LA SANTA LUCIA

 

La ex chiesa di Santa Lucia, palestra della società Sef Virtus dal 1873 al 1943

 

LA SANTA LUCIA

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

La "Misericordia" a Venezia, il "Muro Toro" a Roma, la "Ginnastica" a Trieste, il campo di via Costanza a Milano e, naturalmente, la "Santa Lucia" di Bologna erano i templi di quella strana religione che si chiamava palla al cesto e non ancora pallacanestro. Ma era la "Santa Lucia", insieme alla "Misericordia" di Venezia (anch'essa con la stessa storia di chiesa sconsacrata), a potersi degnamente vantare dell'appellativo, appunto, di tempio.

La sezione basket della S.E.F. Virtus nasce nel 1934 (anche se i primi passi risalgono addirittura al 1927) e dunque quest'anno, nel 1984, si celebrano i primi 50 anni di vita del basket bolognese, mezzo secolo di fatti e personaggi, di vittorie e di sconfitte, di momenti esaltanti e di crisi profonde. Mezzo secolo che ha sedimentato la pallacanestro prima e il basket poi, nella vita di Bologna. La Virtus e le sue Vu nere sono oramai un mito, ma ogni mito che si rispetti ha la sua storia, le sue tradizioni e anche, spesso, le sue date che quando affondano nella notte dei tempi (si fa per dire) diventano fluttuanti e non tutte coincidenti.

Se è vero, per esempio, che il primo campionato ufficiale della Virtus, quello di Serie B, risale al 1934 (ecco l'anniversario),è anche vero che la storia del basket bolognese richiede il ricordo di un'altra data, senza dubbio storica e anche curiosa. Nel mese di gennaio del 1931, assai misteriosamente, una rappresentativa estone, il Kalev di Tallin, gioca a Bologna contro una selezione bolognese (non ancora e non solo Virtus, dunque). L'incontro, storico ma senza storia, finisce 86.12 per i giocatori dell'est nonostante il prodigarsi di un tennista prestato alla pallacanestro: Vanni Canepele, per lungo tempo il miglior tennista d'Italia.

Altra incongruenza è il fatto che la sezione pallacanestro della Società di Educazione Fisica Virtus in effetti fu fondata nel mese di novembre 1933 dal gran capo Buriani, presidente dal '21 al '45, che con Negroni, Fisher e Palmieri decise di dare il placet anche a questa disciplina. In men che non si dica si organizzano due squadre e l'anno successivo è quello del campionato cadetto. La finale per la promozione si gioca a Firenze, contro un'avversaria che ritroveremo spesso sulla strada della Virtus prima di scomparire: la Ginnastica Roma. Della formazione delle Vu nere, preparata da Filippo Giuli fa parte, insieme ad Athos Paganelli, "Napoleone" Valvola, Venzo Nannini, "Cisco" Pirazzoli e Giancarlo Marinelli, anche Giuseppe Palmieri, un atleta nel vero senso della parola, specialista del salto in alto il quale con un'autentica prodezza, cioè un tiro da metà campo, segna il canestro della striminzita ma entusiasmante vittoria sulla Roma: 17-16. "L'inserimento di Giuseppe Palmieri è valso a dare una nuova concezione tecnica del gioco" scrisse un cronista dell'epoca.

Ma torniamo ancora in via Castiglione, alla "Santa Lucia", al significato e al ruolo che ha avuto nello sviluppo della pallacanestro bolognese e alla nascita del mito delle Vu nere. "... due balconate sui lati lunghi, come interminabili pulpiti; e solo alcuni anni dopo una gradinata di legno alle spalle di uno dei canestri" scrisse descrivendo la Santa Lucia e le sue atmosfere Giulo C. Turrini. "Nelle nicchie degli altari laterali, gli spogliatoi di fortuna. Un pavimento irreprensibile". Un vago sapore claustrale. I giocatori con la canottiera e la grande Vu nera, i calzoncini pure bianchi".

Il rapporto squadra-città nasce appunto in questi anni pioneristici, quando la formazione è composta solo da bolognesi e, come se non bastasse, da bolognesi dello stesso quartiere, naturalmente il Castiglione, quello della Santa Lucia.

 

I PIONIERI E LA SANTA LUCIA

di Adalberto Bortolotti - Giganti del Basket - Aprile 1984

 

Per quanto questo mio ricordo, forzatamente incompleto e sommario, rifugga da velleità "storiche", occorre tuttavia versare il giusto tributo all'esattezza cronologica degli avvenimenti. Quando si parla di cinquantennio, ci si riferisce al primo campionato ufficiale disputato dalla Virtus pallacanestro, appunto nel 1934. Il solo campionato di serie B, per la cronaca: si concluse infatti con la promozione alla categoria superiore mai più abbandonata (anche se, in taluni anni bui, difesa con qualche tremore di troppo). In realtà, nell'ambito della società madre Virtus, gloriosamente targata 1871, la sezione pallacanestro si era ufficialmente costituita nel novembre del 1933. E già dal 1932 si erano affacciate alla ribalta cittadina formazioni virtussine. Proprio al 1932 risale il primo, memorabile evento della storia cestistica bolognese: la tournée, come si direbbe oggi, della squadra estone del Kalev di Tallin, avanti anni-luce rispetto alla pallacanestro italiana che emetteva i primi vagiti. La rappresentativa bolognese, capeggiata da Vanni Canepele indimenticato campione di tennis, pluricampione italiano, venne sconfitta dagli assi del Baltico con un punteggio piuttosto significativo: 86-12. La partita, diretta da un arbitro destinato poi a luminosissima carriera, Vittorio Ugolini, si era giocata alla Santa Lucia. Un nome che ritroveremo spesso in questo nostro tuffo nel passato.

Dunque, alla Virtus, società già illustre per ginnastica, atletica, tennis, compaiono i profeti di questa nuova disciplina. La loro méta è ovviamente la Santa Lucia, in via Castiglione. Una chiesa barocca del XVII secolo riservato al culto per duecento anni e dissacrata in occasione della terza guerra d'Indipendenza, nel 1866. Nel 1873 era passata in proprietà all'amministrazione comunale di Bologna e trasformata in palestra. Subito, Emilio Baumann, dittatore di una Virtus che aveva già due anni, vi aveva installato i suoi ginnasti, bicipiti in mostra e baffoni a manubrio. Sulla Santa Lucia e il suo ruolo nella nascita della pallacanestro bolognese, riporto un brano di un grande giornalista scomparso, Giulio C. Turrini, specialista di calcio, ma innamorato di basket e di Virtus: "... Due balconate sui lati lunghi, come interminabili pulpiti: e solo alcuni anni dopo una gradinata di legno alle spalle di uno dei canestri. Nelle nicchie degli altari, gli spogliatoi di fortuna. Un pavimento irreprensibile. Un vago sapore claustrale. I giocatori con la canottiera bianca e la grande V nera, i calzoncini pure bianchi. Giancarlo Marinelli che li sopravanza nella statura e nella baldanza atletica, una controfigura di Piola. Il mento pronunciato di Venzo Vannini, il naso di Mino Girotti; Paganelli e Dondi Dell'Orologio. Un quintetto di ferro, solo a vederlo".

Parte da qui la leggenda della V nera. Sono tutti bolognesi, anzi del quartiere Castiglione. Gianfranco Bersani, che tiene una bottega nei pressi, li vede passare e entrare in palestra. Li segue, si innamora di quello sport in sboccio, lui che è nato con una malformazione a un braccio e non ha mai fatto attività. Chiede: "Mi prendete a giocare con voi?", impara, si specializza, diventerà una delle più fulgide glorie virtussine, pluri-campione d'Italia e nazionale. Era un basket casereccio, umano e genuino. Prima dell'inizio, ci si riuniva a centrocampo e, stretti l'uno all'altro, si lanciava il grido di guerra. Quello della Santa Lucia, scandito da voci possenti sotto le volte antiche, diceva:

E par la mi bela bala

un occ'am bala 

un occ'am bala 

am bala un'occ

un occ', un occ', un occ'

 

LA NOSTRA SANTA LUCIA

di Nino Maggi - tratto da "Il Mito della V Nera" 1871-1971 di A. Baraldi e R. Lemmi Gigli

 

L'altra mattina, sotto la gran volta azzurra, il sole inondava di luce la parte terminale dell'ex basilica di Santa Lucia. Sulla facciata, gran daffare di colombi: andavano e venivano, fuori da una nicchia, dentro un'altra, pure si scambiavano i posti, dal basso all'alto e viceversa. Giù, a piano terra, ogni porta chiusa, tutto immobilità e silenzio. Uno scivolo che permette ai rotabili di andare e tornare scavalcando gli sconnessi gradini che dividono il piano stradale da quello dell'antica chiesa, dice che, di tanto in tanto, qualcosa arriva ed altro se ne va.

Si capisce. La sede che fu della Virtus - ci hanno informato - ora altro non è che un magazzino o (chiamalo come vuoi) deposito di mobili usati: intendiamoci, i mobili, in gran parte banchi, che occorrono oggi in una scuola, domani in un'altra, e così via. Infatti, di tanto in tanto, arriva un autocarro con personale del Comune: si libera della mercanzia e se ne va; gli risponde un altro, uno o più giorni dopo, magari per l'operazione inversa. Un certo flusso e riflusso, insomma.

Ebbene, questo modesto traffico resta ora l'unico segno di vita, peraltro segno occasionale, che si riscontra a momenti in quello che fu tempio meraviglioso di giovinezza, di forza, di salute atletica e morale. Un tempio dalle linee maestose, che vanta pregevoli ed eleganti decorazioni e stucchi.

Tanti ricordi, testimonianza ambita di un'epoca di trionfi, andarono pressoché distrutti nei periodi bellici durante i quali la Santa Lucia fu requisita, e soprattutto nella tremenda fase 1941-45. Venne poi l'armistizio, e i dirigenti virtussini strapparono la promessa, questa: entro il 1946, essi avrebbero ottenuto in restituzione la loro casa, intendo dire la loro palestra.

Tanto il desiderio, tanta la necessità per la Virtus di concludere positivamente la importante questione che, per non correre il rischio di vedere assegnati ad altri l'uso dell'ex basilica, si prese cura con alcuni dirigenti e soci, di "montare un turno di servizio di guardia davanti all'ingresso di Via Castiglione". Si tenga presente che la Società, della Santa Lucia aveva fatto la propria sede dall'8 maggio 1873 e per circa un settantennio.

Purtroppo però gli improvvisati "piantoni" avevano fatto i conti senza l'oste: questo essendo costituito dal passaggio interno costruito fra le aule dell'istituto Aldini Valeriani e la palestra: per cui la Virtus nulla poté di fronte al fatto compiuto, anche per la precarietà della situazione in cui si trovava l'Istituto il quale non aveva spazio sufficiente per funzionare.

Questa la situazione che si determinò nel 1945. La Virtus, come abbiamo detto, aveva preso possesso della Santa Lucia nel 1873. Di quei tempi essa puntava in particolare a due fini: la istituzione di saggi annuali e passeggiate, per la cultura e la diffusione della ginnastica. Chiaro che premeva per ottenere una sede spaziosa che consentisse la preparazione di atleti in numero sempre maggiore: e la giunta Comunale - si pensi: in quei tempi più sensibile d'oggi! - si adoperò per soddisfare le giustificate richieste.

La Chiesa di Santa Lucia, costruita nel 1623 su disegno di Girolamo Rinaldi, fu dissacrata e concessa al Comune perché, a sua volta, la destinasse a scopi di pubblico interesse. Il Comune, infatti, la adattò a palestra, cosicché per alcune generazioni servì agli studenti delle scuole medie, prima di venir messa a completa disposizione della Virtus.

I fasti della Virtus nella palestra giudicata la più vasta d'Europa.

A questo punto, di tanti fatti, di tanti episodi, di tante cose si dovrebbe dire: troverete tutto nella parte storica. A me sia solo concesso di accennare rapidissimamente a qualche data, ad alcuni uomini ed episodi che hanno avuto attinenza tutta particolare con la Santa Lucia ed i suoi fasti. Cito alla rinfusa: la sistemazione a dovere della palestra munendola di nuovi attrezzi; il discorso inaugurale (ritenuto blasfemo) di Giosuè Carducci, l'inizio dei corsi, tenuti il 1° agosto 1877, alle ore sei del mattino, da Baumann e Pietro Gallo di Venezia 8direttore Costantino Reyer, mecenate ginassiarca di Trieste) i magnifici tre della prima Scuola Magistrale di Bologna, che sarebbe divenuta poi celebre.

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E PAR LA MILA BALA...

di Giulio C. Turrini - tratto da "Il Mito della V Nera" 1871-1971 di A. Baraldi e R. Lemmi Gigli

 

Il Palazzo dello Sport ha avuto una mamma che si chiamava Sala Borsa ed abitava proprio in centro, e una nonna che si chiamava Santa Lucia e stava un po' più in là, in via Castiglione. Una, tutta presa dagli affari. L'altra, per molto tempo dedita a pratiche religiose e solo dagli costretta a strizzar l'occhio allo sport e agli atleti.

Santa Lucia, sapore di cose vecchie, di cose buone. Cose di prima della guerra, come si dice: di prima di due guerre. Una chiesa riservata al culto per due secoli e dissacrata in occasione della terza guerra d'indipendenza, nel 1866. Sei anni prima, con l'avvento dell'Italia a Bologna, le scuole di Santa Lucia dei Barnabiti erano state erette a Ginnasio Municipale; er ora il Municipio veniva ad occupare la Chiesa di Santa Lucia per adibirla a deposito succursale del Corpo di Amministrazione del Regio Esercito. Nel '73, con un rogito del notaio Giuseppe Verardini, l'Amministrazione Comunale ne divenne proprietaria ai sensi dell'articolo 20 della Legge 7 luglio 1866 sulla soppressione delle corporazioni religiose. Così, la grande navata che per due secoli aveva riecheggiato la parola dei più grandi predicatori della Chiesa del Gesù, primo fra tutti Giorgio Giustiniani, risuonò delle voci dei soldati di Vittorio Emanuele II e, dal maggio 1873, dekke grida dei ginnasti della Virtus, preparati da Emilio Baumann: il Municipio aveva trasformato la vecchi achiesa in palestra.

Ormai era dedicata allo sport, la chiesa che Girolamo Rainaldi, "architetto del popolo e del Papa", aveva edificato nel diciassettesimo secolo improntandola al grandioso stile barocco romano dell'epoca: la prima pietra era stata posta il 2 aprile 1623 e il 25 maggio 1659 la bellissima chiesa era stata aperta al culto.

Così, è in Snata Lucia che nasce - nella scia delle altre pratiche sportive - la pallacanestro bolognese. Due balconate sui lati lunghi, come interminabili pulpiti; e solo alcuni anni dopo una gradinata di legno alle spalle di uno dei canestri. Nelle nicchie degli altari laterali, gli spogliatoi di fortuna. Un pavimento irreprensibile. Un vago sapore claustrale. I giocatori con la canottiera bianca e la grande V nera, i calzoncini pure bianchi. Giancarlo Marinelli che li sopravanza nella statura e nella baldanza atletica, una controfigura di Piola. Il mento pronunciato di Venzo Vannini, il naso di Mino Girotti; Paganelli e Dondi dell'Orologio. Un quintetto di ferro, solo a vederlo.

Prima di cominciare, si raggruppavano al centro del campo, a cerchio, si chinavano, e lanciavano il grido di guerra con intenzioni propiziatorie:

 

"E par la mi bela bala

un occ' am bala

un occ' am bala

am bala un occ'

un occ', un occ', un occ'..."

 

Il Borletti di Milano col suo magico quintetto (Castelli, Brusoni, Paganella, Conti, Marinoni) che collezionava scudetti. La Ginnastica Triestina di Caracoi, Bessi, Bocciai; una sua favolosa esibizione alla Santa Lucia, una specie di primizia, un gioco secco, fiondato, passaggi tesi e violenti. La Reyer di Venezia, un'altra partita che fece epoca, Garbosi svenuto per la stanchezza e deposto ai piedi di un altare. Marinelli e Vannini figure indimenticabili; e con loro Dondi, Paganelli, Girotti e Valvola, Rossetti, e poi Gianfranco Bersani, fino a rapini, subito prima di passare alla Sala Borsa.

Giocavano per nulla, ovvio. Il loro presidente era Alberto Buriani, grande patriarca di tutta la Virtus, forse l'uomo di sport più schietto che Bologna abbia espresso. "Un giorno - ricorda Girotti - Buriani ci dice: 'Ragazzi, siamo sempre terzi o secondi, e intanto lo scudetto lo vincono quelli di Milano. Se vincete il campionato, giuro che vi organizzo un bel pranzo. E sotto il piatto forse ci metto qualcosa'. Beh, non siamo mai riusciti a vincere il campionato. Ci siamo riusciti nel '46 e Buriani era morto da pchi mesi. Ecco, quello che abbiamo guadagnato".

La palestra coagulava la passione sportiva del rione. Non è soltanto che i giocatori di quella Virtus (e di quella subito successiva di Sala Borsa, per quattro volte consecutive campione d'Italia) fossero tutti di Bologna; erano addirittura tutti del quartiere di via Castiglione, di via del Cestello, di via Cartolerie. Nel giro di poche centinaia di metri erano nati e cresciuti. Il caso del povero Gianfranco Bersani è sintomatico. I suoi avevano una bottega nella piazza della chiesa, gli studenti del Galvani dell'Aldini passavano di lì prima di entrare, per prendere la liquerizia e il "sugobachetto", delizie delle generazioni precedenti a quella del juke-box. Così, Bersani (che era nato con una malformazione a un braccio; e sport, fin lì, non ne aveva fatto davvero) era entrato nella Santa Lucia a vedere quelli che si allenavano. Una sera aveva chiesto: "mi prendere con boi", si era messo in mezzo, aveva imparato, era diventato virtussino e poi campione d'Italia e nazionale.

Poi la guerra, come una lunga ustione, Santa Lucia è un magazzino militare e deposito della Croce Rossa. Per alimentare le cucine e scaldarsi, vengono bruciati i documenti dell'archivio storico della Virtus. La guerra finisce e la Virtus non ottiene la restituzione, cambia casa, va in Sala Borsa. La pallacanestro, per conto suo, cambia nome: si chiama basket. Una pallacanestro che parla straniero e fa un po' la schizzinosa. nasce il "pivot". A Santa Lucia avevamo creduto che Marinelli fosse semplicemente un centrattacco.

Nuove regole, nuovi termini. Le ginocchiere. Le divise più eleganti. Nasce anche una rivalità cittadina, col Gira il cui esordio nel grande basket è fragoroso, gli americani Germain e Mascioni contrassegnano un'epoca in cui non è ancora necessario essere soprattutto alti: Muci nel Gira, Ranuzzi nella Virtus lo provano. Il gioco mantiene una percentuale di improvvisazione, di contropiede, di estro. Il ricordo della Sala Borsa è più vicino e stressante. Le tribune al piano terra, quelli della prima fila di sedie con i piedi sulla linea laterale; e soprattutto le due balconate, con la gente che picchia contro le balaustre e urla, un frastuono pazzesco nel quale perdono la testa (e la partita) quelli del Borolimpia, che poi diventerà Simmenthal (Stefanini, Romanutti, eccetera), quelli della Ginnastica ROma (Tracuzzi che gioca col manuale e spiega il basket americano, l'altro Cerioni, Primo), quelli della Reyer, insomma tutti.

"Certe volte credevo di diventare matto - dice Ranuzzi - e mi capitava di non essere tanto sicuro che dovevo mirare a quel canestro, anziché all'altro. Una volta mancavano due minuti alla fine, vincevamo di venti punti, ma non mi fermavo, sembravo impazzito, viene Vannini e mi fa: calmati, abbiamo già vinto".

Se la Santa Lucia era stata l'approdo dei padri pellegrini della pallacanestro, fu il basket di Sala Borsa a contagiare senza rimedio i bolognesi. Due epoche, due momenti diversi. Certo, per chi va verso il mezzo secolo, il pathos della Santa Lucia non è dimenticabile. Non c'era il floting, il playmaker, il forcing, non c'erano gli "assist". Non c'era il tabellone elettronico. Di arbitri ne bastava uno, si poteva tirare anche un solo "personale", si poteva dimenticare la lezione teorica (che non c'era stata). Non si sapeva cosa fossero "i lunghi", ma solo che Marinelli era più alto degli altri. C'era spazio per tutte le espressioni dell'animo, fino al leggero sadismo della "melina". Era un basket in crescenza, sincero, snetito, naturale.

E dopo venne l'altro basket, quello che vedete.

Ranuzzi, X, Fontana, X, X

Girotti, X, X

IL BASKET VIRTUSSINO PRIMA DELLA II GUERRA MONDIALE

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

I campionati disputati dalla Virtus nella massima divisione, nel periodo precedente la seconda guerra mondiale, furono 9 e cioè tutti quelli organizzati dal 1935 (in realtà 1934 - ndrc), anno della prima partecipazione delle Vu nere alla Serie A. Furono nove anni di rincorsa ad uno scudetto che però non volle arrivare mai. Molte volte ci si arrivò vicini, alcune altre vicinissimi, ma ci fu sempre qualcosa che mancava, o meglio c'era sempre qualche altra squadra, qualche altro club che vinceva quella partita in più; c'era quel giocatore che segnava il punto che serviva, mentre da parte bolognese mancava proprio quel punto, quel tiro fortunato.

Nel 1935 per la Virtus è il terzo posto, dietro la Ginnastico Roma /che appena l'anno prima era stata superata nello spareggio promozione di Firenze) e la Ginnastica Triestina. Davanti invece al GUF Bologna, iniziando così una serie di derby che darà sugo e colore al basket bolognese di tute le epoche, da quella dei pionieri a quella sfolgorante luce e colori di oggi. In quella formazione e in quella dell'anno successivo, ha modo di giocare anche uno studente universitario americano, di evidenti origini italiane, tale Nunzio Stallone.

Un  passo avanti l'anno dopo, nel campionato '35/'36, quando la Virtus passa al secondo posto davanti alla Ginnastica Roma e dl GUF Trieste, ma dietro alla Borletti Milano, che per quattro anni egemonizza il titolo italiano grazie alla classe di molti giocatori che faranno epoca a partire dal capitano Enrico Castelli.

Nel 1937 il basket è già in grande espansione e il campionato di Serie A è diviso in due gironi per un totale di 16 formazioni (ben 7 delle quali sotto l'egida dei GUF). Il titolo va al Borletti, che supera nel derby finale la Filotecnica Milano con una certa facilità, mentre le Vu nere erano state precedute, nel girone B, proprio dalla Filotecnica per un solo punto in classifica. I ragazzi della Virtus comunque finiscono il campionato con 11 vittorie e 3 sconfitte avendo segnato 505 punti (36 di media) e avendone subiti 327 (23,3 di media).

Siamo nel 1938 e il torneo di Serie A vede al via dieci formazioni. La Virtus deve lasciare il titolo ancora al Borletti cedendo di soli 3 punti in classifica e terminando il campionato con 5 sconfitte e 12 vittorie, avendo segnato 742 punti (43,6 di media) e avendone subiti 662 (38,9 di media).

Nel 1939 le formazioni ai nastri di partenza sono diventate solo nove e la Virtus scende al terzo posto dietro, oltre al Borletti, anche alla Ginnastica Triestina. La Virtus nel campionato '38/'39 termina con 28 punti in classifica, uno meno della Ginnastica e due meno del Borletti, con 4 sconfitte, 560 punti segnati (35 di media) e 438 subiti (27,3 di media). Rimane la soddisfazione di aver battuto i milanesi per 18 a 16 alla "Santa Lucia", costringendoli al più basso punteggio del loro attacco normalmente molto più prolifico.

Nel 1940 termina il quadriennio di dominio milanese, ma la Virtus non riesce ad approfittarne ed è ancora una volta seconda dietro questa volta i triestini della Ginnastica, i quali staccano di 4 punti i bolognesi che finiscono con 5 sconfitte, 621 punti segnati (34,5 di media) e 499 subiti (27,7 di media).

I campionati di basket, come ogni altra attività, proprio dal '40 cominceranno ad essere soggetti a continue mutilazioni di atleti che vengono chiamati sotto le armi; capiterà anche alla Virtus l'anno successivo, nel 1941, quando dovrà rinunciare a Galeazzo Dondi Dell'Orologio e ad Athos Paganelli, chiamati in zona di guerra. Proprio per questo la formazione felsinea deve aprire ai giovani e l'inesperienza dei nuovi giocatori fa precipitare la squadra al sesto posto - staccata di 7 lunghezze - dalla Ginnastica Triestina che vince ancora il titolo davanti al Borletti. Le sconfitte sono 10 contro 8 vittorie, i punti segnati son0 557 (30,9 di media) e 516 quelli subiti (28,6 di media).

Nel 1942 lo scudetto tricolore prende la strada della Laguna e va alla Reyer Venezia, per la prima volta, mentre la Virtus risale diverse posizioni giungendo al terzo posto dietro ad una formazione romana dal nome assai familiare all'epoca: "Mussolini" (non è dato di sapere se godesse di particolari favori arbitrali). Le Vu nere terminano staccate di 4 punti, con 659 punti segnati (31,4 di media) e 441 subiti (21 di media).

"E nel '43 la gente partiva, partiva e moriva e non sapeva perché" canterà nel 1983 Lucio Dalla, tifoso numero uno della Virtus e playmaker prestato alle sette note. Sono anni di guerra ma si riesce lo stesso ad organizzare un campionate (pensate un po' cosa deve essere stata una trasferta in quei tempi!). Sono anni comunque "felici" per il basket bolognese che si assesta su posizioni di preminenza che serviranno da trampolino di lancio per il boom definitivo del tempo di pace nei primi anni della Repubblica. In quel periodo la "santa Lucia" è un campo pressoché inespugnabile per chiunque: dal 1973 al 1943 la squadra bolognese disputò nel suo "tempio" 63 incontri di campionato, 52 dei quali vini, 10 perduti (di cui 4 nel 1941, il suo anno peggiore) e uno pareggiato. La "Santa Lucia" e il suo competente pubblico, rappresentavano cioè una sorta di sesto giocatore ante litteram della storia della pallacanestro italiana. Sempre il quel periodo altre glorie aspettano comunque la Virtus e i suoi giocatori. Dondi e Marinelli vengono chiamati a far parte della Nazionale che partecipa alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove l'Italia si classifica al 7° posto.

Ancora dall'album dei ricordi leggiamo cosa ha scritto recentemente su "Giganti del Basket" Adalberto Bortolotti ricordando quel periodo: "Parte da qui la leggenda della Vu nera: sono tutti bolognese, anzi del quartiere di Castiglione. Gianfranco Bersani, che tiene una bottega nei pressi, li vede passare ed entrare in palestra. Li segue, si innamora di quello sport in sboccio lui che è nato con una malformazione ad un braccio e non ha mai fatto attività. Chiede: Mi prendete a giocare? , impara, si specializza, diventerà una delle più fulgide glorie Virtussine, pluricampione d'Italia e nazionale. Era un basket casereccio, umano e genuino. Prima dell'inizio, ci si riuniva a centrocampo e, stretti l'uno all'altro, si lanciava il grido di guerra. Quello del Santa Lucia scandito da voci possenti sotto le volte antiche diceve:

E par la mi bela bala

un occ' am bala

un occ' am bala

am bala un occ'

un occ', un occ' un occ'