CARLO NEGRONI

Carlito Negroni in penetrazione in Sala Borsa

nato a: ?

il: ?/?/1925

altezza:

ruolo:

numero di maglia: 11

Stagioni alla Virtus: 1946/47 - 1947/48 - 1948/49 - 1949/50 - 1950/51 - 1951/52 - 1952/53 - 1953/54 - 1954/55 - 1955/56 - 1956/57 - 1957/58

palmares individuale in Virtus: 5 scudetti

 

ERAVAMO QUATTRO AMICI AL BAR...

di Roberto Cornacchia – V Magazine - 13/09/2008

 

Sembra l’inizio di una canzone di Gino Paoli, ma in realtà è quello che succede ogni sabato mattina in un bar dei colli bolognesi: quattro amici, legati da un antico cameratismo nato dalla comune militanza nella Virtus, si trovano per chiacchierare di basket, donne, politica e gli altri fatti della vita.

I quattro amici in questione non sono proprio i soliti vecchietti che, braccia dietro alla schiena, si fermano a commentare i lavori in corso. Si tratta di Gigi Rapini, classe 1924, 5 scudetti vinti con la Virtus in 12 stagioni tra il ’41 e il ’55 interrotte solo dalla II Guerra Mondiale; “Carlito” Negroni, classe 1925, 5 scudetti in 12 stagioni tra il ’46 e il ’58; Dino Zucchi, classe 1927, 1 scudetto in 5 stagioni fra il ’48 e il ’53; Corrado “Giusto” Pellanera, classe 1938, nessuno scudetto in 11 anni di militanza bianconera dal ‘57 al ’68. In totale fanno 11 scudetti e non so quante presenze in Nazionale radunate attorno al tavolino sulla terrazza.

Dino Zucchi oggi non c’è: ha qualche acciacco e, a 81 anni, si deve curare. Ma gli altri non lo dimenticano e lo chiamano al cellulare per fargli gli auguri di pronta guarigione, ai quali ci uniamo anche noi di Virtus Magazine.

“Volevo dire una cosa…” esordisce Pellanera, uno scultoreo 70enne che ancora si dedica ad insegnare basket. Ma subito Negroni lo interrompe: “Zitto te, che non hai mai vinto niente”. “Allora, se è per quello – replica Rapini – devo parlare io, visto che sono l’unico qui ad aver partecipato a due Olimpiadi…”. E se non ci fossi io a cercare di farmi raccontare qualcosa delle loro gloriose carriere di uomini di sport, sarebbero ancora lì a prendersi per i fondelli, dopo averlo fatto ininterrottamente per decine di anni…

Quello che parla più di tutti è Rapini (del resto, ha fatto due Olimpiadi…), Negroni si scalda in particolare quando si parla di donne e Pellanera è il più paziente, una qualità forse maturata anche a causa dei tanti secondi e terzi posti, ben nove, collezionati dalle Virtus in cui ha giocato.

Rapini ricorda gli anni pionieristici in cui Bologna ha messo le basi per diventare Basket City: “All’epoca c’era un favoloso campionato delle scuole, sotto l’egida del G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio): vi partecipavano la Minghetti, la Galvani, la Piercrescenzi e le tribune erano piene di gente. E con la bella stagione si disputava il Palio Estivo, con i vari giocatori di serie A sparpagliati nelle varie formazioni di quartiere”. Già prima della Guerra Mondiale il basket a Bologna era già profondamente radicato, come non lo era in altre città. “A mio avviso furono proprio le scuole, dove una buona parte degli insegnanti di Educazione Fisica lo facevano praticare, a diffondere capillarmente la passione per il basket. Poi la rivalità fra le scuole fece il resto, così come, anche in seguito, la rivalità cittadina si sarebbe rivelata un volano inesauribile per la diffusione del gioco.”

Rapini è l’unico fra i presenti che ha giocato alla Santa Lucia, la chiesa sconsacrata di Via Castiglione che è stato il primo campo della Virtus. Quando, alla fine delle ostilità, si poté tornare ad uno stile di vita più normale e anche dedicarsi nuovamente al basket, la palestra venne requisita dal comune per dare ospitalità ad una scuola per muratori: c’era un paese da ricostruire e le priorità erano altre. Per un anno si giocò al campo Ravone, all’aperto, come avveniva nella quasi totalità degli altri campi in Italia. “Ricordo una trasferta a Gallarate – stavolta è Negroni a parlare –. Quando ci presentammo per giocare ci vennero incontro con dei badili. La notte precedente aveva nevicato e bisognava sgombrare il campo. Poiché i soldi erano sempre contati e bastavano a malapena per coprire i costi delle trasferte, non potevamo certo tornare un’altra volta: e allora vai di olio di gomito…”.

“Ma ‘Carlito’ come nasce?” chiedo io. “Ma niente – sorride Negroni – è solo un nome più esotico, alle ragazze queste cose piacciono…”.

Il basket era molto diverso da come lo conosciamo adesso. “Non abbiamo mai visto il becco di un quattrino – in coro Rapini e Negroni – e si giocava per divertirsi e per girare il mondo, cosa all’epoca riservati a pochi fortunati. Eravamo tutti bolognesi e questo non poteva che renderci ancora più uniti. Siamo stati in Francia, Belgio, Spagna, Tunisia, Marocco e abbiamo portato lustro al nome della Virtus che veniva, per questo motivo, richiesta spesso nei tornei internazionali”.

Non solo le finanze, anche il gioco era più povero rispetto a quello attuale. Chi aveva la fortuna di avere dei contatti diretti con gli americani ne traeva vantaggio, chi non li aveva cercava di imparare come poteva, anche attraverso i libri. L’allenatore della Nazionale Van Zandt era un ottimo insegnante così come lo fu Paratore, che proveniva dall’Egitto dove aveva avuto contatti con degli statunitensi. Ma furono clinic come quelli di Lou Carnesecca e di Jack Ramsay che rivoluzionarono la concezione del gioco.

Una sera si tenne, presso la Sala Borsa, una serata danzante di beneficenza per raccogliere fondi per acquistare dosi di penicillina. Sempre attratti dall’opportunità di conoscere delle signore, parteciparono alcuni giocatori della Virtus, e fra costoro non poteva mancare Carlito. “Stavamo ballando quando mi venne lo scrupolo di misurare se le dimensioni erano sufficienti per contenere un campo regolamentare. Percorsi la sala a passi lunghi e vidi che ci sarebbe stato perfettamente. Allora dissi a mio padre, all’epoca Segretario Generale della Provincia, di interessarsi della cosa presso la Cassa di Risparmio, proprietaria dell’immobile. Quando chiarimmo che gli allenamenti pomeridiani e le partite della domenica non avrebbero recato nessun disturbo a chi ci lavorava di mattino, ci venne concessa la Sala Borsa”.

“Occhio che quello che racconta Carlito bisogna prenderlo con le molle – interviene Rapini – un po’ perché racconta delle balle e un po’ perché non si ricorda…”

Fu così che il basket bolognese cambiò “tempio”, dalla S. Lucia alla Sala Borsa dove Rapini e Negroni furoreggiarono per anni. Ma dopo i 4 scudetti consecutivi dell’immediato dopoguerra, seguono anni di piazzamenti onorevoli ma non baciati dallo scudetto: si pensa per la prima volta a prendere giocatori da altre città e arrivano Calebotta, Canna e Alesini che costituiscono il nucleo della Virtus Minganti che, allenata da Tracuzzi, vince i titoli del ‘54/’55 e del ’55/’56. Rapini partecipa solo al primo dei due scudetti poi bisticcia con Tracuzzi e si trasferisce al Gira. Negroni rimane anche l’anno successivo e anche oltre, cosa che gli permetterà di pareggiare il conto degli scudetti con Rapini, cosa che gli permetterà di guadagnare un maggiore minutaggio nelle future discussioni al bar. Nel frattempo la sete di basket felsinea è tale che nemmeno la Sala Borsa può più bastare a placarla: nel 1954 iniziano i lavori del Palazzo dello Sport di Piazza Azzarita nel quale esordirà, nel dicembre 1956, una Virtus della quale Negroni è capitano.

L’anno seguente è l’ultimo di Negroni alla Virtus ma anche il primo del giovane Pellanera, proveniente da Teramo. “Carlito era il mio capitano – rammenta Pellanera – però saliva in campo per darmi il cambio”. “Ma se una volta che ero entrato – replica seccato Carlito - non scendevo più perché facevo canestro più di te…”. In effetti Pellanera non era considerato un realizzatore, nonostante in un anno sia riuscito a segnare più punti del capocannoniere designato Gianfranco Lombardi. Pellanera, proveniente dall’atletica leggera, aveva dei mezzi fisici quasi illegali per l’epoca: correva gli 80 metri in 9”1, saltava 7 metri nel lungo e m. 1,90 nel salto in alto con lo stile Horine o western roll. Un anno venne convocato contemporaneamente tra i Probabili Olimpici sia del basket che dell’atletica leggera. Questo suo atletismo lo metteva in condizioni di coprire, più o meno volente, le distrazioni difensive di Lombardi: “Dado aveva una mano fatata, sapeva fare canestro – è Pellanera che parla - e io mi facevo il mazzo in difesa anche per lui”. Pellanera a Bologna si trova a meraviglia e vi rimane anche dopo la carriera da giocatore. “Anche quando – è Pellanera che ricorda - dopo aver litigato con Porelli, me ne andai, appena potei, cioè l’anno seguente, accettai l’ingaggio della Fortitudo perché volevo tornare a Bologna”. Si intromette Rapini: “L’abbiamo civilizzato noi, veniva dal profondo Sud”. “Ma se l’unica cosa – ribatte Negroni – che ha imparato a dire in bolognese sono le parolacce…”.

Rapini ha continuato ad essere una presenza attiva nel basket anche dopo aver appeso le scarpe al chiodo: ha allenato per diversi anni nelle leghe minori e si vanta di essere stato l’inventore in Italia del minibasket. “Nel ’55 feci un corso di basket ai maestri di scuola – racconta Rapini – e grazie all’aiuto di Comune, UISP e la Coca-Cola radunai 30 ragazzi che giocavano nel dopo-scuola. Poi l’anno seguente aumentarono e dovetti suddividerli in 4 corsi e l’anno successivo dovetti cercare dei collaboratori”. Rapini, un vulcano di idee, fu promotore di un’altra iniziativa: nel ’68 organizzò il raduno degli ex-Nazionali. Riuscito a scucire 15 milioni di lire a Petrucci, riesce a radunare circa un centinaio di ex-atleti della Rappresentativa Nazionale, un evento che, visto il successo, verrà poi ripetuto per anni a venire.

Anche Pellanera ha allenato per diversi anni, in un periodo in cui il gioco stava subendo veloci cambiamenti rispetto a quello praticato pochi anni prima e di allenatori con un importante passato da giocatori ce n’erano pochi: erano gli anni in cui i santoni delle panchine erano Peterson, Bianchini e Taurisano. Pellanera ha allenato in tutte le serie, con l’apice di 3 stagioni in serie A2 a Pordenone, dove ha avuto come straniero John Fultz al suo ritorno in Italia dopo le stagioni all’estero e dove ha contribuito a far crescere giocatori come Fantin e Daniele che avrebbero fatto parte, seppure con impatto diverso, della Virtus della stella.

“Nel basket odierno, c’è ancora molta gente che non distingue la tecnica dalla tattica – si infervora Rapini”. Anche Pellanera dice la sua “Non capisco perché a dei giocatori che hanno dimostrato in carriera di saper fare in campo delle scelte giuste, non li si faccia diventare degli allenatori. Brunamonti, ad esempio, è sprecato a fare il dirigente: uno con il suo sapere cestistico dovrebbe fare l’allenatore e cercare di trasmetterlo”. Ormai il piacevole ritrovo volge al termine: domattina Pellanera deve tornare nella natìa Teramo dove è stata richiesta la sua consulenza per il settore giovanile e si deve preparare. “Non è mica vero – insinua Negroni – è che ha delle donne ma non le vuole dividere con noi…”

Carlito Negroni in entrata contro Pesaro, sotto gli occhi di Gambini

CARLO NEGRONI SI RACCONTA A VIRTUSPEDIA

di Roberto Cornacchia - Luglio 2008

 

Mio padre, Mario Negroni, era Segretario Generale della Provincia nonché presidente della Virtus sezione basket. Subito dopo la guerra, ero studente universitario e in un bar in Via Zamboni davanti al Teatro Municipale, io e altri miei amici ascoltammo alcuni ciclisti della Girardengo lamentarsi del fatto che non potevano fare attività perché non si trovavano biciclette da corsa. Lanciammo l’idea di fare una squadra di basket e i ciclisti aderirono entusiasti, a patto di mantenere il nome della Girardengo nella nuova squadra. Fu così che nacque il grande Gira col quale mi sarei poi scontrato in serie A negli anni a venire. Chiesi a mio padre il permesso di utilizzare il campo della Virtus e mi venne concesso. Partecipai al primo campionato di II divisione assieme a Bonaga, Sinoppi e Perin e conquistammo la promozione. Poi mio padre venne da me e mi disse: “Se non ti presenti l’anno prossimo alla Virtus, ti dò un sacco di botte”. Così ebbe inizio la mia lunga relazione con la Virtus.

Ovviamente di soldi all’epoca non se ne vedevano. Ricordo ancora il Presidente Mezzetti proclamare con enfasi ad ogni inizio campionato: “Ragazzi, se vincete lo scudetto avrete tutti una bella cena pagata al Ristorante Diana!”. E le cene furono cinque…

All’epoca il gioco era abbastanza prevedibile. Veniva schierato il pivot in mezzo all’area, le due ali in fondo e le due “difese” in altro. Io ero la difesa sinistra mentre a destra c’era Ranuzzi. A quei tempi la difesa a uomo era poco praticata, quasi tutti giocavano a zona perché, a differenza di oggi, i tiratori da fuori erano merce piuttosto rara e quindi era sempre preferibile lasciar tirare da fuori che marcare stretto col rischio di farsi battere. Inoltre non c’era un tempo massimo per andare a canestro: una volta a Venezia, a 7 minuti dalla fine vincevamo 32 a 31 e tenemmo palla fino alla sirena finale: fu grazie a questa tattica che venne coniato il termine “fare la mela”.

La nostra zona era piuttosto indigesta per l’epoca, in quanto metteva in pratica alcuni concetti della difesa individuale: ognuno si occupava del giocatore che era nella propria zona ma, una volta individuato, questo veniva abbastanza pressato e mio compito era proprio quello di intervenire sulle traiettorie di passaggio per far partire oppure per concludere i contropiedi, la mia specialità.

Beneficiavo in particolar modo del fatto di giocare assieme a Gianfranco Bersani. Nonostante la statura non proprio elevata ed un evidente difetto fisico (un braccio decisamente più corto dell’altro), il buon Gianfranco era un vero leone a rimbalzo. Quando piazzava il tagliafuori, sapevo già che se il pallone fosse caduto da quelle parti sarebbe stato suo. Allora partivo a razzo e immancabilmente Gianfranco mi raggiungeva con una precisa fiondata che mi consentiva di mettere a segno il più facile dei canestri.

Dopo un anno giocato al campo scoperto del Ravone, ci trasferimmo alla Sala Borsa. Il passaggio alla Sala Borsa un po’ lo si deve anche a me. Una sera si tenne una festa in Sala Borsa per un’iniziativa benefica al quale presi parte insieme ad altri giocatori. A metà della serata mi venne lo scrupolo di misurare se la sala aveva le dimensioni sufficienti per contenere un campo regolamentare. Percorsi la sala a passi lunghi e vedi che ci sarebbe stato perfettamente. Allora dissi a mio padre di interessarsi della cosa presso la Cassa di Risparmio, proprietaria dell’immobile. Quando divenne chiaro che le richieste del basket non si sarebbero scontrate con quelli di chi ci lavorava e che gli allenamenti pomeridiani e le partite della domenica non avrebbero recato nessun disturbo, venne vinta l’iniziale ritrosia.

Innanzitutto la Sala Borsa era in pieno centro e quindi facilmente raggiungibile da tutti. Inoltre tutti gli impiegati degli uffici dislocati nei vari piani, potevano accedere gratuitamente avendo il tesserino. Questo fece sì che si costituisse uno “zoccolo duro” di tifosi sempre presenti che poi finirono col far appassionare al basket gli amici e poi gli amici degli amici. Presto le sole balaustre non furono più sufficienti e si dovettero aggiungere le tribune. Le sedie degli spettatori arrivavano fin sotto ai canestri. E più di una volta, durante i miei numerosi contropiedi, la foga con la quale andavo a canestro e con la quale successivamente franavo sulle prime file degli spettatori, più che dalla paura di farmi stoppare era dettata dalla volontà di entrare in contatto con qualche bella signora in prima fila… Della Sala Borsa mi furono omaggiate due piastrelle che ancora conservo. Ma se noi giocavamo in un campo “all’avanguardia”, lo stesso non si poteva dire per le altre squadre, dove si giocava con qualsiasi condizione meteorologica anche perché di spendere i soldi per una nuova trasferta non se ne parlava neanche. Ricordo ancora una partita a Gallarate, dove prima di scendere in campo ci diedero i badili per spalare la neve che ricopriva il campo all’aperto: il campo era talmente pesante che il risultato finale fu un 12-8 a nostro vantaggio.

Non si vedeva il becco di un quattrino ma almeno c’era la possibilità di girare un po’ il mondo e di fare esperienze che all’epoca erano appannaggio di pochissimi fortunati. I pochi soldi che c’erano venivano usati per le trasferte e, tra Nazionale e tornei internazionali con la Virtus, ebbi l’occasione di viaggiare parecchio, anche se non sempre in maniera agevole. Dovevamo andare a Barcellona per un torneo. Appuntamento alle 9:30 in stazione per prendere il treno delle 10:00. Mancavano appena 10 minuti e ancora non si era visto nessuno. Arriva mio padre di corsa (e forse quella volta pagò con i suoi soldi) e fece i biglietti appena in tempo per prendere il treno. Gli accordi col Barcellona era che noi ci saremmo pagati il viaggio fino al confine con la Spagna perché dal confine spagnolo fino alla città catalana ci avrebbero pensato loro. Arrivammo all’ultima stazione in territorio francese e scendemmo. Ci attendeva uno del Barcellona che, indicando la galleria nella quale proseguiva il binario ci disse: “Vedete quella galleria? Il confine è proprio lì dentro, a metà della galleria. Però non si può passare da lì. Seguitemi”. Fu così che partimmo a piedi con le nostre valigie e scavalcammo la piccola montagna nella quale era stata scavata la galleria. Arrivati alla prima stazione fuori dal tunnel, ci aspettavano i mezzi del Barcellona che ci portarono a destinazione.

Il mio rapporto con la Nazionale ebbe inizio a Livorno, dove, a mia insaputa, c’era in tribuna l’allenatore Van Zandt per scrutare i possibili azzurri. Io stavo in panchina quando Rapini, in una palla contesa, si lussò una spalla e dovette lasciare il campo. Entrai in campo e cercai di fare del mio meglio. Nel finale a punto a punto segnai due canestri decisivi che fecero volgere il punteggio a nostro vantaggio. Al termine della Gara Van Zandt venne a farmi i complimenti e mi disse che la prima volta che sarebbe venuto a Bologna avrebbe voluto lavorare un po’ con me: erano i tempi in cui l’allenatore della Nazionale più che un selezionatore, era un vero e proprio insegnante. Trascorreva periodi di una decina di giorni presso le varie società proprio allo scopo di trasmettere i fondamentali ai giocatori più promettenti. Prima dei suoi insegnamenti molti tiravano ancora a due mani dal petto, fu lui a diffondere il tiro ad una mano.

Una mattina mio padre mi svegliò urlando: “Sei in Nazionale!”. L’aveva appena letto sul giornale. Il mio esordio avrebbe coinciso con un’amichevole a Parigi contro la Francia, che poco prima aveva vinto contro gli azzurri in Sala Borsa. Assieme agli altri convocati, effettuai un raduno di una settimana a Torino. Io giocavo difesa sinistra ma, poiché con la sinistra non palleggiavo molto bene, usavo sempre la destra. Van Zandt mi disse che non andava bene e io risposi che tanto la palla non me la fregava nessuno lo stesso. Allora Van Zandt difese su di me per tre azioni e per tre volte mi rubò palla.

Venne il giorno della partita. Si giocava al Velodromo di Parigi, appositamente adattato per il basket in quell’occasione: 15.000 spettatori con almeno 1.000 italiani tifosi, mai più giocato davanti ad un pubblico più numeroso. Venni schierato in quintetto e subito segnai in contropiede dalla palla a due. La partita fu tiratissima e a pochi minuti dalla fine la Francia era in testa per 36-35 e si rifugiava nella melina. Van Zandt ci urlò di fare qualcosa ma non era certo impresa semplice rubare palla agli esperti transalpini. La palla giunse all’uomo che stavo marcando, finsi di volergli impedire a tutti i costi il passaggio di ritorno verso il centrocampo lasciando sguarnito il passaggio lungo la linea. Quando il francese effettuò il passaggio come avevo sperato, intercettai la palla, mi catapultai in contropiede e subii fallo. Segnai entrambi i tiri liberi, Vittoria allo scadere ed esplosione del pubblico italiano che, come spesso accade all’estero, è più accanito che in Italia. Venni preso dal pubblico e lanciato più volte in aria. Peccato solo che alla foga dei loro lanci non corrispose una presa altrettanto ferrea: portai un livido sul fondo schiena per diverso tempo.

Durante la mia permanenza in Francia feci conoscenza con la figlia del presidente della Federazione Pallacanestro francese che prestava la sua opera come accompagnatrice. Andammo al cinema e flirtai un po’, anche se all’epoca era molto difficile ottenere qualcosa di più di un bacio. La madre della ragazza intuì qualcosa e assunse informazioni sul mio conto tramite l’allenatore. Il quale parlò bene di me, dicendo che ero un ragazzo serio e di buona famiglia. Quando tornai in Francia qualche tempo dopo, la nostra spedizione era capitanata dal presidente della nostra Federazione, Prof. Decio Scuri. Giunti alla stazione di Parigi ci incamminammo verso l’uscita alla ricerca dei francesi che ci dovevano accogliere. Quando fu chiaro che quel gruppo che ci stava venendo incontro era la delegazione addetta a ricevervi il Prof. Scuri avanzò con la mano tesa: enorme fu il suo stupore nel vedere che il Presidente della Federazione Francese ignorò la sua mano tesa per abbracciarmi calorosamente.

Ricordo che in Nazionale ci davano un gettone di 15 lire per ogni giorno. Ma anche un paio di scarpe nuove, due paia di calzettoni, una maglietta e una tuta che andavano restituite al termine della trasferta lavate e stirate. E se mancava qualcosa, e succedeva sempre, veniva trattenuto il corrispettivo dai gettoni spettanti. Da questo punto di vista invece le Universiadi furono le migliori: ci fu fatta preparare una divisa, composta da giacca blu, pantaloni e scarpe bianche che al termine della competizione ci venne lasciata.

Della mia carriera azzurra mi rimane solo un cruccio: quello di non aver potuto prendere parte alle Olimpiadi di Londra a causa di una broncopolmonite che mi costrinse a rinunciare alla convocazione. Molto divertenti per me furono le Universiadi a Parigi. Stemmo nella capitale francese per quasi un mese e, in quanto atleti, beneficiamo di una tessera che ci permetteva di  viaggiare gratuitamente in metropolitana. A questo si aggiunga il fatto che, essendo il selezionatore un romano che faceva giocare solo i suoi conterranei, non ero particolarmente impegnato dal punto di vista atletico, ed ebbi quindi l’occasione di trascorrere uno dei periodi più spensierati della mia giovinezza.

Un’altra trasferta storica fu con la Nazionale ai Giochi del Mediterraneo, all’epoca una manifestazione piuttosto sentita. Dovevamo andare in nave e già ci disperavamo all’idea delle lunghe traghettate da Genova a Palermo e poi da Palermo in Egitto. Per fortuna il giorno prima della partenza via nave, Van Zandt ci dice che andiamo tutti in aereo da Roma. In viaggio con noi c’erano anche il Presidente della Repubblica nonché Agnelli, invitati quali autorità ad assistere ai Giochi del Mediterraneo.

Dopo aver smesso di giocare per un po’ collaborai per la Nazionale come accompagnatore. Rammento quando dovetti andare ad accogliere all’aeroporto la Nazionale dell’URSS ma ancora di più la faccia dell’albergatore quando gli recapitai il colossale Krumin, un 2,15 che praticamente giocava da fermo ma che era, per l’epoca, quasi inarrestabile. L’unica soluzione che fu capace di trovare fu quella di piazzare tre letti uno affiancato all’altro e il gigante sovietico vi ci si distese trasversalmente.

Gli allenamenti in Virtus si facevano con 2 soli palloni. 5 da una parte e 5 dall’altra: tiri da fuori e chi catturava il rimbalzo aveva diritto a tirare. Se questo tipo di allenamento, operato da tutti allora non solo da noi alla Virtus, sviluppava le qualità di rimbalzista di tutti i giocatori, anche i piccoli, generava anche nei lunghi l’abitudine di partire in palleggio. Cosa che avevo imparato a sfruttare a mio vantaggio durante le partite: quando andavo a rimbalzo offensivo, rimanevo sempre un attimo nei paraggi del rimbalzista per cercare di soffiargliela non appena avesse cominciato a palleggiare. Feci molti canestri di rapina in questo modo.

Durante gli anni del poker di scudetti degli anni ’40, eravamo tutti quanti di Bologna o dintorni e nessun percepiva una lira. Poi con gli anni ’50 cominciarono a venire i primi giocatori da fuori e cominciarono a circolare i primi soldi. Ma non per me e gli altri, con l’eccezione di Ranuzzi, pagato all’insaputa degli altri, che era andato al Gira ma poi era tornato, probabilmente proprio perché pagato. Io ero geometra presso l’Azienda Gas e Acqua e come me anche gli altri bolognesi lavoravano: Rapini e Ferriani in banca, Ranuzzi alla Timo (la compagnia telefonica). Ci allenavamo tre volte alla settimana mentre i giocatori che venivano da fuori (Canna, Calebotta e Alesini) venivano assunti come impiegati alla Virtus Minganti ma ovviamente non avevano nessun obbligo se non quello di allenarsi e giocare.

Per poter migliorare la mia tecnica individuale chiedevo all’allenatore Foschi di lasciarmi un pallone, in modo che la domenica mattina potessi allenarmi da solo.

Quando andavo a chiedere dei permessi, e quando si trattava di Nazionale i permessi potevano anche essere di un mese, il mio superiore era sempre cordiale: “Ma si figuri, Negroni, è un onore per l’Azienda del Gas e Acqua annoverare tra i propri dipendenti un atleta della Nazionale. Le rilascio subito il permesso”. Peccato solo che non si scordasse mai di aggiungere la dicitura “permesso senza assegni” in calce all’autorizzazione.

Al primo allenamento con Calebotta, gli passai la palla, lui si girò, fece due palleggi e andò a concludere in schiacciata. Subito si beccò un: “Ehi, miga fer l’èsin (mica fare l’asino)”. La schiacciata all’epoca era considerata umiliante per chi la subiva, non era un bel gesto...

All’epoca il giornalista Roberto T. Fabbri era una delle firme più autorevoli della carta stampata di Bologna. Scriveva per lo Stadio e i suoi articoli erano fra i più letti. Ma forse in pochi sapevano che Fabbri, dopo la partita mi raggiungeva a casa e mi chiedeva spiegazioni su tutto quello che era successo, su che tipo di difesa avevamo applicato e così via.

Fui molto amico con Fletcher Johnson. L’aiutai a trovare un nuovo appartamento quando volle spostarsi da quello in cui stava. Un vero signore. Sposato ad una gran bella donna, al suo ritorno negli USA divenne un famoso chirurgo. Tornava ogni anno a fare le ferie a Riccione e io lo andavo a trovare.

Meno idilliaci furono i miei rapporti con Larry Strong, mio accanito avversario ai tempi in cui giocava nel Gira. Quando divenne allenatore mantenne lo stesso tipo di conflittualità con il sottoscritto e mi faceva giocare il meno possibile. Molti dei miei compagni di squadra erano anche i miei migliori amici: con Zucchi, Bonaga e Rapini ci si frequentava anche fuori dal campo di gioco, si andava al mare assieme e anche a donne. Ora assieme ai miei compagni di allora Pellanera, Rapini, Zucchi e Ranuzzi mi trovo la domenica al Palazzo per le della Virtus. La Virtus ha significato tanto per me in passato e rappresenta qualcosa di importante anche oggi.

Capitano allo scambio di gagliardetti prima di un'amichevole internazionale (1954)

PROSEGUONO I PROFILI DEI GRANDI CAPITANI BIANCONERI: CARLO NEGRONI

di Franco Vannini

 

Un predestinato. Carlo Negroni è infatti figlio di tal Mario, Segretario Generale della Polisportiva Virtus per trentasei anni e Presidente della stessa sino alla morte, dirigente fondatore della sezione pallacanestro nel lontano '32 e persona eccezionalmente viva per le sue qualità nella memoria di tutti coloro che dal '12 al '50 lo hanno frequentato.

Fratello minore di Cesare che fa parte della squadra dal '41 al '48, inizialmente si disinteressa del canestro, sino a quando nel '45 al Caffé del Teatro incontra e stringe amicizia con un gruppo di ciclisti che, trovandosi nel dopoguerra senza le biciclette, volendo fare attività sportiva, decidono di darsi alla pallacanestro e fondano una squadretta che entrerà poi nella storia di questa città: il Gira.

"I ciclisti avevano le divise e quelle usammo per cominciare, per il resto ci arrangiammo; al punto che all'esordio indossavo un paio di scarpette da boxe, quello che si poteva trovare".

Ovviamente i progressi di Carlo vengono seguiti dal padre e dalla Virtus che al ritiro di Dondi lo preleva dai cugini (sì, sono i Girini i nostri cugini! E non altri!). Nel campionato 1947/47 debutta e si fregia del suo primo scudetto.

Giocatore dalla sveltezza e dalla esuberanza prorompente, si afferma subito come una delle ali piccole più incisive del campionato e viene convocato in Nazionale già dopo tre anni che giocava, altre che Kandiman!

Al suo debutto a Parigi a tempo scaduto ha in mano i due liberi della vittoria, 2 su 2 e la Francia è battuta. Notare che all'epoca vincere in Francia era come per Piola vincere a Wembley!

"Tutti noi lo ricordiamo per la sua freddezza, era un uomo da ultimo tiro, e le sue scelte sembravano quasi dettate da incoscienza per la naturalezza con cui giocava i palloni decisivi ma anche gli altri. Quando noi eravamo sotto pressione, lui minimizzava, a noi quasi sembrava che non glie ne fregasse niente di vincere o perdere, ce lo chiediamo ancora. Fatto sta che la sua sicurezza e sfacciataggine avrebbe fatto impallidire gente come Bonamico" ricorda di lui Gigi Rapini, compagno di nove stagioni.

Partecipa ai Giochi del Mediterraneo con un bronzo nel '51 ed a tre Universiadi, vincendo l'oro a Merano nell'edizione del '49.

In azzurro disputerà 22 incontri, sino al 1954, con 112 punti segnati, rendendosi tatticamente utilissimo nei momenti in cui la sua velocità e la sua freddezza erano indispensabili per portare a casa il risultato.

Con la V nera vince ben cinque scudetti in 12 anni, recordman imbattuto con lo stesso Rapini (poi in seguito di aggiunse anche Binelli - ndb65), segnando 1068 punti e divenendone capitano con Tracuzzi, a sorpresa (Rapini, Olimpionico a Londra e ad Helsinki, vantava tre anni di anzianità in più) nel '55, sino al suo ritiro al termine della stagione '58.

è il capitano della Virtus sponsorizzata, la Minganti,e l'ultimo della grande Virtus del dopoguerra capace di vincere sei titoli italiani nel decennio '45-'56. Dopo questo gruppo di campioni dovranno passare 17 anni di purgatorio prima dello scudetto del '74.

Carlo, detto Carlito perché "era più esotico per le donne", non era insensibile al fascino femminile ed anche se non poteva competere con il grande tombeur de femmes che era Marinelli, si applicava parecchio. è rimasta negli annuali non scritti una sua "torta" ad una fanciulla in treno lunga tutto un viaggio da Bologna a Barcellona, 24 ore, condita da racconti e pettegolezzi, anche un po' osé, sulle signore di Bologna, salvo poi imparare solo all'arrivo del treno che la vittima di tutte queste confidenze era una signora di Zola Predosa che viveva nella città catalana.

Carlo oggi è un arzillo (molto!) zouvnott di 74 anni (ora 83 - ndb65), sempre minuto e con lo sguardo sveglio come allora, ma quando al Palazzo gli chiedono se i suoi tiri erano frutto di freddezza o di incoscienza ancora non risponde, sorride furbetto e si nasconde dietro ad un "dai! Andan a veder la partida".

 

TRE VOLTE, LA VIRTUS, CAMPIONE D'ITALIA

da un quotidiano del 1948

 

(...)

Ventitré anni, geometra a Merano, celibe. Dall'ago al milione cioè dalla seconda divisione (Gira) alla Nazionale in tre anni. Sinceramente abituati a vederlo giocare poco tempo nella squadra virtussina, alla sua chiamata per Parigi si rimase sorpresi. Parigi l'ha laureato giocatore di classe. Purtroppo il lavoro lontano da Bologna lo obbliga ora a non dare il suo contributo continuo alla squadra, ma si allena ugualmente convinto, e lo siamo anche noi di riuscire a ritornare con una sistemazione all'ombra delle Due Torri.

(...)

Carlo Negroni detto Carlito era il figliolo del gran papà. Mario Negroni era appunto un magna pars della Società Ginnastica Virtus e i due rampolli (Cesare e Carlo) dove potevano giocare se non lì? Carlito comincia con la maglia del Gira, ma s'intende, che viene subito prelevato dalla Virtus e immediatamente sono tre scudetti ('47-'48-'49), ma non è tutto perché Carlito è sempre vivo e vegeto negli anni cinquanta quando la Virtus fa prima il poker e poi il gran pentagono.

"L'esplosione - dice - fu nel '48. Gigi Rapini si era fatto male, io entrai in quintetto e fu una cosa trionfale. Ho vinto cinque scudetti, tre come capitano. Probabilmente la mia prerogativa migliore era il saper entrare sempre caldo e pronto... in qualunque momento della gara potevano mettermi dentro e io davo tutto quello che avevo in corpo senza problemi... Certo, il mio quinto scudetto, me lo ricordo come fosse ieri... cesto della vittoria a Varese, cesto che valva appunto un altro tricolore...".

Carlito Negroni abbandona alla fine degli anni cinquanta, esattamente nel cinquantanove. Nessuno come lui nella Virtus, nessuno che abbia vinto cinque scudetti sudandoseli domenica per domenica e zampettando con quella gran V nera incollata al petto.