PREDRAG DANILOVIC

(Predrag Danilović)

Lo Zar

nato a: Sarajevo (YUG)

il: 26/02/1970

altezza: 201

ruolo: ala

numero di maglia: 5

Stagioni alla Virtus: 1992/93 - 1993/94 - 1994/95 - 1997/98 - 1998/99 - 1999/00

statistiche individuali del sito di Legabaket

biografia su wikipedia

palmares individuale in Virtus: 4 scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Euroleague, 1 SuperCoppa

 

 

UNO DA FISCHIARE

di Walter Fuochi – La Repubblica – 29/10/1992

 

Lo fischieranno. Entrerà in campo e guarderanno solo lui, non Brunamonti o Binelli, Wennington o Morandotti. Capita. D'altra parte è il primo serbo che torna a giocare in Croazia, dopo la guerra e gli odii: sia pure con la maglia di un club italiano, quello che gli passa un miliardo l'anno, anche per superare esami come questo. Fischieranno Predrag Danilovic detto Sasha, questa sera al Palasport di Zagabria, dove la Knorr gioca contro il Cibona, alle otto, la sua prima partita di campionato europeo. Ma i fischi, da soli, non fanno male: sono tappezzeria sonora consueta, ovunque rimbalzi un pallone, e la gente individui un nemico, anche solo per quaranta minuti di basket. Quelli di stasera saranno più tesi: Danilovic era il giocatore in sboccio della nazionale di un paese sparito (la Jugoslavia) ed ora non ha più una nazionale (la Serbia sotto embargo) e solo una patria ad ingaggio, Bologna. Ora, semplicemente, per questa gente è un serbo venuto a giocare in Croazia. La partita vera sarà dunque capire se a Danilovic, detto anche Nikita perché ha la lucida freddezza del killer (di canestri, si intende), salteranno per questo testa e nervi; se due giorni in un paese improvvisamente straniero, dove il suo ex-compagno Djordjevic, ora alla Philips, non ha rimesso piede per prudenza, riescono a scavare nei pensieri di un ragazzo che ha tutto del campione, ma ha pure i suoi ventidue anni chiazzati d'acne, sotto una barba rada per sembrare più duro e dimenticare un'infanzia difficile: nato a Sarajevo, passato a Belgrado, squalificato per un'irregolarità di tesseramento, vissuto per un anno in America, a imparare quel basket dove dovrà tornare, da professionista. I due giorni sono cominciati ieri. No, erano cominciati prima, quando la Knorr si chiedeva se fosse giusto o no portarlo, e lui rispondeva con la baldanza dell'età: sicuro che vengo, non ho paura di nessuno, io. Ma ieri alle tre, quando il charterino a venti posti è atterrato, alle spalle della cautela della società, già rassicurata dal consolato, e della disinvolta indifferenza di Sasha, c'erano due guardie del corpo. Non solo dieci giocatori, tre tecnici, due dirigenti, un medico e un massaggiatore, ma anche due giovanotti muscolosi e discreti che parevano in gita premio: perché erano facce usate, ragazzi che tutte le domeniche si vedono nel servizio d'ordine al Palasport di Bologna, dove danno la caccia ai lanciatori di monetine. "Sei tranquillo perché ci sono loro, Sasha?". "No, sono tranquillo e basta", ha sorriso lui, che un po' deve imporsele, queste cose, visto che torvo lo è sempre, anche quando fa 30 punti e la curva bolognese, che ha ritrovato uno da amare, uno come Sugar Richardson, canta il suo nome, ottenendone al massimo un cenno del capo. Il copione da recitare, che stasera gli imporrà la massima umiltà, quando lo speaker croato chiamerà il suo nome serbo, era del resto già stampato. Aeroporto, ieri. Fila con gli altri, passaporto in mano, visti già apposti in Italia: uno sguardo della poliziotta in guardiola, un timbro. Uno come tutti. In aeroporto, gran viavai di caschi blu dell'Onu, ma sembrava che neppure lo conoscessero, quel piccolo di diplomazia sportiva, annegato in un paese con ben altri pensieri, che non mostra vistose ferite di guerra, ma presenta una rarefazione di traffico insolito, malata, per una capitale, sia pure piccola e recente. Così in albergo. Danilovic chiede di Ivo Nakic, che giocava con lui l'anno scorso nel Partizan, quando vinsero il campionato d'Europa. E se ne va poi all'allenamento, dove arriveranno giornalisti croati e al microfono della radio croata, che gli aveva chiesto da prima l'appuntamento, dirà la cosa più scontata. "Ok, sono qui, ma parliamo solo di sport. Anche stasera. Giochiamola a basket".

 

'ODIOSO SÌ, MA VINCO SEMPRE IO'

di Walter Fuochi – La Repubblica – 30/05/1994

 

Adesso che ha vinto, in due stagioni, il secondo scudetto, e che a 24 anni la sente come una storia un po' difficile da ripetere per tutti, e se ne inorgoglisce, è diventato anche più scorrevole parlargli, smontare la sua faccia scontrosa e diffidente, farsi raccontare canestri e dintorni. Il tavolino all’aperto è al bar più "in" della città, sotto il portico delle boutiques. A Sasha Danilovic, ragazzo di Sarajevo ricco e famoso (e pure bello, dicono le signorine), piace così. Macchina da 200 milioni, come quella del presidente, Harley Davidson, vita da califfo. "Ho i soldi per comprarmi quel che sognavo quando vivevo a Belgrado. Guadagno molto, spendo abbastanza: ma i sacrifici li ho fatti io, cosa interessa alla gente?". Bologna curiosa, quella che ti conta i soldi in tasca e ha in garage le stesse Harley e Bmw pagate da papà, ha pazziato fino a mezzanotte, coi bandieroni e le trombe. Sasha e Coldebella erano in negozio a spostare scatoloni: aprono oggi "Playground", vicino al palasport, scarpe e magliette da basket, ci si riverserà tutto il popolo dei campetti. Scudetto e affari in due giorni: verrà anche Carlton Myers, era un avversario, non un nemico. Dicono che Sasha è antipatico. Poche parole, sorrisi storti. "Che v'importa del mio carattere? Devo giocare, non esservi amico". è scorza, aggiunge, per arginare l’invadenza. Più che un misantropo, un indurito dalla vita. Via da casa a 15 anni, da Sarajevo a Belgrado, per secondare la vocazione del basket. Squalificato per due anni, perché non si poteva. A 16 in America: "Un anno schifoso, a Nashville. High school, famiglia, studio, basket. Però utile". A 17 in prima squadra col Partizan e in Nazionale. E dopo, guai veri, non di sport. Una famiglia in guerra: metà a Sarajevo, metà a Belgrado. "Un mese prima che scoppiasse tutto, e si capiva che arrivava il finimondo, portai i genitori con me, a Belgrado. Ma mia madre aveva lasciato un fratello a Sarajevo, serbo di Bosnia nel quartiere musulmano, la casa a pezzi. Volle tornarci, ospitarlo a casa mia, stargli vicino. Sono stati 7 mesi terribili, ora il peggio è passato: li sento quasi ogni giorno, mando loro soldi. Ma quella guerra è davvero assurda. Lo so, tutto il mondo odia i serbi, ma per fare una guerra si deve essere in due. O in tre, come in Bosnia". Antipatico, ma generoso. Poteva starsene ingessato due mesi, con la caviglia rotta, nella Buckler che rischiava di buttar via la stagione, perché Levingston era scappato col mal di schiena e voleva lo stesso il suo milione di dollari. Invece Sasha spinse per rientrare, provocando liti fra medici e un’etichetta di "stregone" al suo dottore e amico, Stanislav Peharec, non ancora mandata giù. Giocare col dolore, pensare alle partite di oggi e non ai dollari di domani l’ha avvicinato alla gente: il rinnovo del contratto è stato quasi un furor di popolo. Tra Nba e Bologna, farà il terzo anno qui. Golden State può attendere, ma forse Danilovic è già dei Phoenix Suns: quelli che lo torchiarono all’Open di Monaco, per vedere di che pasta era ed, evidentemente, apprezzarono. "Per l’America non sarei pronto fisicamente: devo far pesi, ingrossarmi, in estate sgobberò. Tecnicamente mi sento a posto, e la testa l’ho dura. Credo che, se anche andasse male subito, farei come Drazen Petrovic: fallito a Portland, si riprese tutto a New York, con la volontà. Ma se dovessi giocare due minuti a partita, fare lo spettatore in panchina, tornerei indietro". Adesso che i soldi di Bologna sono 800.000 dollari l’anno, non scorda i debiti. "Debbo questo a un allenatore, Dusko Vusojevic. Mi prese al Partizan, mi mandò in America, mi impose a Belgrado, dove ho vinto tutto: scudetto, Euroclub, Korac, Europei con la Nazionale. Si viveva insieme, tutti i giocatori. E si guadagnava bene, per là. Ma quasi nulla rispetto a qui. Si vinceva e vincere resta il massimo. Dopo vengono i soldi. Molto dopo". Gli manca la Nazionale. L’ultima Jugoslavia fu quella che vinse gli Europei di Roma '91. L’inizio della catastrofe, quando una telefonata del suo governo escluse Zdovc, lo sloveno, dalla finale. "In squadra eravamo uniti, talvolta Aza Petrovic o Arapovic facevano discorsi strani, stupidi, sulla Croazia, ma con Kukoc e Radja andava bene. Badavamo a giocare, la politica non c’entrava. Peccato non aver più una nazionale, ho invidiato la Croazia quando ha fatto i Giochi di Barcellona, solo perché ha avuto più diplomazia di noi. Mi sarebbe piaciuto giocarci contro. Non per odio, ma per misurarci, sul campo, come sempre. Io, Divac, Paspalj, Djordjevic, Savic contro Petrovic, Kukoc, Radja, Komazec, Tabak. Bello, no? Com’era bello il nostro campionato. Soldi pochi, tanta rabbia. Perdevo e stavo nero 4-5 giorni. Ma la pressione è più alta qui. Non per i tifosi o la stampa. La vera pressione sono i soldi. Perdi una partita, e tutti perdono soldi, lo sponsor, il club, l’Euroclub che non si fa, gli incassi mancati. Quello si sente. Ma io vinco, per fortuna".

 

STRANAMORE E LA MURAGLIA (INTERVISTA AD ALBERTO BUCCI)

tratto da "3 volte Virtus" di Werther Pedrazzi

 

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Nel basket, lo sapete, i casini sono veramente come le ciliege, che uno tira quell'altro, e dopo il tormentone della schiena di Livingston, ecco di nuovo in scena il copione dell'anno precedente: Danilovic e Morandotti, i duellanti.

"Ricky non si sentiva partecipe, non si sentiva coinvolto dalla squadra. Da lui ho accettato cose che da altri non avrei mai accettato. Non per debolezza, ma perché conosco lui e la sua storia. E so che certi sfoghi portano via le tensioni interne. Sapevo con certezza che per la squadra Ricky avrebbe dato un braccio, e l'ultimo suo passaggio per la vittoria sarebbe stato per Sasha, senza esitazioni. Anche Danilovic mi fece molto soffrire. Sasha in campo non voleva semplicemente esistere, ma sterminare. Sempre più diventava l'uomo che "doveva" risolvere le partite, e sempre più prendeva rischi assurdi. Tiri che erano tuffi con il coefficiente massimo di difficoltà. Ma Sasha, insieme a Paolo Moretti, era anche l'unico a cui madre natura avesse messe il lampo nelle mani, e allora eri costretto ad accettare anche qualche puttanata. Andava spesso fuori dal gioco, rubava tiri logici ai compagni? Sì, certo. Ma la Virtus è una squadra fatta di uomini intelligenti. Che capiscono tutto, anche quello che può dare loro fastidio. Avrei potuto prendere Sasha e dirgli: tiri solo quando sei libero. Lo avrei costretto a pensare. E pensando avrebbe perso tutta la cattiveria, l'istinto del killer, la rabbia di ammazzare la partita. L'istinto omicida è sempre una furia cieca".

Già, chi solo i killer? Quelli che sparano meglio, perché hanno più mira degli altri. Nossignori. Sparano meglio, semplicemente perché sono più crudeli e non gli trema mai la mano. Sasha Danilovic, "la rondine coi jeans" era davvero crudele, anche con sé stesso.

Il 7 novembre '93 la Buckler perde a Pesaro (76-68) - che novità... Sono dieci anni che la Virtus non ci vince - Danilovic quel giorno col pallone non avrebbe preso in una vasca da bagno. Sul pullman del ritorno chiede a Frattin le chiavi del Palazzo e appena arriva in Piazzale Azzarita, che erano le dieci, (ore 22:00), entra e non esce finché non ha segnato trecento tiri. Senza cenare. Autopunizione: bella e buona. Tipi tremendi.

Noi, poi, siamo rimasti davvero impressionati da un altro fatto, che lui stesso ha raccontato nel suo libro: quand'era bambino, siccome voleva molto bene a sua sorella, un giorno che la sua sorellina giocando si fece male, lui prese uno spavento da morire, uno spavento tale, che diede un sacco di botte alla ragazzina.

Spiegati meglio: cercherai mica di tirare in tondo un gran campione? Ci mancherebbe altro. A prima vista, il fatterello sembrerebbe un po' bastardo, invece è solo un pochettino complicato. Siccome Sasha amava la sorella e picchiarla gli sarebbe dispiaciuto, per farsi del male, cioè, per autopunirsi, probabilmente perché non l'aveva attentamente sorvegliata, ecco che la menò, senza remissione. Ecco perché! Chissà cos'è che, dal di dietro, se lo mangia vivo? Chissà cos'ha dentro alla pancia? Quale tremendo fuoco di contraddizione?

Ohi, ma non c'avete fatto caso? Era un anno e mezzo che Morandotti e Danilovic si davan le mazzate, ma ogni volta che la Virtus vinceva una partita erano proprio Predrag e Riccardo i primi ad abbracciarsi in mezzo al campo.

"Ed erano sinceri. Due come loro non facevano niente per comodità o per ipocrisia. La voglia di arrivare divora Sasha, Bologna era per lui un trampolino di continuità, Quel suo bisogno quasi violento di autoaffermazione lo porterà a sfondare anche nella NA. Non chiedetevi se, ma solamente quando - iniziate pure il conto alla rovescia - Sasha arriverà nel quintetto base di Miami".

Danilovic ha fregato anche il suo coach. E voi non fatevi fregare, statevi accorti, dal nostro diacronismo esasperato, che stiamo ancora raccontandovi le vicende del campionato 1993-94, però osservando il carattere dei fatti nella loro evoluzione, abbiamo attraversato il tempo fino ai giorni nostri, autunno del '95.

Giorni "zero". Il 4 novembre 1995, infatti, all'esordio nel campionato professionistico americano, mentre Rusconi non si alzava dalla panchina, ed Esposito guardava la partita dalla tribuna, Danilovic Predrag, detto Sasha, è partito nello "starting-five", anche nella NBA, anche qui miglior realizzatore della sua squadra, con 16 punti. Ha tirato pure una gomitata ad un avversario, ed è stato espulso. Prima però il nemico gli ha risposto, aprendogli uno squarcio sullo zigomo, ricucito con 12 punti di sutura. Ma cos'ha Sasha, dentro alla pancia, che se lo mangia vivo?

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DANILOVIC ALLA KINDER PER 10 MILIARDI

Il bomber serbo torna a "casa"

di Lorenzo Sani - Il Resto del Carlino - 02/06/1997

 

A Bologna c'era già fisicamente, prima di tornarci anche per l'anagrafe dei canestri. Con la testa forse non era mai andato via. Ecco Danilovic, dunque. Ora è ufficiale. Il bomber dei tre scudetti Virtus, classe 1970, torna a casa dopo un volo nel pianeta Nba che per lui, come per tante stelle europee, è stato abbastanza breve: due stagioni, la prima di sole 22 partite per colpa di un infortunio al polso (che già tanti problemi gli diede a Bologna), l'altra divisa a metà con la Miami di Pat Riley e Dallas, ultima stazione del suo sogno a stelle e strisce.

La performance che ha fatto il giro del mondo è datata 3 dicembre 1996, 21 punti sui 99 a 75 della sua squadra nel blitz al Madison Square Garden di New York, con un percorso netto dalla linea dei tre punti che ha lasciato tutti sbigottiti: 7/7. In quei giorni ci trovavamo proprio a Belgrado con la Kinder che di lì a poco avrebbe poi giocato contro la sua veccia squadra, il Partizan. Erano i giorni drammatici, carichi di tensione e di rabbia, ma anche di quella speranza che filtrava dalla marcia quotidiana degli studenti contro il governo Milosevic che aveva invalidato  le elezioni amministrative sfavorevoli in molti distretti  e in particolar modo nella capitale.

Vlade Divac, il centro dei Lakers e poi degli Hornets, solidarizzò via internet con i dimostranti e divenne come tanti campioni dello sport serbo un simbolo della rivolta, ma anche l'impresa di Danilovic al Madison, vissuta e rivissuta decine di volte in tivù e nei telegiornali, divenne un cavallo di battaglia e produsse entusiasmo tra i giovani, sfuggendo forse al tentativo del regime di stimolare, proprio attraverso quella super prestazione, l'orgoglio nazionalistico nella maniera più bieca distogliendo l'attenzione dell'opinione pubblica dai veri problemi.

Sasha II La Vendetta, volendo cercare un titolo per questo ritorno che stabilisce oltre al rilancio in grande stile della Kinder dopo due stagioni più sofferte dentro che sul fronte dei risultati, anche il record in materia di ingaggi per gli stranieri del nostro campionato, se per i tre anni in maglia bianconera verrà confermato che Danilovic percepirà una cifra molto vicina ai 10 miliardi di lire.

Del gruppo che ha lasciato imbarcandosi per l'Nba, il bomber troverà sicuramente, oltre a Robby Brunamonti - ora dietro una scrivania -, anche Picchio Abbio, che proprio ieri ha rinnovato il contratto (biennale), ed Ettore Messina, il coach della sua prima avventura italiana e del primo scudetto. Potrebbero esserci anche Carera e Binelli, anche se l'arrivo scontato di Frosini e quello in via di definizione dello sloveno di passaporto greco Nesterovic, imporrà verosimilmente una scelta.

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DANILOVIC, UN GIGANTE SUL DERBY

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport - 22/11/1997

 

Predrag Danilovic, in arte Sasha, campione della Kinder, entra nel derby di Bologna in punta di piedi. Non parla mai alla vigilia di questa sfida: non è una novita', lo faceva anche nel suo primo periodo virtussino. Ma da allora, Sasha in campo è cambiato, diventando, se possibile, ancora più forte. E ce lo facciamo raccontare da chi gli sta vicino, in palestra e in campo. Ettore Messina ha allenato il Danilovic giovanissimo. "Aveva 22 anni, era alla prima stagione del suo ciclo di tre scudetti, era anche la sua prima esperienza fuori dalla Jugoslavia - ricorda il coach -. Allora come adesso non è cambiato nella voglia di vincere e di prepararsi per vincere. Dal punto di vista tecnico, prima era quasi esclusivamente una macchina da punto, il nostro terminale offensivo; adesso, invece, come tutti i grandi campioni sa quando deve preoccuparsi prima dei compagni che di se stesso. L'esperienza gli ha insegnato molto. Tornando a Bologna ha fatto una scelta coraggiosa, sentiva di avere il carattere e la serenità per riuscire nella sfida. Ha impiegato poco a riadattarsi al gioco europeo, subito si è riappropriato del suo ruolo di leader naturale. è migliorato in difesa, e può marcare quattro avversari diversi, dal play all'ala forte; spesso prende l'uomo più difficile. Concordo con un telecronista che lo ha paragonato a Larry Bird, nel senso che prende tutto quello che l'avversario gli concede". Sandro Abbio ha vissuto con Danilovic l'ultimo scudetto. "Il Sasha attuale è molto meglio di quello che ricordavo io. Nessuno può fermarlo nell'uno contro uno. La sua visione di gioco e l'abilità di passaggio, pur non essendo un play, sono notevoli. è bravo ad attirare i raddoppi scaricando sul compagno libero. In attacco non forza quasi nulla, non cerca più di fare i 30-35 punti di una volta, il suo ruolo di uomo-squadra lo coinvolge molto. Nella Nba ha imparato a sopportare e accettare le botte senza perdere la serenità. Per questo è grande quando vuole giocare anche infortunato". Zoran Savic stravede per il suo connazionale. "Danilovic è tornato dalla Nba più maturo mentalmente e più forte fisicamente. Sa esser decisivo anche quando gioca male perché fa sempre la cosa giusta al momento giusto. Sasha conosce la pallacanestro, non è sorprendente vederlo oggi difendere forte perché lo faceva anche da giovane. è un giocatore totale, che esalta il nostro gioco di squadra". Anche per questo Danilovic stellare c'è però da superare l'esame del derby, una partita diventata negli ultimi due anni dominio assoluto della Fortitudo, che vanta una striscia aperta di 7 successi (5-0 l'anno scorso). "è il campo a dire che entriamo in questo derby da favoriti - dice Messina - ma il loro potenziale tecnico è talmente grande che in una partita secca può ribaltare ogni situazione. Lo spettro dei 7 k.o. potrà pesare se ci faremo assalire dall'ansia di rivincita. Tuttavia non credo che commetteremo l'errore di aggredirli, cercheremo di avere pazienza e di fare, insieme, quello che fa Danilovic: prendere quello che la Fortitudo ci concederà. Non uso pose, ma francamente vivo questa vigilia con molto distacco perché l'ultimo mio derby risale all'aprile del '90. Sentivo più quelli del settore giovanile. Male che vada perderemo, ma saremo sempre primi in classifica". Anche Abbio e Savic (a parole) sono tranquilli. "Ci danno tutti per favoriti ma nei derby quello che è successo fino a ieri non conta più - sostiene l'azzurro -. Ciò che conta invece è l'assetto di squadra e l'intesa coi compagni nei 40'. Noi ce l'abbiamo e siamo consapevoli della nostra forza. Vogliamo inoltre riscattare le sconfitte di ieri". Chiude il rigenerato Zoran: "Ho cambiato ruolo, diverso dallo scorso anno. Gioco più lontano da canestro e, quando sono solo, tiro. A 31 anni mi sto costruendo una carriera da ala. E sotto le cure del prof. Grandi sono diventato anche più tonico. Il derby? è importante per le tifoserie, i media, il prestigio delle società ma non per la classifica. A Bologna li ho persi tutti ma a Salonicco col Paok ne ho vinti 12 su 13 contro l'Aris. è una gara particolare, nella quale non esiste pronostico".

 

DANILOVIC, DA UNA COPPA ALL'ALTRA: "IO NON SO PERDERE? CHE IDIOZIA"

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport – 05/02/1998

 

In attesa di ritornare in campo per l'ininfluente turno di Eurolega, stasera al PalaMalaguti di Casalecchio (lo sponsor dell'impianto e’stato presentato ieri) e’di scena il Racing Parigi di Bozo Maljkovic, la Virtus risponde a Giorgio Seragnoli. Il patron della Fortitudo aveva definito Sasha Danilovic un "bad loser", cioé uno che non sa perdere avendo il serbo snobbato nelle interviste il k.o. di coppa Italia. "Mi meraviglia - ironizza coach Messina - che il proprietario inventatosi psicoterapeuta, capace di scuotere la Fortitudo regalando dischi, non abbia saputo cogliere nelle parole di Sasha il suo grande senso di responsabilità nell'attrarre su di se’i postumi della sconfitta scaricando questo peso ai compagni". Il bomber serbo è più ficcante. "A 18 anni avevo già vinto 5 titoli - sottolinea l'ex Heat -, all'epoca ero un ragazzo e potevo dire delle stupidaggini. Ma adesso io e anche quel signore (Seragnoli, n.d.r.) abbiamo superato la fase della pubertà. Dall'89 fino a oggi ho sempre conquistato qualcosa di importante nella mia carriera, perciò conosco il valore della vittoria e i sacrifici che ci sono dietro. Parlando con la stampa, ho espresso un giudizio personale: per me la coppa Italia è il traguardo minore rispetto a scudetto ed Eurolega. Ma non per questo ho voluto minimizzare il successo della Fortitudo e la gioia della sua gente. Anzi, a fine gara sono stato il primo a entrare nello spogliatoio avversario per congratularmi con Myers e Wilkins. In quei tre giorni loro sono stati più forti. Aggiungo che mai ho parlato male dei giocatori, della società e dei tifosi della Fortitudo, non mi faccio gli affari degli altri. Perciò chiunque dica che non so perdere è un idiota completo. Ripeto: chiunque. Niente nomi specifici...". In effetti, Danilovic si guarda bene dal citare direttamente l'accusa di Seragnoli. Tornando all'Eurolega, stasera la Kinder riporta nei dieci Ricky Morandotti. "Il fatto che la Kinder abbia fallito come Taugres, Barcellona, Panathinaikos e Olympiakos le finali delle Coppe nazionali non mi consola - dice Messina -. In questo caso, aver compagno al duol non scema la pena ma la accentua, perché da noi ha vinto una pretendente allo scudetto, invece in Spagna e in Grecia hanno fatto il colpo squadre senza ambizioni. Abbiamo bisogno di una buona gara per smaltire la delusione, anche se adesso il nostro obiettivo immediato e’il campionato".

 

DANILOVIC, MISTER VITTORIA

di Walter Fuochi - La Repubblica – 25/04/1998

 

Se la mezza città che ha vinto la Coppa imita oggi Massimino, il compianto, folclorico presidente del Catania, è tutta colpa sua. Fu Sasha Danilovic a rispolverare quello sgangherato "Io può", che adesso, dopo l’Europa conquistata, rimbalza dalle ramblas di Barcellona ai portici di San Luca come la parola d’ordine della città bianconera. "Noi può", stava scritto sugli striscioni del Sant Jordi. "Io può", ha ripetuto Danilovic tornando a casa, la notte, sul charter di quelli stanchi ma felici. "Sono vuoto, mi fa bene solo pensare che è finita e sono felice perché, più invecchi, più apprezzi certe conquiste, sapendo che potresti non averne più". Sarà che il più caro amico di Bologna, da un po’, è Stefano Bonaga, il filosofo sfinito d’amore per Alba Parietti, lettore e divulgatore di lettere di Seneca, ma non pare proprio Danilovic, questo crepuscolare pensatore delle umani sorte. Lui, il ragazzaccio delle grandi energie e dei soverchi disprezzi, l’Antipatico senza paura sul campo, che alla fine della partita sfoggiava un sigaro smargiasso, alle interviste, come si vede nei film americani, a missione compiuta, o come aspira Michael Jordan, quando vince a Chicago. No, sull’aereo c’era quest’altro Danilovic, pacato, riflessivo. "Avevo vinto questa coppa nel ‘92, col Partizan, la squadra di casa mia. Avevo 22 anni, quasi non me ne accorsi. Eravamo ragazzi, fu soprattutto un gioco. Ma non una sorpresa. Non eravamo favoriti allora, ma quando giochi una finale giochi sempre per vincerla. Certo, stavolta c’era più pressione, cinquemila splendidi tifosi che ci chiedevano questa Coppa ed è stato bello vincerla per loro. Ma è stata una gioia soprattutto per me: quando invecchi, apprezzi di più". Vecchio a 28 anni sembra una bestemmia, ma quando hai vinto tanto, e soprattutto sbranato finali internazionali, prendendone 7 su 8 in carriera (unica persa: contro il Dream Team ad Atlanta), puoi pure cominciare a pensare che siano più i canestri fatti di quelli da fare. "Certo, eravamo favoriti. Ma una finale non è mai scontata. E anche se abbiamo dominato la stagione, quella che ha vinto non era più la squadra progettata in estate per non temere nessuno. Amaechi se n’era andato, Papanikolau non era mai arrivato: ci siamo ritrovati un po’ più deboli e allora, penso, un po’ più bravi. La coppa l’ho sentita vicina prima dei derby con la Teamsystem. Ne parlavo con Savic: passiamo qui e andiamo fino in fondo. è stato così. La Teamsystem era come noi, fortissima. Anche più di noi". Danilovic ha così rilucidato la storia di un binomio, con la Virtus, limpido da leggere come una linea retta. Bologna aveva sempre vinto finché c’era stato lui: tre scudetti a fila. Poi mai più vinto, quando Sasha aveva provato l’America. Ha rivinto, subito, quand’è tornato. Lo amano, a Bologna, e spesso lo sopportano, lo dice anche lui di avere un caratteraccio, perché stipula di queste polizze. Care, certo. Prende tre miliardi e mezzo, più di Baggio e più di tutti i cestisti d’Italia, ma riaverlo fu, per il presidente Cazzola, pure un’operazione d’immagine. L’anno precedente era stato avvilente: solo una Coppa Italia, la fede dei tifosi avvilita da mille delusioni, e soprattutto da 5 derby persi su 5, roba che a Bologna è peggio che smarrire il biglietto vincente della lotteria. Danilovic ha ripagato, con la prima Coppa dei Campioni della Virtus. L’hanno festeggiato a Barcellona, l’hanno aspettato all’aeroporto Marconi, alle 4 del mattino. In città s’erano appena spenti i caroselli. Quasi tutti festosi, pochi stupidi. Spaccare le vetrine del Fortitudo Point, il negozio della fazione rivale, era solo stato stupido. Ma c’è gente incapace di essere felice anche per una coppa aspettata da una vita. Invece di gioire, che poi si diventa vecchi...

La caratteristica sospensione di Danilovic, col pallone molto alto

DANILOVIC, SHOW E RISSA. SOLO TREVISO VA ALLA BELLA

di Walter Fuochi - La Repubblica – 29/04/1998

 

Quarantasette punti di Danilovic. Poi, alla fine, qualcuno dei suoi irridenti marameo: che non piacciono alla gente, e ancor meno piacciono a Caja che, uscendo, gli sbatte contro, petto contro petto, rimbalza via e, mentre Sasha tira dritto fino al tunnel, sotto una pioggia di contumelie, cartacce e peggio, trova Messina che, col dito alzato, gli dice di non farlo più. Poi, nel sottopassaggio, incontro ravvicinato con un ragazzotto che prova a tirargli una testata: colpendolo sul petto, per ovvie questioni di centimetri. La Kinder passa così in semifinale, dove troverà Varese che ha vinto a Rimini: e i quadretti agrodolci del finale verranno magari ricordati più d’una partita mostruosa del suo asso, che vale alla Kinder mezza qualificazione, e anche di più, e a lui il record di bottino personale da quando è in Italia. Danilovic ha segnato 26 punti nel primo tempo e 21 nel secondo. Ha infilato 8 bombe su 13 tentate, 8 tiri su 10 da due, 7 liberi su 7 e aggiunto 7 rimbalzi e 3 assist. A Roma che mille volte ha rialzato la testa, orgogliosamente, inseguendo una partita sempre in passivo (tranne un iniziale 13-9), ha dato sempre lui il colpo che la faceva indietreggiare. Altro veleno è scorso poi in sala stampa, dove uno scurissimo Messina ha accusato Roma di vittimismo, "e se Danilovic ha risposto con 47 punti a gente che lo insulta tutta la partita e a uno striscione che lo chiamava zingaro, se è uscito vincitore da questo campo dove solo Obradovic accettava il suo gioco, ne sono contento. Roma è l’unico campo d’Italia dove vengo sputato e preso di mira, e nessuno ha avuto il buon gusto di farci i complimenti per una coppa che mancava in Italia da dieci anni". Non è sembrata neanche una partita della Kinder: tiro a segno in attacco, esaltato da quel Danilovic, difesa meno ruvida del solito e soprattutto distrazioni a metà campo, sulle quali il razzo Busca partiva in contropiede. Pure lui aveva 16 punti alla pausa, ma nessuno che lo seguiva. La Kinder la metteva sul fisico, pur senza Savic, seduto con la caviglia inservibile e con mezzo Sconochini. Contro Sasha, peraltro poco assistito da Rigaudeau (molto invece da Abbio, 15 punti con 5/6, di cui tre bombe), Caja tentava tutto: zone d’ogni tipo, uomo, difese miste. Nulla da fare, poteva segnare bendato. Sasha pare placarsi nel secondo tempo, ma sono solo 8 minuti, in cui sbaglia 5 tiri e non è più l’incubo dei quattromila, eccitati pure dalla presenza di Zeman, Totti, Paulo Sergio e Di Biagio. Quando riattacca, e Roma è appena arrivata a un punto (50-49), è però micidiale: stiverà, in 12’, altri 21 punti. Roma galleggia indietro, costringe Messina a usare i 4 piccoli e un lungo per volta, perché hanno tutti 4 falli, con la rinascita di Ambrassa sfiora il sogno. Sul 75-78 Obradovic perde palla in entrata e, dopo un fallo di Busca, Rigaudeau timbra dalla lunetta l’80- 75, a 1’20’’. Poi, tanto per farsi odiare un po’ di più, Danilovic l’83.

 

"NON PARLATE SOLO DI ME E PORTATE RISPETTO A WILKINS"

di Walter Fuochi - La Repubblica – 01/06/1998

 

E della Kinder la squadra a rinfrescare una doppietta che al basket italiano mancava dall’87, 11 anni fa: campionato e Coppa dei Campioni. "Ma sì, sono un leader - ha esalato con gli ultimi fiati in spogliatoio Sasha il terribile, che per incrudelirsi s’è pure tatuato un ragno velenoso sul bicipite -, o lo sono quando occorre. Ma senza squadra, tutta, non saremmo mai arrivati qui. È stata meravigliosa. Della Fortitudo non ho nulla da dire, parlo solo di Wilkins: sento brutte cose intorno a lui, portategli rispetto, lui è un mito, certe cose dovrebbero essere proibite". Del mito, aveva raccontato di averlo avuto appeso in poster nella stanzetta da letto a Belgrado, da ragazzo: ieri sera ha giocato malissimo, il vecchio Nique, ma Sasha, dal superattico dei grandi, non lo lasciava toccare. E anzi, quando diceva "io ho vinto tutto e qualcosa l’ho vinta più d’una volta" spediva un messaggio all’altra anima della Fortitudo, che invece ama meno, quel Carlton Myers che gli si è opposto con estrema energia, che forse, faccia a faccia, l’ha anche battuto, ma che non era mai, né ieri né giovedì, sui pedali per lo sprint decisivo. Myers che non vince mai: solo una Coppa Italia, quest’anno, che non sazierà spese e ambizioni del colosso Fortitudo adorato e arricchito dal suo patron Seragnoli. Myers che, dopo una partita vinta di questa serie infinita di finali, aveva sibilato: "Il migliore? L’hanno premiato questa sera", alludendo alla Polo Cup di miglior giocatore dell’anno che Sasha aveva avuto all’intervallo. Danilovic l’aveva subito cercato: in campo potevano darsi di tutto, fuori dirsi niente, lo sapesse Carlton. Ieri sotto, sotto il pullman, si son dati la mano. Bello. "Ho passato dieci giorni terribili - ha continuato Sasha -, ero dimagrito, non dormivo, faticavo a camminare, sentivo questa pressione pazzesca. E non stavo bene, per niente. Stasera si mangia, finalmente, e si mangia gratis, al ristorante di Brunamonti". La notte di Sasha è così scivolata via verso la gioia, notte fratturata in due nella Bologna che aveva appena goduto e sofferto quei cinque derby cui è voluta l’appendice d’un supplementare, per assegnare lo scudetto. Sono stati dieci quest’anno, spesso furibondi, sei ne ha vinti la Virtus, quattro la Fortitudo, che fece festa solo per la Coppa Italia. "Ma io - parla ancora Danilovic -, quando dissi allora che non me ne poteva fregare di meno, non volevo svilire la conquista altrui, ma dire che mi pagavano, e bene, per campionato e Coppa dei Campioni. Che sono arrivate". Sono arrivate e il più felice, saltellante sulla balaustra del suo palasport, era il presidente Alfredo Cazzola, che questa squadra l’aveva ricostruita pezzo a pezzo, richiamando Messina dalla nazionale, stanziando 12 miliardi di stipendi (esattamente come il dirimpettaio Seragnoli). Cazzola l’ha dedicata ieri sera a una madre "che m’ha tirato su insegnandomi a lavorare duro e a sacrificarmi e cui ora voglio pensare con grande affetto". Cazzola, il vecchio ragazzo della Bolognina, il quartiere popolare da cui spiccò il volo per il Motor Show, poi per il Salone di Torino, adesso per nuovi progetti a Napoli e al Lingotto, nonché per una leadership nella Lega Basket da cui avviare la modernizzazione di uno sport "in cui gli imprenditori vengono solo torchiati": Cazzola ha vinto e ha tenuto a dire che viene dal poco, che alla testa della nobile e coronata Virtus che ha tenuto alla sete, ancora, la rampante Fortitudo, c’è uno che non aveva niente e oggi ha tutto, anche la felicità di uno scudetto nel quale pareva, a pochi secondi dalla fine, perfino folle credere.

PAROLA DI AMBASCIATORE

Bianconero n. 15/anno 2 - ottobre 1998 (tratto al libro "Slavi d'Italia, trionfi e misteri" di Marco Valenza)

 

È stato scritto che Danilovic riterrebbe Alfredo Cazzola una sorta di fratello maggiore: "Non esageriamo: Cazzola mi ha fatto diventare ricco, ma anch'io credo d'aver fatto qualcosa per lui. In 4 anni in cui mi ha pagato, ho vinto 4 scudetti. Lo rispetto, gli sono grato per i soldi che mi ha dato, ma credo anche che, se non ci fosse stato lui, qualcun altro mi avrebbe dato molti soldi per giocare a basket e vincere. Piuttosto, il mio rispetto per l'uomo Cazzola nasce da un'alatra cosa, dal fatto che si è costruito da zero, un autentico impero. Mi piace questo, io faccio un altro lavoro ma in un certo senso mi riconosco: è un duro che usa metodi spicci, a volte suona come un difetto, ma i risultati lo premiano".

Si diceva dell'Nba. Al momento di firmare per i Miami Heat si fecero vivi dall'Olympiakos e dal Panathinaikos. Per un momento, Sasha ebbe il dubbio: poi Miami rilanciò, facendo un'offerta migliore e scattò il biglietto di sola andata. A Miami prese una casa a Key Biscane, il quartiere migliore dove in cui vivere, un'isola collegata alla città da un ponte a pedaggio, il quartiere dei ricchi. Quando non c'erano partite, dopo le quattro ore di allenamento del mattino, andava a casa a mangiare poi al mare; la sera usciva con degli amici serbi. Una vita "passabile" per quasi due milioni di dollari all'anno. Per sua fortuna trovò sul suo cammino Pat Riley. Se avesse trovato un medio allenatore della Nba sarebbe stato peggio.

"Riley non mi ha regalato niente e, come tutti gli allenatori, ti usa finché gli sei utile, poi ti butta via. Però è un grande personaggio e con lui si lavora. Non vai in campo perché sei binaco o perché sei un tiratore o semplicemente perché sei il migliore giocatore d'Europa. Giochi se te lo meriti. Se non te lo meriti ti caccia via. E poi probabilmente il fatto di aver lavorato tanti anni a Los Angeles lo ha fatto diventare un grande motivatore":

Alla prima partita nella Nba, l'esordio assoluto, Sasha non si è limitato a segnare 16 punti, ma è anche stato espulso a cinque minuti dalla fine per una rissa con Chris Mills, che gli ha procurato una squalifica ed altri 12 punti, ma di sutura, sul mento. "Su un mio taglio sotto canestro mi ha messo il gomito sulla faccia per non farmi passare. Quando ti capita una cosa del genere hai due possibilità: o gli dai un pugno in testa, o subisci e ti prepari ad essere trattato così per gli altri 3-4 anni che pensi di passare nella Nba. Io oprati per la prima strada. E per due anni nessuno mi ha fatto nulla del genere".

 

LO ZAR

di Gianfranco Civolani

 

Quella sensazione di fisiologica sgradevolezza, subito a pelle. Lo vedo per la prima volta incrociare i ferri con la Virtus in una doppia sfida di Coppeuropa. Sicuramente gli esteti sono più conquistati dalla raffinata eleganza dell'altro Sasha (Djordjevic) e invece io sono come rapito da quel satanasso che usa la scimitarra e che serra i pugni con tutti e contro tutti. Per esempio baruffa con Coldebella (che diventerà poi suo amicone) e mi pare insomma che vada contropelo con il mondo intero. Ma al momento del dunque lui risolve la faccenda, la Virtus resta al palo e chiaramente mi viene da pensare che un fringuello così in Virtus sarebbe quasi il massimo. Non passa poi tanto ed ecco il fringuellone con la V nera sul petto. Ho il sospetto - lo ripeto - che non sia tanto amabile e accostabile, la sua perenne mutria (e dico questo perché viene ad abitare nel palazzo attiguo a casa mia) è tutta un programma. E infatti. Organizziamo al giornale un incontro con Sasha e con la sua procuratrice Mira Polio. Parte una mia domanda che definirei abbastanza innocua e sicuramente non provocatoria. Caro Sasha, ti pesa l'eredità di Sugar Richardson? Mira si infuoca. Se lei fa altre domande del genere, noi ci alziamo e ce ne andiamo. E meno male che invece lui non mette lingua e per il resto del colloquio si presta, mai regalando un mezzo sorriso, ma rispondendo con garbo e professionalità. Bene, chi se ne frega se non è un allegrone. Purché poi sul campo faccia gli sfracelli che dovrebbe. E in effetti sul campo non ce n'è per nessuno. Com'è con i compagni? Abbastanza potabile, mi dicono. Com'è con i tifosi? Talvolta regala anche quel mezzo sorriso, evviva. Com'è con la stampa? Lui chiarissimamente i giornalisti non li ama e anzi. Però non fa le boccacce e insomma si comporta come può anche comportarsi un tipo ispido e burbero e comunque molto introverso e solitario. Fosse angelico com'è Brunamonti, mi sussurra qualcuno. Ma poi perché Caino dovrebbe farsi Abele? Ma attenzione: dico Caino per comodità di immagine e invece dovrei anch'io fare un po' di pubblica abiura, perché per esempio lo incrocio un giorno sì e un giorno no e lui mi fa anche un mezzo saluto e ringraziare. Io non ho occasione dì intervistarlo, ma ho occasione di ammirarlo massimamente e di imparare a memoria la sua storia, la storia di un ragazzino che comincia a giocare a basket piuttosto tardi, che con la perseveranza impara i primi rudimenti e che a Belgrado subito si fa valere alla grandissima. Serbo dì Bosnia, si definisce lui, e io fingo di capire e non capisco l'accostamento. Ma sono solidale con lui quando in Croazia lo riempiono di sanguinosi insulti perché la cattivissima Serbia è in guerra contro la soave Croazia e magari non è affatto vero che i cattivi stiano da una sola parte, ma in genere i commentatori politici ci raccontano questo e quello e non abbiamo tanti elementi per separare il grano dal loglio. Com'è Sasha in campo? Il suo primo passo è incontenibile, il suo tiro è una bellezza. Ma soprattutto la grinta, la rabbia, la cattiveria, l'odio sportivo contro l'avversario dì turno, un odio che peraltro non sconfina mai nella ribalderia o nella scorrettezza spicciola. Tre anni di Virtus, un negozio messo su insieme all'ex nemico (ma per un attimo solo) Coldebella e poi la partenza per gli Usa perché l'Nba chiama e può un fringuellone di venticinque anni dare un calcio ai supermiliardi e alla supergloria? Il fringuellone a Bologna viveva senza mai trasmodare. Mi dicono che da ragazzo non avesse che pochi dinari da spendere. A Bologna veste in modo sobrio, gira con un paio di belle auto, vive con la sua donna, non dà confidenza a nessuno e quando peraltro se ne va alla volta dei cieli chiari della Florida (a Miami, per giocare con gli Heat) tutta Bologna lo omaggia e lo saluta. Una giovane fan gli dedica pure un libro e quella sera che da Morandotti c'è festa, Sasha se la ride beato, incredibile ma vero. Qualcuno ogni tanto mi chiede di ricordare i più grandi stranieri Vìrtus del passato remoto e prossimo. E io per forza di cose elenco sempre gli stessi, Cosic e Mc Millian e Richardson e Driscoll e Swagerty e via cantando. E mai potrò dimenticare il serbo di Bosnia che venne, vide e vinse e stravinse. Una Coppa dei Campioni e quattro scudetti Virtus - tre consecutivi - portano la firma a caratteri d'oro di quel fringuellone che non ama propriamente il prossimo e che farebbe a pezzi i giornalisti e che ha sulla pelle cuciti certi tormenti adolescenziali e che comunque qui in Virtus fu tanto grande. No, dì più, tantissimo e grandissimo.

The Shot

Tratto da "Dialogo sul Team" di E. Messina e M. Bergami.

 

"Danilovic è stato il giocatore più complesso che ho allenato nella mia carriera: è un giocatore che mi ha frequentemente messo alla prova. Proprio per la pressione che lui metteva su compagni e allenatori, dopo averla messa su sé stesso. Per intenderci, lui non è stato un Maradona; lui è sempre stato uno che ha dimostrato con i fatti perché pretendeva così tanto da quelli che gli stavano vicino. Il problema è stato quando, con il passare degli anni, questo iniziava a diventargli sempre più difficile. E man mano che questo diventava difficile cresceva l'intolleranza verso chi non gli dimostrava di saper stare ad alto livello, di saper stare al suo livello".

 

SASHA, L'ULTIMO CANESTRO

di Franco Montorro

 

Settembre 1991, al palazzo dello sport di Piazza Azzarita si gioca un torneo precampionato. Con la Virtus Knorr il Partizan Belgrado, nel quale il collega Roberto Martini mi indica un giocatore: "Ti risulta che la Virtus sia interessata a quel Danilovic?". Non risultava, e chissà se all’epoca era vero, però pochi mesi dopo quel magrolino incolore era campione d'Europa e la Virtus, da lui ferita nei playoff di coppa, se lo prendeva a Bologna. Nessuno avrebbe immaginato che stava arrivando il più straordinario campione nella storia delle Vu Nere, anche se i segnali premonitori non tardarono ad arrivare soprattutto in un playoff vinto 7-0. Il resto è leggenda, storia, cronaca e anche fantascienza che i quotidiani e gli altri media hanno già ampiamente rinfrescato e irrobustito la settimana passata. Forse il punto più oscuro della storia rimane il suo autore, l'uomo e il giocatore dal momento che è difficile separarli. Danilovic cestista non sarebbe diventato il campione che è stato senza il suo atteggiamento di carica contro tutti e tutto. Atteggiamento, perché abbiamo qualche sospetto e molte prove che Sasha si obbligasse a recitare una parte e a viverla convinto che fosse la realtà oppure divertendosi. Ad esempio nel classico rapporto "andante mosso" con qualche giornalista, che lui motivava con l'insofferenza a rispondere sempre alle stesse domande sulle stesse cose. Salvo poi ribadire che di basket lui ne capiva più di qualsiasi cronista. Ma a differenza di altri giocatori di minor successo che si sono aperti solo dopo aver cominciato ad annotare qualcosa nella casella "vittorie", Sasha ha sempre avuto comunque momenti di confessione e disponibilità. Magari bastava essere fortunati o pazienti. Una sera, dopo una partita di Eurolega, disse di no a un nostro redattore che gli chiedeva un appuntamento a suo comodo. Era già un palasport mezzo deserto, Sasha sali in macchina e sgommò via. Poche centinaia di metri più avanti, sulla strada, c'erano altri due giornalisti di Superbasket, ignari di tutto. Sasha li vide, bloccò la macchina, fece inversione e una mezza rotonda in senso contrario, abbasso il finestrino e... "Dov’è il vostro collega? Se lo trovate, ditegli che ci vediamo in sala stampa per fissare l'appuntamento". L’indomani parlò per ore. Con me fece altrettanto una sera, a una cena nella quale conquistò a tal punto Gianni Morandi da convincerlo a invitarlo, insieme a Lucio Dalla, in una trasmissione Tv poi ricordata da tutti con piacere. Quella volta di basket si parlò poco e forse questo è un altro dei segreti di Danilovic, che la pallacanestro probabilmente la considerava come uno o più sentimenti propri, difficili da spiegare o da condividere con altri. Quella sera mi sembrò anche un po' timido, quella volta mi nacque l'idea del Sasha attore ed ebbi pero la conferma di quale fosse il suo carburante: "lo voglio vincere, qualsiasi cosa sia. La vittoria é sempre la stessa, per me: un titolo NBA vale quanto un'amichevole, una partita o la vinci o la perdi".

- L’uomo stanco che ha annunciato il suo ritiro dalla pallacanestro giocata dice di aver deciso in mezza giornata. C'è da credergli e non c'è da pensare che la spinta decisiva gliel'abbia data la prospettiva di guadagnare di meno, visto che con un gesto alla Larrv Bird ha comunque rinunciato a un bel pacco di milioni (di dollari). Forse non c’è da pensare proprio niente e nemmeno stupirsi, Danilovic era stanco e ormai svogliato. Con il senno di poi, assume un altro significato la pur sorprendente dichiarazione che mi fece Sasha a Sydney, nel suo perfetto italiano e con l'ottima padronanza di verbi e vocaboli della nostra lingua che tutti conoscono e che non genera mai dubbi di interpretazione. Dopo aver dichiarato il famoso scetticismo sulla sua permanenza a Bologna (ai Giochi fece però riferimento all'importo del contratto), parlando della sua Jugoslavia mi disse: "Rompe farti un mazzo così per tre mesi per poi arrivare secondo... È una cosa che hai dentro, c’è poco da fare, dai. Ti alleni e ti sbatti con la consapevolezza che puoi vincere solo per arrivare al secondo posto. Che scatole partire per arrivare secondo". Con la nuova Kinder non sarebbe partito con quella consapevolezza, tutt'altro, ma anzi con il gusto di una nuova sfida finale. Gusto che evidentemente non poteva compensare più quello più amaro del calo del desiderio cestistico. Perché ho appena scritto che non c'è da pensare né da stupirsi, tanto ovvia dovrebbe essere la ragione dell'ultimo "tiro" di Sasha, immediato e spiazzante come erano quelli sul campo. Inutile chiedersi ancora un perché, quando lo stesso Sasha lo ha spiegato immediatamente: "Non ce la faccio più". Non ce la faceva, non ne aveva più voglia, gli faceva male (un male anche, se non soprattutto, fisico) allenarsi e giocare con intensità, non gli sarebbe piaciuto, gli avrebbe fatto male (un male, anche se non soprattutto, emotivo) giocare a un livello più basso. Non giocherà più e questo forse spiazzerà più lui che noi all'annuncio. Auguri, per aver avuto un coraggio che molti giocatori non hanno: Crescere e trasformarsi, lasciare anche senza avere molte idee su cosa fare dopo, come quelli che non si decidono a staccarsi da una mammella anche senza quasi più latte perché temono di non saper cercare e trovare una latteria, nella vita da ex cestisti.

- Domani, domani... Non c'è ancora un domani, perché è ancora allo stato di progetto sia il futuro di Danilovic senza il basket che quello della Kinder senza di lui Torna in un'altra Jugoslavia e lo fa in un momento cruciale per una nazione che lui ha sempre amato e impersonificato. La caduta di Milosevic apre una nuova epoca, che non sarà né facile né incruenta per chi era da una parte o dall'altra. In questi casi, pochi pilastri e poche certezze aiutano a traghettare verso il cambiamento migliore; Danilovic potrebbe diventare uno di questi punti di riferimento ed essere una coperta calda per molti, compresa la sua famiglia. L’unica certezza proiettata sugli anni a venire, tornando al basket, è che quello che ha fatto Danilovic in Italia resterà impresso come epocale. Sì, mentre la cronaca si trasforma in storia, e già sicuro che Sasha è stato uno dei personaggi simbolo di un'era. Di più, uno che un'epoca l'ha scritta e una realtà l'ha trasformata. Insieme a lui pochi altri, restando nel campo degli stranieri: Morse negli anni '70, McAdoo, D'Antoni, Wright e Oscar nel decennio successivo. Sasha, solo lui, negli anni '90.

- Il campione sconfitto dall'uomo stanco lascia dopo un ultimo, inatteso omaggio. Sta abbandonando la sala stampa del PalaMalaguti, qualcuno dei giornalisti che hanno intervistato per l'ultima volta il giocatore Danilovic gli chiede di firmare il pass di accesso riservato ai cronisti. In silenzio, lo imitano due, tre, tutti come in un rito di massa. Sasha comprende capisce che quel gesto inconsueto da parte dei giornalisti è come l'ultimo applauso dei tifosi: "Non mi aspettavo una cosa del genere", mormora "ma non immaginate quanto mi faccia piacere... Davvero, un grandissimo piacere". Reciproco, diremmo.

 

ADDIO, SIAMO STATI MAGNIFICI

di Walter Fuochi

 

«Ragazzi, non ce la faccio più. Sono stanco. Smetto». Sasha Danilovic alza le braccia al cielo per l’ultima volta davanti al suo pubblico, e chiede che lo lasci parlare, perché quello interrompe coi vecchi, cari cori, e ci crede a stento che non lo vedrà più sfrecciare col 5 bianconero su questo campo di Casalecchio. Si sapeva che razza di serata sarebbe stata questa, il tam tam dei portici l’aveva battuta nel pomeriggio, la notizia, di bocca in bocca, e la rete locale l’aveva data nel tg, prima che s’alzasse il sipario di quest’ultima notte.
Ma lo stesso, al PalaMalaguti, nella sera d’addio di Danilovic, e quasi non più di presentazione della nuova Kinder, la commozione correva a ondate. Lui, Sasha, maglione e jeans, era entrato per ultimo sulla lunga passerella illuminata, dopo che la squadra era sfilata in ordine di numero inverso (dal 20 Jaric in giù) e mancava solo lui, il 5, l’ultimo. «Da due ore Danilovic non è più un giocatore», annunciava invece Madrigali, ed eccolo lì, Sasha, gli occhi lucidi, e l’usata spietatezza addolcita, quasi sfumata sulle tempie ingrigite.
«Buonasera, vi ringrazio molto — ha esordito — . Ci sarebbe tanto da dire, ma non c’è tempo. Vi prego di ascoltarmi». E zittiva i cori, «Sasha sempre numero uno», «Sempre con noi». «Non ho preso questa decisione in 5 minuti. Ci sto pensando da un po’. Sono diventato uno dei presidenti del Partizan Belgrado e questa è stata l’ultima spintina. Ma non ce la facevo più. Sono stanco e basta. Voglio che non vi arrabbiate con me. Siete stati magnifici in questi 67 anni, ma neanche noi, come squadra, siamo stati male. Vorrei ringraziare una persona più di tutti, Roberto Brunamonti. Non ero riuscito a dirgli, quando smise, quanto piacere avevo avuto a giocare con lui. Glielo dico adesso. E’ l’uomo che più ama la Virtus. Ed è un mio amico».
Un lungo applauso, la promessa di Madrigali di offrirgli un contratto in bianco ove ci ripensasse («mi conoscete, non capiterà mai»), e mentre in scena entrava Dalla, per le canzoni, per dirgli d’essere il suo vero padre, per rivendicare che «un re non abdica, emigra», usciva lui, a dettare in sala stampa altre parole tristi e quiete. «La scelta è mia e della società, l’ho comunicata martedì sera, ma prima delle 9 non sapevo ancora che avrei smesso.
Ci pensavo molto, ed anzi m’ero allenato con la squadra che mi pare davvero buonissima. Non c’entra il contratto, la società è stata corretta con me. Semplicemente sono stanco e non mi diverto più. Ringrazio i tifosi, Ettore, la squadra, Cazzola: talvolta è stato difficile sopportarmi, ma è stato un periodo bello insieme. Era giusto finire così ed è bello che, partita dalla Virtus la mia carriera fuori dalla Jugoslavia, questa carriera sia finita qui. Tifate Partizan, magari porterò qui la mia nuova squadra per la partita dell’addio. Farò il dirigente, non l’allenatore. Mai, con questo carattere. Né mai entrerò in politica. L’ultimo a cercare di convincermi è stato Brunamonti, ma mi conosce. E io conosco lui, l’unico vero, grande capitano della Virtus, senza togliere nulla ad Abbio, che lo farà degnamente, o a me, che avrei potuto farlo. Non so se ci sarà un nuovo Danilovic qui. Lo spero. Ma uno come me in giro sarà dura trovarlo. Un personaggio, scusate se m’allargo. E adesso, se permettete, me ne vado».
Lucio gli ha dedicato «Ciao» , nella vasta arena, e Sasha spariva. Non sarà facile ricostruire i percorsi attraverso i quali, da un diffuso senso di sazietà per lo sport che gli ha dato tutto, ma gli ha pure succhiato tanto, sia passato alla risoluzione di chiudere la carriera, a trent’anni, potendone ancora cavare molto. E’ stato onesto con se stesso. Di più, si direbbe: spietato. Com’era contro tutti, a giocarci. Ci si potrà romanzare, su questa fine poco annunciata, tanto il personaggio è complesso e controverso, ma largo, da contenere di tutto. Quel che si sa di sicuro è che, martedì sera, ne ha informato Messina, Brunamonti e Madrigali. Che a mezzanotte l’ha pescato Alfredo Cazzola, il «suo» presidente, cui era arrivata una voce. Che gli amici slavi, Savic in testa, fratellone maggiore, sapevano e l’avevano fatto sapere. Fare il vicepresidente del Partizan non sarebbe incompatibile col giocare (Divac, presidente, lo farà nella Nba), ma c’era altro per smettere, anche se alle 13, presentando la squadra alla Cassa di Risparmio, lo speaker bianconero Gigi Terrieri l’aveva messo tra i giocatori. L’annuncio era previsto per la sera, davanti al fedele pubblico. Ed è arrivato, in una serata a metà tra entusiasmo per quelli che ancora correranno, dietro Abbio, nuovo capitano molto acclamato, e già nostalgia per quello che non correrà più.

GLI ANNI '90, DOMINATI DALLO ZAR...

di Walter Fuochi - La Repubblica - 02/10/2000

 

Con un superbo, clamoroso colpo di teatro, quasi riannodando il filo della sua luminosa vicenda bolognese, Sasha Danilovic esce dal campo. La tronca alla grande, questa vita di basket: su un palcoscenico, accanto al poeta che lo definì, all’alba di quel viaggio, la «rondine con i jeans». Sasha smette, ma resterà l’icona più adorata di tutta la storia Virtus, il giocatore più vincente, il timbro sul decennio del grande dominio. Finisce un’epoca, si può dire: e finisce con un cambio di scena che era già stato preceduto dall’abdicazione di Alfredo Cazzola, il Re Alfredo di quel decennio che Sasha lo ingaggiò due volte. Quando, appunto, era la rondine coi jeans che aveva appena squassato una sua Virtus; e quando, fatto ricco e famoso dalla Nba, Danilovic pensò che l’America non era il sogno della sua vita, e accettò di tornare, di incarnarsi nell’unico club per il quale (dopo il nativo Partizan) ha giocato, e per il quale poteva giocare. Un’identificazione assoluta, e reciproca, ben oltre il rapporto di lavoro. E se la Virtus ci s’è appesa in modo dolce e sicuro, perché Sasha ha garantito vittorie come nessuno, l’adesione dell’altro è stata altrettanto forte, e non solo per i dollari. Diceva che non poteva immaginarsi dentro un’altra maglia. Lasciandole tutte a trent’anni, va creduto. Danilovic connota un decennio di questo sport, a livello europeo. Ma addirittura ne imbeve la città di Bologna, non a caso denominata Basket City, interpretando il senso più forte della sua sfida fascinosa tra guelfi e ghibellini di sponda Fortitudo e di sponda Virtus. «Quel» canestro da 4 punti che cambiò volto a uno scudetto, soavemente o crudelmente, scolpirà ricordi di una vita, in tanta gente: fu la sua beatificazione, per chi l’amava, o l’invito a dannarsi per chi l’avversava, ma odiandolo in fondo lo temeva e rispettava. Danilovic-Myers è stato il duello di campioni di questa saga, così come Cazzola-Seragnoli riassumeva la sfida dei due sovrani. La coppia bianconera è uscita di scena, quasi insieme, lasciando la Virtus al suo rinnovamento. La coppia biancoblù ha raccolto il primo premio quest’anno e ora vorrebbe prolungarlo a dominio. La sfida non perderà attrattive, anche se ci vorranno facce e anime robuste a interpretarla, perché quello uscito di scena ieri non è stato mai un interprete banale, sia per qualità tecniche che per doti caratteriali. Progettata per vincere anche senza l’idolo, magari tra un anno, alla fine del contratto ora risolto, la Virtus spartirà ora i tesori dello Zar, contando che la ridistribuzione di ruoli copra la perdita. La prima punta sarà Ginobili, il leader Rigaudeau, il capitano Abbio. Da secondo straniero verrà tesserato Jestratijevic, non proprio un vice-Danilovic. E allora pensate questo: che, liberato insieme a Sasha anche un ingaggio da due miliardi e rotti, la Kinder potrà assumere presto uno straniero super, nel ruolo che si rivelerà scoperto. Marcando la Fortitudo, nel derby infinito.

 

DANILOVIC SPIEGA LA SUA SCELTA

di Alessandro Gallo

 

Eccomi qua, cosa volevate sapere? Adesso avete capito perché non potevo parlare oggi alla Carisbo?
Il tono di voce di sempre, ma gli occhi lucidi nella sala stampa del PalaMalaguti. Sasha non piange, ma è commosso. Lo si capisce dalle pause. Da come cerchi, riuscendoci, di provocare la risata. Per stemperare la tensione dell'addio. Per nascondere la commozione del commiato (da giocatore) dalla sua Bologna.
Il suo addio, una sorpresa.
Sì, sì. è stata una scelta, mia e della società, di parlare stasera, davanti ai miei tifosi, che sono stati tali per 6-7 anni. Era giusto farlo così. è che non ce la faccio più, sono stanco. Mi sono divertito molto, ma una volta che non ci si diverte più con questo gioco bisogna smettere.
Resterà nel cuore dei tifosi.
Anche loro resteranno nel mio. Sono stati fantastici, magnifici in questi anni. Ci hanno supportato quando le cose non andavano bene. Sono stati bravi, ma anche noi non siamo stati male. E poi sapete bene che io non parlo tantissimo, per scelta. Ma quando parlo cerco di dire le cose giuste.
Quando ha comunicato la sua decisione a Madrigali?
Ieri sera.
E quando ha maturato la scelta?
Sempre ieri sera.
Fino all'allenamento era un giocatore della Virtus?
Sì. Dopo l'allenamento non lo sapevo ancora. Verso le 9-10 di sera ho preso la decisione. La società è stata molto corretta nei miei confronti per il contratto. Non avrebbe senso, ragazzi, andare avanti. Non mi diverto più.
Tornerà subito a Belgrado?
Sì. Devo sistemare le cose. Mi devo incontrare con gli altri. Non ci sarà Divac, ma Paspalj sì. Credo che ci sarà la partita di addio, in una delle soste.
Le piacerebbe giocare un tempo nel Partizan e uno nella Virtus?
Se dovessi fare tutto con la Virtus non mi dispiacerebbe. E viceversa. Però può essere una bella idea.
La questione del contratto.
Non conta nulla. Ragazzi si vede che doveva finire così.
Pensa di entrare in politica?
Politica? Con il mio carattere? Dubito, dubito.
C'è stato qualcuno che ha cercato di farla desistere?
Roberto Brunamonti. Anche gli altri, ma Roberto di più.
Perché proprio Roberto?
Una ragione c'è. Siamo amici, molto. Più che amici. Mi auguro che Roberto resti sempre nella Virtus. L'amore che ha lui per questa squadra non l'ho visto in nessuno. Sono qui da sette anni, ho visto passare tanta gente, ma nessuno come lui. Lui è un vero capitano. E sarà sempre il capitano. Anche se magari, se restavo, diventavo capitano io. Il vero capitano resta lui. Con tutto il rispetto per Abbio. Sono sicuro che Sandro lo sostituirà bene. Come ha fatto Binelli, del resto.

L'esile Danilovic della prima parentesi virtussina

ALBERTO BUCCI: "SASHA, UNO CHE NON TRADISCE MAI"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 25/11/2000

 

Nella lunga notte dedicata a Danilovic non poteva mancare Alberto Bucci. Coach che alla Virtus ha portato in dote tre scudetti, una Coppa Italia e una Supercoppa.
Bucci lei ha allenato tanti campioni. Nella sua classifica personale Danilovic è...
Il numero uno.
Perché?
Per tanti motivi. Per la completezza del repertorio. Per il talento, per la capacità di coltivarlo, giorno dopo giorno, senza fermarsi mai.
Facile allenare uno così.
Sì. Anche se Sasha ha un carattere forte, grande personalità. Uno che non puoi trattare come gli altri.
Difficile da gestire?
Al contrario. Una persona stimolante che ti offre l'opportunità di dialogare.
Aneddoti?
In tanti anni è difficile pescarne uno.
Proviamoci.
Una volta lo ripresi, durante un allenamento. Alla fine mi chiese spiegazioni perché, come dicevo, è un personaggio che cerca il dialogo. Che vuole capire e poi...
Poi?
Beh, un'altra volta in mezzo al campo difese Binion, fischiato dai tifosi.
A quattr'occhi, però...
A quattr'occhi magari lo riprendeva, ma davanti alla gente e alla stampa ha sempre difeso i compagni. Uno per uno, fa parte della sua grandezza. Senza dimenticare che ha giocato con infortuni incredibili, rischiando sulla sua pelle. In una settimana si rialzava. Altri, con lo stesso problema, sarebbero rientrati dopo un mese.
Perché ha deciso di smettere?
Non si è mai fermato. Ma chissà che questo riposo e la successiva paternità non gli facciano cambiare idea.
Sasha ancora in campo?
è un uomo orgoglioso, per me non può aver finito con la pallacanestro. In questo pensiero, però, c'è il mio augurio. Il basket ha bisogno di lui.
Stiliamo una classifica europea.
Secondo me è da primo quintetto. In certi momenti è stato il numero uno assoluto.
Danilovic è...
Quello che ha vinto tanti trofei. E l'ha fatto a ripetizione. Uno che ha la maschera da duro, ma che fondamentalmente è dolce. Chi si è legato a lui, lo ha fatto per sempre: è leale e onesto. Uno che, nei momenti difficili, non ti abbandona mai. Questa lealtà, all'interno dello spogliatoio, lo rende unico.

 

ANCHE MORANDOTTI NELLA NOTTE DI SASHA

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 24/11/2000

 

Riccardo Morandotti?
Presente.
Conferma la sua presenza per mercoledì sera?
Attendo il nullaosta della mia attuale società. Ma non credo che ci siano problemi in merito.
Anche lei alla lunga notte di Sasha.
Non poteva andare diversamente.
Perché?
Quando ho saputo del ritiro di Sasha gli ho spedito un messaggio sul telefonino.
Che diceva, se è lecito saperlo?
Beh, dopo gli insulti classici che ci scambiamo di solito mi dicevo felice per lui. Soprattutto se lui era contento e felice per la sua scelta. Poi ho aggiunto: Se non mi inviti alla tua festa allora sei uno str...
Insomma, Danilovic si è piegato alle sue minacce.
Macché. Lui non si cura delle minacce di nessuno. Figuriamoci delle mie.
E allora?
Beh, si vede che tra noi c'è grande rispetto.
Lei a Bologna, ci pensa?
Sì, ci penso da alcuni giorni.
Che effetto fa?
Strano. Magari prendo quella sfida come la mia partita d'addio. Che bello esserci. Tra me e lui, nonostante le botte che ci siamo scambiati in allenamento, c'è sempre stato rispetto. E poi lui si è interessato a me, ai miei problemi, quando sono stato fermato per il ginocchio. Io poi ho conosciuto due Danilovic.
Addirittura.
Il primo, quello che doveva arrivare a tutti i costi. Il secondo, quando è tornato, ed era già arrivato.
Danilovic l'irascibile e Morandotti il musone: nella stessa squadra, ma così diversi.
Credo sia difficile essere Danilovic. Ma capisco la sua scelta.
Perché?
è ancora giovane, d'accordo, ma ha avuto la fortuna di raggiungere tutto quello che si era prefisso. Intendiamoci: è una fortuna che si è costruito da solo perché nessuno gli ha regalato niente. Voleva la Nba, c'è andato. E lì non ha fatto il turista, ma uno che faceva la differenza, sempre. Poi è tornato. Ha vinto tutto quello che c'era da vincere. Ha guadagnato tanto e magari ha perso qualche stimolo. Credo sia bello poter decidere. Avere la forza di dire: Basta, io smetto.
E lei?
Chissà. Battute a parte, al di là del mio carattere — brutto anche il mio, non scherzo — credo di aver vissuto un periodo importante della Virtus. E alla Virtus mi sento ancora legato.
Al punto che indosserà ancora quella canotta. Vedremo commuoversi lei, Danilovic, il pubblico o chi altri?
Difficile dirlo. Posso aggiungere, però, che Sasha, se lo sai prendere, è buono come il pane. Ma se non lo sai prendere allora quello stesso pane diventa raffermo, duro come il marmo. E lui è capace di tirartelo dietro...
Morandotti, la domanda era un'altra.
Già, le lacrime. Guardate che lui è uno che si commuove. Solo che si chiama Danilovic e allora non lo può fare, perché lui è Sasha, il duro. E invece visto che gli passeranno davanti mille ricordi io dico che si commuoverà come tutti gli altri. Forse di più. Solo che uscirà dalla situazione come solo lui sa fare. Magari dirà: Ragazzi, mi sono commosso perché non potevo fare diversamente. O ancora: Il pubblico voleva questo da me. Mitico. Un duro per finta. Leggendario.

DANILOVIC CHIAMA, SAVIC RISPONDE

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 23/11/2000

 

A Barcellona, dove la Virtus ha scritto una delle pagine più belle della sua storia, c'è un gentiluomo che sta preparando la valigia. Quel gentiluomo, mercoledì, sarà qui a Bologna. Quel gentiluomo è Zoran Savic.

Savic, anche lei convocato da Danilovic?

Sì. Una chiamata che mi ha fatto piacere. Di Bologna conservo un ottimo ricordo.

Ma lei come sta?

Sto completando la riabilitazione. Sono stato operato a marzo, al ginocchio. Nelle prossime due o tre settimane prenderò una decisione.

Quale?

Se imitare Sasha e smettere oppure continuare.

Perché?

Mi hanno cercato molti club anche in questo periodo. Ma non mi andava di firmare un contratto e poi di chiamarmi fuori dopo un paio di settimane. Voglio vedere come reagisce l'articolazione operata. Vorrei giocare senza provare dolore.

L'ultima partita vera?

Marzo '99. Qualificazioni per la final four di Eurolega. Con lo Zalgiris, se non ricordo male.

Le manca il basket?

Tanto, molto.

Perché Danilovic, che pure è più giovane di lei di quattro anni ha deciso di ritirarsi?

Credo sia stanco. Ha giocato molto, troppo. Sin dai tempi dei cadetti: vita di club e nazionale. Da allora non ha mai avuto una vita normale. Pensavo potesse andare avanti un altro paio d'anni. Ma i problemi fisici e gli interventi chirurgici alla lunga si fanno sentire. Per questo potrei imitarlo.

Dopo la sua partenza la Kinder ha vinto solo una Coppa Italia.

Aveva vinto molto prima. Ha cambiato tanto. E poi la Fortitudo è cresciuta. Hanno cambiato parecchio fino a trovare il giusto equilibrio.

Virtus che non sa come marcare Fucka...

Non credo. La difesa di Ettore è sempre stata famosa.

Ma da quando lei se n'è andato Fucka si diverte di più.

Fossi rimasto non sarebbe cambiato nulla. È Gregor che è cresciuto molto.

È arrivato Smodis, fisicamente la ricorda.

L'ho visto poco. Ho visto poco la Virtus. Solo a Vitoria. Mi è sembrata la solita Kinder: tosta, grintosa.

Lei era l'unico che poteva riprendere Sasha, giusto?

No. Per abitudine ho sempre detto quello che pensavo. L'ho fatto con Sasha, siamo amici. E poi...

Poi?

Mi viene in mente una cosa: se c'era da vincere una partita volevo solo due uomini al mio fianco: Danilovic e Prelevic.

Scusi, Savic, ma visti gli acciacchi mercoledì gioca?

Sì. Sicuro. Se Messina (e qui comincia a ridere, ndr) mi lascia...

 

DANILOVIC: "CON IL BASKET HO SCORDATO LA GUERRA"

di Flavio Vanetti - Il Corriere della Sera" - 27/11/2000

 

Sasha Danilovic, dopodomani a Bologna, giocando metà partita con la Kinder e metà con il Partizan Belgrado, festeggerà l'addio al basket, dopo essersi ritirato un mese fa.
Si sta abituando all'idea di non essere più cestista?
Non completamente. Per due ragioni: tutto è nato da una mia scelta e il nuovo lavoro, come presidente del Partizan, è ancora nel basket. Anche se adesso vedo la pallacanestro da un altro profilo e mi rendo conto che essere dirigente è duro tanto quanto giocare.
Dopo la decisione, c'è stato un momento in cui ha avuto, se non un pentimento, almeno un po' di smarrimento?
No. Quando scelgo, scelgo.
Qual è la prima cosa che le viene in mente della carriera?
In un flash non ci stanno quindici anni di basket, tutti pieni di bei ricordi.
La Nba, a Miami: una squadra, quando lei andò in Florida, non ancora vincente. Non crede di essere stato sfortunato, a differenza di un Kukoc, che a Chicago si è ritrovato a fianco di Jordan?
Il campionato professionistico è la competizione più dura che si possa immaginare. Lo capisci solo se sei lì. Non puoi mai definirti sfortunato, se superi la selezione e ottieni un ingaggio. È chiaro, però, che se giochi con Jordan, sei a metà dell'opera e ti togli delle soddisfazioni. Kukoc, peraltro, è stato bravo a dare il suo contributo all'era dei Bulls.
Le resta il rimpianto di non aver vinto il titolo?
A Miami nessuno voleva andare perché gli allenamenti di Riley sono di una durezza inimmaginabile. Io ci sono stato e ho sempre giocato nel primo quintetto: il titolo che ho vinto è questo. Ne sono felice.
Tanjevic, c.t. azzurro, dice che gli americani, anche nel basket, hanno qualcosa da imparare dall'Europa.
Boscia è un amico ed è un grande allenatore. Ma a volte le spara grosse. Diciamo che avrei dei dubbi, sulla sua idea...
A proposito di americani. Dopo la guerra, è rimasto un po' di rancore nei loro confronti?
Non si potrà mai dimenticare quello che hanno fatto al popolo jugoslavo. Meglio: non si dovrà mai dimenticare. Ma la vita prosegue e questo mondo, nell'economia e in tanti altri settori, non può funzionare seriamente senza gli Usa. In qualche modo, allora, bisognava riavviare il dialogo.
La guerra che ha spaccato la Jugoslavia, una ferita nel suo cuore.
Non ero interessato alla politica, la guerra non mi stava creando problemi diretti. Ma quando ho saputo che a Sarajevo avevano ucciso mio zio, sparandogli per strada, mi sono chiuso in me stesso. Il basket mi ha aiutato ad uscire da quel brutto momento.
Bologna è stata la sua Nba?
No. È stata un'altra cosa. Probabilmente più importante. Ma l'Nba è in America. Ed è unica.
Danilovic, un duro: è giusto?
È una leggenda che i tifosi hanno voluto. Lasciamogliela.
Ma è vero che, in fondo, lei non è così cattivo?
Io chiedo solo di distinguere il giocatore dall'uomo. Per il primo parlano i risultati; per quanto riguarda il secondo, giudichino le persone a me più vicine. Hanno detto che sono troppo crudele. Non ne sono contento, ma la cosa che mi ha reso speciale è la crudeltà. Se non fossi stato crudele, non avrei mai fatto nulla nella mia vita.
Ha elogiato Myers, in questi giorni.
Myers è uno dei migliori giocatori che ho affrontato: tra di noi c'è rispetto reciproco. Ma il cestista che ho stimato più di tutti è Roberto Brunamonti.
Quale avversario, invece, butterebbe giù dalla torre?
Tutti. Chi è contro di me, automaticamente mi sta sull'anima.
Chi ha veramente fermato Sasha Danilovic?
Nessuno. Danilovic non lo si fermava, al massimo lo si limitava. Vale anche per Myers e per tutti i campioni.
Danilovic, uno dei più forti cestisti della storia recente del basket: esagerato, corretto o sbagliato?
Mi fa piacere sentire questa frase. La accetto e non penso sia una bufala.
Lei disse: «Credi in te stesso, fregatene degli altri. Il tempo ti aiuterà a far rimangiare il fango a chi te l'ha tirato addosso». Lo conferma, a fine carriera?
Non ho mai pronunciato banalità, non ho mai detto nulla che non pensassi.
Una bambina in arrivo, una vita davanti: che cosa sogna Danilovic per il futuro?
Una famiglia serena, il lavoro. Un profilo tranquillo, non chiedo di più. Però mi piacerebbe, questo sì, scoprire un nuovo Danilovic.
Se la grande Jugoslavia del basket non si fosse spaccata in varie nazionali, dopo la frantumazione politica del Paese, avrebbe battuto il Dream Team?
No. Gli americani avrebbero avuto solo più rispetto. Non si sarebbero mai rilassati e per questo motivo non avremmo comunque avuto scampo.

 

PREDRAG 'SASHA' DANILOVIC

di Dan Peterson – www.basketnet.it

 

Chi ha coniato il termine 'vincente' non lo sa ma ha descritto perfettamente Sasha Danilovic. Difficile trovare ciò che non ha vinto nella sua carriera cestistica. Classe 1970, ha iniziato la sua carriera con il leggendario Partizan Belgrado, sotto noto coach Duje Vujosevic, poi sotto Zelimir Obradovic. Ha fatto quattro anni con il Partizan, con una Yugo Kup e Korac Cup nel 1989 (2° nella YUBA, quindi quasi Piccolo Slam) sotto Vujosevic; poi, il Grand Slam nel 1991-92 sotto Obradovic: YUBA, Yugo Kup, EuroLega. Un en plein raro.

Poi, alla Virtus Bologna, sotto Ettore Messina e Alberto Bucci per tre anni, 1992-95. In questo tempo vince tre scudetti. Poi, nell'NBA, con i Miami Heat di coach Pat Riley, 1995-97. In una partita a Madison Square Garden, Danilovic, una guardia-ala di due metri, piazza un bel 7-su-7 da tre punti. Dopo, torna alla Virtus per gli ultimi tre anni della sua carriera, 1997-2000. In questo periodo, sotto Ettore Messina, vince uno scudetto, una Coppa Italia e un'Eurolega, nel 1998. Poi, nel 2000, a solo 30 anni di età, chiude la carriera, certamente una decisione influenzata da tanti seri infortuni in carriera.

Con la nazionale della Jugoslavia, fa quasi piazza pulita. Ha vinto quattro Europei: 1989, 1991, 1995 e 1997. Poi, la Jugoslavia era squalificata per quelli del 1993 o, certamente, ne avrebbe vinto cinque. Ha fatto l'argento all'Olimpiade del 1996 ad Atlanta. Ha anche messo insieme qualche onore personale durante la sua carriera: MVP dell'Europa nel 1995; MVP della Serie A nel 1998; candidato per la FIBA Hall of Fame; eletto uno dei 35 giocatori più importanti nei 50 anni dell'Eurolega. E forse sto dimenticando altri premi che lui ha vinto. E altrettante volte che è stato nei primi tre della votazione.

Sasha Danilovic aveva una grande intesa del gioco uno contro uno. Diversamente da molti giocatori Europei, lui giocava come un Americano in partenza dai ... blocchi. Niente 100 finte. Lui faceva un passo lunghissimo da fermo, un palleggio dietro al suo uomo e la pratica era già chiusa. Aveva anche il grande tiro da tre, da fermo. Aveva pure il super palleggio-arresto-tiro. Sapeva andare a canestro per concludere in traffico, spesso con canestro più fallo. Era uno dei giocatori più difficile da marcare che io abbia mai visto in Europa. Anzi, faccio fatica a pensare ad un Europeo più difficile da marcare.

Ma oltre ogni cosa, Sasha Danilovic era uomo-partita. Chi può dimenticare il canestro da tre più fallo (per poter fare quattro punti) contro la Fortitudo allo scadere del tempo di Gara 5 della finalissima del 1998, con la Fortitudo a +4. Risultato: canestro più libero per andare al tempo supplementare, dove la Virtus ha vinto la partita e lo scudetto. Con questo esempio eclatante, cito solo un caso in cui lui, con tecnica, con mentalità, con cuore e con personalità, lui ha risolto una partita positivamente per la sua squadra. È un giocatore fra quelli che avrei voluto allenare. I campioni ti danno questa sensazione.

Il Danilovic post-Nba schiaccia di prepotenza a difesa schierata

Tratto da "Euro Virtus", di Gianfranco Civolani

 

Simpatico? Ma chi se ne frega. Amabile? Ma chi se ne strafrega. Aveva cominciato un po' tardi. Ragazzo - gli dicevano a casa sua - se vuoi far strada nel basket devi farti un mazzo così. Detto e fatto: lui sta sul campo per ore e ore perché vuole fortissimamente diventare un numero uno e già a vent'anni è una colonna del Partizan (lui e Djordjevic, che lusso) e Cazzola fa un colpo memorabile quando lo cattura per tempo. E per noi giornalisti l'impatto è brusco e anche sconcertante perché lui non fa nulla per nascondere che siamo dei gran rompiballe e che lui ci sopporta solo perché non può saltarci addosso. E però ha intelligenza sveglia e un'arte inimitabile. Sa fare di tutto e dopo aver vinto tre scudetti su tre va in America a raffinarsi e a smerigliarsi e a Bologna in Virtus piangono calde lacrime perché pare scontato che semmai tornerà qui quando avrà le primi varici.

E invece no, Miami è seducente, ma Dallas è un pianto e vuoi mettere con Bologna e vuoi mettere gli spocchiosi owners Usa con Alfredone Cazzola? Torna qui con noi e - matematico - subito si vince qualcosa di grosso. E torna appunto raffinato e smerigliato perché non insegue più i grossi bottini che inseguiva da fanciullone e al contrario lui vuole fare lievitare la squadra tutta e quindi Rasciolone Nesterovic abbia pazienza se ogni tanto Sasha gli fa dei cazziatoni omerici. Com'è Di-Din-Danilovic fuori dal campo? Ma non lo so e non mi interessa nemmeno. E in realtà a nessuno interessa se sa sorridere (ma direi di sì) e se sa anche essere amabile (qualche volta, ma certo) e se ogni tanto ai giornalisti dice qualcosa giusto per non lasciarli a pane e acqua. Ai fans dopo tutto interessa che lui sia l'alfa e l'omega di una Virtus stravincente e in effetti così è e io di giocatori virtussini vincenti e stravincenti in cinquant'anni ne ho visti e ammirati millanta, ma uno così mai, lo giuro.

 

Alcune pillole del Sasha-pensiero tratte dai libri "Io Sasha" e "Slavi d'Italia"

tratto da http://xoomer.alice.it/sambrett/sasha.htm

 

- "Non posso mettermi a parlare di basket con gente normale, che non gioca al mio livello, gente che non sa. Altri miei colleghi fanno i comizi, pensano con questo di diventare più bravi, più popolari. Che continuino pure, per me parlano i risultati: c'è chi può e chi non può, io modestamente... può. È la legge del più forte."

- "Se un tifoso si sporge dalla transenna per insultarmi puoi star sicuro che come minimo quel poveraccio si becca una rispostaccia o un gestaccio. Non va fatto, mi devo controllare, non è educato? Me lo dicono tutti: ma è educato da parte sua offendermi quando io non posso difendermi? è forse educato che un allenatore (si riferisce ad Attilio Caja, coach dell'ADR Roma) che mi arriva alla cintola entri in campo per offendermi in una partita in cui ho fatto 47 punti? Mi ha offeso per tutta la partita e io non ho fatto gestacci, ho solo portato la mano all'orecchio per sentire cosa diceva dopo il mio 47esimo punto..."

- "Con Myers eravamo amici ed è pure migliorato molto come giocatore. Ma purtroppo si è circondato di gente stupida che gli fa credere di essere chissà chi. A me di lui "non me ne po' fregà de meno". Ma ho saputo che si è permesso di fare il mio nome. Ha detto che finché era in campo lui nella finale scudetto, io non avevo giocato bene. Per forza: giocavo su una caviglia sola, avendo un legamento rotto. Quando stavo bene non è riuscito a tenermi sotto i 27. Quanto al confronto fra noi due, quando lui avrà vinto la metà della metà della metà di quello che io ho già vinto un paio di volte, forse si potrà parlare. Tanti non hanno vinto. Il problema è che lui ha perso ed ha perso tanto. Per esempio, avrei voluto vederlo mettere dentro il tiro decisivo per la squadra del suo paese. L'ha sbagliato e poi, anziché vergognarsi, ha parlato male di me..."

- "Grido ai miei compagni, grido per ricordare le regole, l'invidia che abbiamo attorno, voglio vederli cattivi. E loro sanno che se un giorno, qualcuno prova a urlare loro qualcosa, quello deve sapere che intervengo io, Sasha Danilovic, ma non per gridare, per ammazzare."

- "Io non sono onnipotente e non ho vergogna a dire che senza i miei compagni non potrei giocare come gioco. Io ho bisogno di loro. E per chiunque è così. Umiltà: un'altra lezione. Così come è umiltà giocare sul dolore e sapere che, statistiche alla mano arriveranno le critiche: ho sentito dire, che avrei giocato male, per esempio, in gara5 di finale scudetto, fino al famoso gioco da 4 punti a un minuto dalla fine. Ma cosa vuol dire giocare male? Io sono un campione perché posso rendermi utile alla squadra anche se non sono in grado di segnare e quello ho fatto in quella partita: quasi non potevo correre, credetemi. Ci sono partite in cui giochi bene senza segnare tanto: io l'avevo detto prima, scordatevi il Danilovic da 30 punti a partita, non ho più fame di statistiche, altri numeri parlano per me, quelli delle vittorie".

 

DANILOVIC: IL TIRO DA 4? TUTTA FORTUNA

di Marco Martelli - La Repubblica - 07/05/2004

 

Derby delle vecchie glorie, stasera al PalaDozza (20.30, 10 euro). Da una parte s'aspettano Danilovic, Richardson e Brunamonti (guarderà, non giocherà); dall'altra Vrankovic, Zatti e Pellacani. E ancora Crippa, Fultz, Morandotti, Masetti, Kovacic. Doppio trio in panca: Bucci-Peterson-Zuccheri per la Vu, Di Vincenzo-Dalmonte-McMillen per la Effe. Ieri, gli allenamenti: all'Arcoveggio tutti attendevano Danilovic, arrivato con le scarpe in mano per mettersi agli ordini di Dan Peterson. «È sempre una bella sensazione entrare qui: da qui partivano tutti i nostri successi». Danilovic è stato il più votato dai tifosi. «Mi fa piacere, sono contento perché sono legato alla Virtus e la gente non dimentica. Ma il più grande resta Brunamonti». Molti non vedono l'ora di vedere in campo la coppia Sugar & Sasha: «È un po' tardi... Ma l'importante è esserci, e spero che la gente lo capisca, riempiendo il palazzo. È un derby e c'è una nobile causa come la beneficenza». Un altro dei votati, Savic, non ci sarà. «Capisco, ora lavora per la Effe. M'avrebbe fatto piacere rigiocare con lui, pazienza. Tanto mi serviva per i blocchi e basta...». Impossibile non ritornare al '98 e a quel tiro che cambiò la storia. «Una domanda nuova... Ho avuto culo, non ci si allena per una roba del genere». Poi s'è parlato d' Eurolega. «L' ho vista, ma il Maccabi l'ha vinta contro lo Zalgiris. In finale è andata così, ma non ci sono 44 punti». Ultima battuta sulla Virtus. «So che ora va meglio, ma non la seguo, e seguo poco il campionato italiano. Ho il mio Partizan».

DANILOVIC: "IO, SASHA, NEI VOSTRI CUORI DA OTTO ANNI MAI PIU' PENTITO DA QUELLA NOTTE DELL'ADDIO"

di Stefano Valenti - La Repubblica - 08/09/2008

 

Sasha Danilovic continua per ora a fare il presidente del Partizan, di cui resta una delle leggende, trasmigrata dal campo ad un ruolo dirigenziale. Ma mentre parla di pallacanestro scorrono in tv le immagini di Jelena Jankovic, che vince la semifinale degli US Open, e quando inquadrano emozioni ed espressioni di parenti e tecnici sulle tribune pensa che magari un giorno, in tutto il mondo, mostreranno le sue. Non più da campione. Da padre.

Olga, la figlia maggiore, sette anni e mezzo, è su quella strada. «Si allena tutti i giorni, fra le due e le tre ore, sui campi del Partizan. Che non è solo basket: da noi sono usciti Ana Ivanovic (numero 1 del mondo tra le donne) e Novak Djokovic (numero 3 tra gli uomini): è stato lui che, conosciuta Olga, le ha pure regalato una racchetta. Non so che futuro avrà, so solo che lei sembra già una professionista. Anch’io, quando iniziai a giocare, avevo quattordici anni...».

Trentotto anni compiuti, sposato con Svetlana, giornalista della tv di Stato, tre figli (8 mesi fa è arrivato il maschietto), da quella notte postolimpica del 2000 che scioccò i virtussini con la notizia del ritiro, a palasport gremito, varcati appena i trent’anni, Sasha non ha più fatto sport, se non qualche scambio sulla terra rossa con la figlia; nonostante questo, di troppo ha solo qualche sigaretta, ma pochi chili addosso. E nessun rimpianto per quella scelta che fece scalpore, uscendo dalle arene dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere ed aver fatto la sua parte anche nella Nba.

«Mai ripensato a quella decisione. Non c’era nulla di programmato, intendo come uscita, come spettacolo. Fisicamente non ce la facevo più: lo dissi allora, lo ripeto ora, perché non ci sono altre verità. Era meglio smettere da Danilovic, non da uno vecchio che si trascina per il campo. Ho guardato alla mia carriera ed a quello che desideravo: giocare nel Partizan, arrivare in prima squadra, vincere il campionato, giocare in Nazionale. A ventidue anni potevo già andare nella Nba, con Golden State, ma non ero pronto. L’Italia mi avrebbe preparato. è stato così, ho vinto tutto con la Virtus, l’Eurolega e lo scudetto del ‘98 sono state le cose più belle, dopo gli anni a Miami. Logorato il fisico, non mi volevo logorare anche la testa. E anche questa è stata un’altra delle scelte giuste della mia vita».

Una vita vissuta sul campo, per essere il migliore di tutti. Riuscendoci. Lui parla di fortuna («senza la quale non si va da nessuna parte»), mentre ne accenna arriva Sasha Djordjevic e pare quasi l’esempio che serviva per dare forza al discorso, pur così minimalista. «Ti dico che senza quel suo canestro da tre, all’ultimo secondo della finale dell’Eurolega ‘92, a Istanbul contro Badalona, la mia carriera non sarebbe stata la stessa. Sarei stato Mvp di una Final Four persa. Invece, arrivare in Italia, a ventidue anni, da campione d’Europa, ha cambiato molte cose. Come aver fatto parte di un generazione di grandi giocatori. E come ritrovarmi a Miami al momento giusto: Riley non mi ha regalato nulla, ma al tempo stesso non aveva pregiudizi e mi ha concesso di avere tutto quello che mi meritavo, come il quintetto base, fin dall’esordio nella Nba».

Sulle sliding doors, le occasioni fugaci che aprono o stoppano le fortune d’una vita, ci hanno pure fatto un film, e magari anche Danilovic, illustrate quelle che si sono spalancate davanti a lui, potrebbe continuare con quelle che lui ha propiziato ad altri. Voce di popolo, per dire: il suo ritiro dalla Virtus, in quell’alba della fragorosa stagione 2000-01, fece la fortuna di Ginobili. S’aprì un varco, Manu poté sfrecciarvi dentro, con tutta la sua energia. «Falso. Ero il più contento del suo arrivo, ci siamo allenati bene insieme. E, fossi rimasto, avrei vinto ancora: io avrei aiutato loro a renderlo più facile, loro m’avrebbero fatto fare meno fatica... Di Manu poi sono sempre stato convinto che il suo stile di gioco fosse più adatto alla Nba che all’Europa».

A breve, Danilovic diverrà una delle icone del museo della Virtus, che sarà inaugurato sabato alla Futurshow Station. «L’ho scoperto perché Ricky (Morandotti) s’è presentato a casa mia facendomi vedere un video. Se mi sento pronto ad essere visitato in un museo? Ma io ci sono da otto anni, nel museo della Virtus». E ci sarà all’inaugurazione, quando verrà aperta la sezione delle leggende bianconere? «Io finora non ho sentito nessuno, se arriva una telefonata e sono libero vengo. Ma da solo non m’invito, pure se per me l’Italia è la Virtus e Bologna è la mia seconda casa». Si informa attraverso i contatti rimasti più solidi: «Brunamonti, Cazzola, Messina, Morandotti, che resta unico perché secondo me del basket non gliene è mai fregato nulla... Scherzo». E non si ferma più: passa Bulleri, della malconcia nazionale azzurra, e gli chiede «ma ancora giochi?», poi Di Giuliomaria, che gli ricorda un cazziatone brutale a Frosini, reo di non avergli fatto un blocco («ma non li faceva mai...»). Non resta che tornare a chiedergli se un Danilovic dirigente alla Virtus lo vedremo mai. «Certo, dipende solo da quanti soldi mi offrono».

Ormai la deriva del colloquio, diventato via via lieve e scherzoso, è chiara, fino all’epilogo. «So che la Fortitudo ha dato tutto in mano a Savic: ma come si può far costruire una squadra ad un pivot?». Col tempo, Sasha il truce è divenuto anche un umorista. Il colore della Lacoste resta però quello preferito. Nero.