DIMITRIS PAPANIKOLAOU

Papanikolaou posa con la canotta della Virtus (foto tratta dai microfilm del Resto del Carlino)

nato a: Ano Liosia (GRE)

il: 07/02/1977

altezza: 202

ruolo: ala

numero di maglia:

Stagioni alla Virtus: 1997/98

(in corsivo la stagione in cui ha disputato solo amichevoli)

 

DIMITRIS PAPANIKOLAOU

di Gianfranco Bina

 

Per Bologna fu l’estate più incredibile ed esaltante di sempre. In casa Virtus sarebbe bastato il ritorno dello Zar per riaccendere i sogni dopo un biennio arido, iniziato con una Supercoppa vinta in stile Dream Team ’92 e proseguito con prestazioni da operetta in Eurolega e agghiaccianti post-season, ma lo Zar da solo non sarebbe bastato per dominare una stagione in cui l’antagonista principale sarebbe stato anche il più limitrofo: botta e risposta, Danilovic e Wilkins, Rigaudeau e Rivers, Amaechi e Fucka, Sconochini e Moretti. Un giro di miliardi e fenomeni mai visto prima in Italia e paragonabile soltanto alle follie delle plutocrazie elleniche di quegli anni ’90.

Gli innesti bianconeri erano rivolti all’immediata conquista di tutto il vincibile, ma anche lungimiranti operazioni che avrebbero garantito alla Virtus un futuro radioso: Radoslav Nesterovic e Dimitris Papanikolaou rappresentavano questa assicurazione per gli anni a venire. Lo sloveno mostrò quasi subito le sue doti, scalando rapidamente le posizioni da quinto lungo a pivot titolare, ma per l’asso greco ventenne, reduce dal Grande Slam con l’Olympiakos e fin dai primi anni ’90 considerato l’astro nascente del basket ellenico, la situazione era ben più complessa. La sua brillante carriera tra i pulcini biancazzurri, campione d’Europa cadetti nel 1993 e soprattutto protagonista dell’oro iridato juniores conquistato nel 1995 quando fu terzo della squadra per minuti giocati (30.4), punti (15.6) e rimbalzi (7.1), altro non poteva essere che il preludio ad un lungo dominio anche tra i grandi, con i quali imperversava già da un paio di annate, debuttando con la nazionale maggiore in occasione delle Olimpiadi di Atlanta. L’annata successiva fu quella della consacrazione, al Pireo gioca e vince tutto, ma il Pap non è soddisfatto: la cifra stampigliata sul contratto firmato nel 1995 con l’Olympiakos non è più di suo gradimento, soprattutto per quella clausola apposta in seguito da una mano birichina: “valido fino al 7 febbraio 1998”, giorno del ventunesimo compleanno di Dimitris. Per la FIBA è carta straccia, per il giocatore pure. Suo agente è Luciano Capicchioni, il primo autentico manager dei canestri europei: uno che ci sa fare, e conosce le esigenze dei propri assistiti. Al Pap conviene attraversare lo Ionio e sbarcare in Italia, dove tra Bologna e Milano girano bei soldoni. E lui, alla vigilia degli Europei, trova un accordo verbale con la Kinder. Esaltato dalla svolta in carriera, gioca da dio greco: 20 punti nella sofferta battaglia con la Bosnia Erzegovina; 15 punti alla Lituania, cancellando dal campo quel Karnisovas da poco ingaggiato dall’Olympiakos. Gli ellenici arrivano imbattuti in semifinale, e pescano la fortissima Jugoslavia. A Dimitris viene impartito un ordine perentorio, “a quello, mettigli la museruola”. “Quello” indossava il numero 5 e ne infilò venti. Dimitris rispose con 7 punti e 6 rimbalzi. Lo Zar, casomai ve ne fosse il bisogno, aveva tracciato il confine.

Dopo l’Eurobasket, il greco atterrò a Bologna, ma nel frattempo la FIBA s’era collocata in una posizione più cauta riguardo al contratto in essere tra Olympiakos e Papanikolaou; in Virtus non si fidano e attendono con pazienza le decisioni istituzionali, dandogli spazio in amichevoli ufficiose e scrimmage. I narratori dell’epoca descrissero un’autentica forza della natura. Con l’autunno, si inizia a giocare sul serio: Papanikolaou guarda i compagni brutalizzati in Supercoppa da Treviso e in seguito macinare vittorie su vittorie, 9-1 in Europa, 13-0 in Italia (per un bilancio al panettone di ventidue vittorie e due sconfitte!). Un cammino micidiale che dirada le attenzioni sul greco, in realtà mai perso di vista dai compatrioti. Il 7 febbraio del 1998, data fatidica della scadenza della cartaccia nelle mani dell’Olympiakos, è ancora lontano e il Pireo non brilla. Fu Ivkovic, in estate, a non voler più Papanikolaou. E il santone serbo, in casa biancorossa, godeva di fiducia e credito illimitati. Nello stesso ruolo giunsero Karnisovas e Vukcevic, ovvero una delle migliori ali piccole d’Europa e un ventiduenne che aveva mostrato meraviglie a Patrasso. Messaggio recapitato: “Dimitris, trovati pure un’altra squadra”. De facto un ex, ma l’Oly avrebbe gradito un conguaglio. Il contratto fu adulterato e si finì così nei tribunali. Se in Virtus avessero aperto il borsello e consegnato una sommetta ai Reds, sarebbe finita lì, col Pap in bianconero e Kokkalis gongolante per l’affarone. La questione finì dal giudice, con allungamento dei tempi e l’evoluzione naturale delle situazioni. Karnisovas è tanto bello e bravo ma assai soft per le poco platoniche pugne d’Ellade, e anche Vukcevic manca della giusta cattiveria. I figli del peccato di Ivkovic fanno rimpiangere Papanikolaou, Kokkalis sovrasta il coach, con conseguente incrinatura nel rapporto tra i due. Il giocatore e il plutocrate si accordano in pochi minuti, sotto l’albero Dimitris troverà una valigia di dracme. Il nodo Virtus in realtà tale non è: mille scuse e promessa di restituzione delle mensilità ricevute in italico conio. Su Superbasket la chiusero così: “non si può parlare di un pagliaccio, perché un pagliaccio è un serio professionista pagato per farci ridere. Meglio parlare di un cialtrone, pagato per riderci dietro”.

Brutto comportamento ma anche situazione pesante da sopportare per un ragazzo di appena vent’anni, sballottato da potenti “veri” (Virtus, Olympiakos, Interperformances), tra tribunali, carte false e milionate di dollari. Senza l’accordo con il suo ex club, avrebbe dovuto attendere un altro mese e mezzo per scendere in campo, dovendosi inoltre ritagliare uno spazio in una delle più forti squadre di tutti i tempi nel momento topico della stagione. Come avrebbe reagito, la Virtus, ad un inserimento così pesante? Crippa arrivò in punta di piedi, a sostituire l’infortunato Ravaglia, senza alterare gli equilibri; quando Amaechi andò via a nessuno balenò l’idea di trovare un sostituto. Papanikolaou sarebbe stato la ciliegina sulla torta o quel bicchiere in più che trasforma una sana bevuta in una sbronza colossale, con le inevitabili conseguenze? In casa Virtus, in ogni caso, si cautelarono con Matteo Panichi, giocatore da 15 minuti e 3.7 punti in A2. Nessun test nucleare nello spogliatoio, quindi.

All’Olympiakos, dopo il ritorno a casa, non fece un granché. La stagione pireota, iniziata in sordina, ebbe esiti disastrosi. I tre trofei di cui era detentore si scucirono rapidamente dalle maglie e l’uscita di scena arrivò con il Pap reintegrato: a gennaio l’AEK eliminò in semifinali i Rossi dalla lotta per la coccarda; ai primi di marzo fu il Partizan a spegnere i sogni di bis europeo, addirittura negli ottavi; infine, il PAOK completò l’opera a maggio, buttando fuori l’Oly in semifinale scudetto. Dopo il rientro al Pireo, la carriera del Pap è innegabilmente entrata in una lunga fase di accidioso stallo. L’anno successivo si ritagliò minuti avari tra Komazec e Vukcevic, partecipando in estate alla waterloo ellenica in quel di Digione (tre partite, tre sconfitte). Nel 99/2000, scevro di concorrenti ingombranti nel ruolo, confermò tutti i sospetti: la taglia del campione, in realtà, era mediocre. E persino Ioannidis, il coach che lo volle fortemente in squadra quando Dimitris andava ancora a scuola guida, comprese tutti i limiti del presunto fenomeno. Bastò uno Stéphane Risacher per inchiodarlo alla panca, eppure riuscì comunque a strappare un prolungamento del contratto firmato nel dicembre del 1997. Fu protagonista, per così dire, dell’unico trofeo vinto dall’Olympiacos Pireo dall’anno della Triplice Corona, la Coppa di Grecia del 2002: sessantun secondi in semifinale, tre minuti e tre palle perse all’atto conclusivo col Maroussi. Pochi mesi dopo nella prima gara di finale scudetto contro l’AEK, in assenza del gallo-trecciuto giocò 46 minuti (segnando 21 punti). Rientrato l’elegante mancino francese, sparì dal campo: 1’33” nella seconda, 5’25” nella terza, 1’58” nella quarta. Uno dei tanti misteri irrisolti di quella serie, più vicina agli X-Files che al basket.  Ricomparve nella bella, 22 minuti e 7 punti, insufficienti però ad evitare all’Oly il clamoroso smacco: da 2-0 a 2-3.

Questa volta il benservito giunse davvero e finì al Makedonikos Kozani, danarosa parentesi nel panorama tradizionale ellenico e tentativo maldestro di dar fastidio alle grandi potenze. Tra i monti della Macedonia Occidentale trascorse un anno, scrivendo numeroni a referto ma senza lasciare grandi tracce a livello di risultati. Si fece notare in estate, con la nazionale: Ioannidis, riesumato per rilanciare le sorti patrie dopo quattro anni di amarezze, non poté ignorare la bella stagione del figlioccio. Il quale, dopo aver giocato in maniera invereconda l’intero torneo, si rese oltremodo ridicolo scagliando oltre il tabellone la tripla sulla sirena nel quarto contro l’Italia. Né ferro, né mattonata, né airball: un drop. Tre punti, se si fosse giocato a rugby.

Incredibilmente pescò una matta chiamata Panathinaikos: in fase di restauro e rinnovamento, i Verdi gli diedero una possibilità. S’acquattò nuovamente in panchina, conquistando comunque un posto per le Olimpiadi di Atene, la sua ultima rappresentazione, tre “did not play” su sei partite giocate, vedendo il parquet soltanto nell’eterna spazzatura dei match con Lituania e Angola e nella finalina per il quinto posto con Portorico. Al Pana, tra il 2004 e il 2007, divenne un fantasma, un caso da “Chi l’ha visto?”. Più tribuna che panchina. Tuttavia, nella sua ultima annata in verde, dopo aver assistito dagli spalti al trionfo dei compagni in Coppa di Grecia e in Eurolega, guadagnò una fettina del Grande Slam del Trifoglio in finale scudetto. Tra il pubblico nelle prime tre gare, reinserito in rosa nella quarta (29”), fu fondamentale nella quinta decisiva partita con i Verdi in debito d’ossigeno. Obradovic, alle strette, lo invita a sfilarsi la sopramaglia. Concluderà a quota dodici, un punto al minuto. Entra nel Guinness dei Primati d’Ellade, primo giocatore a vincere due Grande Slam, e poche settimane dopo ci ritorna firmando un biennale con l’AEK Atene. Primo indigeno ad aver vestito le maglie delle tre potenti d’Attica e secondo giocatore in assoluto a farlo dopo Komazec. La stagione da rookie in giallonero la vive da infortunato, quella da sophomore da secondo marcatore e giocatore più utilizzato. A maggio reclama quattrini, mai versati dal club, e in estate diventa pezzo interessante del mercato. La classe media ne vorrebbe i servigi, Panellinios e Peristeri lo tentano, ma l’offerta migliore è del Panionios, accanto al cui nome apporrà l’autografo.

Nessuno sa come la squadra avrebbe digerito l’innesto di Papanikolaou, se il greco avesse atteso il 7 febbraio. La Virtus avrebbe probabilmente patito il doppio assetto, con l’ellenico abile e arruolato per il campionato ma clandestino per l’Europa, ragion per cui i suoi minutaggi non sarebbero stati molto differenti di quelli del suo sostituto, Panichi. Abbio e Sconochini offrirono qualità eccelsa in guardia e soprattutto riuscirono a tamponare i primi acciacchi dello Zar in maniera egregia, come Rigaudeau – spesso traslato nelle fasce laterali con Crippa a portar palla. Papanikolaou sulla carta avrebbe potuto alleviare le fatiche di Danilovic, lasciando al serbo spazio nei grandi giri europei e nelle Classiche nostrane: come avrebbe reagito Mercks se il suo allenatore gli avesse imposto di correre Vuelta Valenciana o Trofeo Laigueglia da gregario, risparmiandosi per la corsa più importante che avrebbe avuto luogo dopo pochi giorni? Il capitano rimase al suo posto, la fedeltà dei luogotenenti non venne mai meno anche sulle salite più dure. Giro e Tour fecero dimenticare in fretta quel greco che si allenò per cinque mesi con la Virtus.

 

PAPANIKOLAOU: "NON HO FIRMATO PER NESSUNO MA VOGLIO LA VIRTUS"

di Lorenzo Sani - Il Resto del Carlino - 27/06/1997

 

In Grecia si comincia a parlare di sindrome, Sindrome da Europa Unita, perché se due indizi possono essere una prova (Rentzias, finito al Barcellona e Papanikolau, prossima destinazione Kinder, sono qualcosa di più di un indizio), c'è dunque il rischio che la generazione del dopo Yannakis e Galis, prima o poi abbandoni le coste dell'Egeo per i soldi del Continente. Su Dimitri Papanikolaou, 20 anni portati con sense of humor, figlio di una coppia di maestri elementari, ateniese purosangue, è scoppiato un vero e proprio caso nazionale.

Ieri il giocatore ha rotto pubblicamente col suo coach, Dusan Ivkovic, che dalle parti dell'Ellade chiamano il Planetarca. Il tecnico serbo, riprendendo forse un'indiscrezione dei giornali italiani, disse che Papanikolau, il 25 maggio scorso, era a Bologna per firmare il contratto col club di Alfredo Cazzola.

"Sono tutte bugie e non mi sorprende nemmeno più di tanto che arrivino da lui. Ha sempre avuto un pessimo rapporto con i giocatori, trattando i campioni come poveretti. Altro che a Bologna: io quel giorno ero sull'isola di Samos, all'albergo Dorissa Bay. Potete controllare. Io so di essere un buon giocatore, lo sanno anche alla Kinder e non ho bisogno di venire di nascosto a Bologna per dimostrarlo, magari facendo uno contro uno. Siamo seri".

La vedremo presto a Bologna, allora?

"Diciamo che lo spero. Per il momento posso solo augurarmelo, ma prima di aver firmato il contratto non voglio parlare del mio futuro".

Non ha ancora firmato?

"Non ho firmato con nessuno, né con la Virtus, né con l'Olympiakos".

Il club greco campione d'Europa si fa forte di una scrittura privata che vincolerebbe il giocatore fino al 28 febbraio '98. È un accordo scritto a macchina eccezion fatta per il paragrafo del 28 febbraio, scritto a mano. In calce c'è pure una firma, attribuita al giovane Dimitri (chissà. In realtà, chi l'avrà fatta), che lo stesso Papanikolaou nega di aver mai posto.

In ogni caso e a scanso di ogni equivoco, quell'accordo in Fiba non può avere alcun valore e questa non è solo la tesi dell'agente Luciano Capicchioni.

"Non ho mai firmato quella scrittura privata, l'ho detto e lo ripeto: non ho firmato per nessuno e sono libero, libero di decidere il mio destino".

La Kinder ha pronto - e verosimilmente sottoscritto un preaccordo con l'agente e rappresentante del giocatore - il biennale che non è escluso possa essere formalizzato in settimana.

In Grecia sono ancora convinti di poter trattenere la talentuosa ala che ieri con la sua nazionale ha battuto anche la Russia.

Da Atene il presidente dell'Olympiakos, Kokalis, tuona dichiarazioni che suonano un po' come una paternale per il ragazzo.

"Papanikolaou è un ottimo giocatore, una pedina importante dell'Olimpyakos e per la nazionale. Uno tra i talenti più interessanti della nuova generazione, una generazione evidentemente diversa da quella passata. Davanti a sé ha un grande futuro, ma è circondato di amici e consiglieri che lo porteranno alla catastrofe. Se se ne rende conto, se se ne accorge in tempo potrà ancora salvarsi". Altrimenti? Altrimenti giocherà nella Kinder.

 

Papanikolaou posa con la canotta della Virtus (foto tratta dai microfilm del Resto del Carlino)

QUINTETTO VIRTUS: RIGAUDEAU, DANILOVIC, PAPANIKOLAoU, AMAECHI, SAVIC

di Ezio Liporesi per Virtuspedia

 

Dimitris Papanikolau non ha quindi mai disputato una partita con la maglia della Virtus? In verità non è proprio così: il 14 agosto 1997, le V nere sono appena rientrate dal ritiro di Folgaria e, prima del rompete le righe ferragostano, in attesa di ritrovarsi per le prime vere e proprie amichevoli e i primi tornei estivi, la Virtus affronta la Virtus Imola in uno scrimmage di circa un'ora, senza neppure tenere il punteggio. Il quintetto della Kinder che inizia il confronto è formato da Rigaudeau, Danilovic, Papanikolaou, Amaechi e Savic. Anche senza considerare che in panchina ci sono Nesterovic e Frosini è un quintetto di un'altezza notevole: 1017 cm!