JOSÈ GALILEA

(José Luis Galilea Vidaurreta)

Roberto Brunamonti accoglie in Virtus Cuki Galilea, destinato ad essere il suo erede sul campo

nato a: San Sebastian (SPA)

il: 09/07/1972

altezza: 187

ruolo: playmaker

numero di maglia: 9

Stagioni alla Virtus: 1996/97

statistiche individuali del sito di Legabasket

palmares individuale in Virtus: 1 Coppa Italia

 

ARRIVA GALILEA, NUOVO PLAYMAKER DELLA VIRTUS

In disaccordo con il suo coach Aito, sbarca a  Bologna un nazionale di Spagna
È lui il vero José (non Montero) che veste il bianconero: 24 anni, ha firmato un biennale. Col "Barca" ha vinto due scudetti

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 06/07/1996

 

Galilea: è lui il nuovo play della Virtus. La società bianconera ha dunque operato una "finta" su José Antonio Montero, per arrivare al più giovane José Luis Galilea, 187 centimetri, che compirà 24 anni martedì prossimo. Ventiquattro ore più tardi potrebbe sbarcare in città per affrontare le visite mediche e per essere presentato nella sede di via Milazzo.

Piero Costa, general manager virtussino, ha raggiunto un accordo biennale (per 250 mila dollari a stagione) con il giovanotto che, oltre a essere un punto fermo del "Barca", è un nazionale che ha alle spalle 25 incontri (ai quali devono essere aggiunti i 42 con la rappresentativa Under 23). Con l'arrivo di un play comunitario - che voleva lasciare Barcellona, perché in disaccordo con l'allenatore Aito - cambia dunque la strategia della Virtus e del suo giemme, che adesso (dopo aver risolto la "questione" Moretti) potrà concentrarsi sul lungo "extracomunitario).

A Galilea Bucci affiderà la guida della squadra: su di lui è pronto a scommettere Piero Costa. "Siamo a posto così - fa sapere il dirigente virtussino -, Galilea titolare e Orsini cambio. Tutti sottovalutano le possibilità dello spagnolo: ma state certi che sarà la sospresa, positiva naturalmente, della prossima stagione". Galilea, nato a San Sebastian, ha fatto parte delle giovanili del Real Madrid (fino alla stagione 1990-91), dopodiché si è trasferito nelle file del Barcellona, dove ha giocato ininterrottamente per sei stagioni.

Con la maglia "azulgrana" ha vinto due scudetti (nelle ultime due stagioni) e due Coppe del Re (1991 e 1994). Per lui pure due finali di Euroclub, l'ultima delle quali a marzo, nello splendido scenario di Parigi. Da segnalare - come ricorda il comunicato diramato ieri, poco dopo le 12, dalla società di Alfredo Cazzola - che l'ultimo tiro del Barcellona, stoppato irregolarmente da Vrankovic, come ha poi riconosciuto la stessa federazione, era stato scoccato proprio da José Luis. Un tiro che avrebbe portato la coppa in Catalogna: segno che al ragazzo non mancano grinta, coraggio e determinazione.

Prima della finalissima, Galilea ha disputato dieci incontri con statistiche discrete. È rimasto in campo per 23,5 minuti, realizzando 5,7 punti a match. Nel suo score compaiono pure 35 assist, 15 palle perse, 11 recuperate, 1 rimbalzo offensivo e 12 difensivi. Discreto al tiro (che non cerca con particolare insistenza): per lui 7 su 14 da due, 10 su 25 dalla lunga distanza (40 per cento) e 13 su 18 nei liberi (72,2).

 

GALILEA, UNA VIRTUS COL BASCO

Biennale al play del Barcellona

di Lorenzo Sani - Il Resto del Carlino - 06/07/1996

 

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La Virtus ieri ha annunciato l'acquisto (biennale) del basco José Luis Galilea, playmaker della nazionale e del Barcellona, per bocca del suo nuovo general manager. Il club della stella  si è cautelato mettendo sotto contratto il regista di San Sebastian, 24 anni, 187 centimetri di statura, cresciuto nel Real Madrid, ma da sei stagioni - durante le quali ha vinto due campionati e due Coppe del Re - con la casacca blaugrana del Barcellona. Col Barca Galilea ha disputato anche due Final Four di Euroclub e fu proprio del play basco quell'ultimo tiro, lo scorso marzo a Parigi, stoppato da Vrankovic che scandalosamente negò il successo ai catalani a beneficio del Panathinaikos.

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"UNA RESPONSABILITÀ, MOLTI STIMOLI"

Parla José Luis Galilea: "Ho preferito Bologna al Panathinaikos"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 07/07/1996

 

Parla già col piglio del leader, dell'uomo che sa che in campo non solo dovrà sostituire Coldebella, ma pure non far rimpiangere l'addio al basket di Brunamonti. Non saranno le prime difficoltà a spaventare José Luis Galilea, ex play del "Barca" e titolare della nzionale spagnola. "Bologna - racconta lui - in fondo è come Barcellona, arrivare secondi equivale a un insuccesso". Il tipo ideale, insomma, per ricaricare la società e l'ambiente, scottati dal finale della passata stagione.

"La mia è una scelta di vita che va al di là dell'aspetto economico. Al Panathinaikos mi offrivano un ingaggio superiore, ma ho preferito la Virtus, perché sono sicuroi di avere grosse responsabilità, perché sarà uno stimolo in più, e una sfida, prendere il posto di Coldebella e Brunamonti". Un tipo tosto, insomma, che pur non avendo un buon rapporto (eufemismo) con il tecnico "azulgrana" Aito, arriverà senza spargere veleno sulla sua ex squadra.

"A Barcellona praticamente sono nato, e i primi tempi avvertirò il distacco, ma conosco bene la vostra realtà. La gente è cordiale, si mangia bene, e soprattutto c'è una gran fame di basket".

Dopo averlo incontrato come avversario in diverse occasioni, la Virtus affiderà la regia della squadra a questo ragazzo che compirà 24 anni martedì. Mercoledì, dopo aver festeggiato a casa il compleanno, partirà alla volta di Bologna, dove giungerà in serata. Giovedì le visite mediche di rito - quelle che hanno "sconvolto" Prelevic", che non si aspettava accertamenti così scrupolosi da parte dei sanitari bianconeri - e venerdì probabilmente la presentazione in via Milazzo, dove José Luis potrà conoscere la "leggenda" Brunamonti e Orsini, il compagno che dovrà dargli il cambio.

 

"SONO QUI PER IMPARARE DAL GRANDE BRUNAMONTI"

Ecco José Luis Galilea: rifiuta i paragoni ma il suo mito è l'ex capitano bianconero.
"Ho raccolto la sfida: voglio dimostrare che sono l'uomo adatto per vincere. Come gioco? Cerco di aiutare i compagni. So che l'ambiente è molto stimolante e si respira basket ad ogni angolo". Ieri visite mediche al Maggiore. Oggi la presentazione ufficiale in sede

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 12/07/1996

 

Non vuole "accostamenti pericolosi" con i playmaker che l'hanno preceduto. Però José Luis Galilea ha tanti punti di contatto con Roberto Brunamonti. Il basco, trapiantato a Barcellona, ha in comune, con il numero 4 bianconero, oltre al ruolo, l'età - quando è stato ingaggiato non aveva ancora compiuto 24 anni, proprio come Roby - e la passione per la "cucina". Figlio di un costruttore edile che si chiama  come lui, José Luis, possiede un ristorante a Barcellona, il "Tony Roma's" in società con i fratelli Jofresa e Hristo Stoichov.

E ieri mattina, tra un elettrocardiogramma sotto sforzo e un esame del sangue, negli ambulatori dell'ospedale Maggiore, Galilea ha incrociato capitan Brunamonti, con il quale si è intrattenuto per qualche minuto, mescolando castigliano, catalano e qualche parola di italiano.

"Non facciamo paragoni - attacca Galilea - non sarebbe giusto. Sono arrivato a Bologna, in una società importante, per sostituire Coldebella e Brunamonti. Roberto è una leggenda non solo per il vostro campionato, ma per tutta l'Europa. Avrò la possibilità di conoscere e di imparare (vuoi vedere, che queste parole, insieme con l'insistenza di Magnifico, convinceranno il capitano a cambiare idea?, ndr.). Per me resta un esempio, un mito".

E pure uno stimolo per superare di corsa le prime difficoltà che si presenteranno all'inizio della preparazione. Una città nuova, compagni diversi dai quali era abituato, arbitraggi forse differenti. Ma la molla che ha spinto José Luis a lasciare la Catalogna è stata la stima del coach: Bucci vuol farne un punto di riferimento, mentre il feeling con Aito, tecnico del "Barca", s'era rotto da tempo.

"Sono un play che difende con aggressività, che cerca molto i compagni, che tenta di metterli a loro agio. Voglio dimostrare di essere un buon giocatore, l'uomo adatto per vincere. Sono venuto a Bologna proprio per questo motivo".

Della città conosce quei "ritagli" che gli è stato concesso vedere quando è venuto qua, come avversario, avrà tempo di scoprire, come lui stesso sospetta, che Barcellone e Bologna hanno comunque qualche punto in comune.

"L'ambiente è stimolante - incalza - so che si respira l'atmosfera giusta in ogni angolo: è il modo migliore, insomma, per inserirmi velocemente in questa nuova realtà".

Gira e rigira, però, il discorso cade sempre su Brunamonti.

"Avrò tempo per imparare tanto da lui, c'è sempre qualcosa che si può perfezionare, anche se l'esperienza dei sei anni trascorsi a Barcellona è stata fondamentale. Sono convinto che la vicinanza di Brunamonti possa farmi crescere". E i tifosi si augurano che il basco abbia ragione. Galilea sarà presentato ufficialmente questo pomeriggio, alle 15,30, nella sede bianconera di via Milazzo.

Cuki Galilea in palleggio

NEL GIORNO DI GALILEA

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 13/07/1996

 

Giacca, cravatta rossa e sciarpa dei "Forever Boys" al collo.

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Di Galilea ha un brutto ricordo Brunamonti.

"Era giovanissimo, fu buttato nella mischia proprio contro di noi. Era il 1992, stavamo vincendo contro il "Barca" di San Epifanio, Norris, Savic. Galilea, che per noi era uno sconosciuto, subentrò a Solozabal e ribaltò l'incontro. È un tipo veloce, che fa correre il pallone, nella tradizione dei play del Barcellona".

José Luis, intanto, si sofferma sull'Euroclub - " È più difficile arrivare alla finale, che tentare di vincere quella partita secca" - e sui cugini. "Sarà molto eccitante affrontare la Fortitudo: il profumo del derby l'ho gustato pure a Barcellona, cercheremo di vincere".

 

"IO E PATAVOUKAS, INSIEME PER VINCERE L'EUROCLUB"

Ecco Galilea, timoniere della nuova Virtus. A Bologna ritrova l'avversario diretto dell'ultima finale

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 01/08/1996

 

Ha già trovato casa in pieno centro. Per il momento è solo, presto verrà raggiunto dalla fidanzata Maria che, però, dovrà tornare di tanto in tanto a Barcellona, dove studia legge. Stiamo parlando di José Luis Galilea che ieri mattina - in serata, poi, con tutta la squadra è stato ospite della "Braseria" - ha preso confidenza con i nuovi compagni, la palestra dell'Arcoveggio e i metodi di Renzo Colombini, il preparatore atletico.

Allora Galilea: quali sono le prime impressioni?

"Buone, mi trovo molto bene con i compagni".

Per lei, come per Carera, arrivati con un giorno di ritardo, niente begno di folla: è dispiaciuto?

"Si, in Spagna, anche se giochi nel Barcellona, passi inosservato. Il "Barca" è soprattutto un club di football, e la pallacanestro è solo un parente povero. Qua è tutto diverso: la gente vive per il basket e tutto questo è eccitante. Non ho dimenticato come sono stato accolto quando ho firmato".

Quali sono i suoi obiettivi?

"Ne ho uno: rendere sempre al cento per cento delle mie potenzialità. Voglio dare il massimo per questa grande squadra".

Nemmeno un pensiero alla finale dell'Euroclub persa in modo rocambolesco qualche mese fa?

"Il sogno è lo stesso dei miei compagni: arrivare a Roma e vincere. Possiamo farlo, lavorando sodo e contando su un po' di fortuna".

E questa volta Patavoukas sarebbe dalla sua parte, vero?

" È un ottimo giocatore, esperto. La Virtus ha fatto bene a prenderlo. Abbiamo due modi diversi di proporci come playmaker: insieme ci completiamo. E sulle spalle abbiamo una grande responsabilità...".

Si riferisce a Coldebella e Brunamonti?

"Già, a due grandi giocatori. Chiedo solo di non essere paragonato a loro: ognuno ha pregi e difetti propri. Giudicatemi alla fine, cercherò di essere alla loro altezza, ma non chiedetemi di essere Coldebella o Brunamonti, non è possibile. La Virtus mi ha chiamato perché crede in me, e perché intende affidarmi grandi responsabilità. Sono pronto a farmene carico.

In squadra troverà anche un "nemico" del Real: Savic.

"La rivalità con Madrid è forte, ma con Zoran esiste un'amicizia sincera. Ho giocato per due anni con lui, nel "Barca" e abbiamo continuato a sentirci. Quando ho saputo che la Virtus l'aveva scelto sono rimasto contento".

Ultimo anello di congiunzione con la Spagna: lascia il derby con il Badalona per trovare la Fortitudo.

" È una rivalità che fa bene per il basket e per lo spettacolo, a patto che rimanga in ambito esclusivamente sportivo. Mi hanno parlato molto di questa partita, non vedo l'ora di cimentarmi".

 

GALILEA, IL GIALLO CONTINUA

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport - 06/02/1997

 

Rilanciata da sette successi di fila in campionato, meno produttiva viceversa in EuroLega, la Kinder entra da stasera, proprio in coppa nel big-match contro il Barcellona, nella fase decisiva della sua stagione. Si direbbe, giudicando i risultati, che i problemi di coach Bucci sono finiti col recupero tecnico di Alessandro Abbio e Walter Magnifico, invece sembrano tornati all'origine. Di nuovo, infatti, la Virtus deve ovviare all'assenza di Cuki Galilea, fuori nelle ultime due gare per il manifestarsi di una lesione meniscale al ginocchio operato a settembre che ha innescato un "caso" interno allo staff bianconero: da una parte c'è la corrente che vorrebbe rioperare il regista spagnolo per averlo pronto prima dei playoff europei; dall'altra c'è il dr. Lelli (che lo ha operato) che ritiene più utile una terapia antinfiammatoria e, casomai, intervenire con una pulizia leggera in artroscopia. Nel frattempo, Galilea è praticamente fermo, ieri s'è allenato ma, al massimo, sarà nei 10, a far numero, contro la sua ex squadra. Tutti aspettano che sia il patron Cazzola, appena rientrato da un viaggio in Sudamerica, a prendere la decisione finale. Galilea non è l'unico problema: Gus Binelli ha subito ieri una distorsione tibio - tarsica sinistra per cui oggi sicuramente non ci sarà. Arijan Komazec non s'è allenato per la tallonite ma giocherà. Alberto Bucci più che al quadro clinico guarda a quello tattico della sfida col Barça. "L'assenza di Cuki, che anche venendo in panca non potrà certo essere utilizzato per quanto vale, arriva nella partita meno opportuna - sospira il coach bolognese -. Per fronteggiare Djordjevic, il miglior play d'Europa, avremmo avuto bisogno del suo aiuto e invece, fuori Galilea e inutilizzabile Ravaglia, ci troviamo a dover tirare il collo a Patavoukas richiamando anche Abbio a compiti difensivi sul serbo (a Barcellona difese molto bene su Djordjevic, meno che nell'ultima azione). Dovremo arrangiarci come abbiamo fatto nella prima parte della stagione. Ma la squadra è in buona forma psico-fisica, c'è la volontà e l'entusiasmo di fare una grande partita contro il Barcellona. La vittoria è importante, anzi fondamentale, per puntare ancora al secondo posto del girone". Virtus in crescita ma, guardando al calendario di campionato e alla sua idiosincrasia nel vincere contro le grandi, si può dire che finora ha fatto solo il suo dovere, mietendo successi contro avversarie di seconda fascia, la vera stagione delle V nere incomincia praticamente oggi: dopo il Barça avrà subito Milano e successivamente, sempre al Paladozza, Fortitudo e Treviso. "Stiamo progredendo in ogni reparto - continua Bucci - e il fatto più positivo, che mi fa ben sperare per i prossimi impegni, è che la crescita è venuta giocando di squadra. Tutti vedono Komazec come nostro leader, ma a Forlì ha fatto 29 punti con solo 9 tiri: vuol dire che i compagni dividono le scelte, non cercano solo disperatamente Arijan. Il campionato? Difficile scalzare il Benetton dal primo posto. Peraltro, coi playoff stabilizzati sulle 5 partite, il fattore-campo e quindi l'importanza del piazzamento finale si affievolisce perché ad aprile sarà più importante avere la migliore condizione fisica". Grande attesa anche per Sale Djordjevic che dopo il trepunti decisivo nella sfida dell'andata verrà salutato anche da qualche nostalgico fortitudino. "Mi aspetto molti fischi ma anche qualche applauso" ha dichiarato Sale. Ma non sarà certo da Giorgio Seragnoli, proprietario del club, che a suo tempo aveva manifestato il desiderio di sedersi vicino all'ex nemico Cazzola, ora amico (e domani socio?), per tifare contro Sale nel ritorno. Ma l'alleanza Virtus-Fortitudo, verrà rimandata ad un'altra occasione.

Alla ricerca di un compagno smarcato

VIRTUS: GLI ULTIMI FUOCHI

di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport - 29/04/1997

 

(...)

Ci pensa invece Cuki Galilea a mettere un po' di pepe all'ambiente troppo ovattato, per non dire quasi rassegnato. Il play basco, impiegato 4' in gara-1 e 6' in gara-2, spara lì una polemica sottile, non fragorosa ma pungente. "Non credo di dover dimostrare in due giorni o in un mese il mio valore di giocatore - recita il base (regista) venuto dal Barça -. Ho lavorato duro per recuperare dal mio infortunio ed essere pronto in questo momento della stagione ma se poi gioco 5' non posso certo fare molto per aiutare la squadra. Niente di personale col coach, apprezzo e ammiro Brunamonti, sto alle sue scelte però così non riesco ad incidere sulle partite. E pensare che potevo starmene fuori, pagato anche per l'anno prossimo, dicendo semplicemente che il ginocchio operato mi doleva. Invece ho fatto di tutto per esserci". La seconda parte è una stoccata a Komazec. "Interpretatela come volete - fila via Galilea -. Ognuno ragiona con la propria testa. Dite che ho tirato troppo in fretta da 3 appena entrato? Il primo tentativo, lo ammetto, non ci stava. Ero freddo ma anche ansioso di dare un contributo alla Kinder che stava sotto. Avevo in testa l'idea che se avessi fatto subito qualcosa di buono sarei rimasto in campo più a lungo. Gli altri due erano tiri giusti, ma purtroppo non sono entrati".

 

GALILEA: "ECCOMI L'INCUBO È FINITO"

Lo spagnolo torna a Imola dopo il grave infortunio di Istanbul. "Voglio recuperare in fretta: giocare alla grande nella Virtus mi porterà dritto in nazionale"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 29/12/1996

 

Tocca a lei, Galilea. È il regalo di natale che attendeva con maggiore prepidazione?

" È solo un torneo, lo so, ma per me conta molto".

Oggi in campo a Imola dopo tre mesi di passione. Se guarda indietro?

"Lavoro, tanto lavoro".

Non è stato facile, vero?

"Sì. Non mi aspettavo che la rieducazione fosse così dura e faticosa, ma non sono stato l'unico a lavorare. Quando Bucci mi chiamerà dalla panchina, per farmi riassaporare il gusto del parquet, sarò il primo a festeggiare. Ma so che ce ne sono altri, contenti quanto me".

Sveliamo i nomi allora.

"Beh, ci sono il coach e i suoi assistenti, il presidente e i suoi collaboratori. E ancora i compagni di squadra e i tifosi, che in questi mesi mi hanno fatto sentire utile, anche se le partite le seguivo da bordo campo. Poi ci sono due professionisti bravissimi, con i queli ho stretto un rapporto di amicizia. Di quella vera, intendo".

E sono?

"Alessandro Lelli, che mi ha operato, e Renzo Colombini, che ha seguito quotidianamente il mio recupero".

L'incubo è scacciato, giusto?

"Diciamo piuttosto che ho fatto il primo passo. Sono ottimista per natura, ma non posso pretendere l'impossibile. Ho ricominciato a correre - e credetemi, è stata dura - perché ho dovuto insegnare al ginocchio operato tutti i movimenti che avevo imparato in tanti anni di pallacanestro - : adesso devo ritrovare la velocità e la condizione".

Cosa rammenta di quel triste pomeriggio a Istanbul?

"Forse non ci crederete, ma non riesco ad avere un brutto ricordo di quel campo. Con la maglia del Barcellona ci sono stato tante volte e tante volte ho vinto".

Ha mai temuto di dover smettere?

"No. Avevo e continuo ad avere una grande fiducia nei confronti del dottor Lelli. E, anche quando mi prendeva la malinconia, mi sono venuti in mente Esposito e Sconochini. Sono stati operati da lui, non mi sembra che abbiano dei problemi.".

Un solo spavento, dunque, quello dell'altro giorno?

"Sì, tornando da Barcellona. Il ginocchio si era leggermente gonfiato, e non era mai accaduto. Ma c'è una spiegazione: sono passato dai 12 gradi della città ai -5 che ho trovato al Marconi".

E finalmente tocca a lei.

"Con calma, lo ripeto".

Ma se i tifosi le chiedessero subito i miracoli?

"Possono farlo ma io, purtroppo, non posso accontentarli. La Kinder è bene attrezzata: con l'arrivo di Chicco, poi, la situazione è migliorata".

Anche perché il suo recupero è stato piuttosto veloce.

"L'altra sera ero a cena con Patavoukas e abbiamo parlato di tante cose. Per un infortunio meno grave del mio ci mise sei mesi per recuperare. Pure i miei amici spagnoli mi dicevano che sarebbe stata lunga, invece..."

Invece?

"Vorrei recuperare la condizione per prendere parte agli Europei a Barcellona, visto che il campo da gioco è a cinque minuti da casa mia".

Il ct della nazionale iberica, Lolo Sainz, si è fatto sentire ancora?

"Certo, e ha ribadito che mi aspetta: a fine febbraio c'è un raduno. Voglio riconquistare quel posto che era mio con grandi prove nella Virtus. E in Europa avrò subito un bell'esame: il mio Barcellona e Djordjevic: un bel programma, vero?".

 

GALILEA: "TUTTO NORMALE"

"Non mi conoscete ancora, col Barca tiravo da tre punti col 44%"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 14/01/1997

 

Complimenti Galilea.

"Grazie. Ma perché?".

È stato fuori tre mesi, è rientrato da due settimane e alla terza partita è diventato protagonista.

"Sarà l'aria di Roma. Quella è una "pista" dove mi trovo a mio agio. Era la seconda volta che ci giocavo, è stato il secondo successo".

Ci racconti la prima volta.

"Era una semifinale di Coppa Korac: il Barca alla fine venne eliminato, ma nella capitale vincemmo ed io giocai piuttosto bene2.

Dica la verità, sente già l'aria d'Europa?

" È vero, ci saranno le finali dell'Eurolega a Roma. Bene, speriamo sia di buon auspicio".

Previsioni a parte c'è un presente, il Bayer Leverkusen, che incombe, e un passato prossimo, la Telemarket, che dice che lei è stato uno dei migliori.

" È possibile, Per arrivare a questo, però, c'è voluto molto lavoro. Io credo molto in quello che faccio in palestra. È andata bene, ma sono ancora al 90 per cento".

È stato protagonista, eppure non si lascia andare un po'. Paura?

"No, assolutamente. Sono contento perché la squadra ha conquistato due punti importanti, ma in fondo abbiamo vinto solo una partita. La strada è ancora lunga".

E lei continua a sgobbare in palestra.

" È il mio mestiere, e poi basta guardarsi attorno per comprendere che non è proprio possibile tirare il fiato, Prendiamo la Teamsystem, per esempio, in Eurolega ha ottenuto una vittoria molto importante ad Atene. Forse si è rilassata e in campionato è arrivato lo sgambetto. Succederà anche a noi qualora ci fosse un rilassamento eccessivo".

La Kinder, intanto, ha scoperto in lei un cecchino infallibile.

"Non mi stupisce, era così anche in Spagna. In Italia non mi conoscete ancora perché, a causa dell'infortunio, ho giocato pochissimo, ma con la maglia del Barcellona tiravo da tre con la percentuale del 44 per cento".

È ritornato lei e la Virtus ha ritrovato coraggio e determinazione.

"È arrivato anche Ravaglia. Con due play in più la squadra può essere più aggressiva in difesa e poi ognuno può giocare più tranquillo nel suo ruolo".

Si riferisce a qualcuno in particolare?

"Sì, al mio amico Abbio, che adesso sta raccogliendo i frutti di quel che ha seminato in palestra".

Come nasce questa amicizia con "Tiramolla"?

"Siamo stati avversari, anche nelle nazionali giovanili, per tanto tempo. Quando sono arrivato in città lui si è fatto in quattro per aiutarmi. Ora, per esempio, sto ascoltando una cassetta di Venditti che mi ha fatto conoscere lui. Al di là di tutto, però, Sandro è uno che difende, si sbatte corre e segna. Insomma, ha proprio tutto".

Tutto per fare che cosa?

"Ovvio, per diventare uno dei più forti giocatori europei nel suo ruolo. Sia la Virtus che Sandro hanno finalmente imboccato il rembo (strada, ndr) giusto".

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Cuki in lunetta

INTERVISTA A JOSÈ "CUKI" GALILEA

di Roberto Cornacchia - V Magazine -  Novembre 2011

 

Come hai iniziato a giocare, in una terra - e in questo Spagna e Italia sono uguali - votata al calcio? A differenza di molti altri, non c’era neanche la scusa dell’altezza, nel tuo caso…

Ho cominciato a scuola, all’età di 8 anni e ho scelto il basket per due motivi: perché non mi avevano preso nella squadra di calcio e perché mio zio è stato un giocatore professionista di pallacanestro a San Sebastián. All’epoca abitavo a Vitoria e ho voluto provare se mi piaceva.

Avevi un idolo al quale ti ispiravi da ragazzino?

Mi è sempre piaciuto tantissimo Drazen Petrovic. Avevo i suoi poster attaccati  al muro, come molti miei coetanei penso… Credo di essere stato influenzato più dalla sua capacitá di lavorare tanto e di non avere paura di niente che dal suo talento. Nella mia carriera sono state due cose che ho cercato di avere sempre presenti. Dopo qualche anno, quando giocavo con i ragazzini del Real Madrid, ebbi avuto la fortuna di vederlo lavorare e tutto quello che aveva sentito era vero, anzi di più. Tutti andavano via a casa dopo l’allenamento e lui rimaneva lì, a lavorare ancora… Ed era già il migliore giocatore d’Europa…

Sembrava fossi del Real Madrid e poi invece sei diventato un giocatore del Barcellona. Come successe?

Successe perché nella mia carriera ho sempre cercato di migliorare, di andare avanti. A quell’epoca volevo diventare un giocatore migliore senza però lasciare gli studi. Fare le due cose in Europa ad alto livello era molto difficile, invece in USA si poteva fare. Ci fu un procuratore che mi disse che mi avrebbe trovato un posto ma poi non lo fece. Aspettai fino a Natale e quando mi resi conto che non succedeva nulla decisi di rimanere un altro anno in Spagna. Quando mi misi in contatto di nuovo col Real non avevano posti liberi per me e venne fuori la possibilità di andare al Barcellona. Non ci fu niente di strano, come qualcuno ha detto delle volte. Fu tutto molto semplice.

Gli anni al Barça: raccontaci i successi personali e di squadra.

Furono i miei migliori anni da giocatore. Ho giocato per 7 anni, sei con la prima squadra. A 18 anni ebbi la grandissima fortuna di avere Boza Maljkovic come allenatore. Lui credette in me appena arrivato e imparai fin da molto giovane a prendere delle responsabilità. Per di più avevo come compagni di squadra una generazione di giocatori indimenticabili come Epi, Solozabal, Jiménez, Norris, Piculín Ortiz: era come avere l’universitá a casa tua, tutti si preoccupavano per me e mi hanno aiutato molto. Ho giocato 4 finali ACB e ne ho vinto due, 3 Final Four, due di queste arrivando alla finale, tre finali di Coppa del Re vincendone due e ho giocato per la mia Nazionale. Tutto questo a 24 anni, prima di arrivare a Bologna. Con i tifosi ho avuto sempre un rapporto buonissimo, mi hanno visto crescere come giocatore e come persona e li ho sentiti sempre molto vicini. Tutti, da quelli che lavoravano a palazzo ai tifosi, mi hanno trattato sempre molto bene. Sento che il Barça mi ha dato tantissimo.

Cosa ha significato per te giocare in una squadra di così grande tradizione?

Prima di tutto mi sento molto fortunato. Il Barça è qualcosa di più di una società sportiva, è un sentimento, un modo di pensare e di fare. E questo lo posso confermare maggiormente adesso, che non gioco più e il rispetto della gente è sempre il medesimo. Sono molto orgoglioso di avere potutto contribuire anche solo per un po’ alla sua grande storia.

Un’esperienza duratura, una cosa che non hai più sperimentato nel prosieguo della tua carriera. Ma anche un tipo di esperienza sempre meno riscontrabile nel basket odierno, dove un triennale viene definito un “contratto a lungo termine”…

Io non sono per niente d’accordo su come viene gestito il basket oggi, credo che molti pensino che i soldi e la vittoria giustifichino tutto ma io non la vedo cosí. Sicuramente perché per me il basket è sempre stato qualcosa di più che un semplice gioco. Il fatto che adesso le società e le competizioni siano più professionistiche non dovrebbero far dimenticare i valori che rendono stretto il rapporto fra tifosi e sportivi. Se c’è questo rapporto, tutto diventa più sostenibile, soprattutto nelle difficoltà, perché tutti saranno in grado di sforzarsi di più per la squadra. Non si può basare tutto solo sul vincere o perdere, perché come una società vuole vincere lo vogliono anche tutte le altre.

Ritieni che se fossi cresciuto nel Real Madrid le cose sarebbero potute andare diversamente?

Per questo motivo decisi di andare a Barcellona. Dopo il primo anno a Barcellona, quando avevo 17 anni, fui chiamato per raggiungere la prima squadra come secondo play con Brabender come allenatore però pensai che a lungo termine e per la mia formazione era meglio rimanere a Barcellona, dove c’era il migliore allenatore d’Europa in quel periodo, Boza Maljkovic. Devo dire peró che il Real Madrid mi ha sempre trattato benissimo, sia nelle giovanili che quando con la prima squadra abbiamo vinto lo scudetto con Sergio Scariolo come allenatore.

Abbandonare la propria società storica e la propria nazione per la Virtus: motivi contrattuali o soprattutto una nuova sfida?

Tutti e due. Il mio rapporto con Aito non era il migliore purtroppo, e non avevo la certezza di giocare i minuti che volevo. Non mi preoccupava tanto l’aspetto economico quanto quello tecnico. Ritenevo di aver fatto una grande stagione raggiungendo le tre finali, ACB, Coppa del Re e Coppa d’Europa come play titolare, credevo di meritare di essere trattato in un modo diverso, non era una questione di soldi. Mi è costato molto lasciare Barcellona perché la portavo e la porto ancora nel cuore però a quel punto si è fatta avanti la Virtus, una squadra dello stesso livello che credeva in me e non ho dubitato neanche un attimo. Quando sono arrivato a Bologna e ho conosciuto la società e la passione per il basket di tutta la cittá ho capito di avere preso la decisione giusta.

L’infortunio a Bologna. La lunga assenza e la riabilitazione.

È stato un incubo quell’anno in particolare per la gravità dell’infortunio ma anche per il resto della mia carriera. Penso però che se non fossi tornato in campo cosí velocemente sarebbe stato diverso. C’erano dei tempi fisiologici e logici che neanche il migliore chirurgo poteva ignorare. Con me hanno cercato di fare il record del mondo, perché io credevo di potercela fare, ma mi avrebbero dovuto fermare quelli che veramente sapevanno che non si poteva. A Barcellona mi dicevano che era impossibile, ma io mi fidavo ciecamente dei dottori che mi avevano operato. So che Alessandro Lelli non ha avuto nessuna cattiveria nel modo di gestire il mio infortunio però il risultatto finale per me è stato pessimo… Giocare nel modo in cui ho giocato certe partite a Bologna ha rovinato la mia immagine come giocatore ed ha finito col condizionare molto il mio futuro. Credo che lui sia un grande chirurgo però quella volta si sbagliò.

Il rientro, a stagione quasi conclusa. Come giocasti, come era il clima intorno a te?

Provai a giocare prima però il ginocchio non ne voleva sapere e dovetti fermarmi due o tre volte. Dovetti cambiare il mio modo di giocare per essere in grado di essere competitivo. Tutti mi hanno aiutato molto, dai compagni all’allenatore, prima Alberto Bucci e poi Roberto Brunamonti. Nessuno mi ha mai spinto a giocare e nemmeno mi sono sentito spinto a farlo. C’era da una parte una grandissima voglia di ripagare chi aveva creduto in me, anche perché la stagione non stava andando bene, e dall’altra l’assoluta fiducia nel dottore che mi diceva che piano piano i dolori dovevano sparire. Ancora adesso mi chiedo come fossi riuscito a giocare delle partite di Eurolega su una gamba sola…

Il contratto risolto in anticipo (era un biennale). Motivazioni della società e tuoi pensieri sulla cosa.

Fu un duro colpo, quanto l’infortunio se non di più. Proprio quando pensavo che l’incubo di quella stagione maledetta stesse per terminare, che stavo guarendo e che mi attendeva tutta l’estate per fare una buona rieducazione, mi hanno confermato che avevano deciso di non contare su di me. Fu una brutta botta, perché pensavo di avere dimostrato il mio attaccamento alla squadra avendo messo a rischio il resto della mia carriera... Avrei potuto stare fermo con la garanzia di un altro anno di contratto e non l’ho fatto, non mi sembrava giusto, volevo ripagare la fiducia che la Virtus come società mi aveva dato e l’affetto che i tifosi mi avevamo dimostrato fin dal primo giorno che ero arrivato a Bologna. Ho dovuto imparare sulla mia pelle che, a volte, lo sport professionista è cosí: non si può aspettare, non tutti. Io volevo rimanere, non mi importava se come primo o quinto play, volevo solamente continuare a giocare nella Virtus. Quando Ettore Messina ha preso la squadra mi hanno spiegato tramite Lelli prima e dopo tramite Brunamonti che lui ha sempre voluto avere play alti, che non c’entrava niente nella sua decisione il mio ginocchio. Però ovviamente qualcosa c’entrava, forse non era solo quello il motivo della sua decisione, però probabilmente ne costituiva una parte importante. Nella sua stessa situazione avrei preso la stessa decisione. Qualche anno dopo, quando sono diventato allenatore, ho potuto capire meglio che delle volte, per cercare il meglio da un gruppo, si può rinunciare a qualche individuo: è cosí, non c’e altro modo di farlo, purtroppo.

Con quali giocatori hai maggior legato, dentro e fuori dal campo?

Ho tantissimi amici, grazie a Dio, e sarebbe difficile dirne uno però Zoran Savic e Jose Antonio Paraíso forse sono stati quelli coi quali ho legato maggiormente. Anche con Sandro Abbio ho sempre avuto un rapporto speciale: ci conosciamo da quando giocavamo uno contro l’altro con la Nazionale ad appena 15 anni. Però, come dicevo, non sarebbe giusto dire solo questi, è una delle cose migliori che mi ha dato il basket senza dubbio e che avrò per tutta la mia vita.

Cosa pensavi della Virtus prima di arrivare in Italia? Quando il tuo rapporto con la Virtus è terminato avevi cambiato, magari solo in parte, idea?

Pensavo di andare in una grande squadra però non sapevo quanto significava per la città e neanche che il basket si viveva con quella intensità tutto l’anno. Il fatto che, nonostante quello sia stato il peggiore anno di tutta la mia carriera, che il mio ricordo della Virtus e di Bologna sia così bello credo che spieghi la grandezza della Vu nera. Una cosa é la società e un’altra, molto diversa, sono le decisioni che si devono prendere, non si possono mescolare le due cose. L’unica cosa che mi ha fatto del male è che non mi è stata data un’opportunità per rifarmi.

La tua carriera dopo Bologna, in tante squadre diverse e tutte in Spagna. C’è un motivo per il quale non ti sei più legato ad una società? C’è un motivo per il quale non hai più tentato la strada dell’estero?

Dopo l’infortunio ho sempre cercato il modo di tornare quello che ero prima come giocatore, per quello ho girato tanto. Prima ho dovuto tornare a credere in me stesso per fare pensare agli altri che potevo giocare al massimo livello di nuovo. Tre anni dopo Bologna penso di esserci riuscito vincendo lo scudetto col Real Madrid con Sergio Scariolo come allenatore, vincendo in gara 5 a Barcelona. Proprio quell’anno il Real ha avuto la possibilita di acquistare Raul López, un fenomeno di giocatore, molto più giovane di me e di nuovo sono rimasto fuori… Il TAU Vitoria mi chiamò per far parte della squadra però mi offriva solo un anno di contratto e un po’ deluso di tutto non sono voluto andare. Penso che sia stata una brutta decisione da parte mia, l’unica nella mia carriera di cui mi sono pentito. Provai un anno in Grecia ma lì avevano una strana idea di cosa vuole dire essere professionista. Come esperienza molto interessante, però niente di più. Anni dopo però ho vissuto delle bellissime esperienze giocando in squadre che volevano salire in serie A. Queste squadre avevano una grande spinta in tutto quello che facevano che mi piaceva tantissimo. Io ero abituato da piccolo a giocare per vincere qualcosa, non potevo giocare per niente e farlo in una squadra di mezza classifica non mi dava nessuna motivazione. Ho conquistato la promozione con due squadre, il Murcia e il San Sebastián, dove sono nato.

Come è stato il tuo rapporto con la Nazionale?

Sono stato nazionale in tutte le categorie da quando avevo 15 anni fino alla Nazionale maggiore, e quindi il nostro rapporto è stato molto stretto. Mi sono divertito sempre molto con la Nazionale, oltre a provare l’orgoglio di farne parte. È stata di grandissimo aiuto nel mio sviluppo come giocatore: avere ogni estate la possibilità di giocare contro i migliori è stata una grande fortuna per me. L’unica delusione è stata quella di non aver mai potuto giocare un’Olimpiade. Proprio negli anni in cui ne avrei avuto la possibilità capitò il mio brutto infortunio e purtroppo dopo non ho potuto fare diventare realtà il mio sogno. Prima dell’infortunio nell’Europeo di Atene ‘95 ero il giocatore più giovane della squadra e se tutto fosse andato normalmente avrei avuto ottime chances di far parte della squadra che poi andò alle Olimpiadi.

Come ti definiresti come giocatore? Quali i tuoi maggiori pregi e quali i tuoi difetti?

Penso di essere stato un giocatore a cui piaceva molto competere e che non si nascondeva mai. Credevo molto in me stesso e penso che questo mi abbia fatto arrivare più lontano di quello che, probabilmente, le mie qualità mi avrebbero consentito. Penso di avere avuto buoni fondamentali e un buon tiro. Non ero eccezionale in niente in particolare però facevo un po’ di tutto. Credo che questo mi abbia aiutato molto nella mia carriera a trovare sempre un posto nelle squadre per cui ho giocato. Ho cercato sempre di fare quello che poteva aiutare la squadra a vincere, per me era l’unico obiettivo. D’altra parte penso che il mio fisico fosse abbastanza normale. Ero piuttosto veloce perché ho lavorato sempre duro per esserlo e per avere una grande resistenza.

Quali ritieni i giocatori più forti fra quelli che hai affrontato e quali fra i tuoi compagni?

È difficile da dire perché sono stati tanti. Come compagno di squadra Sasha Djordjevic, Epi, Audie Norris, Alberto Herreros, Savic, Karnishovas, Sandro Abbio… Come rivali Brunamonti, Sabonis, Galis, Danilovic, Kukoc, Navarro, Perasovic, Jasikevicius…

Hai allenato nella squadra-satellite del Barca ma solo per poco tempo. È stata un’esperienza che volevi fare per avere una visione più completa del basket?

Effettivamente, Zoran mi propose la possibilità di lavorare con i ragazzi in una squadra molto giovane. Volevo avere come dici tu una visione più completa del basket. Ho passato praticamente tutti i ruoli: giocatore, assistente, capo allenatore e quest’estate come direttore sportivo di un progetto di acquisto del Murcia che l’ultima settimana di agosto, dopo aver lavorato tutta l’estate, non è andato in porto per motivi politici. In più ho vissuto tantissime situazioni nelle squadre e nello sport, dal giocare per vincere l’Eurolega o lo scudetto, passando dal cercare di non retrocedere al conquistare la promozione dall’A2 all’A1 due volte. E allo stesso tempo volevo anche sapere com’era fare l’allenatore, se mi sarebbe piaciuto o no. Il risultato è stato che mi è piaciuto molto. L’anno dopo Zoran è andato via ed io insieme a lui, e il nuovo GM ha portato, come è normale, il suo gruppo di lavoro.

Questa cosa delle squadre satellite non ha uguali in Europa, e solo da pochissimo le squadre NBA lo stanno facendo nella NDBL. Ritieni che sia un modello da proporre anche altrove?

Penso che sia una buona soluzione, visto che oggi il salto dalle giovanili alla serie maggiore è molto più difficile di quanto non fosse anni prima, sopratutto nei grandi campionati come ACB, Lega italiana, etc. Però dipende molto da come la si gestisce e non è facile. Ci sono due maniere di farlo: una è avere la tua propria squadra con i tuoi allenatori e i tuoi obiettivi e l’altra, quella che avevamo e hanno ancora al Barcellona, è quella in cui si arriva ad un accordo con un’altra squadra di un livello chiaramente inferiore, di norma vicina per avere ogni tanto la possibilità di allenarsi con la prima squadra. Diciamo che si prestano i giocatori per una cifra inferiore al valore di mercato. Si fà così per risparmiare dei soldi. A mio modo di vedere ha più senso il primo metodo, perché hai la possibilità di trasmettere il sentimento di appartenenza alla società, il modo di fare, cosa significa indossare la maglia della squadra. Penso che questo sia uno dei motivi dei grandi successi del Barca nel calcio (che ha prodotto atleti come Xavi, Puyol, Iniesta, Valdés, Pedro, Messi, Piqué…). Credo anche che sia molto difficile far coincidere gli interesi di due società che vivono realtà molto diverse. Il piccolo club vuole solo vincere ed esistere mentre il club importante vuole che i suoi giocatori migliorino e si preparino in vista del ritorno alla società madre. Quello che di solito succede è che all’inizio tutti vanno d’accordo però dopo quando i risultati non arrivano ci sono dei problemi come mi è capitato a Barcellona. Zoran e i ragazzi erano molto soddisfatti del lavoro che stavamo facendo, migliorando sia la tecnica che fisicamente, mentre l’altra società voleva solo vincere.

Ora stai studiando per diventare un manager sportivo. Come vorresti fosse il tuo futuro nel basket?

Infatti ho aapena terminato i miei studi di “Sports manager” e il “Bachelor in Business Administration” a Barcellona. Il contrattempo che ha fatto arenare il progetto di Murcia mi ha permesso di avere del tempo per finire la mia formazione, cosa che penso sia indispensabile per migliorare come professionista. Allo stesso tempo sto lavorando come commentatore tecnico per TVE (Teledeporte) per le partite di Euroleague e per un sito di basket molto popolare in Spagna come solobasket.com. Questa è un’altra bella esperienza che, d’altra parte, mi permette di seguire da vicino tutte le competizioni. Ho lavorato duro per essere pronto, sento e so di esserlo. Adesso aspetto solo l’ora che si presenti una buona opportunità per guidare una squadra, sia come manager sportivo che come allenatore.

Sei stato in Italia nel momento in cui il basket italiano era ai vertici di quello europeo, mentre ora il campionato più importante del vecchio continente è quello spagnolo. Secondo te, in cosa hanno sbagliato i dirigenti italiani e in cosa sono stati bravi quelli spagnoli?

Penso che il problema dei dirigenti italiani sia stato quello di non guardare lontano. Pianificare a lungo termine, senza dimenticare che uno gioca per vincere ogni anno, è la chiave. Si dovrebbero fissare degli obbiettivi e cercare di raggiungerli al di là del vincere o perdere. Obiettivi come assicurare la stabilità economica delle società nel futuro, fortificare valori come l’identità della società, dare più importanza al legame fra squadra e i tifosi... Un altro argomento molto importante è di puntare di più sui giocatori italiani. A mio parere, negli ultimi anni in Italia si è guardato molto di più fuori che in casa. Quelli che vengono da fuori devono servire per aiutare a migliorare il livello generale non per essere il tutto, la base, la essenza. Credo anche che il campionato spagnolo sia diventato fortissimo perché la ACB ha guardato il campionato come un tutt’uno e non solo come una competizione ristretta tra Real e Barça, ha offerto una cornice perfetta per aiutare ogni squadra, senza eccezione, a crescere in base alle sue opportunità economiche. Devono esistere più canali per crescere come squadra oltre al puro patrocinio, che è molto importante senza dubbio, però non deve essere l’unica via, almeno per come la vedo io.

Un tuo ricordo piacevole e uno meno piacevole legato alla Virtus.

Prima di tutto cerco di ricordare solo le cose buone, che sono state tante. Il ricordo spiacevole è solo quello di non essere stato in grado di dare di più alla Virtus e potere approfittare maggiormente del fatto di essere stato in una società così grande e in una citta che vive il basket come nessuna. Gli infortuni fanno parte dello sport e questo va accettato, sicuramente altre volte sono stato molto fortunato e non mi sono mai fermato a pensare perché sia capitato a me e non ad un altro. Le cose più piacevoli sono queste tre: il primo giorno a Bologna, il giorno in cui infortunato e appena uscito dall’ospedale sono entrato a palazzo per vedere la partita della Virtus e tutto il palazzo ha scandito il mio nome e la Coppa Italia vinta a Casalecchio.

VIRTUS, LA PROMESSA DI CUKI: "TORNERÒ PER VINCERE: HO LASCIATO UN LAVORO A METÀ"

di Alessandro Gallo - www.quotidiano.net - 26/05/2013

 

È convinto di non aver portato a termine la missione che gli era stata affidata diciassette anni or sono. Ma non ha dimenticato né Bologna né tantomeno la Virtus e, per questo motivo — in fondo Barcellona non è poi così lontana —, un giorno vorrebbe tornare qua. Per lavorare per la Virtus e per chiudere i conti, una volta per tutte. José Luis Galilea, per tutti Cuki, ha una bella storia da raccontare. Ragazzo intelligente, innamorato della pallacanestro e delle Due Torri. «Anche se — prova a scherzare Cuki — è stato davvero l’anno più difficile della mia carriera. Nonostante questo il ricordo è bellissimo perché mi sono sempre sentito amato. Bologna è una città speciale per chi vive di pallacanestro». Riavvolge il nastro dei ricordi, Cuki e il frammento contemporaneamente più bello e più brutto della sua carriera parte da Istanbul. «Prima partita di Eurolega — dice —, giochiamo contro l’Efes. Sto difendendo contro Naumoski. Il ginocchio salta».

Infortunio serio, anzi, serissimo. La stagione pare chiusa. «Abitavo tra via delle Moline e via delle Belle Arti — insiste —. Spesso mi capitava di passare davanti al Teatro Comunale. Bologna è famosa per la cucina, io sono basco: la cucina mi piace da morire. Quando posso cucino anche. Andavo alla Braseria, da Ivo, o alla pizzeria San Luca, dove c’era il mio amico Fabio». Tanti amici, a Bologna, a cominciare da Alessandro Abbio. «Ci conoscevamo dai tempi delle giovanili, ci siamo affrontati tante volte. Ci siamo trovati subito». Feeling immediato, come quello per Alberto Bucci. «Mi aveva voluto lui. Era uno dei più grandi allenatori d’Europa, un maestro. Mi è spiaciuto davvero non essere stato in grado di aiutarlo a causa dell’infortunio. Fu sostituito da Brunamonti: con lui vincemmo la Coppa Italia, ma Roberto non voleva fare l’allenatore. Intendiamoci: lo avesse voluto sarebbe stato un ottimo allenatore, ma voleva fare il dirigente».

La stagione finisce con il derby in semifinale. «Che bell’atmosfera, che coreografie. Ho giocato a Barcellona e a Madrid, ma il derby di Bologna resta qualcosa di assolutamente unico e speciale». Annata particolare, si diceva. Inevitabile parlare di Ravaglia. Il ricordo di Cuki aumenta la nostalgia per quel distacco brusco, per sempre nel cuore di chi ha avuto la fortuna di incontrare Chicco. «Mi viene in mente il suo sorriso. Perché era sempre positivo. Era cresciuto nella Virtus, sentiva con leggerezza questo peso. Il suo messaggio è ancora tra noi: cercava di rendere semplice e naturale tutto quello che faceva. E il bello è che ci riusciva». È sempre legato a Savic. «Zoran è speciale perché tratta tutti nello stesso modo. Che uno sia importante o meno per lui è un aspetto di nessun valore». Non ha dimenticato Komazec. «Arijan aveva un’etica del lavoro straordinaria. Si allenava tanto. Il suo unico difetto è che concepiva la pallacanestro in base ai punti segnati. Ma il basket è anche altro».

Se deve indicare un avversario, non ha dubbi. «Pozzecco, mi ha fatto impazzire. Anche perché quando l’ho affrontato, in Italia, io giocavo su una gamba sola. Poi è stato mio compagno: un carissimo amico. Mi è sempre piaciuto anche il suo modo di intendere la pallacanestro». Segue il campionato italiano a distanza e si è fatto un’idea ben prevista sul perché la nostra pallacanestro non funzioni. «Quando c’erano soldi e giocatori importanti non ci si è preoccupati troppo del futuro. È un rischio che corre anche la mia Spagna. E poi mi sembra che non ci sia più identificazione tra squadra e tifosi, perché gli stranieri sono davvero tanti». Tante idee anche perché ora Cuki è il leader di un’azienda, la Sport Quarters, che si occupa di ogni genere di problemi per i club. «Collaboro anche con il Barcellona e con il Real Madrid. Ma magari un giorno torno a Bologna. Ho lasciato un lavoro in sospeso e vorrei portarlo a termine».