AMATO ANDALO'

Il mitico Andalò (a destra) mentre assieme al fido Gulmini sistema la retina

 

AMATO ANDALÒ, UN CUORE DIVISO TRA LA "F" E LA "V"

Dopo 25 anni va in pensione il mitico custode del Palazzo dello Sport

di Stefano Budriesi – Il Resto del Carlino - 23/07/1991

 

Dopo 25 anni, il Palasport perde il suo mitico direttore, l'uomo che ne ha tenuto le chiavi in mano, respingendo gli assalti di almeno un paio di generazioni di portoghesi. Amato Andalò va in pensione, lasciando con un pizzico di commozione la guardiola posta sul lato dell'entrata èer gli spogliatoi: "Ne ho viste davvero di tutti i colori, racconta dalla sua casa di Mongardino ­ dove si trasferirà in ottobre ­ col palazzo che in poche ore mutava il suo volto, dal ghiaccio per il pattinaggio, ai palchi dei grandi concerti rock; dagli allestimenti dei congressi, al parquet per il basket. A Bologna in Piazza Azzarita sono passati in tanti, dai Rolling Stones ai Pink Floyd sono tante le facce che ho visto. Non credo sia esagerato dire che una discreta fetta delle persone più famose del mondo, ci hanno messo piede almeno una volta". Chissà quante litigate, in una carriera così lunga: "No, no, assolutamente. Il mio rapporto è sempre stato ottimo con tutti. Porelli? Nonostante abbia un carattere un po' difficile, non c'è mai stato nemmeno uno screzio tra di noi. Attorno al mondo del basket sono nate un sacco di leggende, come quella della bilancia con cui Peterson pesava i giocatori, multandoli se sgarravano con la linea. Io non l'ho mai truccata, malgrado le suppliche...".

­ Qual è l'amicizia che ha più resistito all'usura degli anni? "Quella con Driscoll, senza voler fare torto agli altri. Non è passata visita a Bologna, che Terry non sia venuto al palazzo a salutarmi, per poi andare a cena insieme. Io mi sono sempre adoperato per risolvere i problemi di tutti. Le ore al lavoro non si sono mai contate, però credo che ne sia valsa la pena". ­ E situazioni difficili ne ha vissute molte? "Beh al Palazzo abbiamo fatto anche il congresso di Lotta Continua, il 77 rosso. Potete immaginarvi lo stato d'assedio... Il dialogo però non è mai mancato e così siamo riusciti a venirne fuori anche se in quegli anni spesso la calma era un'illustre sconosciuta. ­ Parliamo un po' di basket, del derby per esempio. "Una partita proprio particolare. Erano le "mie" squadre a scendere in campo. Il mio cuore era diviso a metà tra Virtus e Fortitudo. Non potrebbe essere altrimenti. Di volta in volta ho sperato che vincesse la squadra che aveva maggiore bisogno per la classifica. Ma lo giuro, per me sono tutte e due sullo stesso piano". ­ E adesso caro Andalò? "Adesso mi riposo. Una volta non sapevamo nemmeno cosa fosse la macchina per il ghiaccio. Si beveva dal rubinetto, oggi c'è il Gatorade. Insomma il tempo è passato per tutti".

Con Andalò, va in pensione anche Tonino Menozzi, il segnapunti del tavolo, che però dovrebbe continuare a farlo per conto delle due società cittadine, Il sostituto di andalò è Daliso Gulmini, già da diverso tempo aggregato al "maestro". Un'eredità pesante da raccogliere.

ANDALO', IL CUSTODE PIU' AMATO

di Alberto Bortolotti - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Provate a vedere se c'è un altro custode di impianti sportivi in Europa così famoso e - giustamente - così celebrato. Forse ce n'è uno, Gigi Tesei, il Caronte dello Stadio Dall'Ara, anche lui emerso agli onori della cronaca ma solo negli ultimi due-tre anni. Bologna è speciale anche in questo, perché speciali sono i bolognesi. Amato Andalò, ora si può dire, è un virtussino doc (qualche passioncella in questo senso ce l'ha anche Daliso Gulmini, il suo successore) che ha sempre goduto di stima e di rispetto dai cugini, la cui Fossa gli ha dedicato quello striscione - Andalò, il custode più Amato - tanto semplice quanto efficace.

Andalò è tale da quanto la Virtus è ridiventata tale. Intendo dire che la sua storia di "primario" del Palazzo è strettamente connessa con il ritiro alla gloria della V nera targata Porelli, del quale fu un sodale prezioso, quasi insostituibile, pur nel rispetto assoluto dei ruoli. Amato non è un uomo di cultura, è un uomo di buon senso e anche, in una certa chiave, di potere.

Tenere il palazzo acceso nell'attesa del ritorno dei reduci scudettati dal Palazzone di San Siro fu una genialata, ma anche un'ostentazione di autonomia che sol il San Pietro di Basket City poteva permettersi. E poi un Palazzo così bello, così centrale, così unico (non me ne voglia patròn Cazzola, ma io sono fra quelli che andrebbero sempre in Azzarita, pur comprendendo perfettamente le ragioni imprenditoriali che hanno portato alla scelta di Casalecchio) fu arricchito da quel "brain trust" messo assieme da Porelli nel quale, oltre a Pirro Cuniberti, Lucio Dalla, Bonvi, c'era posto anche per Andalò, che per il basket, per la Virtus, soprattutto, ha avuto un ruolo quasi di Sindaco: due battute spicce in dialetto (perché Amato sapeva essere anche ben poco tenero con gli spaccaballe, tra cui noi mocciosi del basket) valevano tanto quanto un progetto grafico, una canzone, una vignetta.

Era un'altra epoca, tanto che di "coccodrilli" professionali sul "buen retiro" di Andalò ne abbiamo già scritti quando uscì dalla scena del PalaDozza, e ci sembrò che il nuovo, cioè l'attuale PalaMalaguti, inghiottisse senza remissione il vecchio. Una storia troppo americana, perché qui funziona, per fortuna, un'altra filosofia, e la storia di Amato - anche se, per essere sinceri, in un ruolo meno centrale - è andata avanti fino a quella straordinaria gara5, che ci ricorderemo per il resto dei nostri giorni. Io mi limito a dire grazie. Lo stesso che abbiamo riservato a Brunamonti, che riserveremo a Porelli e Peterson, che dobbiamo a Messina, Danilovic, Binelli e Cazzola.

Sono le figure-franchigia che rendono Bologna famosa cestisticamente nel mondo. Anche lustrare il parquet (e Andalò ha fatto quello, ma anche cose ben più gratificanti) ha un'importanza centrale. Ti aspettiamo per il terzo Palasport.

 

L’UOMO CHE ILLUMINO' IL PALAZZO A GIORNO

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 23/01/2014


Tocca ad Amato. Lui che chiuse la sua lunga vita a Palazzo quando già era “migrato” nel mondo nuovo di Casalecchio dopo una vita passata al Madison di piazza Azzarita, e la chiuse poco tempo dopo quel “tiro da quattro” dello Zar che segnò la storia del derby, fissando in un’immagine indelebile l’età dell’oro del basket bolognese. Lui che quell’avventura l’aveva costruita accanto a Gigi Porelli, l’Avvocato che gli consegnò le chiavi dell’impianto facendone molto più che il custode, ma l’anima, il tutore, il monarca illuminato. Lui che partorì l’idea perfetta, accendendo a giorno il palazzo mentre la Virtus tornava da Milano stringendo tra le mani uno scudetto storico, quello della Stella.

Sono passati quasi trent’anni da quel giorno, e quasi quindici da quando Amato ha “staccato le medaglie” salendo al “buen retiro” di Mongardino, lasciando in eredità una pallacanestro da grandi ribalte diventata negli anni un po’ meno felice, quanto a risultati, ma animata da quella passione che a Bologna non è mai venuta meno, e che anche quando sembra svanita ci mette un niente a riaccendersi.

Amato Andalò gestiva il palazzo con sicurezza, la stessa che l’Avvocato mostrava nel guidare la Virtus. Lui, rispettoso dei ruoli, era nella cerchia stretta degli uomini di Porelli, e con la sua esperienza aveva sempre diritto a spendere parole che non andavano sprecate. Poche, dirette, concrete. Come il suo carattere, che ad un primo approccio poteva sembrare spigoloso, ma subito si apriva in una generosità unica.

Un virtussino che teneva dentro molta della sua passione, perché il palazzo era terra di tutti, e che ha per questo goduto di un affetto trasversale, “super partes”, totale. Se la storia della Città dei Canestri è fatta di icone, Amato Andalò fa parte a pieno titolo di questa preziosa collezione. Se la pallacanestro da queste parti è passione, lui ne è stato per un tempo infinito il depositario. Varrebbe la pena sedersi ad ascoltare le sue storie, perché sono lezioni di vita.

CHIAVI IN TASCA, CUSTODE DI UN MITO

di Marco Tarozzi - www.virtus.it - 26/01/2016

Nelle sue tasche c’erano le chiavi del palazzo. Del PalaDozza, quando ancora non si chiamava così e lo definivano, semplicemente e a ragione, il “piccolo Madison”. E le tasche erano quelle del grembiule nero, che gli davano quell’aspetto austero sotto cui batteva un cuore pieno di passione, generoso, unico. Per la pallacanestro, per il suo mestiere, per quel piccolo mondo antico che l’avvocato Porelli gli aveva affidato, e che lui custodiva con cura, e coltivava, e aiutava a crescere.
Amato era molto più che “il custode del palazzo”. Se quello era il piccolo, grande regno di una città avviata a diventare BasketCity, lui ne era il re silenzioso e pieno di premure. Li aveva visti passare tutti, campioni e non. Erano i suoi ragazzi. Aveva una passione per la Virtus, ma non la confessò se non nel momento del “buen retiro” a Mongardino, perché aveva saputo farsi voler bene, si era guadagnato rispetto e amicizia, anche sull’altra sponda, tra la gente dell’Aquila. Così deve essere, tra chi vive di sport. E l’amicizia e il rispetto, quelli veri, sono tesori preziosi. Amato lo sapeva, per tutta la vita se li era tenuti stretti.

Aveva inventato la serata magica, nel regno di piazza Azzarita. Illuminandolo a giorno in quella notte incantata, mentre la metà bianconera del tifo bolognese aspettava i reduci da Milano che stavano tornando a casa tenendo stretta in pugno la Stella, dopo aver conquistato in fondo a una serie imprevedibile ed irripetibile lo scudetto numero dieci nella storia virtussina. L’Avvocato era con la squadra, naturalmente, e la responsabilità di accendere tutte le luci del palazzo se la prese lui, Amato, piccolo sovrano taciturno che seppe fare la cosa giusta al momento giusto. Illuminò la storia, e nessuno, poi, se lo sarebbe mai più dimenticato.

Da piazza Azzarita emigrò anni dopo a Casalecchio, un mondo nuovo dove fece in tempo a testimoniare gli anni felici, l’età dell’oro di una Bologna che si era messa in testa di diventare regina d’Europa, ancora più che d’Italia. Sempre tenendo a mente quei tempi eroici da cui tutto era iniziato. Mai dimenticando la guida dell’Avvocato, che quando occorreva gli chiedeva un parere, perché Amato negli anni si era guadagnato questo lusso di pochi: poter dire la sua, quasi sempre con poche parole, perché gli bastavano a definire la situazione mettendola nero su bianco.

Ha visto il grande basket e la grande musica, in piazza Azzarita. Ci passarono i Rolling Stones, gli Who, Miles Davis, Jimi Hendrix, Elton John. Ha visto i campioni di tanti sport che quella bomboniera la sceglievano per le loro esibizioni speciali. E lui, Amato, teneva in tasca le chiavi. E quando le leggende se ne andavano, spegneva le luci e chiudeva le porte. Mito tra i miti, per sempre.

CIAO AMATO, LEGGENDA SILENZIOSA

tratto da www.virtus.it - 26/01/2016

 

La Virtus dice addio ad Amato Andalò, per oltre un quarto di secolo custode e anima del palazzo dei canestri. Al Palasport di piazza Azzarita prima, poi a Casalecchio, aveva visto passare tutti gli uomini della nostra pallacanestro, e per tutti era stato un papà, dall’apparenza a volte burbera e infinitamente generoso. Amato, all’età di ottantotto anni, ha raggiunto Liviana, moglie e compagna di una vita, scomparsa appena tre mesi fa.
Virtus Pallacanestro e Fondazione Virtus si stringono ai figli Emma, Luciano, Francesco e Roberto, nel ricordo di un grande uomo.

CIAO AMATO, IL CUSTODE DI ALCUNE DELLE PAGINE PIÙ BELLE DELLA NOSTRA VITA

di Alessandro Gallo - blog.quotidiano.net - 27/01/2016

 

“Giovane, dove stai andando?”. Mancano pochi minuti alle 2, sono appena tornato a casa. Sto cercando di rovistare, nell’album dei ricordi della mia memoria, il primo contatto, il primo approccio con Amato Andalò. Il signore del PalaDozza per un quarto di secolo si è spento ieri pomeriggio, a tre mesi di distanza dalla sua Liliana. Torno indietro nel tempo, viaggiando sulla mia De Lorean, sono alla metà degli anni Settanta. Io ho 11-12 anni, sono alto un metro e un barattolo, ma impazzisco per la pallacanestro. E il tempio dei canestri è in piazza Azzarita, al Madison come lo chiamiamo noi che quello vero, quello di New York tanto per intenderci, non lo abbiamo visto nemmeno in cartolina.
Il capo assoluto di quell’impianto che sta a due passi dalla mia scuola media, le Gandino, è Amato Andalò. Inconfondibile, perché ha sempre un grembiulone nero. E nelle tasche ha più chiavi di San Pietro, perché provate voi a mettere i lucchetti a ogni porta del PalaDozza. C’è da diventare matti. Tutti, tranne lui, Amato Andalò.
Sono uno di quelli che frequentano i corsi di basket al PalaDozza, sognando di diventare un campione. Magari illudendosi di arrivare a schiacciare. “Giovane, dove stai andando?”.
Ecco la voce di Amato che rimbomba nella mia mente. E con la voce mi rendo conto di un aspetto. Che ho celebrato (giustamente) l’icona Andalò, perché è stato il testimone oculare di alcune delle pagine più belle ed entusiasmanti dello sport bolognese. Ma celebrandone la grandezza sportiva, rischia, forse, di trascurare l’uomo. Il padre di famiglia. Quello che ha insegnato, con il suo grembiulone nero e, apparentemente, con il suo carattere burbero, a comportarsi in un certo modo a generazioni di bolognesi. Mi spiego: Andalò non era il proprietario dell’impianto. Perché il proprietario era il Comune. E oggi - quante volte succede? – quando il proprietario è un altro, si tende quasi a fregarsene. Tutti o quasi. Lui, Amato Andalò, no. Mai. Ha sempre trattato il PalaDozza, che era di tutti, come se fosse suo. Ma, proprio amando e servendo l’impianto, come si farebbe con un figlio – Amato e Liliana ne hanno avuti quattro, Francesco, Emma, Roberto e Luciano -, il signore del PalaDozza ce lo ha sempre messo a disposizione. Con cura e passione. Quasi un pezzetto di quell’impianto fosse veramente roba nostra.
Il rispetto per le cose e per il prossimo. Il rispetto per la cosa pubblica. Ecco qualcosa di Amato che ci resterà dentro, per sempre, come quel primo approccio, “Giovane, dove stai andando?”.
E poi, ripensando ad Amato, mi viene in mente quanto, in fondo, sia piccolo il mondo. All’ora, parlo sempre degli anni Settanta, Amato mi appariva un gigante. E, con il grembiulone nero e per la voce tonante, quasi qualcuno da aver paura. Impressione, fugaci e fuggenti, di un ragazzino di 11-12 anni.
Ma, proprio perché il mondo è strano e, fondamentalmente piccolo, mi viene da sorridere. Perché il mondo è piccolo? Beh, perché Amato aveva un braccio destro (ovviamente sempre con grembiulone nero) che rispondeva al nome di Tonino Menozzi. E negli anni Settanta non avrei mai pensato che un giorno avrei sposato una ragazza di nome Maria Grazia, che di Tonino era la nipote.
Non avrei mai pensato, in quegli anni Settanta, che un giorno avrei avuto l’onore e il piacere non solo di intervistare Amato, ma di diventare amico di suo figlio Luciano. Ecco perché il sorriso, ripensando a quanto sia piccolo il mondo, lascia spazio anche a una piccola smorfia di dolore. Bologna ha perso un pezzo di storia, un mio amico sta piangendo il suo papà. E io, ancorché virtualmente, non posso che piangere al suo fianco.