1971-72

di Ezio Liporesi per Virtuspedia

 

COME VA IL VIVAIO? VEDIAMO A... BOLOGNA

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - Ottobre 1971

 

Sarebbe facile, troppo facile, riandare con la memoria ai tempi gloriosi d'anteguerra. Gloria virtussina, s'intende. Dondi - Bersani - Marinelli- Ferriani eccetera, davvero un vivaio fertile, un segmento che continuò a produrre per lustri. Sarebbe facile raffrontare quei tempi alle contraddizioni e alle carenze dell'oggi. Ma appunto per questo vado oltre e ricordo quel che accadde in città a cavallo fra il '50 e il '60. Il vivaio si inaridisce, la catena di montaggio procede a singhiozzo, le cosiddette cinghie di trasmissione evidentemente sono inceppate da un qualcosa che vieta una produzione costante, una persistenza di ritmi.

Eppure ci sono ancora elementi che balzano in evidenza. Vediamo: Conti - Gambini - Zuccheri - Lamberti - Magnoni - Nardi - Viscardi - Angelini. E quindi a breve distanza abbiamo altri rinforzi: Bergonzoni - Orlandi - Lebboroni - Nanucci - Gesis. A quel punto le macchine si inceppano per un bel po' d'anni e si deve ricominciare daccapo.

L'oggi: laddove si vuol precisare quali e quanti giocatori di un certo calibro tecnico sono stati sfornati nella cerchia urbana da qualche anno a questa parte. I nomi si fa presto a farli: Gigi Serafini, in pratica trapiantato a Bologna quando ancora faceva l'operaio in una piccola landa del Reggiano. E poi chi? Stagni, Sacco, Sgarzi, e in un certo senso anche Bianchi. Dunque la situazione è radicalmente mutata. Non regge più il paragone con le produzioni di un tempo. Parlo di dopoguerra, parlo degli anni cinquanta, parlo dell'altro ieri, per capirci. Ovvio che occorre vivisezionare il problema.

Si potrebbe liquidare il discorso rilevando come in effetti al giorno d'oggi in Italia sopravvivano ancora pochi tradizionali serbatoi (Livorno e talune regioni del Veneto) e quindi sarebbe comodo prendere atto di una certa realtà universale e metterci una pietra sopra. Come secondo argomento utile per dar corpo al grande alibi potrei riferirmi alla difficoltà di far germogliare talenti laddove gli allettamenti sono tantissimi, insomma laddova la città è davvero una piccola urbe, non un borgo o un paese.

Ma ripeto che i cosiddetti argomenti di comodo mi toccano molto relativamente. Chiaro che nello sport - così come nella vita - si va a cicli. Ci sono le annatue buone e quelle meno buone, probabilmente ci sono le congiunzioni astrali che influenzano le generazioni eccetera. Ma le società cosa fanno per mettersi in condizione di produrre il meglio? Siamo arrivati al nocciolo: possono le società bolognesi andar fiere di quel che in materia hanno sempre procurato di fare?

Lamberti e Tracuzzi sono allenatori fatti su misura per far lievitare chi ha mezzi e talneto naturale. Ma Lamberti e Tracuzzi sono sempre alle prese con i grossi problemi della serie A e qundue ormai si applicanosolo ed esclusivamente al basket elitario. Chiaro che il Beppe e il Vittorio sono gli individui più indicati er rifinire nel dettaglio tecnico i Sacco, gli Stagni e gil Sgarzi, ma possiamo pretendere che siano proprio loro ad andare a sgrezzare i ragazzini di tredici-quattordici anni? E allora ripiombiamo a bomba. Il problema è quello delle scelte prioritarie e soprattutto degli allenatori dei vivai. Gianfranco Pilotti, un giovane trainer molto introdotto a livello di formazioni giovanili, lancia un preciso atto di accusa:

Sicuramente - dice - non ci sono oggi a Bologna allenatori in grado di formare come si deve i giovani. O quanto meno ce ne sono ben pochi. Le società dunque affidano i loro virgulti a tipi che arrivano fin dove possono e che comunque non sempre sanno indirizzare nel modo giusto. Se viceversa le società destinassero una gran parte dei loro fondi al reclutamente e ai vivai, beh, allora la situazione sarebbe profondamente diversa. Basterebbe assoldare a duecentro-trecentomila mensili dei grossi allenatori - italiani o stranieri, non importa - e adibirli esclusivamente alla formazione dei quadri del futuro. Sarebbero i soldi spesi meglio, è garantito.

Prendo le dichiarazioni di Pilotti con le tenaglie e so già in partenza che molti allenatori si sentiranno toccati nel vivo. D'altra parte non è che la situazione cittadina offra in prospettiva grosse cose. L'Eldorado conduce le sue faccende in modo sistematico, razionale. Dispone di impianti stupendi e sicuramente parte con notevoli punti di vantaggio su tanti altri clubs. La Virtus da alcuni anni ha invertito la rotta di tendenza, ha dedicato parecchio denaro alla coltivazione intensiva dei giovanissini e in una certa misura sta raccogliendo qualche frutto. Ma cosa appare all'orizzonte? Mi riferiscono di un certo Borghi, un ragazzo del '55 alto uno e novanta e mi giurano che c'è sicuramente la stoffa del campione. Mi parlano pure di un bel gruppo di ragazzini del '57, tesserati in blocco per la Pallavicini. E sarebbe tutto qui, per il momento.

So per certo che allenatori come Bucci, Zoccadelli e Giardina (colui che ha "tirato su" Sacco) sono ottimamente preparati e da tempo lavorano con competenza e profitto. Ma è evidente che la formazione dei vivai a tutti i livelli (reclutatori, atleti, allenatori, dirigenti) è quanto mai problematica. Anzitutto i rapporti con le scuole sono sempre troppo sfumati, ibridi, frequentemente affidati alle casuali amicizie che legano professori "incontaminati" ad altri insegnanti che nel basket un po' ci campano e che quindi allacciano relazioni di quel tipo nella misura in cui queste relazioni possono giovare al club che elargisce qualche stipendio e che è solito colmare di gentili e concrete attenzioni i cosiddetti "incontaminati". Poi il minibasket, una specie di mistero eleusino. Il grande nume DeGiovannini meriterebbe un monumento sulla pubblica piazza (Rossa), ma gli esiti non sempre sono proporzionati alle energie profuse. A quali risultati è giunto il minibasket qui in città? E quali sono i vincoli fra la benemerita istituzione ei clubs di livello? Cedo ancora la parola a Pilotti:

Scarsi risultati, scarsissimi. A questo punto il minibasket è benemerito perché sforna i potenziali fansi di domani e dopodomani. Ma le società di un certo calibro si infischiano tranquillamente di tutto quello che fa il minibasket ed anzi giungono al punto di rifiutare il nostro apporto. E dire che basterebbe ben poco: basterebbe che i grandi clubs avessero qualche incaricato in grado di tenere i fili con il minibasket.

Francamente non lo capisco nemmeno io. E peraltro scendo un attimo nelle pieghe del basket-femmine. Anche qui il quadro presenta notevoli analogie con il settore dei maschi. Dieci-quindici anni fa due società cittadine partorirono a catena. Mai forse si vide in una città italiana fiorire contemporaneamente una tal roba di prima qualità.

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Bala a panirein anni '70

di Andrea Gaggioli

 

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Spesso accadeva che per ingannare l’attesa dei tifosi prima della partita principale si giocassero alcune partite dei cinni dei settori giovanili. Accadde che prima di un derby, per altro vinto dalla Virtus, si giocasse il derby dei cinni ed io in V^ ginnasio avevo la maglia con la V nera sul petto e per di più giocavo con lo stesso numero di Kociss……. Insomma entrammo in campo per giocare una partita sentitissima anche per noi giovani di allora e quando cominciò, dentro il palazzo c’erano già 4000 persone che assistevano al nostro incontro non passivamente, ma facendo un tifo indiavolato perché identificavano in noi giovani le reciproche fazioni della battaglia cui dopo avrebbero assistito. Anche a livello giovanile le due compagini erano estremamente equilibrate ma quel giorno, traditi forse dall’emozione, i miei compagni giocarono un primo tempo ignobile e finimmo sotto di 20 punti col sottoscritto tenuto fino a quel momento in panchina. Nel secondo tempo il coach finalmente mi diede fiducia e mi fece scendere in campo: l’idea di giocare davanti ad un palazzo ormai pieno (5000 ed oltre) mi faceva tremare letteralmente le ginocchia dall’emozione: sedici anni sono pochi e non si è ancora maturi per sopportare certe responsabilità. Comunque scesi in campo con grande determinazione; alla seconda o terza azione ricevetti la palla e feci scoccare dall’angolo uno dei miei migliori tiri (anch’io sono sempre stato un discreto tiratore): ciuff (only net)….. avevo segnato. Il palazzo esplose, il parquet tremò per alcuni secondi e c'era un frastuono inimmaginabile: io mi galvanizzai ed in trance agonistica giocai una partita memorabile; questa mia sicurezza rinfrancò anche i miei compagni e grazie ad alcuni miei canestri ed al nostro buon gioco di squadra ritrovato riuscimmo a recuperare fino a pareggiare l’incontro a pochi minuti dalla fine. Poi, pagando un po’ lo sforzo fatto per rimontare, concedemmo qualcosa di troppo nel finale e finimmo per perdere di due punti dimostrando comunque orgoglio nel non voler soccombere di netto agli avversari davanti a cotanto pubblico.

Scusate se ho annoiato qualcuno ma volevo farvi partecipi di questo che è uno dei più bei ricordi che ho di quegli anni.

 

Andrea Gaggioli in una foto della stagione precedente