STAGIONE 1975/76

 

Facchini (mass.), Bertolotti, Tommasini, Serafini, Martini, Driscoll, Bonamico, J. McMillen, Peterson

Moro (prep.atl.), Caglieris, Valenti, Generali, Antonelli, Sacco, Frabboni

 

Sinudyne Bologna

Serie A1: 3a classificata nella prima fase su 12 squadre (16-22)

poule finale: 1a classificata su 8 squadre (13-14); CAMPIONI D'ITALIA

Coppa Korac: qualificata negli ottavi di finale (2-2); 1a classificata nel girone dei quarti di finale su 4 squadre (5-6); eliminata in semifinale

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4 Carlo Caglieris P 1951 178 ITA  
5 Piero Valenti P 1956 183 ITA  
6 Massimo Antonelli G 1953 196 ITA  
8 Massimo Sacco G 1953   ITA  
9 Mario Martini A 1954 200 ITA  
10 Marco Bonamico A 1957 200 ITA  
11 Pietro Generali A/C 1958 207 ITA  
12 Terry Driscoll C 1947 202 USA  
13 Luigi Serafini C 1951 210 ITA  
14 Aldo Tommasini C 1953 210 ITA  
15 Gianni Bertolotti A 1950 199 ITA  
  Marco Baraldi   1959   ITA  
7 Stefano Frabboni   1959   ITA  
Solo amichevoli: Louis Dunbar
             
  Dan Peterson All     USA  
  John McMillen ViceAll     USA tesserato anche come 2° straniero per la Coppa Korac

 

Partite della stagione

Statistiche di squadra

Statistiche individuali della stagione

Giovanili

IL FILM DELLA STAGIONE

di Ezio Liporesi per Virtuspedia

 

Terry Driscoll torna dopo la stagione 1969/70 a sostituire il fromboliere Tom Mc Millen, che con oltre 29 punti di media aveva fatto meglio di qualsiasi altro virtussino nella storia. Cambio anche in cabina di regia, parte Albonico e arriva dai cugini Charly Caglieris, play di grande talento che fino ad allora non si era completamente espresso ma che si avvia ad una grande carriera.

Dopo la vittoria all’esordio con la Snaidero Udine, arrivano cinque sconfitte consecutive: di un punto a Forlì, a tavolino in casa contro la Mens Sana quando l’inutile vittoria bianconera è vanificata dal lancio criminale di una moneta che colpisce un giocatore senese, a Milano contro la Mobilquattro e a Cantù, infine contro Varese sul neutro di Vicenza, per l’inevitabile squalifica del campo d Piazza Azzarita.

Poi però nelle successive sedici partite la Virtus vince 14 volte, uscendo sconfitta solo in sequenza in casa contro i campioni in carica di Cantù per soli tre punti dopo un’avvincente partita e nettamente a Varese. Al termine della regular season i bianconeri sono saldamente al terzo posto, ma avendo perso i quattro confronti con le squadre che guidano la classifica, la Mobilgirgi Varese, con due sole sconfitte e la Forst Cantù che ha due vittorie in più dei bolognesi.

La poule scudetto che allinea le prime sei del campionato di A1e le prime due di A2, inizia con una vittoria in diretta Rai a Roma contro l’IBP: finisce 87-85 con un decisivo Sacco nel finale. La Virtus batte poi i cugini nel derby casalingo e vince la doppia trasferta successiva, di tre punti a Milano contro la Mobilquattro, più nettamente nella temibile tana della Reyer Venezia. Si arriva allo scontro diretto con Varese a punteggio pieno per entrambe le squadre. Parte forte Varese, ma la Virtus rimonta fino al -5 dell’intervallo. L’inizio del secondo tempo è splendido: sorpasso con Antonelli dall’angolo e tutto il palazzo scatta in piedi, poi è un crescendo virtussino fino al +14; i lombardi rientrano un po’, ma a 35 secondi dalla sirena, Martini segna da sotto il +7, l’asciugamano di Serafini in panchina vola in alto a sancire il successo. L’indomani Il Resto del Carlino titola: Sinudyne meravigliosa 77-70 alla Girgi. Poi vittoria ad Udine, all’ultima d’andata la Virtus liquida Cantù senza troppo brillare e conclude senza sconfitte il girone d’andata. Le difficoltà palesate dalla Virtus prendono corpo in settimana, quando le Vu nere perdono in casa di 13 dalla Jugoplastika dopo aver vinto di 9 a Spalato mancando l’accesso alla finale di Coppa Korac. Alle semifinali la Virtus era giunta dopo un turno preliminare e vincendo un girone a 4 grazie al successo per differenza canestri nel doppio confronto contro il Partizan Belgrado (la formula assegnava due punti a chi prevaleva nel doppio confronto). Alla ripresa del campionato Roma cade in Piazza Azzarita contro una Virtus ancora un po’ imballata, poi arriva il derby in trasferta; sul +1 Virtus, Benevelli allo scadere fa 1 su 2 dalla lunetta e si va al supplementare. Vincono i bianconeri di 3 e Serafini dirà in spogliatoio: “Con Varese mettemmo il primo colore della bandiera, oggi il secondo, manca solo il terzo al tricolore”. Nel turno infrasettimanale con la Mobilquattro scende in campo nuovamente una Sinudyne in gran forma che infligge trenta punti agli avversari, mentre Varese fatica a battere Venezia in casa al supplementare. Per la prima volta risuona al palazzo un coro divenuto famoso: “Noi vogliamo la Virtus tricolor, la Virtus tricolor, la Virtus tricolor…”, sulle note di Yellow submarine.

La domenica successiva Virtus-Reyer. 50-50 il primo tempo, poi i bianconeri chiudono un po’ la difesa e la Virtus vince 90-82. La domenica successiva, il 4 aprile, si gioca nella tana della grande Varese che in settimana si è laureata campione d’Europa e segue i bianconeri di due punti in classifica frutto del risultato dell’andata. Squadre in equilibrio, poi nella seconda parte del secondo tempo la Virtus allunga. Nel finale dalla lunetta Caglieris suggella a più riprese la vittoria; l’allenatore Peterson non lo fa mai rinunciare ai liberi, di fronte al fallo sistematico dei varesini che tentano un disperato recupero, per non dimostrare paura. Quattro punti di vantaggio a due giornate dalla fine, è quasi fatta. I giocatori bianconeri per l’entusiasmo si rivestirono immediatamente senza fare la doccia, per rientrare subito a Bologna, ma ci ripensarono subito quando si sentirono tutti appiccicosi sotto i vestiti. Mercoledì sera è in programma Virtus-Snaidero Udine. L’entrata dei giocatori in un’apoteosi di coriandoli e felicità è l’inizio di una grande festa. La Virtus gioca con la stessa maglia nera di Varese, al posto della solita canotta bianca di casa. Pronti via e 10-0 Virtus firmato da un contropiede di Caglieris. Poi è una cavalcata vincente con brindisi ovunque e invasione finale. È il 7 aprile 1976.

Driscoll tira dalla lunetta contro la zona della Snaidero Udine

Tratto da "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Intanto, a forza di tentativi, sono passati venti anni, venti lunghi anni senza che Bologna, culla del basket, abbia assaporato la gioia dello scudetto. Anche la stagione 1975/76 si apre con molte speranze. Ripartito il favoloso Tom McMillen, in via Ercolani tentano la strada del cavallo di ritorno e annunciano l'arrivo sotto le Due Torri di Terry Driscoll, il bostoniano che nel '60/'70 aveva già giocato nella Virtus, referenziatissimo, ma al di sotto delle attese. Detroit Pistons, Baltimora Bullets, Milwaukee Bucks nella NBA, St. Louis Spirits nell'ABA, questi sono i nomi dei club che hanno avuto nelle loro fila Terry Driscoll in una carriera professionistica non certamente esaltante. è quasi fatale che non tutti siano entusiasti di questo acquisto. "Cinque anni di professionismo mi hanno notevolmente maturato" dichiara Driscoll ai Giganti "Spero proprio di poter fornire alla Virtus tutta la mia esperienza e soprattutto di prendermi in Italia l'unica soddisfazione che mi è sfuggita finora in America: quella di vincere un titolo". Ma se non tutti a Bologna sono entusiasti della venuta di Terry, tutti certamente sono molto contenti, o per lo meno non hanno nulla da dire, sull'acquisto del regista Charly Caglieris dai concittadini della Fortitudo Alco. "A Bologna parlano di scudetto, ne parlano molto" dichiara Charly sempre a Giganti "c'è un enorme entusiasmo attorno alla Sinudyne. Sto bene, proprio bene. Peterson è un allenatore entusiasta ed entusiasmante. Lui vuole che tenga in pugno la squadra e che trascini il contropiede".

Il campionato di A1, come l'anno precedente, è diviso in due fasi, una prima normale di andata e ritorno ed una seconda denominata poule scudetto. Alla poule scudetto partecipano 8 formazioni: Alco, Canon Venezia, Forst, Ibp Roma, Mobilgirgi, Mobilquattro Milano, Sinudyne e Snaidero Udine. La Virtus trova le chiavi per aprire la cassaforte dello scudetto andando a vincere sul campo della Mobilgirgi in una fantastica partita (82-75): lo scudetto dopo 20 anni è di nuovo sotto le Due Torri. Su Il Basket Enrico Franceschini intervista Terry Driscoll che così distribuisce i meriti del settimo scudetto Virtus. "All'inizio l'uomo più importante per noi è stato Bertolotti, che è esploso, segnando 30 punti a partita, guidando davvero la squadra in campo, da capitano" racconta il pivot della Virtus "Così anche se io segnavo poco o Caglieris sbagliava qualcosa o Antonelli non dava ancora la sicurezza che avrebbe dato nella poule scudetto, Gianni rimediava col suo tiro. Dopo anche lui ha passato una fase in cui segnava meno, era meno preciso. Ma a quel punto la Sinudyne era già una squadra completa. All'inizi della poule tutti e cinque gli uomini del quintetto base erano nei primi venti marcatori del campionato e questo significa che se un giorno uno di noi non andava, c'erano altri ugualmente pericolosi. Dunque era difficile controllarci. E quindi in un certo senso non è possibile dire che il migliore è stato uno: anche Antonelli, Caglieris, io, Serafini abbiamo dato molto; anche Piero Valenti quando ha dovuto sostituire Caglieris ha fatto tutto benissimo, niente di meno di quello che avrebbe saputo dare Charly; e così anche Bonamico è stato utilissimo. Ma da noi proprio tutti, anche Tommasini, Sacco, Martini, che pure giocano poco in partita, si sono dimostrati importanti. Di scudetto non abbiamo mai parlato molto noi giocatori. Era Peterson a parlarci spesso dello scudetto. Quando è iniziata la poule lui ci ha detto che avevamo un calendario favorevole, che potevamo vincere le prime sette partite e allora avremmo messo nei guai Girgi e Forst. Ci disse anche che se facevamo tutto per bene verso la fine del campionato avremmo giocato sicuramente per lo scudetto. Poi, dopo le prime vittorie il coach spiegò che non era ancora tutto a posto che mancava ancora qualcosa, esperienza, sicurezza, concentrazione assoluta. E alla fine ce l'abbiamo fatta. Ma fra noi giocatori non s'è parlato tanto, siamo rimasti tranquilli. Ecco, prima della partita con la Snaidero, Bertolotti mi ha chiesto se avevo dormito la notte. Ma io avevo dormito benissimo. Ero stanco la sera, non avevo pensieri".

Tratto da "Il Mito della V nera 2"

 

Lo scudetto ha tanti segreti. Chi scrive ne riferisce uno, certamente attendibile, anche se forse non l'unico. Tom McMillen annuncia, nell'estate del '75, che passerà al professionismo con i Buffalo Braves; mentre Porelli s'interroga sul nome del possibile sostituto, Giulio Cesare Turrini, indimenticato "columnist" calcistico di Stadio e Carlino, vicepresidente della Virtus Tennis e grande tifoso bianconero, gli suggerisce di ricontattare Terry Driscoll, algido protagonista del torneo di sei anni prima. E l'avvocato gli risponde: "Non ci avevo pensato, può essere un'idea".

Ma non fu, quella di Driscoll, l'unica scelta azzeccata di quell'estate. Il tricolore porta anche il nome di Charly Caglieris, piccolo e fantasioso playmaker, grande "assistman", Poi: l'esplosione di Marco Bonamico e la conferma a livelli altissimi di Gianni Bertolotti, spesso incontenibile, Gigi Serafini e Massimo Antonelli. Martini, Sacco, Tommasini e Valenti saranno infine rincalzi preziosissimi.

L'inizio della stagione '75-'76 è però poco meno che disastroso. Cinque sconfitte consecutive, dopo uno stentato successo al primo turno, trasformano la trasferta a Roma, in TV, in un drammatico spareggio. Quella vittoria sarà la prima di una serie di 18 consecutive.

Alla poule scudetto la Sinudyne arriva terza, dopo Varese e Cantù, nell'anno in cui Milano precipita in A2.

Nel frattempo, la finale di Korac salta per "colpa" della Jugoplastika, pure battuta a Spalato, e dopo aver fatto fuori i belgradesi del Partizan forti di Kicanovic e Dalipagic.

Il campionato gira invece su due partite-thrilling: il derby con l'Alco, vinto in modo risicatissimo all'overtime e profittando di un tiro libero sbagliato da Benevelli al 40'. E poi la trasferta a Masnago, dove i Campioni d'Europa della Mobilgirgi (reduci dal trionfo di Ginevra) vengono sconfitti per 82-78. Tre giorni dopo, l'apoteosi al Palasport davanti ad un pubblico impazzito.

Il Presidente dello scudetto, arrivato dopo vent'anni, è Fiero Gandolfi; egli, dopo il trionfo, cede le sue partecipazioni Virtus a Bruno Berti e ad Antonio Longhi, i titolari della Sinudyne, l'azienda di Ozzano che era divenuta lo sponsor della Virtus e vi rimase per 10 anni, con 3 scudetti all'attivo.

 

Antonelli al tiro contro la difesa a uomo della Mobilquattro

Tratto da "Quando ero alto due metri" di Dan Peterson

 

La prova che non è vero che il giorno che comincia male finisce male è stata quest'annata, perché siamo partiti 1-5, compreso uno 0-2 per lancio di una moneta contro il Siena e una sconfitta in campo neutro contro l'Ignis per squalifica del nostro campo dopo… la monetina. Insomma, siamo andati a Roma per giocare contro l'IBP con uno stress addosso che è difficile da spiegare. Stranamente, la squadra ha giocato con una determinazione fredda che non avevo visto nei primi due anni alla Virtus. è stato in questo momento che ho capito la grandezza di Terry Driscoll. Lui ha assolutamente rifiutato di lasciarci perdere: difesa, rimbalzi, blocchi, passaggi, punti e leadership. Ed anche una cosa in più: una cattiveria agonistica davvero eccezionale.

Porelli ed io siamo andati a Boston nell'estate del 1975 per portare Terry fuori dai Boston Celtics, con cui era sotto contratto. Alla fine, nell'ufficio di Red Auerbach, tutto a posto. Facevo da traduttore tra Porelli ed Auerbach, una cosa eccezionale. Red: "Perché non gli offrite più soldi?" Porelli: "Perché voi non gli fate un contratto no-taglio?" Insomma, uno spettacolo da cinema. Con la vittoria a Roma, apriamo una catena di nove vittorie in fila, usando una rotazione di 10 giocatori ogni tempo. Ovviamente, abbiamo studiato in quali momenti usare quelli del secondo quintetto, sempre nelle parti centrali dei tempi, non per aprire il tempo; non per chiudere il tempo; sempre in compagnia di due o tre titolari per non sfigurare. Volevamo valorizzare i giovani così. Ho avuto anche fortuna. Come non sapevo il significato di "i due punti", qui ne menziono, felicemente, un altro. Avevamo una rimessa per Fultz il primo anno e la stessa per McMillen. Nel primo allenamento, dico a Bertolotti, davanti a tutti: "Gianni, quest'anno farai tu il “taglio Americano” Gianni si è galvanizzato. Da uno che faceva 13 punti di media, diventa uno di 26 di media.

Finiamo dietro l'Ignis e la Forst nella prima fase. Ora, la poule scudetto. La prima è a Roma. Il quintetto base, tutti, fuori per cinque falli. Una guerra. Arrivano loro a pareggiare, 85-85. Tempo quasi scaduto. Massimo Sacco lancia un tiro da 10 metri… .e non esagero. Dentro. Vinciamo, 87-85. Dopo chiedo a Sacco perché ha tentato quel tiro (per me pazzo). Lui: "Coach, ero libero!" Poi, Derby. Nikolic ha portato la Fortitudo dall'A-2 ai playoffs. Però, in riscaldamento, Fessor Leonard spacca un tabellone e loro perdono la carica. Ho visto la faccia di Nikolic… una rabbia indescrivibile. Vinciamo facile. Andiamo a Milano e siamo sopra di +19, ma la MobilQuattro rimonta fino a 92-92. Driscoll fa un passaggio schiacciato dietro la schiena a Caglieris per il canestro della vittoria. Ancora in trasferta, a Venezia,  andiamo sotto di -14, per rimontare e vincere. Ora, la Mobil Girgi Varese viene a Bologna. Bob Morse ha la febbre, 40°. Fa 40 punti, ma noi strappiamo la vittoria. Ormai, con Driscoll in campo, la squadra ha la mentalità battagliera. Vinciamo ad Udine, gara sofferta, per andare a 6-0 e avremo, ora, cinque gare in fila al Palazzo dello Sport.

Chiudiamo il girone d'andata battendo la Forst Cantù. Poi, dopo avere battuto Roma, nel secondo Derby, in casa loro. Prima del Derby, invito il secondo quintetto al Ristorante Rodrigo per ringraziarli per l'impegno in allenamento. Avevo una sola condizione: se non ci sono tutti entro le ore 20.30, non si fa niente. Puntuali, il 'quintetto bianco' mangia in quantità industriale. Il giorno dopo, il quintetto base è 'arrabbiato' con me. Driscoll: "E noi?" Dico: "Ok, se vinciamo il Derby, cena anche per voi". Nel Derby, però, partiamo malissimo: 11-24 dopo solo 10’00". Chiamo time-out. Mario Martini, migliore amico di Massimo Antonelli, salta addosso ad Antonelli: "Che fai! Idiota! Svegliati! Se non vuoi giocare, dillo!" Così per 30". Antonelli: "Mario, sono sveglissimo". Rimontiamo. Passiamo in testa, 76-75. Un secondo dalla fine, Piero Valenti commette fallo contro Amos Benevelli, tiratore micidiale. Sono avvilito. Qui finisce tutto: gara, poule, scudetto, anno. Benevelli sbaglia il primo. Grido a Driscoll: "Terry, taglia fuori Leonard! Non voglio un tap-in!" Benevelli segna e andiamo al tempo supplementare. Ricordo Norm Sloan: "Ragazzi, siamo in overtime…" Massimo Antonelli chiude il secondo tempo e il supplementare con 9 canestri in fila da (oggi) una distanza da tre punti, dandoci la vittoria. Per anni, dopo, i tifosi della Fortitudo, spiritosi, gridano a Porelli: "Avvocato, ringrazia Benevelli!"

Però, ci vuole fortuna nelle vittorie… tanto per pareggiare con le sfortune. E noi avremo una grande fortuna dopo le vittorie in casa con Mobil Quattro e Canon. Ormai, siamo 11-0 e Varese  10-1, avendo perso solo con noi. Se loro vincono e finiamo l'anno pari, ci sarà uno spareggio, una gara secca, a San Siro Milano. Però, noi dobbiamo chiudere il ritorno a Cantù, sempre grande squadra, sempre Campioni d'Italia. Ma la fortuna ci bacia: Varese deve giocare la finale della Coppa di Campioni alle 20.30 di giovedì e contro di noi alle 17.30 di domenica. Guardo Real - Girgi in TV. La Girgi vince alla grande, di +15, e una squadra da NBA. Io mi chiedo: "E noi dobbiamo giocare contro di loro domenica?" Però, e non so spiegarmi ancora, andando a Varese in pullman quella mattina, mi è venuta la sensazione che stavamo per vincere a Varese, a Masnago, dove non avevano perso con una squadra italiana in sei anni. è stato un presagio surreale. La convinzione mi è venuta leggendo i giornali, una frase del loro grande play, Giulio lellini: "Dobbiamo chiudere la partita nel primo tempo". Come? Non si giocano due tempi? Perché? Stanchezza dopo il Real, la finale, il viaggio? Oppure, preoccupazione per la possibilità che noi si possa vincere? O tutti quei motivi? Mi sono detto: "Loro non sono più 100% sicuri… e nemmeno noi. Pari"

Nel primo tempo, loro sono una furia, una squadra da… NBA. Vanno sopra di +9. Driscoll, che non chiama mai la palla… la chiama. Canestro di Driscoll: -7 per noi. Loro segnano di nuovo: -9 per noi. Driscoll segna per noi: -7 per noi. Loro segnano ancora: +9. Driscoll segna ancora: -7. Finalmente loro sbagliano. Rimbalzo Driscoll. Poi, Driscoll passa, qualcuno segna: -5 per noi. Quel momento terribile e il gioco di Driscoll è stato la metà dell'opera. Poi, fortuna… nella sfortuna. Gigi Serafini, non in partita, fa 5 falli. Devo spostare Driscoll su Meneghin, dove Driscoll non ha paura e può prendere ancora più rimbalzi. Metto Bonamico su Morse e Bonamico subisce 3 sfondamenti in pochi minuti. In un istante, abbiamo equilibrato il quintetto… una grossa fortuna. Mancano 43" alla fine. Caglieris piazza due liberi per portarci a +5. Porelli: "Coach, abbiamo vinto!" Zanatta, per loro, spara un passaggio baseball tutto campo e segnano subito. Io a Porelli: "Non ancora". Altri due liberi di Caglieris: +5. Io a Porelli: "Adesso si". Loro sbagliano ed Antonelli piazza un tiro in sospensione. 83-76. Sbanchiamo Varese. Impresa storica.

Ma non è finita. Se perdiamo due gare e Varese vince due gare, è spareggio. Dobbiamo battere la Snaidero Udine a Bologna per chiudere la pratica. Dico: "Non c'è fretta. La gara dura 40' anche se noi abbiamo fretta". Andiamo sopra di +10. Fretta. Pareggio. Time-out: "Vi ho detto di non avere fretta". Calma. Vinciamo senza problemi. Siamo Campioni d'Italia. Abbraccio il mio vice, John McMillen. Vedo Porelli ed Ugolini camminare per il parquet, braccio in braccio, lacrime negli occhi. Io sono tranquillo. Porelli ed Ugolini: "Coach, Americano di merda! Non stai piangendo! Non te ne frega niente dello scudetto o della Virtus! Stai pensando solo ai premi!" Casco per terra dal ridere e anche loro ridono, perché siamo tutti felici, ma non volevano mostrare quanto erano felici. Questo, no.

Manca poco al fischio finale della gara scudetto: Dan guarda preoccupato il cronometro ma i ragazzi

stanno già facendo festa (foto Giganti del Basket)

IL NOSTRO SCUDETTO

di Dan Peterson

 

Chissà quando è cominciata questa storia della scudetto virtussino 1976? Può darsi che abbia avuto inizio 105 anni fa con la fondazione della Virtus madre, perché la tradizione pesa anche se c'è della gente che ride sopra una tale dichiarazione. Forse cominciò nel 1946 con il primo scudetto cestistico della vecchia Vu nera, perché così è stata scritta la prima pagina della storia Virtus-Basket. Forse partì nel 1956 con l'ultimo scudetto di sei in un periodo di 10 anni, perché quella squadra non era solamente forte e simpatica ma anche rivoluzionaria per i suoi tempi.

Sfogliamo le pagine ancora; 1871, 1946, 1956; tre pagine importanti ma ci sono altre. 1968: venne l'avv. Gianluigi Porelli a prendere in mano la Virtus Pallacanestro. Però, è importante solo la data; l'avvocato non stava a guardare per un paio di anni, 1970mi sembra più importante; la nascita della politica che è ancora oggi il marchio di Virtus-Sinudyne-Basket: largo ai giovani, organizzazione societaria, cooperazione ad ogni livello, passi sicuri, forse piccoli, ma sempre avanti. Allora, siamo arrivati al 1976 all'ultima pagina. Forse avremmo dovuto scrivere questa pagina nel 1977 o nel 1978. è stata scritta un po' in anticipo. Perché? Perché tanta gente faceva la sua parte e perché la squadra faceva la sua parte. Armoniosamente.

Studiamo un dettaglio che sembra piccolo ma non lo è: la salute dei giocatori. Nella poule finale abbiamo avuto un'assenza totale di infortuni. Anzi, abbiamo recuperato gente che era ammalata e infortunata prima. Chi dobbiamo ringraziare? Chi può dire che il miglioramento di Massimo Antonelli e Charly Caglieris non è dovuto alla migliore respirazione dopo i loro interventi al setto nasale fatti dal Prof. Baravelli? Chi può dire che la fortuna della squadra di non subire l'influenza che ne ha colpite tante non è dovuta anche alle attenzioni dei dott. Legnami e Testoni? Chi può dire che il recupero totale della caviglia sinistra di Gigi Serafini non è dovuto ai programmi del Prof. Boccanera? Io, personalmente, non vorrei affrontare una stagione senza l'appoggio di questa gente. Neanche per idea.

E quanti allenatori vorrebbero andare avanti da soli senza l'aiuto di tre uomini importantissimi: il massaggiatore, il preparatore atletico ed il vice-allenatore? Il sottoscritto no, certamente. In effetti il nostro massaggiatore mi ha fatto fare brutta figura. Due anni fa insegnavo a lui la tecnica per fare le fasciature e adesso le fa due volte meglio di me. OK! Il fiato della nostra squadra è dovuto a una sola persona: Giorgio Moro, il nostro preparatore atletico. Il Prof. Moro ha un gran pregio: sa legare il suo lavoro con concetti validi per la pallacanestro. Lui non dimentica mai che sta preparando 10 giocatori per giocare a basket e non a qualcos'altro. OK! Quanto sono fortunato di avere John McMillen come vice, non posso dire. In qualsiasi cosa è bravo: rapporto con i giocatori, lavoro in palestra, insegnare i fondamentali, e così via. è in grado a giocare uno contro uno con piccoli come Caglieris o con gente alta come lui, come Bertolotti o un pivot come Gigi Serafini. E, se sapesse la gente quanti suggerimenti validi mi ha dato durante le partite! Esempio classico: di smettere la zona a Varese. Mi diceva: "coach, loro hanno segnato con ogni palla, giocando contro la zona. La lasciamo?" OK!

Quando uno incomincia a citare nomi e a ringraziare la gente, sbaglia, perché uno sarà lasciato fuori. Ma, io so che senza il nostro staff segretariale, il nostro staff giovanile, lo staff del nostro vivaio avremmo meno società. Il punto è questo: uno scudetto è sempre il risultato del lavoro di molti, nessuno più o meno importante che un altro. Come diciamo nella squadra: tutti importanti. Forse nessuno indispensabile, ma tutti importanti!

Parliamo adesso della squadra. Vorrei dire due o tre cose tecniche.

Una forza della nostra squadra è l'equilibrio nel quintetto base. Ciascuno è in grado di segnare punti. Non c'è un giocatore che la difesa può ignorare. Non c'è un uomo debole. Altra cosa; ciascuno del quintetto base gioca in un modo totalmente diverso degli altri quattro: Caglieris è il classico play con entrata, assist e velocità; Antonelli è il classico martello da fuori che non perdona contro la zona; Driscoll è il classico uomo-squadra che non scherza per i rimbalzi; Serafini è il classico pivot che segna in sospensione, gancio, scivolamento e movimenti rovesciati; Bertolotti è la classica ala che vola in contropiede e brucia nell'uno contro uno.

Non si può non parlare del secondo quintetto: la famosa "squadra bianca". Questa è gente giovane, ma che si sa sacrificare: che può capire quanto duro è lavorare come uno del quintetto base e poi giocare due minuti mentre l'altro ne gioca 38. Ma gli anni passano e questa gente rappresenta il nostro futuro. Piero Valenti ha tenuto il campo per noi contro il Partizan (40 minuti), Girgi (due volte) e tante altre volte. Ha sviluppato quest'anno una personalità. Quando prenderà più iniziative sarà un giocatore forte. Vogliono Marco Bonamico in America e chissà se andrà per farsi le ossa? Nessuno discute il suo potenziale: un giorno potrà essere uno dei più forti giocatori d'Europa. Potenza, grinta, mentalità non gli mancano; solo carenze di carattere tecnico. Mario Martini ha fatto un cambiamento da così a così. Dopo due anni di quasi zero attività e uno in Serie B ha saputo fare un grosso salto psicologico e adesso può pensare di lavorare come atleta e come giocatore di pallacanestro. Massimo Sacco ha tutte le carte in regola per esplodere: velocità, stacco da terra, tiro micidiale ed entrata bruciante. A lui mancava l'esperienza. Ma, contro l'IBP due volte (prima fase e seconda) a Roma ha fatto i canestri vincenti e contro il Partizan ha chiuso il discorso con sei punti in due minuti. Con più visione di gioco, chissà? Aldo Tommasini è, secondo me, il più veloce pivot d'Italia. Forse Meneghin lo supera... ma per un pelo. Migliora con la potenza delle mani perché non si discute il suo stacco da terra. è una questione di maturità, di gioco e di mentalità essere un grande giocatore.

Il nostro scudetto. è strano ma l'ultima pagina è anche la prima: 105 anni di tradizione. In Italia solo la Reyer vanta tanti anni di vita. La Virtus è Bologna. Bologna è la Virtus. Chi ci ride sopra non ha visto i 500 tifosi in campo dopo la fine a Varese. In America dopo le grandi vittorie ci sono delle strette di mani, pacche sulle spalle, due barzellette e a casa. Ma qui ho visto 500 persone piangere e questo vuol dire tradizione ed è per questo che ho chiesto di scrivere sul "nostro scudetto" e non sul "mio scudetto". Bologna è una città particolare e obbliga l'uso del plurale, non il singolare. Nondimeno do la mia parola per ultimo: io a Varese non ho pianto. Lo farò un'altra volta... il giorno che lascio Bologna e la Virtus Pallacanestro.

VENT'ANNI DOPO

di Gianfranco Civolani - tratto da "Il cammino verso la stella"

 

Vent'anni dopo, tanti. Dadone Lombardi, Terry Driscoll, John Fultz Mitraglia, Armadione Swagerty, Corrado Pellanera, Johnson Fletcher, Ettore Zuccheri, Massimo Cosmelli, perfino Tom McMillen, sissignore.

Si succedono giocatori di prestigio e di rispetto, si succedono i presidenti (Dondi, Zambonelli, Gabrielli), si alternano allenatori anche di grido (Paratore e il redivivo Tracuzzi, per dirne due), ma lo scudetto se lo pappano gli altri.

La città di Bologna è ciclone a anticiclone al tempo stesso, ma ancora non basta. Torrenziale, sulfureo,apodittico, duce truce. Il mea avvocato opera un'autentica riconversione del prodotto, ma chiaramente ci vuol altro.

Entra a vele spiegate nel mondo del canestro l'azienda Sinudyne, entra sommessamente nell'ambiente un omettino nato nell'Illinois e pescato a Santiago del Cile. L'omettino Dan Peterson si presenta in città abbigliato come un qualunque Timber Jack. Strimpella con la chitarra la melodia di Tom Dooley, sulle prime sembra un tizio un po' troppo speciale. Impressione sbagliatissima, l'omettino ha idee giuste e particolarmente ha una straordinaria capacità camaleontica, ovvero un eccezionale adattamento spicciolo e una fulminea assimilazione di usi e costumi del paese che lo ospita.

Non pretendiamo che i risultati arrivino subito. Nel settantré siamo all'anno diciotto senza più tricolore sul petto. Abbiamo fatto diciotto, possiamo fare pure venti. Nel settantacinque Porelli ha la pensata di riportare a Bologna quel Driscoll che al primo impatto era parso una mammola o una pappafredda, fate un po' voi. Ahi che dolori le minestre riscaldate, ahi dolori avvocatone nostro...

Driscoll il bostoniano: tre scudetti quasi in fila, perbacco. Ne parleremo più avanti, ma intanto ecco la"chimica" finalmente vincente: il dirompente Bertolotti, l'inesorabile Antonelli e poi Gigione Serafini, una scoperta di Nino Calebotta. E Charlie Caglieris che sfugge alla grinfie dell'orco bosniaco (Aza Nikolic) e che tocca il paradiso con l'omettino dell'Illinois. E quel Bonamico che taluni cominciano a chiamare Goodfriend (nato a Genova, ma forse allevato a West Point, chissà mai). E poi il beneaugurante Piero Valenti (quattro scudetti e una splendida liason con il passato se è vero che si unirà in matrimonio con la figlia di Calebotta) e altri ancora che si mettono diligentemente al servizio della comunità.

Quel bimbotto del '43 che suonava alacremente il clarino - il bimbotto Lucio Dalla - voleva fare il play. Non era un caso. Negli anni settanta Little Lucio fa già impazzire i suoi fans con suadenti e struggenti canzoni.

E impazza lui stesso per la Virtus del suo gran cuore.

Si gioca a Varese il match che conta sette volte sette, appunto il settimo sigillo. Ma si può seriamente pensare di andare a sbancare Varese e i suoi ruggenti leoni?

Sì che ci si può pensare. Vince la Virtus, Little Dan diventa Big Dan e Porelli non si dà pace. Datemi quel pallone, voglio quel pallone, urla ai suoi prodi. Povero avvocatone, vorrà la palla per la bacheca vuota che tiene in casa... Benedetti e maledetti, datemi quel pallone che lo devo portare subito a Zangheri, al nostro signor sindaco.

VIRTUS, UNO SCUDETTO LUNGO QUARANTANNI

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 06/04/2016

 

DRISCOLL

Era a Houston, per la final four Ncaa. Ma basta pronunciare le parole Bologna e Virtus per vederlo sorridere. E sentirlo parlare in un perfetto italiano. Terry Driscoll, 68 anni, è ancora legato alla città, al club, ai suoi amici. Driscoll, l'uomo scudetto.

E pensare che quando tornai a Bologna, dopo la prima esperienza alla fine degli anni Sessanta, mi definirono una minestra riscaldata.

Qualcuno avrà rivisto le sue convinzioni.

Sì, alla fine più che una minestra riscaldata ero un bel piatto di tortelli ni in brodo (ride, ndr).

Per Peterson lei è stata la chiave di quel successo.

Dan conosceva bene quel gruppo con il quale stava lavorando già da alcune stagioni. Sapeva cosa avrei potuto dare.

Le sue sensazioni?

Arrivai in un bel gruppo. Avevamo grandi tifosi. Così vincemmo a Varese. Perché lo scudetto, anche se i punti con la Snaidero ci diedero la certezza, lo vincemmo a Masnago, battendo gli invincibili. Varese aveva talento, personalità, esperienza. Pensavo che avremmo potuto farcela, ma non avevo certezze. Quelle vennero dopo quell'impresa.

Quella Sinudyne aveva un bel quintetto.

Caglieris vedeva il gioco come nessun'altro, Antonelli era distaccato e tranquillo. Serafini ci dava sostanza e avevamo puntato su Bertolotti: tanti blocchi per liberarlo. Faceva sempre canestro.

La panchina?

Valenti aveva talento. Non aveva le stesse caratteristiche di Caglieris, ma valeva. Bonamico dava atletismo e incoscienza. Martini era fondamentale. Era bravo e sapeva come caricare i compagni. Tommasini in allenamento non si risparmiava mai. E noi miglioravamo. Poi c'eri Generali. Aveva velocità, poteva difendere su qualsiasi giocatore. Eravamo bel gruppo: tutti contribuirono alla conquista di quello scudetto.

E Peterson?

Impose il suo gioco, le sue visioni. Non posso dimenticare quello che fece per trasformare Villalta.

E lei, per ringraziarlo, quando divenne allenatore, batté Dan in finale scudetto.

Avevo cercato di prendere il meglio da lui. Lo misi in pratica.

È molto che manca dall'Italia.

Prima o poi torno. Bologna e la Virtus mi hanno segnato. Se sono diventato così lo devo alle esperienze che ho fatto in Italia. I miei figli sono in contatto con tanti amici italiani. Un pezzo del mio cuore resta a Bologna.

Lei non sarà sabato con suoi amici.

Ma li sento spesso. Li abbraccio tutti.

La Virtus, che con lei vinse tre scudetti; ora è in zona retrocessione.

Sono cambiale tante cose. Ma non conosco bene la realtà. Qualsiasi giudizio sarebbe sbagliato. Però una cosa la posso dire.

Quale?

Ripeto, non posso muovere critiche. Ma urlare forza Virtus sì.

 

PETERSON

I suoi primi ottant'anni li ha compiuti il 9 gennaio. Per Dan Peterson è una stagione speciale: nemmeno lui ha mai dimenticato quello che combinò il 7 aprile di quarantanni fa, a Bologna, alla guida della sua Virtus. Peterson, cosa le viene in mente di quella Sinudyne?

Il mio primo scudetto. La festa. Ma il titolo lo avevamo messo in cassaforte prima.

Quando?

Tre giorni prima, il 4 aprile, superando Varese. Una Varese che aveva appena vinto la Coppa dei Campioni e non perdeva in casa da sei anni.

Come ci riusci la Virtus?

Con un po' di fortuna. Varese aveva vinto la coppa, forse era stanca. Il calendario ci aveva dato una mano: dovevamo tirarci indietro?

Mai. Ricorda il suo quintetto?

Bertolotti: il miglior realizzatore italiano, 26 punti di media. Caglieris, play sottovalutato, che diverme registra della nazionale. Poi Driscoll, perfetto uomo squadra. La solidità di Serafini, il tiro di Antonelli.

La panchina si usava poco.

Valenti e Bonamico erano importanti. Come gli altri. Ripeto: la chiave fu Driscoll. Conferì esperienza e cattiveria agonistica a un gruppo che conoscevo bene. Con quelle armi espugniamo Varese, prima di vincere in casa, il 7 aprile, contro la Snaidero. Battiamo la Varese di Gamba, Meneghin e Morse e dire che...

Dire cosa?

L'annata comincia male: una vittoria, cinque sconfitte. Ci troviamo a Roma contro una squadra allenata da Valerio Bianchini. Vinciamo. Poi torniamo a Bologna: ci aspetta la Brill Cagliari. All'intervallo siamo sotto, 35-48. Raggiungiamo gli spogliatoi tra i fischi del pubblico. Prima azione della ripresa, canestro facile di Sutter, 35-50. Può essere l'inizio della fine.

E invece?

Invece vedo che Driscoll e Serafini, non i più rapidi e più atletici, cominciano a piegarsi sulle ginocchia. A correre in contropiede. Vinciamo in rimonta con un canestro che provavamo in allenamento. Tap-in volo di Bonamico: capisco che l'aria è cambiata.

Ed è scudetto.

Quasi. Ci sono altri segnali.

Quali?

Inizia la poule finale - non ci sono ancora i playoff - siamo a Roma, contro Bianchini. Siamo pari, ma io non ho più il mio quintetto. Tutti fuori per cinque falli.

E quindi?

Niente paura: ho gli altri cinque. Vinciamo con un canestro da nove metri di Massimo Sacco. Ma c'è un'altra svolta.

Quale?

Nel derby. La Fortitudo è allenata da Aza Nikolic. La Fortitudo è avanti 24-11. Chiamo timeout. Mario Martini, grande amico di Massimo Antonelli, si avventa contro il compagno. Lo insulta, lo accusa di dormire in campo. Tutte cose che avrei dovuto dire io. Antonelli si difende: Martini, anche perché sono amici, si sente in dovere di aggredirlo, verbalmente, con più violenza.

Rissa?

Macché. Torniamo in campo: Antonelli fa 9/9 al tiro. Vinciamo il derby al supplementare.

Poi la magia di Varese.

Con un'altra magata. Anziché dormire la notte prima della gara a Varese, alimentando il nervosismo dei ragazzi, partiamo la domenica mattina in pullman, d'accordo con Porelli. Battiamo Varese, tre giorni dopo facciamo lo stesso con Udine. Che bella festa.

 

Il commento di Angelo Costa: NOSTALGIA DI UNA RICETTA VINCENTE

Troppo facile parlare di nostalgia davanti a uno scudetto vinto quarantanni fa: succede sempre, specialmente se, rispetto al passato, il presente è meno felice. Questo è decisamente triste, condito dalla paura del futuro: la Virtus che quattro decenni fa decollava verso anni di gloria è decisamente lontana da quella che oggi ancora sgomita per restare in serie A e, soprattutto, non sa ancora che destino avrà. Indipendentemente dal campionato in cui giocherà. Si dirà che sono cambiati i tempi e, di conseguenza, il modo di vivere uno sport: di quel 1976 in cui la Virtus si cucì sul petto lo scudetto restano più ricordi che tracce concrete. Quello era un basket che difficilmente faceva passi più lunghi di quanto la gamba consentisse e contava su un socio forte chiamato pubblico: su quel tipo di società, nate sulle spalle di dirigenti di spessore (alla V nera c'era Porelli, basta la parola) si arrivò all'era del boom. Quello era un basket che costruiva giocatori e, insieme a loro, un'identità: chi non era nato in quella Virtus, come minimo vi si era affermato. Quello era un basket in cui la parola squadra aveva un senso anche perché si parlava una lingua sola ed era l'italiano: sarà un caso, ma dopo quarantanni, quelli che facevano parte di quel gruppo si ritrovano ancora per andare a cena assieme. Sarà anche sbagliato rimpiangere il passato, ma l'errore vero è prenderlo come unico riferimento: piaccia o no, si vive una realtà diversa. Non basta alla Virtus attuale assomigliare a quella di un tempo: conti in ordine, vivaio fertile e una buona fetta di italianità ci sono. A mancare è la continuità finanziaria, che si sperava di trovare con l'aumento di capitale per arrivare a un socio forte, in grado di subentrare alla Fondazione. Un volto nuovo (Zanetti) o anche noto (Cazzola), in grado di far funzionare una macchina che ha tutti gli optional, ma è col serbatoio in riserva. Chi aveva l'occasione di rilanciare, ancora non si è visto: per non viver di soli rimpianti, si attende che uno così si faccia avanti in fretta.

Piero Valenti nel tradizionale taglio della retina dopo aver vinto lo scudetto

VIRTUS, LO SCUDETTO DI QUARANT'ANNI FA

di Walter Fuochi - repubblica.it - 07/04/2016

 

Quarant’anni fa, oggi. E’ il 7 aprile del ‘76, mercoledì, quando la Virtus batte Udine 94-68 e rivince lo scudetto che le mancava da vent’anni. Meglio, lo festeggia al Madison, tra la sua gente. Perchè, in realtà, tutto era già accaduto prima: il 4, domenica. Fu sbancando (82-75) l’arena di Varese, dove non vinceva mai nessuno, che la Sinudyne si cucì in petto il settimo tricolore. Facendo, con pazienza, un altro passo indietro, pochi giorni prima, il giovedì 1, la Mobilgirgi aveva vinto a Ginevra, in finale sul Real Madrid, la sua quinta Coppa dei Campioni: una prova di forza tranciante, tanto che nel suo pezzo di vigilia l’illustre firma d’area lombardo-veneta scrisse che la Virtus poteva espugnare Masnago solo se ne fosse crollato il tetto. Poche ore dopo, l’infelice predizione veniva rinfacciata ad alta voce da uno storico tifoso inerpicatosi fino alla tribuna stampa: un indice che avrebbe voluto essere una clava pendolò più volte fra la cupola intatta e il mento dell’inviato.

Non doveva succedere, successe. Come, ce l’avrebbe poi spiegato Dan Peterson, il demiurgo di quel campionato impensabile, in cui i suoi emersero dal mucchio delle sfavorite in un torneo all’italiana che aveva poi una coda nella poule scudetto, sempre all’italiana. La sua analisi, anche riletta oggi fra ricordi nebbiosi, ritrasse l’impresa con più nitidezza di chiunque altro. Dan non lo sapeva ancora, ma sarebbe diventato pure un fenomeno di giornalista. Del resto, doveva ancora canonizzarsi come tecnico: a Bologna colse il primo titolo, per le epopee ci volle poi la salita a Milano. Aver visto tutte quelle giornate significa aver valicato il mezzo secolo. Ossola e Iellini, Bisson e Zanatta, Morse e Meneghin, più altri attori non protagonisti, formavano la Varese di Sandro Gamba. Caglieris e Valenti, Antonelli e Bertolotti, Bonamico e Sacco, Serafini e Driscoll la Bologna di Dan Peterson. Mario Martini, imberbe, agitava asciugamani in panchina e menava le mani, in quei pochi minuti che entrava. Squadre più destinate ai ricordi dei frenetici Grand hotel odìerni schieravano un solo straniero. Terry Driscoll, la minestra riscaldata più fragrante dell’epoca, tenne su di peso la Vu nel primo tempo, quando, secondo lo Iellini di vigilia, Varese avrebbe già dovuto chiudere la pratica. La clessidra che sfarinava il tempo senza che arrivasse la spallata diede fede, come sempre, agli sfidanti. Poi, l’infallibile Bob Morse quel giorno fallì, fermato a 11 punti dalla marcatura di uno sfrontato ventenne, Marco Bonamico. Bertolotti e Antonelli aprirono il fuoco, Caglieris pilotò tutti al trionfo. Varese alzò le mani, Bologna mise sullo scudetto quelle dei suoi increduli, meravigliosi ragazzacci, ora ingrigiti reduci, quando sabato sera, nella stessa saletta di Cesari ch’era il covo d’allora, ricorderanno insieme, quarant’anni dopo.

I RAGAZZI IRRESISTIBILI, QUARANT'ANNI DOPO

tratto da www.virtus.it - 10/04/2016

 

Ritrovo da “Cesari” in via dè Carbonesi. Oggi come allora la tana di questi eterni ragazzi che non hanno dimenticato il senso del fare gruppo e i valori dell’amicizia. Perché erano legami forti, quelli che permisero loro, nell’aprile del 1976, di attaccarsi al petto il triangolo tricolore e riportare uno scudetto in casa Virtus, dopo vent’anni dal precedente.
Ieri sera, solo pochi e giustificatissimi assenti. Terry Driscoll, che si è tenuto comunque in contatto con la truppa durante la cena, Gianni Bertolotti e Piero Valenti, oltre a coach Dan Peterson che non ha voluto far mancare ai suoi eterni campioni un saluto affettuoso via telefono. Tutti presenti gli altri, con il “bocia” Bonamico, cresciuto ormai anche lui, pronto a cedere lo scettro del più in forma (“Antonelli, da questo punto di vista, ci batte tutti…”). Una serata particolare, di quelle che ti fanno capire che le cose davvero irripetibili sono quelle che durano nel tempo, e si portano dietro valori come amicizia e affetto. Cose che non si possono spendere, e forse nemmeno raccontare.

Antonelli e Caglieris sulla panchina dedicata a Lucio Dalla

(foto di Massimo Antonelli)

QUARANT'ANNI DOPO

di Walter Fuochi - www.repubblica.it - 10/04/2016

 

Sabato sera urbano, saletta al primo piano del ristorante Cesari, nel cuore della città dove non si perde neanche un bambino. Hanno già fatto le loro brave foto sulla panchina con la statua di Lucio, i vecchi ragazzi del ’76 che quarant’anni fa vinsero anche per lui tifoso il settimo scudetto della Virtus, quando antipasti misti e gramigna alla salsiccia, scaloppina bolognese e il mitologico crem caramel che non faceva cadere il cucchiaino li riaccolgono come abbondanti madeleine ai tavoli della festosa mensa che fu. A stappare bottiglie e ricordi tra quelle familiari fragranze ci sono Charly Caglieris, Marco Bonamico, Aldo Tommasini, Massimo Sacco, Gigi Serafini, Mario Martini e Massimo Antonelli. Hanno mandato la giustificazione Piero Valenti e Gianni Bertolotti, oltre a coach Dan Peterson, fresco di interventino, e Terry Driscoll, che adesso sta dalle parti di Washington.

Completano le foto ricordo attori non protagonisti, dal Terrieri speaker del palasport al Moro ginnasiarca, dal Catorchi uomo Sinudyne al Macchiavelli cronista, fino al me stesso che all’epoca, uscito dalla panchina dopo troppi n.e. già da cadetto e da juniores e il benedetto invito a provarci con la penna, scribacchiava le prime cose su “Il basket”, patinata rivista bolognese. Si stampava tanto, e tanto di bello, intorno a un gioco che cominciava a montare come boom, di sport, ma anche di costume, e Bruno Bogarelli, milanese con amici qui, direttore all'epoca dei "Giganti del basket", s'era portato l'altra sera, da regalare come piatti del buon ricordo, le copie di quelle pagine a colori, con l'indelebile trionfo della Virtus. Ha chiamato infine, da Milano, Bariviera, che c'entra poco con la Virtus (anche se un altro scudetto diede una mano a vincerlo, nell'84, con diversa maglia...). C'entra con Basket City, però: era qui, Renzo il magnifico, al Gira Fernet Tonic, quando le squadre di Bologna in serie A erano addirittura tre.

Gli stessi coi quali ci si parlava, ai tempi, senza bisogno di permessi dall’ufficio stampa erano lì a riannodare lembi di vite vissute con la pallacanestro, ma non solo. Di tutti, solo Bonamico ha odierni rapporti col basket professionistico, gli altri vivono qui o altrove, fanno i rappresentanti di commercio o gli insegnanti, ad alcuni è andata bene, ad altri meno, seguono ancora, chi poco chi molto, chi a Casalecchio e chi dove abita, ma non si rivedono nelle squadre d’oggidì, perché all’epoca si stava anche dieci anni in un club, ci si nasceva dentro, ci si cresceva, nell'epica foresteria della Virtus governata dalla signora Porelli, si camminava insieme finchè i più bravi riuscivano ad arrivare in serie A. O allo scudetto: 9 su 12, di chi ruotava in quella squadra del '76, allevati nel vivaio, e solo Caglieris, Bertolotti e Driscoll presi dal mercato. Come Villalta poche settimane dopo il trionfo: da Mestre, per 400 milioni, cifra record. E sintomo pure di come quello scudetto imprevisto e dolcissimo fece poi da boa strategica per i piani societari di Porelli: di lì ragionò da grande club, la Virtus, e vennero i Cosic e i McMillian, i titoli del '79 e dell'80, le finali perdute, la Coppa dei Campioni sfiorata a Strasburgo.

Si poteva, a quella tavola, parlare di tutto questo e contestualizzare questa storia in tante storie. Oppure si poteva cambiar registro ed evocare il clima, in campo e fuori, della Bologna che in quegli anni ’70 aperti ai venti di nuove libertà trovò nel basket lo sport di un'affollata socialità alla moda e nei suoi giocatori interpreti popolari ed ambiti. Giovani e forti, belli e sani, si trovarono destinati a spopolare anche come magnifiche prede, poi placate e accasate, ancora insieme o separate, e senza famiglia il Max Antonelli tuttora gloriosamente single, più simile oggi che allora al Belmondo che lo etichettava, anche se Dalla lo chiamava, misteriosamente per i più, "la Morte": forse perché quel suo tiro molto più indietro di una linea da tre che ancora non esisteva era una sentenza di condanna altrui, finchè non ruppe con Porelli per i soldi, lasciò la casa madre e si ritrovò a far canestro altrove, da splendido girovago, come ama sentirsi ancora.

Da sinistra: Macchiavelli, Terrieri, Serafini, Sacco, Tommasini, Martini, Fuochi, Bonamico, Bogarelli, Caglieris, Antonelli

(foto di Giorgio Moro)