col Massachussets ci siamo. E chissà, forse un piccolissimo contributo all'operazione Fultz l'ho dato pure io. E spiego subito la cosa.

Aprile del settantuno. La Norda si è appena salvata, Cook è stato giustamente rispedito a casa e già in Via Ercolani si pensa di provvedere presto e bene. Sento ricorrere un nome, quello di Bennett, il negrone del Biella. Personalmente non mi trovo d'accordo, ne parlo con Tracuzzi e butto avanti il nome di Fultz. Vittorio dice che Fultz gli starebbe benissimo e che se putacaso non si combina con Bennett, ma sì, si può vedere per Fultz. Non mi va giù l'ipotesi della subordinata. Ne parlo un attimo con Porelli e con Costa e apprendo che appunto Bennett e Fultz sono gli obiettivi primari. A fine aprile capito a Sarajevo e incontro Manuel Raga. Manuel Raga è a Sarajevo per far visita alla sua Hesma. Chiedo a Raga che tipo sia a tutti i livelli John Fultz e Raga mi dice che è l'uomo fatto su misura per la Norda. Mi dice cose dell'altro mondo e poi la facciamo corta perché è inutile tirare in lungo un discorso che vede gli interlocutori d'accordo al centouno per cento.

Torno a Bologna, riferisco il parere di Raga, faccio a Tracuzzi una testa così e podo dopo apprendo che la Norda ha ingaggiato GErgati, Ferracini e - meno male - Mister Fultz. Il resto è storia d'oggi. Era facile centrare un bersaglio del genere. Laddove una squadra schiera in pivot un Serafini e un Ferracini, chiaro che una mitraglia di lato è la ciliegia sulla torta. Ma Fultz va oltre le più ottimistiche previsioni. Spaniera subito a livelli di assoluta inverosimiglianza. Nei trainings è su medie assolutamente sbalorditive e appunto resta il soespetto della scarsa attendibilità delle sgambature in palestra. Ma in competizione ufficiale ricalca fedelmente le prove di laboratorio, nel senso che siamo di fronte a un martello pneumatico, a un qualcosa che chiama in causa i campionissimi di tiro al piattello, a un tipo insomma che fa sempre il suo gran tilt.

Gli orpelli del campione sono fatti apposta per esaltare la platea. Non solo il tiro che uccide, non solo l'avvitamento che si discosta da quello di Raga semplicemente perché Manuel è un'anguilla di ferro, mentre John Mitraglia è una corazzata scalena con carenatura piuttosto opima. Gli orpelli esaltano perché c'è la benda di Kociss e c'è il cappellone da ranchero. La benda è un modo per tenere a posto la gran chioma e al tempo stesso è pure una maniera per creare spettacolo e per ricordare la matrice indiana dei nonni. E il cappellone di cuoi è come un'insegna, una specie di distintivo dell'All America.

John Kocis è sposato da poco, vive in tranquillità, frequenta la canonica birreria Wolf, ascolta musica beat, non rompre l'anima a nessuno e sogna i dollari dei professionisti USA. Nikolic, Tracuzzi e Messina tutti hanno cercato di insegnargli qualcosa e lui sempre compìto, sempre a dire sì, purché gli si trovi il modo di tirare a canestro senza troppi grappoli addosso. Dal Massachussets un giorno venne Driscoll. Una bella porcellana da ammirare in vetrina. Ora quest'altro figlio del Massachussets si è calato nella realtà, ha riaccostato un'intera città al vero basket di élite, si è inserito prepotentemente nel tessuto di una società. Sicuramente resterà a Bologna anche un altr'anno. Prendendo molti più soldi, è ampiamente scontato.

Il problema - mi dice - è quello di sapere se sono già in condizione di fare ottima figura con i prof. La prospettiva mi alletta, ma ci sono le incognite, insomma c'è da pensarci.

L'opinione di Tracuzzi: "Palleggia troppo per poter giocare nei prof". L'opinione di Messina "No, adesso è presto. Fra un paio d'anni John può andare a giocare dove vuole". Gli obiettivi di Fultz sono scolpiti nella pietra: un posto negli All Usa per Monaco, il primato dei cannonieri nel nostro campionato e poi lire o dollari (ma a quale cambio?) per giocare nella Norda. Sento dire in giro che John Kocis è sicuramente il miglior "yankee" approdato a Bologna. Io mi limito a dice che John Kocis e Gary Baron sono certamente i migliori Usa mai comparsi a Bologna. Ognuno grosso campione nell'orticello di casa sua. Bene, se anche ho solo contribuito nella misura dell'uno per cento a far venire Fultz da queste parti, sono lietissimo di non essermi sbagliato.

 

"POSSO GIOCARE PIVOT!"

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Gennaio 1974

 

Caro John, parlami di Bologna.

Semplice, è la città nella quale vivo e gioco...

Parlami della Virtus...

È la squadra nella quale gioco...

Non mi dici molto...

Posso aggiungerti che in questa città e in questa squadra ci sto benissimo...

Ci resteresti ancora parecchio?

Sì, perché oltretutto vorrei studiare veterinaria. E proprio per questo mi premerebbe sapere se l'anno prossimo sarò ancora a Bologna...

Tu credi che ci sarai?

Non so più cosa credere, stavano per mandarmi a casa quest'anno, figurati...

Si dice che la squadra ha bisogno di un pivot americano...

Chi lo dice evidentemente vuole rovinare Serafini. Gigi non deve assolutamente essere sacrificato. Gigi è un grandissimo talento naturale. Che fra un paio d'anni sarà una cosa dell'altro mondo. Gigi ha un solo grosso difetto: è nato in Italia. Fosse americano, sarebbe destinato a diventare una stella fra i professionisti. E sai perché? Perché sono pochi al mondo i pivot alti come Gigi e tanto agili...

Resta il fatto che la tua squadra ha un solo lungo...

Io posso giocare pivot...

Tu non sei nemmeno due metri...

Io in certe circostanze posso giocare pivot, lo ripeto. E poi la società può reperire sul mercato un altro lungo, ma un pivot americano no. Non è Fultz che ti parla per egoismo, fa conto che sia l'uomo della strada a farti un ragionamento elementare".

Esempio: qui non ti confermano...

Allora vado dove mi danno soldi. In Europa o in America, Ho venticinque anni e giocherò ancora molti anni.

Come passi le tue giornate?

Leggo parecchio e mi preparo a fare veterinaria. All'università di Bologna, spero...

E quando tornerai a casa? Dove vivrai?

La famiglia ce l'ho a Detroit, ma gli amici sono tutti nel Massachussets, vicino a Boston. Starò un po' qua e un po' là...

Cosa pensi di Peterson?

Tutto il bene possibile. Mi sento già a mio agio prima di andare in campo e questo aspetto psicologico è molto importante.

Ora giochi di più per il collettivo, ti sacrifichi...

Io credo di essere un giocatore abbastanza completo. Se mi si chiede di tirare, tiro. Se mi si chiedono altre cose, eseguo.

Manca molto alla tua squadra per diventare squadra da scudetto?

Ci vuole tempo, pazienza e mentalità vincente. Forse ci vogliono anche un paio di giocatori in più. Però ascolta quello che ti dico: di qui a due anni Serafini e Bertolotti saranno i migliori giocatori italiani.

Adesso il migliore giocatore italiano chi è?

Meneghin.

E i migliori stranieri del nostro campionato?

Morse e Hawes, ma ad esempio sarei curioso di vedere Morse in una squadra che non fosse l'Ignis. Rovescio il discorso: giocare nell'Ignis è come toccare il paradiso. Alla Sinudyne io ci sto bene, te l'ho detto, ma si capisce che mi piacerebbe da matti giocare nell'ignis...

Chi vincerà il campionato?

Settanta all'ignis, trenta all'Innocenti...

E il capocannoniere?

Non c'è dubbio: Morse.

La Virtus come si piazzerà?

Quarta o quinta.

Avverti un'evoluzione nel basket italiano?

Siete sempre più forti e soprattutto i giocatori sono fortissimi...

Quando segni meno di dieci punti, cosa provi?

Se uno come me segna meno di dieci punti, è un disastro. Ti rendi conto che in una partita tiro non meno di venti volte? Ti dirò di più: è un disastro se non segno almeno venti punti.

Si dice che sei un hippy...

Tu cosa intendi per hippy?

Un uomo che vive liberamente.

Esatto, allora sono un hippy. Vivo liberamente, molto liberamente...

Hai lasciato tua moglie negli Stati Uniti...

Ma quale moglie?

Beh, tua moglie.

Mai stato sposato, ti giuro.

Cosa pensi del Watergate?

Peccato...

E del Cile?

Brutta faccenda...

So che sei un progressista...

Non mi piace molto parlare di politica così superficialmente. Sì, ho votato per McGovern, sono un convinto democratico, seguo la poliitca. Ma non mi va i discuterne pubblicamente.

Perché porti i capelli lunghi?

Chiaro: perché mi piacciono così.

Non pensi mai di tagliarteli?

Mai. Semmai penso di farli crescere ancora di più.

Parliamo di donne.

Non sono un fanatico...

Ecco appunto. Sento dire che le adoratrici di John Mitraglia non ti interessano.

Proprio così. Se una donna adora il Fultz che fa canestro, spiacente, quella donna non mi interessa. Se viceversa una donna mi frequenta, mi conosce e mi apprezza, allora il discorso è diverso.

E sono molte le donne che apprezzano l'uomo Fultz?

Sono molte, sono poche? Son quel che mi bastano...

 

IL RITORNO DI KOCISS

Superbasket - 07/11/1978

 

Ginevra, primavera '76: ad uno dei soliti "party-meeting-conferenza" che accompagnano puntualmente le manifestazioni come una finale di Coppa dei Campioni c'è anche, fra dirigenti, giornalisti, addetti ai lavori di vario genere, John Fultz, americano e bandiera del Viganello nel campionato svizzero. Tra un'oliva ed un martini con ghiaccio, a chi gli chiede con curiosità cosa c'è di vero sulle voci di un suo probabile e veloce ritorno sui parquet italici, John risponde a sussurri e bisbigli, si guarda intorno sornione, sorride: "Mah, ecco, non c'è niente di sicuro, io non so, comunque capisci, non mi va di parlarne ora e specialmente qui, con tutta questa gente, io ufficialmente resto in Svizzera ancora un po'". Ed è impossibile strappargli di bocca una parola di più, tranne l'impressione che Fultz in Italia ci tornerebbe anche in autostop.

Passano due anni e mezzo ed ora eccolo qua, piazzato alla Postamobili Pordenone, agli ordini di Pellanera. Questione di grana, forse e probabilmente, visto che nessuno in Europa paga gli americani come nel bel paese, ma non solo: a John "Kociss" Fultz, yankee con frangia e faccia da pellerossa, memore di tre campionati in cui incendiò il palasport bolognese con la maglia della Virtus grazie ai suoi jump-shot calibratissimi, palleggi tra le gambe, schiacciate a canestro, la dimensione tecnica e spettacolare del basket svizzero o austriaco non doveva andare proprio a pennello. E un pensierino a tornare dall'altra parte l'aveva sempre fatto, con la credenziale di aver lasciato di sè ovunque un ottimo ricordo.

"Direi che John si sia ambientato bene - spiega Pellanera - nonostante una serie di difficoltà iniziali con cui ha dovuto per forza scontrarsi. Nella Virtus prendeva palla e tirava, in Svizzera non gli si chiedeva certo una grande applicazione in difesa, qui si deve inserire in un gioco più collettivo, dove è sì aiutato dai compagni, ma senza esagerare, senza che nessuno si sacrifichi al punto da sparire di scena. E io penso che sia possibile: senz'altro John è un buon americano e se si adatta completamente a questo nuovo modulo di gioco come è necessario, almeno secondo me, ci sarà utilissimo. Per questo occorre un po' di tempo, ma mi sembra che lui oggi abbia la pazienza di farlo. Inoltre dopo un certo nervosismo alle prime uscite, dovuto soprattutto ad un ritardo nella condizione fisica, di cui John si rendeva ben conto, adesso ha riacquistato una totale padronanza dei suoi mezzi".

John a Bologna era un personaggio e non solo leader in campo. Anche in questo senso avrà fatto colpo a Pordenone, rivelandosi doppiamente valido.

"Beh,certamente il pubblico gli sio è affezionato in fretta, ma sotto tutti gli altri punti di vista John è molto cambiato rispetto al passato. Non è più il giramondo, il mattacchione: si è sposato, ora sua moglie aspetta un bambino, ecco, è diventato più schivo".

(...)

 

Capelli lunghi e un gran cartola: Fultz fuori dal campo avevo lo stesso successo che aveva in partita.

IL MATCH DELLA MIA VITA: UN INDIANO A BOLOGNA

di John Fultz - V nere - 1990

 

È passato ormai tanto tempo dalla gara che ricordo con più piacere fra le tante che ho giocato quando vestivo i colori della Virtus. Torniamo al campionato 1972-73: allora la squadra era abbinata Norda. Il nostro allenatore era Nico Messina, arrivato l'anno precedente a Bologna. Anch'io ero approdato alla Virtus la stagione prima, segnando subito 650 punti totali. La partita che vorrei ricordare si giocò a Bologna contro la Reyer Venezia, che prima di chiamarsi Canon era sponsorizzata dalla Splugen. Si trattò di un incontro per noi tutto in salita. Venezia in quel periodo era trascinata da una grande campione come Steve Hawes, che anche quel giorno ci dette molto filo da torcere. Fatto sta che dovemmo inseguire la Splugen in pratica per l'intero arco della gara.

Pochi secondi alla fine, la Reyer si trovò sopra di un punto e con la palla in mano. In me scattò la scintilla, ebbi l’intuizione che ci valse la partita. Quando ormai i secondi alla sirena si erano ridotti ad una manciata, intercettai un passaggio e mi involai in contropiede. Proprio allo scadere, schiacciai di prepotenza nel canestro veneziano per il 79-78 a nostro favore. Tutto il Palasport esplose in un urlo di gioia irrefrenabile. Ci fu anche qualche protesta da parte dei giocatori della Reyer, che sostenevano di aver sentito la sirena prima della mia schiacciata. Ma il canestro venne convalidato e per tutti noi fu festa grande. Non mi era mai capitato di risolvere una partita all’ultimo secondo in maniera tanto spettacolare. Fu davvero esaltante, una sensazione di piacere inarrivabile.

Io nella Virtus giocai tre anni, dal 1971-72 al 1973-74, segnando oltre 2.200 punti complessivi. Ricordo con piacere quelle annate, che culminarono nel successo in Coppa Italia, proprio nel 1974. Quella fu probabilmente la stagione più bella per noi: coincise con l’arrivo dal Cile di Dan Peterson, che a Bologna prima e a Milano poi ha vinto più di ogni altro. Il nostro segreto era quello di essere un gruppo di amici veri, in campo, ma anche fuori. Con Gigi Serafini, con Gianni Bertolotti, con lo stesso Renato Albonico sono nate delle amicizie che proseguono tuttora, che hanno resistito all’usura del tempo. La nostra forza era proprio in questo, essere uniti e fare quadrato nelle situazioni difficili, festeggiare tutti insieme i successi. Nel 1973-74, con la Virtus abbinata Sinudyne, nel finale di campionato centrammo una lunga striscia di successi. In Coppa battemmo la Snaidero nella finalissima. A Bologna mi trovai così bene che ora è diventata la mia città. Mia moglie è bolognese e da qui sono partito per fare l’allenatore.

Dopo aver guidato squadre minori in provincia, tre anni fa sono andato a Palmi piazza in cui ho allenato la formazione locale in serie C. Da lì, poi, mi sono spostato a San Giovanni Valdarno, dove abbiamo vinto il campionato di C salendo in B2. Quest’estate mi ha contattato la Pallacanestro Firenze, dove ho firmato come assistente di Rudy D’Amico. Ora mi sono riaffacciato alle porte della Serie A e questo mi ha riempito di soddisfazione. Oltre che fare il vice in prima squadra, seguo direttamente la formazione junior, dando una mano anche ai cadetti. Sono soddisfatto di questo lavoro, perché la società è bene organizzata e credo che nonostante le disavventure di quest’anno abbiano un buon futuro davanti a sé. È chiaro che il palcoscenico della Serie A è molto importante per un allenatore. Tra l’altro, Firenze, oltre ad essere una delle città fra le più belle d’Europa, è anche vicina a Bologna, per cui mi risulta molto comodo lavorare in riva all’Arno. Quando sono venuto a giocare con la mia squadra al Palasport di Piazza Azzarita contro la Knorr, è stato davvero emozionante e devo confessare di aver provato molta nostalgia del periodo in cui ero io a scendere in campo con la maglia bianconera e a segnare canestri che infiammavano le platee…

GIONMITRAGLIA

di Gianfranco Civolani

 

Kociss Mitraglia, ovvero Gionfulz, ovvero Fulz e basta così. Arriva in Virtus John Fultz nell'anno 71 e la povera Virtus si è appena salvata allo spasimo e con la scoppola (vedi spareggi). John eccetera era stato l'ottimo straniero di Coppa dell'lgnis Varese. Bene, arriva Fultz e subito si pone come contraltare del mitico Baron Schull della emergente Fortitudo. Fultz è anche Kociss per via della zazzerona e della banda da indiano. Poi sono io che gli appiccico addosso il nomignolo di Gionmitraglia perché lui, Fultz, spaniera alla grandissima e porta subito la Virtus a vincere il derby, e a fine campionato la Virtus di Kociss Mitraglia risale al quinto posto assoluto perché allo spento Tracuzzi è subentrato il battagliero Nico Messina e più tardi negli anni la Virtus è sempre discretamente assestata (dominano incontrastate Varese e Milano) e con l'avvento di Din-Don-Dan (Peterson) Fultz rifulge e in un certo senso prefigura lo scudetto numero sette che poi arriverà qualche anno dopo con Terry Driscoll stranierissimo doc.

Com'era l'uomo Gionfulz? Una persona squisitissima, elegante nel porgere e comunque intelligentemente fuori dal coro, una specie di hippy che peraltro mai mancava ai suoi doveri professionali e che si curava come un certosino. Com'era il giocatore? Sapeva fare di tutto, ma aveva un tiro che spaccava da ogni zona del campo, uno stupendo tiro in elevazione o in sospensione, insomma uno dei jump più mortiferi che io abbia mai visto in carriera. E cito numeri: John Fultz il dodicesimo cecchino della Virtus di tutti i tempi e comunque il terzo fra gli stranieri di sempre. E il sesto rimbalzista in assoluto, come dire uno che prima la prendeva e poi la imbucava anche se giocava numero tre o quattro e rigorosamente mai cinque con i due metri o pressappoco che si ritrovava. Poi ho continuato a incontrare John sui campi quando lui allenava i bimbi gli adulti. Gionfulz era un figlio dei fiori che finì di  giocare in Svizzera e in Portogallo, ma si è sposato a Bologna, ha allenato qui e là e ancor oggi Mitraglia smitraglia i panieri quando lui cinquantenne si esibisce con gli Over eccetera e il canestro avversario ancora gli si dischiude voluttuosamente. Non so esattamente cosa stia facendo il mio bel Mitraglia oggidì. Spero che se la passi discretamente e gli auguro sempre ogni bene perché io del giocatore e dell'uomo ho un buonissimo ricordo e insomma per me Gionfulz è sempre stato qualcosa che valeva tanto. E se qualcuno mi chiede dove io collocherei Mitraglia fra chi ha giocato a Bologna e in assoluto, be', non ci penso e dico fra i primi venti, pardon, fra i primi quindici, pardon fra i primissimi che hanno illuminato e infiammato il nostro amatissimo Madison.

 

IL MIO PRIMO DERBY

tratto da "Mi chiamavano Kociss" - di John Fultz

 

Il primo derby si disputò in casa. Significava che avremmo avuto la maggior parte del pubblico a sostenerci. Entrambe le squadre giocavano nel palazzetto di piazza Azzarita ovviamente, ma visto che eravamo noi a giocare in casa, la Fortitudo ebbe solo cinquecento biglietti.
Quando tornai al mio appartamento, Patty mi chiese: «Com’è andato l’allenamento?»
«Be’, è stato solo un altro allenamento. Era un pochino più intenso e duro degli altri, visto che c’era grande tensione nell’aria. Tutti sanno che stiamo per affrontare una vera battaglia».
«Ma perché?» mi chiese.
«Perché stiamo per giocare contro l’altra squadra di Bologna. Sono nostri rivali storici, e per i nostri e i loro tifosi è una partita importante quanto un campionato o una coppa».
Il nostro avversario era la Fortitudo e la loro stella era Gary Schull che sui giornali aveva dichiarato: «Non so chi vincerà, ma sarà una vera battaglia, venderemo cara la pelle e daremo il massimo per vincere». Era uno dei più tenaci e potenti giocatori che avessi mai visto. Mi ricordava Dave Cowens, leggendaria stella e MVP dei Boston Celtics.
Quando arrivò quella domenica, sentivo le farfalle nello stomaco. Ero arrivato al palazzetto un’ora prima, e il frastuono degli spettatori, novemila persone stipate sugli spalti che in teoria potevano contenerne settemila, mi fece capire quanto era importante quella partita. Erano molto più entusiasti e rumorosi del pubblico di Anversa nella finale di Coppa Campioni!
I tifosi virtussini urlavano in coro: «Kociss! Kociss!» oppure «Gionmitraglia! Facci sognare, batti l’Eldorado per noi, batti la Fortitudo!» mentre i tifosi della squadra avversaria mi dicevano: «Fultz, hippie di merda! Frocio! Bastardo!»
«Benvenuto al tuo primo derby, John. Qualsiasi cosa accada, non è niente di personale, ma vi daremo battaglia. Sai come dicono? In amore e in guerra tutto è lecito e non esiste amore tra le nostre squadre» mi mise in guardia Schull.
«Ok Gary, ti auguro di fare una bella partita, ma i miei compagni stanno crescendo, e vinceremo noi» profetizzai.
Mi aveva avvertito ed era la verità, ogni volta che uscivo da un blocco, giungeva in aiuto della difesa e spesso mi faceva assaggiare il suo gomito o il ginocchio, e ogni volta che cercavamo di fermare i suoi assalti o penetrazioni verso il canestro, lavorava molto di gomito, o di ginocchio o con la spalla, allontanando chiunque cercasse di contrastarlo. Dove ti colpiva non aveva importanza per lui, se si trovava nel traffico sotto canestro; in collisione con il mio ginocchio, la mia gamba o i gioielli di famiglia per guadagnarsi una posizione vantaggiosa, poco importava!
Come aveva detto: «In amore e in guerra, tutto è lecito!»
E quando la Virtus giocava contro la Fortitudo nel derby non era una questione d’amore. Era guerra! Sono felice di poter dire che fuori dal campo eravamo amici, ma dentro, no!
Anche se il mio giovane corpo aveva preso e – credo – dato un sacco di legnate, finii con 27 punti, e vincemmo 78-73.
Schull ne fece 21, con un impressionante 18 nei rimbalzi.

 

Fultz in penetrazione

JOHN FULTZ, UN FUTURO ALLE SPALLE

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 12/04/2006

 

La voglia di fare le valigie è talmente forte da averlo spinto a rivelare le sue intenzioni ai suoi ragazzi. Alla squadra di San Giorgio a Cremano che allena in Campania e che gioca nel campionato di C2. Loro, i suoi ragazzi, vorrebbero trattenerlo in Italia perché gli vogliono bene e lo stimano.
Lui, John Fultz, vorrebbe rientrare negli States. John, 57 anni, arriva in Italia negli anni Settanta. E dal 1971 al 1974 gioca con la maglia della Virtus (70 presenze, 1.898 punti e una Coppa Italia). Che sfide tra lui e il ‘Barone’ della Fortitudo, al secolo Gary Schull.
Ma perché John vuol tornare negli States? «Per trovare un lavoro – dice John -. Un lavoro sicuro».
Classe 1948, John, padre di Robert, play della Fortitudo in prestito a Teramo, è in Campania dove allena e dove insegna. «Insegno inglese in un istituto privato – continua – e do qualche lezione. Ma non basta, perché si tratta di un lavoro precario».
Tornare negli Stati Uniti non è un sogno fine a se stesso, ma un’opportunità prospettatagli da Tony Zeno, ex giocatore di Rieti e Brindisi. «Tony sta a Los Angeles, in California e gestisce alcune palestre. Mi ha prospettato la possibilità di lavorare con lui. C’è bisogno di personal trainer».
L’incontro con Zeno, nei mesi scorsi, è stato quasi casuale. «E’ stato quando il grande Julius Erving, Doctor J, è venuto in Italia. Ho incontrato Julius, c’era Tony Zeno e c’era suo fratello Michael. Abbiamo parlato e mi hanno prospettato la possibilità di rientrare negli States. A luglio-agosto, avrò un po’ di tempo. Per me sarà una sorta di vacanza-lavoro. Voglio capire se ci sarà la possibilità di avere un lavoro sicuro. I miei ragazzi mi vogliono bene, ma credo mi possano capire: cerco un po’ di sicurezza».
Quella sicurezza che oggi gli manca in Italia, dove è stato uno dei protagonisti del boom della pallacanestro. «Lo posso dire con orgoglio – racconta ricordando i favolosi anni Settanta -. Ho contribuito a fare grande la pallacanestro in Italia. Arrivai alla Virtus che si era appena salvata negli spareggi di Biella. Al palazzo venivano duemila persone. Qualche mese più tardi il palazzetto era pieno».
Merito suo e di quella fascetta, inconfondibile, che sistemava su una capigliatura foltissima. Merito suo e di un ‘amico-nemico’ chiamato Schull. «Il soprannome Kociss me l’avete dato voi, a Bologna. Avevo i capelli lunghi e con il taglio dei miei occhi divenni l’indiano. Gary, che era in Fortitudo e che aveva sangue indiano, faceva il cowboy. L’indiano e il cowboy, che sfide. Ma anch’io nelle vene ho sangue indiano».
Dici Bologna e non puoi che pensare al derby di sabato. «Una favorita? Mah, se guardo la classifica devo dire Climamio. Ma il derby è sempre stato una sfida con un fascino particolare. E poi mi ha fatto piacere che, anche di recente, i tifosi della Virtus mi abbiano indicato come uno dei giocatori simbolo del club».

 

JOHN FULTZ

di Dan Peterson - www.basketnet.it - 03/07/2008

 

Il rapporto fa me e John Fultz non è esattamente partito con il piede giusto. Sono arrivato alla Virtus Bologna come coach nel 1973. John aveva giocato con l'Ignis Varese come straniero di Coppa nel 1970-71, appena laureato da U. Rhode Island, poi due anni, 1971-73, come straniero principale della Virtus. Stava entrando nel suo ultimo anno di contratto, appunto, 1973-74, quando il club ha perso Vittorio Ferracini, in prestito dall'Olimpia Milano, proprio all'Olimpia in una disputa sul cartellino. Volevano cambiare Fultz e mi ha chiesto di provare un pivot. Ho portato Steve Mitchell, 208, per un provino. Poi, ho tenuto John Fultz, solo 198 cm.
Quel primo anno è stato difficilissimo. Senza Ferracini avevamo un giocatore fortissimo (era in nazionale) in meno, nonché un lungo in meno. Infatti, John, non un grandissimo difensore, doveva marcare spesso uno molto più alto di lui. Contro Siena, nostro pivot, Gigi Serafini (2,10), marcava loro Enrico Bovone (2,12) e John doveva marcare Karl Johnson (2,10). Meno male, John, tiratore fantastico, faceva tanti punti e perdeva pochi palloni. All'inizio, però, cercava di vincere le partite da solo. Gli ho detto: "John, molte squadre fanno così, la palla all'Americano e tutto sulle sue spalle. Facciamo questo: Giochiamo in cinque e chi è libero tenterà il tiro." Lui ha detto OK.
Da lì la nostra scalata. In alto! Avevamo iniziato l'anno 0-3 e il Resto del Carlino scrisse, prima della quarta partita, "Oggi Peterson si gioca la panchina. "Non era vero ma la squadra non sapeva questo. L'avversario, a Bologna, era Max Mobili Pesaro. Vinta con una grande partita di John. Poi, un'altra vinta in casa, contro Brina Rieti, con un'altra grande gara di Fultz. Poi, una vittoria in trasferta, ad Udine, ancora meglio John. Abbiamo concluso l'anno 15-11, valido per il 5° posto. Abbiamo vinto i due Derby, pur soffrendo in entrambe. La squadra migliorava e John migliorava: condizionamento fisico, taglia fuori, rimbalzi, difesa, blocchi, passaggi e, come sempre, gran tiro.
C'è stato un momento difficile. John arrivò 20 minuti in ritardo per la trasferta a Livorno in Coppa Italia. Non dico nulla. Spogliatoio prima della gara, con la squadra in dubbio su ciò che avrei fatto. Senza alzare la voce, dissi: "John, 20 minuti in ritardo, non giocherai i primi 20' della partita, anche se perdiamo". Abbiamo vinto e lui avrà fatto 20 punti nel secondo tempo! Però, l'Avv. Porelli gli staccò una multa: $500, una somma importante allora. Alla fine dell'anno, chiedo a Porelli di dare indietro i $500 a John. Niente da fare. Ho detto, "Porelli, mettiamolo come premio. Se vinciamo la Coppa Italia, John avrà indietro quella somma." Porelli: "Va bene."
Tutto questo era appena prima della Final Four della Coppa Italia a Vicenza. John è un uomo impossessato. Battiamo Saclà Torino in semi-finale, 79-73, se non sbaglio, e John fa 28 e una caterva di rimbalzi. Per il titolo, battiamo Snaidero Udine, 90-74, e John fa 29 e prende ancora più rimbalzi. Peccato che non c'era il premio per MVP. Era John, al 100%. Per me, alla fine di quell'anno, era uguale a Bob Morse. Con questo dico tutto. L'abbiamo cambiato solo per Tom McMillen l'anno dopo, come avevo spiegato a lui. Ma lui mi ha dato il mio primo trofeo in Italia e, per quello, sarò sempre riconoscente nonché suo debitore. Era diventato un campione.

 

LA STORIA DI FULTZ SENIOR, IDOLO VIRTUSSINO

di Nicola Bonafini - www.tuttobasket.net - 30/07/2008

 

«Sono contento che mio figlio Robert sia andato a giocare a Reggio Emilia. è una società molto seria e mi fa piacere che abbia optato per loro». Chi parla dai microfoni di StudioSport di Italia1 è “Kociss", al secolo John Fultz, papà del neo acquisto della Trenkwalder Robert - il ragazzo dovrebbe essere in città oggi o domani per visionare alcuni appartamenti -.
John Fultz è stato un idolo delle folle virtussine negli anni settanta ed "oppositore" del mitico "Barone" Schull, all’epoca in Fortitudo. è veramente catartico che il figlio abbia trovato la casa in cui diventare giocatore proprio sulla sponda biancoblù anziché bianconera. Ma questo è anche il bello dello sport.

La carriera - Una stella a Rhode Island
Fultz senior, alto 2 metri, ha sempre giocato ala. è stata una stella all’università di Rhode Island, sotto il leggendario coach Tom Carmody. è stato il quinto realizzatore di sempre dell’università con 1834 punti. Inoltre è ricordato anche come uno dei principali rimbalzisti di URI essendo l’ottavo ogni epoca. Completata l’università, Fultz sbarca in Italia. Dapprima all’Ignis Varese dove gioca come americano di coppa. Ma è dall’anno successivo alla Virtus Bologna che Fultz si impone come uno degli stranieri di maggior impatto della storia della pallacanestro italiana di quel periodo. La chioma fluente e la fascetta ante litteram - che sia stato un precursore di tanti calciatori del nostro tempo? ndr - fecero sì che sotto le Due Torri lo soprannominassero Kociss: «Il soprannome me l’hanno dato a Bologna - ricorda il diretto interessato in alcune dichiarazioni del passato -. Avevo i capelli lunghi e con il taglio dei miei occhi divenni l’indiano».
L'impatto di Fultz sulle sorti della squadra bianconera furono impressionanti. Arrivò con le V nere che avevano appena scampato la retrocessione con gli spareggi di Biella, con un pubblico disamorato della sua squadra. La portò stabilmente ai piani alti della classifica, a vincere una Coppa Italia e ad avere un palazzo dello sport pieno «Lo posso dire con orgoglio. Ho contribuito a fare grande la pallacanestro in Italia. Arrivai alla Virtus che si era appena salvata negli spareggi di Biella. Al palazzo venivano duemila persone. Qualche mese più tardi il palazzetto era pieno».
I numeri in bianconero, più di ogni altra cosa, sottolineano la grandezza del personaggio: dodicesimo scorer di sempre nella storia della Virtus e terzo tra gli stranieri e sesto in assoluto. Ha giocato anche in Svizzera e Portogallo. Ma le radici le ha messe in Italia come testimonia la nascita del figlio John.

La testimonianza - La voce del Santone
Il nostro Gian Matteo Sidoli ha avuto modo di arbitrarlo molte volte nella sua carriera di direttore di gara: «Per quel tempo Fultz è stato un grandissimo giocatore. Aveva il tiro facile - sottolinea il Santone- Se ci fosse stato la linea del tiro da 3 avrebbe fatto caterve di punti. Era il leader della Virtus di quegli anni ed ha ottenuto ottimi risultati con quella maglia. Ricordo che anche con me arbitro è sempre stato estremamente corretto e gentile. Piuttosto era un tipo taciturno, credo fosse molto timido. Penso fosse uno dei più grandi americani mai sbarcati in Italia e mi fa arrabbiare che nelle varie graduatorie di merito, lui, Mitchell e Doug Moe non siano mai menzionati. Ma è perché manca la memoria storica in chi fa queste classifiche».

JOHN FULTZ: LA MIA VITA DA HIPPIE DEL BASKET

di Nicola Bonafini - Il Giornale di Reggio - 15/01/2009


Ha ragione Gianfranco Civolani sul sito Virtuspedia. John Fultz è un uomo di modi gentili, affabili e signorili. “Kociss” adesso è un signore di mezza età, appena operato di ernia all’inguine che vive ad Albinea, ospitato da un suo amico Reggiano. Non ha lavoro, anche se la sua vita la impegna scrivendo poesie e lavorando alla sua autobiografia. Inoltre ha anche l’eccellente opportunità di stare vicino a suo figlio Robert, playmaker della Trenkwalder, con cui John si vede spesso. Prima di lasciare spazio alle considerazioni del grande ex giocatore della Virtus Bologna, l’impressione è che questo uomo abbia ancora un entusiasmo innato verso il gioco del basket con un fortissimo trasporto verso i giocatori più giovani. Signor Fultz, ci racconti della sua storia di giocatore.

Ricordo con tanto piacere la mia squadra del liceo. All’inizio non vincevamo tanto, però si vedeva che avevamo talento e che, nel momento in cui saremmo cresciuti, avremmo potuto andare lontano. Eravamo una squadra di grandissimi tiratori. Ricordo le nostre percentuali ai liberi, sfioravano l’80%. Un anno vincemmo 36 partite di fila. Arrivammo alle finali dello stato. Perdemmo di uno ed io sbagliai il tiro decisivo: una sospensione con la palla che danzò intorno al ferro un’eternità e uscì. Il nostro coach però non se la prese, ci disse che l’importante era aver dato il massimo. Un insegnamento che ho fatto mio e che mi porto dentro tutt’oggi. All’Università a Rhode Island giocavo centro. E mi scontrai più volte contro Julius Erving -Doctor J- pure lui impiegato nel ruolo di pivot. Fui scelto al terzo giro dai Lakers, però mi affrivano solo 35.000 dollari. A John McMillan (Altro grande americano che arrivò in Italia, ndr) gliene offrivano 125.000. Il loro giemme disse che lui difendeva meglio. Eppure in un torneo prestagione a NY io segnai 44 punti e lo annullai in difesa. Tornai dal Giemme dei Lakers a dirgli: “Ma c’era McMillan in campo? io non l’ho visto...”. Alla fine però avevano già deciso. Arrivò il maestro Aza Nikolic e mi “mise sotto il naso” un contratto per Varese. Accettai. Avevo sempre avuto la curiosità di venire a giocare in Italia, fin dai tempi in cui Bill Bradley giocava a Milano. Il mio spirito d’avventura e la voglia di scoprire presero il sopravvento.

Il suo è stato un impatto rivoluzionario sul basket di allora, non solo tecnico, ma anche nel look...

Eh sì... I capelli lunghi, l’aspetto da hippie. Tutte queste cose. A Bologna arrivai che loro si erano appena salvati. Venivano pochi spettatori a vederci
all’inizio. Però eravamo giovani, avevamo talento, penso a Gianni Bertolotti e a altri. Ragazzi di grande talento. Alla fine crescemmo tanto negli anni a venire, vincendo anche una Coppa Italia, con coach Peterson. All’epoca si giocava alla fine della stagione. Infilammo una striscia vincente di circa 10 partite consecutive. Peterson ha ragione: se si fosse giocato con la formula attuale, avremmo vinto il campionato. Ci accontentammo della Coppa Italia, ma in piazzale Azzarita venivano a vederci in tanti.

Come è stato il suo rapporto con gli allenatori che ha avuto?

Sono stato molto influenzato dal mio coach del liceo. Come dicevo poco fa. A lui importava che tutti noi dessimo il massimo, non contava il risultato, ma la consapevolezza che si era dato tutto. Peterson è un altro che mi ha lasciato qualcosa dentro, ma a lui interessava vincere. Lavorava tanto sui fondamentali e sul giocare assieme. Però sempre con una tensione verso la vittoria.

Parliamo del movimento hippie e delle scelte compiute da lei durante quegli anni «Penso che si debba scindere.

Tanti aspetti erano positivi di quel periodo: il volere un mondo di pace, il condividere le proprie cose con gli altri, la ricerca di una spiritualità che sia “più grande” degli aspetti terreni. Poi vi era il lato negativo. L’utilizzo di droghe artificiali per cercare di “espandere la mente” ed arrivare ad una forte situazione di serenità. Oggi non l’avrei fatto. Oggi vi sono tecniche molto più naturali e meno dannose, come la meditazione o lo yoga. In essi vi
sono momenti in cui riesco a giungere ad uno stato di beatitudine simile a quello che potevo ottenere grazie a sostanze artificiali. E comunque riguardo al movimento hippie, la stessa domanda la avresti potuta rivolgere a Bill Clinton, anche lui un aderente a questo movimento, con tutti i suoi pro e contro.

Tornando al basket, una volta terminato di giocare sei diventato allenatore, giusto?

Sono tornato negli Stati Uniti ed ho fatto l’assistente al coach dell’Università del Rhode Island che era un mio compagno del liceo. Sono poi tornato in Italia ed ho allenato nel settore giovanile della Virtus. 7 giocatori da me allenati sono stati parte della prima squadra diretta da coach Ettore Messina. Ho fatto l’assistente a Firenze con Rudy d’Amico e poi il capo allenatore sempre in riva all’Arno. Retrocedetti all’ultima giornata, vincendo con la Pavia di Oscar, e dopo aver compiuto una gran rimonta. Fu tutto inutile. Eppure demmo tutti il massimo. Ma non mi valse la riconferma. Purtroppo in Italia si guarda in modo spasmodico, quasi “scaramantico”, al risultato. Se questo non arriva, l’allenatore paga a prescindere. Negli Usa è diverso, si guardano alle percentuali di vittorie, allo sviluppo dei giocatori. Insomma è tutto molto più analitico. Ho allenato in serie C in provincia di Bologna e a Palmi anche. Poi dall’anno scorso non mi hanno più chiamato.

E adesso cosa fa?

L’insegnante d’inglese dove mi chiamano. Collaboro con “Virtus Magazine” (L’house organ della Virtus Bologna, ndr) diretto da Ricky Morandotti
(ex proprio della Virtus), scrivo poesie e sto ultimando la mia biografia: “Lo chiamavano Kociss”.

Le piaceva questo soprannome?

Sì assolutamente. Faceva parte del personaggio.

Com’è il suo rapporto con suo figlio Robert? Quanto è felice nel vederlo un giocatore affermato in serie A?

Con Robert il rapporto è normale, come lo sono tanti tra padre e figlio. Certo: sono orgoglioso che sia diventato un solido giocatore di serie A e che sia inserito in un contesto importante come quello di Reggio Emilia. Anche se penso che si possa fare sempre di più. Ho la convinzione che Robert debba dare ancora maggiore continuità alle sue grandi doti, tecniche, di estro e di fantasia. L’ho visto alcune volte in casa e in trasferta a Imola. In quella circostanza ha giocato veramente alla grande, con il costante controllo del ritmo della partita. Peccato per quest’infortunio. Se ci si pensa Reggio sta facendo benissimo, nonostante gli infortuni. Sono primi! Non vedo perchè non possano andare in serie A. A Robert glielo ho detto: “Si deciderà tutto alle ultime 5, 6 partite. Entra nell’ordine di idee di essere al massimo della forma per quel periodo". Se, come lui, lo sarà tutta la squadra, credo che non ci saranno problemi ad essere promossi per Reggio.

Insomma, a sentire da come ne parla, questa Trenkwalder le piace.

Sì, molto. Soprattutto hanno questi ragazzi giovani che sono proprio bravi. Melli stava veramente esplodendo, peccato che per questo infortunio che proprio non ci voleva. Ma anche Ancellotti e Defant secondo me hanno un futuro radioso davanti, così come Campani. Si nota che hanno tanto talento, però mi rendo conto che, per esempio, sono ragazzi che devono ancora crescere e formarsi fisicamente. Il Defant di tra tre anni sarà diverso da quello attuale, soprattutto a livello fisico e atletico. Ci sarebbe bisogno di un campionato intermedio per questi ragazzi dove possano crescere e svilupparsi a livello fisico, oltre che tecnico, rimanendo sempre in un ambito competitivo. In modo poi da essere pronti a reggere l’impatto con la prima squadra, arrivandoci pronti a reggere l’urto con gli avversari.

Le manca l’essere attivamente dentro la pallacanestro e pensa di poter ancora dare molto in questo ambito?

Assolutamente sì. Mi piacerebbe molto mettere a disposizione le mie esperienze e le mie conoscenze nei confronti dei ragazzi più giovani. Che ci sono
e meritano tutta l’attenzione possibile. Quindi è chiaro che mi piacerebbe poter essere ancora parte attiva in questa pallacanestro.

Infine. Vi è un’ultima cosa che vorrebbe dire al termine di questa lunga chiacchierata?

Innanzitutto auguro alla Trenkwalder di vincere il campionato e di essere promossa in serie A. Mi auguro anche che, se Dino Meneghin sarà effettivamente il nuovo presidente della Fip, possa dare vita ad una riforma dei campionati, in cui si possa creare una sorta di Ncaa italiana, in cui i giocatori più giovani possano crescere con grande costrutto.

BANDIERE BIANCONERE - JOHN FULTZ

www.virtus.it - 29/05/2013

 

John Fultz, lo sa che qui dicono ancora che BasketCity sia rinata grazie a lei e al Barone Schull sull'altra sponda?

In qualche modo è vero. Quando arrivai a Bologna, nel 1971, la Virtus aveva perso un po' del suo smalto. A palazzo c'era una media di duemila persone. Poi arrivarono quei derby, quelle sfide tra me e Gary che esaltavano i tifosi. E già alla fine della prima stagione si faceva il tutto esaurito.

La chiamavano Kociss. Lo ha perfino ricordato in un libro, raccontando quegli anni fuori e dentro il parquet.

Bologna è stata una magìa. Gli anni più belli, da giocatore. A Varese avevo fatto lo straniero di Coppa, dopo ci furono gli anni in Svizzera, un basket che pagava bene ma era di un livello decisamente inferiore. In Virtus trovai quell'America che non avevo potuto raggiungere a casa mia, anche se fu soprattutto colpa mia.

Già, il provino fallito con i Lakers...

Fu proprio dopo la prima stagione a Bologna. In campo feci molto bene, ma la sciocchezza la commisi fuori. Comportamenti non ortodossi, diciamo così. Mi controllavano, si accorsero di tutto e mi fecero capire che non era il caso. Tornai in Virtus. Contento.

Fu proprio nel periodo bolognese che abbracciò la filosofia hippy...

La mia casa era un porto di mare. Se qualcuno aveva bisogno, io c'ero. Iniziai a credere nei valori di pace e condivisione, facevo esperienze alternative. Ancora oggi mi considero un uomo non violento e propositivo, e non rinnego quei tempi, anche se avrei potuto vivere diversamente il mio percorso di atleta, sfruttare meglio il talento che mi era stato donato. Anche per questo credo di aver scritto un libro educativo: nascondere gli errori non è il modo giusto per educare. I ragazzi sentono quando menti, con loro bisogna essere chiari, sinceri fino in fondo. Solo così si può far capire quando sbagliano, e in qualche modo insegnare a non farlo più.

Prima di andarsene, regalò alla Virtus il primo trofeo dopo diciotto anni di astinenza.

Nella stagione '73-74, la mia ultima a Bologna, vincemmo la Coppa Italia battendo in finale la Snaidero. Fu la mia migliore stagione e la finii in crescendo. Speravo di restare a Bologna, ormai la consideravo casa mia. E la Virtus giovane che avevo trovato al mio arrivo era cresciuta. Avevo iniziato con ragazzi che si chiamavano Bertolotti, Ferracini, Serafini, Antonelli, e io stesso avevo ventitré anni quando venni a Bologna. Stavamo seguendo un percorso e sono sicuro che avremmo raggiunto altri traguardi importanti. Ma quell'estate mi chiamò Dan Peterson, coach che ci aveva portato alla conquista della Coppa. Mi disse che avrebbe voluto confermarmi, ma si era aperta questa incredibile possibilità di arrivare a Tom McMillen. Lui era di un altro livello, e la mia storia bolognese si chiuse lì.

Eppure molti non l'hanno dimenticata, si è mai chiesto perché?

Ho fatto qualcosa di buono, ho anche dato spettacolo a mio modo. Qui mi sono rimasti tanti amici, quando torno è sempre una festa. È bello, è il mondo come lo intendo io.

Adesso il presidente è Renato Villalta, che iniziò la sua storia bianconera due anni dopo il suo addio.

Eppure io e Renato abbiamo giocato insieme...

I conti non tornano.

Eccome. La squadra però era la Sklero Basket, il team di giocatori "over" che proprio lui contribuì a far nascere e crescere all'inizio degli anni Novanta. Siamo stati dei pionieri della pallacanestro per veterani, era il primo abbozzo di un campionato di categoria. C'era anche Marione Martini, in quella squadra. Ci siamo divertiti.

Ora lo ritrova a guidare la società dove anche lei ha lasciato il cuore.

Sì, e credo che farà bene. È uno che ha giocato ad alti livelli, ha carisma e si fa ascoltare. Gli uomini che hanno fatto grande la pallacanestro in campo devono continuare a ragionare di pallacanestro anche dopo.

Lei intanto vive e lavora a Napoli. Sogna Bologna?

Eccome. Lo scorso autunno sono stato a un passo dal tornare, ma l'occasione è sfumata. Se ne ricapiteranno, non mi tirerò indietro. Ogni volta che torno respiro aria di casa. E di basket.

TUTTI FIGLI DI KOCISS

di W. Fuochi - http://fuochi.blogautore.repubblica.it - 30/03/2014

 

Non si può dire che Basket City iniziò quando arrivò John Fultz, nell’anno di grazia 1971, eppure lì tutto s’accelerò, con quell’impetuosa furia da boom che investiva luoghi e mode, tipi ed usanze. La pallacanestro usciva dal palasport, o forse ci entrava gente nuova, soprattutto donne, a scoprirlo mentre si faceva rito e mito, status symbol e mondanità. Bello e impossibile, Fultz detto Kociss era la locandina ideale per quello spettacolo, che divenne magia quando di fronte, dalla casa Fortitudo, affiorò l’altro protagonista, Gary Schull detto il Barone, di nuovo ubiquo come John, combattente in campo e rubacuori fuori. Lì nacque il derby, e dal derby tutto il resto.

Fultz incendiava cuori e retine. Infilava il suo tiro perfetto e teneva poi il polso sospeso un lungo attimo, come una pistola fumante. L’imitò una generazione di piccoli fans e piccole guardie-ali, polsino bianco e fascia fermacapelli, cinta ben prima di Walsh sulle chiome corvine. E poi, l’anima hippy che fendeva in maximoto la città, le giacche da Davy Crockett, i primi hamburger da Wolf, le Converse scamosciate ai piedi… Fece rivincere la Vu, una Coppa Italia, ma Peterson pensò non bastasse per lo scudetto, lo congedò, ripescò Driscoll e nel ‘76 tirò la scommessa. La Virtus premia oggi Kociss, e sarà il minimo. Tracciò il solco e, su quello, siamo venuti noi. Lui, bello, rese tutti possibili.